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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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I 


e  s  ;^é 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  Al  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

k\  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÌJ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  Al  CONCILII  ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI  ,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NOW 
CHE    ALLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MOROM  ROMANO 

PRIMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO      XYL 


VOL.  XXVIL 
IN     V  E  N  J:  Z  I  A 

bALLA      IIPO  GRAFIA      EMILIANA 
W  D  C  C  C  X  L  I  V. 


DIZIONARIO 


Di  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


F 


FRA 

Continuazione  dei  cenni  storici  ci- 
vili ed  ecclesiastici  sul  re^no  di 
Francia,  e  delle  relazioni  di  que- 
sto colla  santa  Sede. 


\jailo  Vili  lusingato  dall'idea  di 
conquistare  il  regno  di  Napoli,  co- 
me erede  dei  diritti  di  Renato,  e  di 
Carlo  III  d'Angiò,  fece  la  pace  con 
Enrico  VII  re  d'  Inghilterra,  coi  re 
de'romani  e  d'Aragona,  all'ultimo  dei 
quali  rese  la  Cerdagna  ed  il  Rossiglio- 
ne, perdendo  cos'i  il  reale  per  una 
cliimera.  Il  Pontefice  Innocenzo  VI  11, 
qual  signore  supremo  del  regno  di 
JNapoli,  pacifìcossi  col  re,  ma  man- 
cando questi  alle  condizioni  conve- 
nute, lo  scomunicò,  trasferendone 
i  diritti  a  Carlo  Vili  come  a  le- 
gittimo successore  delle  ragioni  de- 
gli angioini.  Mentre  Carlo  Vili  si 
apparecchiava  con  poderose  forze  a 
passare  in  Italia  per  occupare  il  le- 
gno di  Napoli,  morì  Innocenzo  Vili, 
e  gli  successe  Alessandro  VI  Bor- 
gia, che  richiesto  dell'  investitura  dal 


FRA 

re  di  Francia,  il  Papa  cedendo  ai 
grandi  vantaggi  che  offriva  a'  pro- 
l)ri  parenti  il  re  di  Napoli  Alfon- 
so lì,  spedì  a  Carlo  Vili  in  legato 
il  cardinal  Piccolomini  ,  poscia  Pio 
III,  per  distoglierlo  dall'impresa, 
senza  che  fosse  licevulo  uè  sentito, 
perchè  il  suo  zio  Pio  II  era  stato 
contrario  alla  casa  d'Angiò.  Quin- 
di domandando  Carlo  VIII  l'inve- 
stitura del  regno  di  Napoli,  ed  op- 
ponendovisi  Alessandro  VI,  il  re  si 
appellò  al  futuro  concilio,  e  il  Pa- 
pa lo  minacciò  delle  censure  eccle- 
siastiche, secondo  il  decreto  di  Pio 
II,  pubblicato  nel  congresso  di  Man- 
tova ,  che  proibiva  sotto  pena  di 
scomunica  di  appellai'si  sotto  qua- 
lunque pretesto ,  dal  sommo  Pon- 
tefice al  futuro  concilio,  dando  con 
tal  bolla  una  ferita  mortale  alla 
prammatica  sanzione.  Intanto  Car- 
lo Vili  senza  denaro,  e  senza  risor- 
se e  precauzioni,  partì  dalla  Francia 
alla  testa  di  circa  trentamila  uomi- 
ni, ed  entrò  in  R.oma  al  chiarore 
delle   faci  l'ultimo  dì  del  u^QÌ-   '' 


6  •      FRA 

Papa  per  timore  si  rifugiò  in  Ca- 
stel s.  Angelo,  indi  capitolò  coire, 
con  quelle  condizioni  che  riporta  il 
Rinaldi  all'anno  i49^j  "wnfi-  2,  fra 
le  quali  l'investitura  del  regno  di 
Napoli  e  di  Gerusalemme,  non  che 
la  coronazione  d'imperatore  d'orien- 
te, per  le  ragioni  che  su  quell'  im- 
pero occupato  dagli  ottomani  gli 
avea  cedute  Andrea  Paleologo.  Gli 
italiani  non  avendo  fatta  resisten- 
za, Carlo  Vili  era  potuto  giungere 
in  Roma  senza  alcuna  difficoltà  :  a 
sua  istanza  Alessandro  VI  nella  fe- 
sta dei  ss.  Fabiano  e  Sebastiano 
celebrò  solennemente  la  messa  nel- 
la basilica  vaticana,  in  cui  il  re  vi 
sedette  dopo  il  primo  cardinal  ve- 
scovo, diede  l' acqua  alle  mani  del 
Papa,  avendogli  pure  baciato  i  pie- 
di, come  si  legge  nel  Guicciardini, 
Histor.  Ital.  lib.  5,  e  nel  Vittorel- 
li  nelle  Addiz.  al  Ciacconio  tom.  UT, 
col.    l52. 

Il  re  di  Francia    parfi    per  Na- 
poli,   che  prese    senza  opposizioni  ; 
si   vestì  degli    ornamenti  imperiali, 
prese  il  titolo  d' imperatore,  e  fece 
in  quella  metropoli    il  suo  solenne 
ingresso.   Se  la  prontezza  di  tal  con- 
quisto destò  meraviglia,    la  flicilità 
con    cui    lo    perde,    non    fu    meno 
sorprendente.    Si    formò    una    lega 
formidabile  contro  di   lui,  essendo- 
ne alla  testa   Alessandro  VI,   men- 
tre il  re  vide  la  necessità  di  ritor- 
nare in  Francia  :  nel  maggio  s' in- 
camminò per  Roma,  donde  ne  par- 
tì  il  Papa  per  non  essere  obbliga- 
to a  nuovi  patti,  contrari  alia  maestà 
pontificia.   Il  re  restituì  alla  Chiesa 
le  città  cedutegli  nell'anteriore  con- 
venzione, e  proseguì  il  suo  viaggio.  A 
Fornuovo  sul  Taro  gli  contrastarono 
il  passaggio  quarantamila  soldati  del- 
la  lega,  vinti  da   otto  mila  francesi, 
che  però  solo  poterono  liberare  dal- 


FRA 
l'assedio  di    Novara  il  duca  d' Or- 
leans,   e    rientrare    in    Francia.    Il 
regno  di   Napoli  fu  subito  riconqui- 
stato da  Ferdinando  V  d'Aragon;». 
Carlo    VIII    d'anni    28    morì    nel 
1498  nel  castello  d' Amboise,   sin- 
ceramente   compianto    da  Anna  di 
Bretagna  sua    moglie,    benché  l'a- 
vesse   sposato    ripugnante,    ed    alla 
quale    egli     non     serbava    la    fede 
maritale;    ma  la  sua    bontà  era  sì 
grande,    il  suo    procedere    sì  gene- 
roso,    che    impossibile    riusciva    di 
non   amarlo  :   due  de'suoi  domestici 
morirono    di  dolore,    udendone    la 
morte.   Siccome  non   lasciò   figli,   il 
duca  d'Orleans  suo  cugino  gli   suc- 
cesse col  nome  di   Luigi   XII  :  era 
egli  figlio  di  Carlo  duca  d'Orleans, 
e  di   Maria   di   Cleves,  e  fu   il  solo 
dei    Capeti   detto  di  Orleans- Valois, 
venendo  chiamato  il  padre  del  po- 
polo.  Per  non  separarsi  la   provin- 
cia   di    Bretagna    dalla    corona    di 
Francia,  Alessandro  VI  nel  1498  ad 
istanza  del  re  annullò  il  suo  tnatri- 
monio  con   Giovanna  di   Valois  fi- 
glia di   Luigi  XI,    onde    Giovanna 
virtuosamente    ritirossi    a    Bourges, 
e  v'  istituì   l'ordine  àeW  Annunziata 
(Vedi),    con  la  regola  di    s.   Fran- 
cesco.   Allora    Luigi  XII    sposò    la 
vedova  Anna  che  dicesi  avesse  sem- 
pre vagheggiato,  e  ne  fosse  stato  cor- 
risposto.   Questo    principe   creò  un 
parlamento    a  Rouen,    ed  altro  ad 
Aix,    e  conquistò  il  ducato  di  Mi- 
lano,   pei    diritti  che    vantava    dal 
lato  della   madre  :   riuscì  poco  dopo 
al  duca  Lodovico    Maria    Sforza  /'/ 
Moro    di  far    ribellare    i    milanesi, 
ma   furono  repressi  da  Luigi   della 
Tremouille,   e  il  duca  condotto  in 
Francia,  venne  rinchiuso  a  Loches 
in  una  gabbia  di  ferro.    Inoltre  il 
re  s'impadronì  pure  del  Genovesa- 
to.   Nel   i5oi    Alessandro  VI  pub- 


FRA. 

blicò  la  lega  fatta  con  Luigi  XII 
re  di  Francia,  e  Ferdinando  V  re 
di  Spagna,  contro  Federico  I  re  di 
Napoli,  che  privò  del  reame  dando 
ai  secondo  la  Puglia  e  la  Calabria, 
ed  al  primo  il  rimanente  coi  reali 
titoli  di  Napoli  e  Gerusalemme  ;  e 
Luigi  XII  dall'altro  canto  fece  du- 
ca del  Valentinois  Cesare  Borgia 
figlio  del  Papa,  poi  detto  il  duca 
Valentino. 

I  due  principi  s'impadronirono 
nel  i5oi  di  detti  domini!,  e  ven- 
nero poi  a  contesa  allorché  si  trat- 
tò di  farne  la  divisione;  e  gli  spa- 
gnuoli  condotti  da  Gonsalvo  di  Cor- 
dova disfecero  i  francesi  capitanati 
dal  duca  di  Nemours,  al  combatti- 
mento di  Seminara,  ed  alla  batta- 
glia di  Cerignola  nel  i5o3,  e  gli 
scacciarono  dal  regno  di  Napoli  : 
fu  in  quell'epoca  ed  in  quell'occa- 
sione che  in  Barletta  ebbe  luogo 
la  clamorosa  disfida  di  tredici  ita- 
liani con  altrettanti  francesi,  di  cui 
facemmo  parola  al  volume  IV,  pag. 
i3o,  e  volume  XX,  pag.  292  del 
Dizionario.  Su  questo  argomento 
si  può  leggere  il  libro  intitolato  : 
Ettore  Fieramosca  o  la  disfida  di 
Barletta,  di  Massimo  d'Azeglio, 
Torino  1842:  bella  edizione  orna- 
ta di  duecento  disegni  originali. 
Questo  combattimento  singolare,  in 
cui  tredici  italiani  tennero  vittoriosi 
il  campo  contro  tredici  francesi ,  è 
descritto  pure  nel  secondo  canto 
del  poema  giocoso  di  Gio.  Battista 
Lalli,  intitolato  La  Franceide,  e 
con  versi  latini  dal  celebre  monsi- 
gnor Vida.  Avendo  Luigi  XII  fatta 
la  pace  colla  Spagna  nel  i5o5,  ga- 
stigò  nel  iSoy  i  genovesi  solleva- 
tisi, fece  il  suo  ingresso  nella  loro 
città,  e  ripigliò  il  Milanese.  In  que- 
sto tempo  il  re  fu  attaccato  da 
mortale  malattia,  e  guari  dopo  a- 


FRA  7 

vere  ricevuto  la  ss.  Eucaristia  col 
maggior  fervore.  Nel  trattato  di 
Blois  erasi  discusso  lo  strano  pro- 
getto, di  dare  a  Carlo  V  nipote 
ed  erede  dell'imperatore  Massimi- 
liano I  e  del  re  di  Spagna,  in 
isposa  Claudia ,  unica  figlia  che 
sino  allora  Luigi  XII  aveva  avuto 
da  Anna  di  Bretagna,  con  questa 
provincia,  colla  Borgogna,  e  coi 
diritti  sulla  Lombardia  per  dote. 
Ma  l'opposizione  degli  stati  generali 
del  regno,  e  della  famosa  lega  di 
Cambrai,  che  da  Giulio  II,  da 
molti  potentati  d'Italia,  dalla  Fran- 
cia, dalla  Spagna,  e  dall'  Alemagna 
(  pacificata  colla  Francia  a  mezzo 
del  cardinal  CarvajaI  ),  organizza- 
vasi  contro  la  repubblica  di  Vene- 
zia, distornarono  si  dannose  nozze. 
La  mano  della  principessa  fu  data 
a  Francesco  di  Valois,  duca  d'An- 
gouleme,  erede  del  trono  di  Fran- 
cia; e  Luigi  XII  disfece  in  persona 
i  veneti  alia  celebre  battaglia  d'A- 
gnadello  li  i4  "laggio  '^o9>  e 
prese  loro  varie  piazze.  Ma  Giulio 
II  geloso  per  tanti  prosperi  avve- 
nimenti, avendo  ricuperato  i  do- 
rainii  occupati  dai  veneti,  a  questi 
come  padre  comune  non  seppe  ne- 
gare il  perdono  ;  si  ritirò  dalla 
lega  di  Cambrai  con  gran  ram- 
marico de'  francesi,  di  cui  era  dis- 
gustato il  Papa  perchè  proteggeva- 
no Alfonso  I  duca  di  Ferrara 
(Fedi);  ed  in  vece  si  collegò  con 
il  re  di  Spagna,  con  Enrico  Vili 
re  d'  Inghilterra,  cogli  svizzeri,  e  coi 
veneziani.  Inevitabile  fu  la  guerra 
di  Giulio  II  con  la  Francia,  e  per 
meglio  attendervi  nel  i5io  passò 
in  Bologna;  ciò  che  non  appro- 
vando diversi  cardinali  spagnuoli  e 
francesi,  con  altri  sedotti  da  Luigi 
XII,  cospirarono  contro  il  Papa 
per  deporlo,    e  se    ne    fuggirono  a 


8  FRA 

Genova  :  allora  Giulio  li  scomuni- 
cò il  re,  e  sottopose  all'  interdetto 
il  regno.  Frattanto  il  re  di  Fran- 
cia adunò  due  parlamenti  in  Or- 
leans ed  in  TourSj  ove  per  abbat- 
tere la  pontificia  potestà  convenne 
d'unire  un  concilio  generale  a  Pi- 
sa, ove  verrebbe  citato  Giulio  II. 

Non  aveva  Luigi  XII  fatto  il  de- 
bito giuramento  d'omaggio  pel  re- 
gno di  Napoli,  ed  invece  avea  alie- 
nati molti  diritti  di  quel  reame 
contro  l'espresso  divieto  della  san- 
ta Sede  ;  perciò  Giulio  II  dichiarò 
la  signoria  di  Napoli  e  di  Gaeta 
essere  ritornate  alla  Chiesa ,  e  le 
concesse  a  Ferdinando  V  annullan- 
do i  patti  fra  lui  e  il  re  francese. 
Nel  i5ii  l'armata  pontificia  fu  rot- 
ta dai  francesi  all'  impresa  di  Fer- 
rara, e  il  Papa  corse  pericolo  d'es- 
sere imprigionato  dal  maresciallo 
di  Chaumont,  poi  rimproverato  dal 
re  per  non  aver  usato  in  ciò  dili- 
genza. Egual  pericolo  scampò  Giu- 
lio II  dalle  insidie  che  gli  tendeva 
il  cav.  Bayard ,  altro  comandante 
di  Francia  ;  indi  senza  abbattersi 
di  coraggio,  Giidio  li  assah  e  pre- 
se la  Mirandola.  Gastone  di  Foix 
duca  di  Nemours  guadagnò  contro 
il  Papa  e  i  suoi  alleati  la  battaglia 
di  Ravenna,  ma  fu  ucciso  volendo 
circondar  gli  spagnuoli  che  si  riti- 
ravano :  la  morte  di  sì  gran  capi- 
tano trasse  seco  la  perdita  del  Mi- 
lanese, dove  gli  svizzeri  ristabiliro- 
no Massimiliano  Sforza  figlio  di  Lo- 
dovico il  ÌSIoro.  Poscia  per  repri- 
mere i  cardinali  ribelli  ,  Giulio  li 
tleterminò  la  celebrazione  del  con- 
cilio generale  lateranense  V,  che  in- 
«tomiiiciò  nel  i5i2,  e  mentre  avea 
riempito  l'Europa  col  suo  nome, 
ed  il  cardinal  di  Luseinbuigo  iu)- 
plorava  la  pace  per  Luigi  XII,  il 
(luca    d'  Aniroulcnie    sciivcacili    con 


FRA 

sommissione,  e  la  regina  Anna  nel- 
la sua  pietà  era  sgomentata  dal  ti- 
more dello  scisma  ,  fu  sorpreso 
dalla  morte ,  e  gli  successe  Leone 
X,  già  legato  delle  milizie  papali 
al  combattimento  di  Ravenna,  che 
die  compimento  al  concilio  latera- 
nense. Continuando  la  guerra  Lui- 
gi XII  si  coliegò  coi  veneti,  e  la 
sua  armata  comandata  da  Tremouil- 
le  riprese  il  Milanese  per  la  ter- 
za volta  ;  ma  gli  svizzeri  lo  disfii- 
cero  alla  battaglia  di  Novara,  indi 
attaccarono  la  Francia  con  Massi- 
miliano I  e  con  Enrico  Vili,  ma 
inutilmente  assediarono  Dijoii.  En- 
rico Vili  volendo  rendere  segnala- 
to il  principio  del  suo  regno,  do- 
po di  essere  stalo  vincitore  nella 
ballaglia  di  Guinegate,  che  fu  det- 
ta la  giornata  degli  speroni ,  per- 
chè i  hancesi  al  dire  degli  stessi 
storici  nazionali,  vi  adopravano  più 
gli  speroni  che  le  spade  (giacche 
vi  combattè  la  sola  cavalleria  ) , 
pi'ese  le  città  di  Terouane  e  di 
Tournay.  Luigi  XII  sentì  il  biso- 
gno d'entrare  in  negoziazione;  trat- 
tò con  Leone  X  ,  teiiiiiiiò  lulte  le 
contese  che  esistevano  tra  la  Fran- 
cia e  la  santa  Sede,  abb.indonan- 
do  l'effimero  conciliabolo  di  Pisa,  e 
riconoscendo  il  concilio  lateranense. 
Il  primo  di  gennaio  i5i4  la  mor- 
te gli  rapì  la  regina  ,  onde  sposò 
la  bella  Maria  sorella  d'Enrico  Vili, 
e  die  in  moglie  a  Carlo  V  l' altra 
figlia  Pienata  avuta  da  Anna,  cui 
cede  i  diritti  sul  Genovesato  e  sul 
Milanese;  onde  così  fece  la  pace 
cogl'  inglesi  e  cogli  spagnuoli.  Il 
cambiamento  di  sue  abitudini  per 
compiacere  la  novella  sposa,  acce- 
lerò la  sua  morte,  ch'ebbe  luo- 
go in  Parigi  il  primo  gennaio 
i')i5,  d'anni  54  circa.  Fu  com- 
piali tu  da  tutta    la  Francia  ,  sicco- 


FRA 
me  principe  giusto,  clemente  e  ma- 
gnanimo :  diminuì  le  imposte,  amò 
i  sudditi,  e  mostrò  sempre  vivo  de- 
sidei'io  di    renderli  felici  ,    sebbene 
introdusse  la  venalità  delle  cariche. 
Francesco  I  conte   d' Angouleme 
perchè  di  questo  ramo,  lo  successe, 
e  si  meritò  i  titoli  di  grande,  e  di 
ristoratore  delle  lettere.  Subito  dopo 
che  fu  consagrato  prese   il  titolo  di 
duca  di  Milano,   e  si  pose  alla   te- 
sta d'  una  possente  armata  per  far 
valere  le  ragioni  che  egli  aveva  su 
questo  ducato.    Gli  svizzeri  che    lo 
difendevano,  ne  contrastarono  l'im- 
[)resa,  e  si   venne  a  battaglia  vicino 
a   Marignano,  e    quindici    mila    di 
loro  rimasero  sul  campo:  in  questa 
occasione  il  re  volle  essere  fatto  ca- 
valiere   dal    famoso    Bayardo.    bidi 
si   rese  padrone  del  Milanese,  Mas- 
similiano Sforza  glie  ne  fece  la  ces- 
sione, e  si  ritirò   in   Francia.   Il    re 
procurò  di  guadagnarsi  il  Pontefice 
che  sembrava  propenso   per   Massi- 
miliano  I,  e  pel  re  di  Spagna  suoi 
nemici,  ed  alleati  degli  svizzeri.  Dal- 
l'altra  parte  Leone  X  temendo  che 
il  principe  vittorioso  volgesse  le  armi 
contro  lo    stato    ecclesiastico,    fece 
pace  con   lui,  obbligandosi   per  for- 
za della  necessità  di  levar  la  guarni- 
gione da  Parma  e  Piacenza,    città 
poco  prima  restituite  alla  Chiesa,  e 
di  ritirarsi  dalla  lega  con  Massimi- 
liano I.   In    vece   Francesco   I   pro- 
mise difendere  il  Papa,  il  suo  stato, 
la   sua  famiglia  Medici,  e  la  repub- 
blica di    Firenze  ;  indi    convennero 
d'abboccarsi    in     Bologna.    Giunto 
Leone  X  a    Bologna  nel    dicembre 
i5i5,  nominò  due  cardinali  e  quat- 
lio  prelati   per    incontrare    il  re  ,  i 
primi   ai   confini,   i   secondi   a    Par- 
ma, mentre   venli   cardinali   l'atte- 
sero  fuori   di   Bologna   e  lo  condus- 
sero ad  idloggicuo   nel  pontificio  pa- 


FRA  9 

lazzo,  indi  fu  presentato  al  Papa  in 
concistoro.  Nella  messa  solenne  che 
celebrò  il  Papa,  il  re  adempì  tutti 
gli  atti  d' ossequio,  sia  nel  versar 
l'acqua  alle  sue  mani,  sia  nel  sos- 
tener lo  strascico  del  manto  pon- 
tificale ad  onta  della  ripugnanza 
del  saggio  Leone  X.  Inoltre  il  re 
non  volle  il  genuflessorio ,  e  colle 
mani  giunte  innanzi  al  volto  stette 
in  tutto  il  tempo  della  funzione. 
Non  potendo  il  Papa  ammettere 
lutti  i  francesi  alla  comunione,  per 
la  gran  folla ,  un  ofìlziale  gridò  : 
poiché  santo  Padre  non  mi  posso 
comunicare  dalle  vostre  mani ,  né 
confessarmi  al  vostro  orecchio,  dirò 
il  mio  peccato  in  pubblico,  cioè  che 
ho  combattuto  con  tutta  la  mia 
forza  nella  guerra  contro  Giulio  II. 
Allora  soggiunse  il  re  colla  sua  vi- 
vacità e  naturale  franchezza  :  Ve- 
ramente santo  Padre  ,  io  sono  nello 
stesso  caso,  ma  quel  Pontefice  era 
il  piìi  ardente  de' nostri  nemici.  La 
maggior  parte  de' signori  francesi 
coniéssarono  la  stessa  colpa,  onde 
Leone  X  a  tutti  benignamente  sul 
momento  diede  l'assoluzione  dalle 
censure  che  avevano  incorso.  Nel 
congresso  il  re  ed  il  Papa  si  trat- 
tarono coi  maggiori  riguardi,  venne 
abrogata  la  prammatica  sanzione, 
che  i  francesi  liguardavano  come 
baloardo  delle  libertà  della  Chiesa 
gallicana,  e  venne  sostituito  il  Con- 
cordato di  Leone  X  e  France- 
sco I  (Fedi),  confermandosi  il  tut- 
to nella  sessione  XI  del  concilio  ge- 
nerale lateranense  V,  tenuta  a'  19 
dicembre  i5i6.  Nello  stesso  anno 
fecesi  il  trattato  di  Noyon  fra  Car- 
lo V  e  Francesco  I  :  uno  de'prin- 
cipali  articoli  fu  ìa  restituzione  delia 
Navarra,  che  TY-rdinando  V  aveva 
tolto  al  duca  o  re  Giovanni  d'Al- 
brct  sino  da!  i5ii,  siccome  fautore 


IO  Fll\ 

tlella  Francia  e  del  conciliabolo  di 
Pisa.  Indi  nel  i5i8,  non  senza  qual- 
che opposizione,  fu  pubblicato  in 
Francia  il  memorato  concordato . 
Dell'abboccamento  seguito  in  Bolo- 
gna tra  Leone  X  e  Francesco  I , 
come  del  concordato  conchiuso,  del- 
le opere  bibliografiche  che  lo  ri- 
guardano, ed  altre  preziose  crudi - 
zioni,  si  può  leggere  quanto  dotta- 
mente e  con  singoiar  diligenza  ne 
scrisse  il  eh.  Gaetano  Giordani,  nel- 
la sua  opera  intitolata:  Della  venti- 
la in  Bologna  di  Clemente  VII 
per  la  coronazione  di  Carlo  l\ 
con  note  e  documenti. 

Dopo  la  morte  di  Massimilia- 
no I,  essendo  stato  eletto  impera- 
tore Carlo  V  nel  i^ig,  ad  onta 
del  possente  competitore  France- 
sco I,  perciò  tosto  si  manifestò  la 
gelosia  e  l' emulazione  tra  questi 
due  principi,  e  si  accese  una  lunga 
guerra  ,  che  riuscì  funesta  a  tutta 
l'Europa.  I  francesi  comandati  da 
Andrea  di  Foix  conquistarono  la 
Kavai  ra,  e  in  breve  la  perdettero  ; 
cacciarono  dalla  l'iccardia  gl'ingle- 
si e  gì'  iuiperiali,  e  s' impadroniro- 
no di  varie  piazze.  Una  delle  pia 
triste  epoche  della  storia  della  Chie- 
sa gallicana  è  la  nascita  delle  eresie 
di  Lutero  e  di  Calvino  avvenuta 
nel  pontificato  di  Leone  X:  le  de- 
vastazioni che  vi  cagionarono  sono 
scritte  a  caratteri  di  sangue.  Al- 
cune gelosie  di  stato  insorte  tra 
Leone  X  e  il  re  di  Francia,  mos- 
sero il  primo  a  collegarsi  con  Car- 
lo V,  e  il  loro  esercito  unito  scon- 
fisse i  francesi  in  Lombardia  :  la 
Chiesa  licuperò  Parma  e  Piacenza, 
i  francesi  furono  allontanati  dal  du- 
cato di  Milano,  ove  venne  ristabi- 
lito Francesco  Sforza.  Giunta  iu 
Roma  la  notizia  di  sì  fatti  avveni- 
meiili,  Leone  X  vi  fece  grandi  al- 


FRA 
legrezze,  e  poco  dopo  morì,  succe- 
dendogli Adriano  VI  già  maestro 
di  Carlo  V.  In  detto  anno  la  fa- 
coltà teologica  di  Parigi  censurò 
molte  proposizioni  di  Lutero,  che 
sempre  più  faceva  proseliti  nelle 
sue  perniciosissime  riforme  religio- 
se, di  cui  ancora  deploriamo  le  la- 
grimevoli  conseguenze.  Neil'  anno 
seguente  Odet  di  Foix  visconte  di 
Lautrec  fu  disfatto  nella  sanguino- 
sa battaglia  della  Bicocca,  quindi 
la  Francia  perde  Cremona ,  Geno- 
va, ad  altri  luogh:  in  Italia.  In- 
tanto Carlo  di  Bourbon ,  contesta- 
bile di  Francia,  perseguitato  dalla 
duchessa  d' Angouleme,  Luisa  di 
Savoia  madre  del  re,  a  motivo  del- 
la successione  della  casa  Bourbon  , 
e  dei  beni  ad  essa  tolti  per  la  con- 
fisca dell' Al vergna  ,  del  Borbonese, 
e  della  Marca  a  profitto  della  co- 
rona, dopo  essersi  distinto  in  milita- 
ri imprese,  si  diede  nell'anno  i523 
al  partito  di  Carlo  V,  che  gli  affi- 
dò il  comando  delle  sue  armate. 
Adriano  VI  in  pari  tempo  separò 
dalla  lega  de'  francesi  i  veneti ,  i 
quali  all'opposto  fece  collegare  con- 
tro i  medesimi  con  l'imperatore, 
r  arciduca  d'  Austria,  e  col  duca  di 
Milano,  la  quale  lega  il  Papa  so- 
lennemente pubblicò  nella  basilica 
Liberiana  a' 5  agosto,  affinchè  né  lo 
stato  pontifìcio,,  né  alcun  altro  d'I- 
talia venisse  assalito  dai  francesi  j 
e  siccome  il  cardinal  Soderini  av- 
visava Francesco  I  d' invadere  la 
Sicilia,  fu  posto  in  castel  s.  Angelo, 
donde  Iu  trasse  il  successore  Cle- 
mente VII. 

Fu  nel  i523  che  l'eresia  lute- 
rana disgraziatamente  s'  introdus- 
se nel  regno  di  Francia,  ed  in- 
cominciò ad  insegnarsi  in  Meaux 
le  prave  sue  dottrine  e  pregiudi- 
zievoli    errori.     11     contestabile     di 


FRA 

Bourbcaì  nel  i5i^  disfece  a  Biagras 
la  retroguardia  dell'ammiraglio  Bon- 
nivet  nella  ritirata  di  Rebec,  e  ri- 
pigliò tutto  il  Milanese.  Entrò  dipoi 
con  una  forte  armata  nella  Pro- 
venza, ma  fu  costretto  a  ritirarsi 
con  perdita,  perchè  il  famoso  cav. 
Bayard  s'impadronì  di  Tolone  ed 
assediò  Marsiglia.  Frattanto  Fran- 
cesco I  passò  in  Italia  ad  assediar 
Pavia,  ed  avendo  distaccato  fuor 
di  tempo  una  parte  delie  sue  trup- 
pe per  mandarle  a  Napoli,  fu  egli 
disfatto  da  Carlo  V,  e  dal  conte- 
stabile di  Bourbon  in  una  sangui- 
nosa battaglia  datasi  in  faccia  di 
Pavia  li  24  febbraio  i525,  dopo  di 
aver  avuto  uccisi  sotto  di  lui  due 
cavalli ,  e  di  aver  fatto  prodigi  di 
valore.  Non  apparve  mai  in  tutto 
il  suo  lume  la  grandezza  dell'  ani- 
mo di  Francesco  I,  che  dopo  que- 
sta funesta  battaglia  ,  ove  venne 
fatto  prigioniero  co'principali  signo- 
ri di  sua  fastosa  corte,  e  con  En- 
rico d'  Albret  re  titolare  di  Navar- 
ra,  ed  attuale  signore  del  Bearnese. 
Il  solo  uffiziale  francese  che  avea 
seguito  il  contestabile  nella  sua  de- 
fezione, chiamato  Pomperan  j  salvò 
ad  un  tempo  la  vita,  ed  intimò  la 
prigionia  al  suo  sovrano ,  il  quale 
richiese  di  Lannoy  luogotenente  del- 
l'imperatore ,  ed  a  lui  rimise  la 
propria  spada,  che  ricevutasi  in  gi- 
nocchio da  Lannoy,  questi  gli  porse 
la  sua.  Francesco  I  scrisse  alla  ma- 
dre, che  tutto  era  perduto  fuor- 
ché l'onore:  il  primo  a  ferire  il 
cavallo  del  re  fu  Cesare  Hercolani 
di  Forlì.  Il  duca  di  Bourbon  si  re- 
cò a  visitarlo,  ed  a  godere  del  suo 
trionfo  :  la  duchessa  d'  Angouleme 
divenne  reggente  del  regno. 

Francesco  I  fu  condotto  prigio- 
ne nel  castello  di  Madrid,  e  ne  u- 
scì  l'anno  appresso  col  trattalo  cou- 


FIIA  ,1 

chiuso  in  quella  città  a'i4  genna- 
io, in  cui  promise  di  cedere  la 
Borgogna,  e  gran  parte  della  Fran- 
ca-Contea  e  delle  Fiandre,  di  ri- 
stabilire il  contestabile,  e  fargli  ra- 
gione su' suoi  diritti  relativi  alla 
Provenza,  e  fu  costretto  di  contrar- 
re nel  carcere  il  matrimonio  colla 
sorella  di  Carlo  V  Eleonora;  altri 
procrastinò  tal  matrimonio  alla  pa- 
ce di  Cambrai.  Lasciò  due  suoi 
figliuoli  in  ostaggio  per  malleveria 
di  sua  parola,  ma  non  per  questo 
si  fece  scrupolo  di  ritrattarla.  La 
politica  ed  il  sistema  allora  adot- 
tato dell'equilibrio  europeo,  trasse- 
ro in  lega  col  re  di  Francia,  Cle- 
mente VII,  il  re  d' Inghilterra,  i 
veneziani,  i  fiorentini,  gli  svizzeri,  e 
il  duca  di  Milano;  la  lega  fu  con- 
chiusa in  Cognac  agli  i  i  giugno 
i526,  ed  offese  talmente  Carlo  V 
che  tosto  pubblicò  la  guerra  ai 
Pontefice.  Mentre  questi  pensava 
di  passare  in  Ispagna  per  combi- 
nare con  Carlo  V  una  generale 
concordia,  quel  principe  spedì  nel 
1527  il  contestabile  di  Bourbon  a 
prendere  Roma.  La  città  fu  presa 
ed  il  contestabile  vi  restò  ucciso  ; 
ma  i  soldati  fanatici  luterani  nel- 
la maggior  parte,  tutti  veri  malan- 
drini, inondarono  Roma  di  sangue 
e  la  saccheggiarono  lentamente  piìi 
volte.  Dopo  la  prigionia  di  Castel 
s.  Angelo  il  Papa  con  duri  patti 
fu  lasciato  libero,  e  Roma  fu  sgom- 
brata dai  voraci  suoi  nemici.  In- 
tanto Francesco  I  spedì  in  Italia 
ad  aiutare  il  Pontefice  il  bravo 
Lautrec,  che  riprese  il  Milanese. 
Temendo  Carlo  V  i  collegati  del 
re  di  Francia,  nel  i529  si  pacifi- 
cò pel  trattato  di  Cambrai  con 
Francesco  I,  cui  rese  i  due  figli,  e 
desistette  dalle  pretese  sulla  Borgo- 
gna pel  compenso  di  circa  due  un- 


12  FRA 

lioui  di  scudi,  dando  l'imperatore 
al  suo  emulo  la  propria  soiella  in 
isposa.  Le  pretensioni  sul  Milanese 
furono  cedute  al  cognato  dal  re  di 
Francia,  ed  ambedue  dimenticarono 
le  minacce  e  grossolane  invettive, 
e  i  cartelli  di  sOda  che  tra  loro 
cransi  cambiati  :  allora  Francesco  1 
si  die  a  far  fiorire  l' industria,  il 
commercio  e  le  lettere.  Nel  i532 
l'eretico  Calvino  incominciò  ad  in- 
segnare segretamente  i  suoi  errori 
in  Parigi,  e  discoperto,  per  evita- 
re il  carcere,  prontamente  fuggi. 
Questo  empio  ebbe  numerosi  se- 
guaci, chiamandosi  calvinisti  in  Ger- 
mania ed  altrove,  geusi  nelle  F'ian- 
dre,  ed  ugonotti  nella  Francia,  che 
come  vedremo  posero  a  soqquadro. 
iXel  i533  Clemente  VII  parl'i  per 
la  Francia,  per  tiallare  col  re  del- 
la conversione  di  Enrico  \1II  re 
d'Inghilterra  che  avea  abbracciato 
gli  errori  delle  riforme  religiose,  e 
per  dare  in  moglie  al  secondo,  non 
all'ultimo  suo  figlio  come  alcuni 
scrisseio.  poi  Enrico  II,  sua  nipote 
Caterina  de  Medici,  che  fu  madre 
di  Francesco  II,  Carlo  IX,  ed  En- 
rico III.  Lo  sposalizio  ebbe  luogo 
in  Marsiglia,  ed  in  questa  occasio- 
ne il  i'oiilcflce,  recedendo  dall'an- 
tica consuetudine  de' suoi  anteces- 
sori, si  assise  a  mensa  colla  regi- 
na, oltre  Francesco  I.  Questo  prin- 
cipe non  passò  molto  tempo,  che  a 
profittar  della  spedizione  che  fece 
in  Africa  Carlo  V  ,  si  mosse  alla 
licupeia  del  ^Milanese  nel  i535j 
tiicendo  alleanza  con  Solimano  II 
imperatore  ottomano.  Investì  furio- 
samente la  Savoia  onde  aprirsi  il 
passaggio  ,  e  proclamò  1'  indipen- 
denza di  Ginevra,  che  divenne  fin 
d'allora  il  centro  del  culto  rifor- 
mato; ma  reduce  Carlo  V  dalle 
sue    viLluric    pcuchò  ucl    DclfiuaLo 


FRA 
e  nelli  Provenza,  fino  ad  Arles  e 
Marsiglia,  saccheggiando  la  Piccar- 
dia  e  la  Sciampagna,  il  valore  e 
la  saggia  condotta  del  duca  poi 
contestabile  Anna  di  Montmorency 
libeiò  dalla  continuazione  della  guer- 
ra il  paese,  e  i  due  principi  com- 
petitori convennero  cavallerescamen- 
te nella  rada  di  Aiguesmorles  ad 
un  amichevole  abboccamento,  che 
fu  seguito  dal  viaggio  che  nel  i54o 
fece  Carlo  V  a  Parigi,  accompa- 
gnato dalle  più  brillanti  feste.  Sino 
dal  i538  avea  procurato  tal  paci- 
ficazione il  Pontefice  Paolo  III, 
portatosi  a  Nizza,  ove  confermò  a 
Francesco  I  il  privilegio  dato  da 
Eugenio  IV  al  re  Carlo  VII,  ma 
non  posto  sino  allora  in  uso,  cioè 
che  i  pari  del  parlamento  di  Pari- 
gi, ancorché  laici,  potessero  nomi- 
nare persone  idonee  a'  benefizi  ec- 
clesiastici sotto  la  somma  di  due- 
cento lire  tornesi.  In  seguito  con 
maggior  successo  Paolo  111  ottenne 
che  i  due  monarchi  ficessero  tregua 
per  dicci  anni,  ma  non  ebbe  inte- 
ra durata. 

Volendo  l' imperatore  punire  i 
ribelli  gantesi,  ottenne  il  passaggio 
per  la  Francia,  con  promettere  al 
re  r  investitura  del  ducato  di  Mi- 
lano per  uno  de' suoi  figli.  Non 
credendo  Carlo  V  ellettuar  il  pas- 
saggio, questo  emergente  fece  riac- 
cendere la  guerra  :  la  flotta  gallo- 
turca travagliò  infruttuosamente 
Nizza,  dal  famoso  Andrea  Doria 
preservata,  ed  il  conte  d' Enghien 
Francesco  di  Bourbon,  guadagnò 
la  battaglia  di  Ceresole  nel  i  544 
contro  il  marchese  del  Vasto  con- 
dottiero degli  imperiali,  e  si  im- 
padiDiù  del  IMonferralo.  Mentre 
Francesco  I  tirò  al  suo  partito  il 
famoso  ammiraglio  Barbarossa  e  il 
re    di    S\cz.iaj    Enrico    \  111    re    di 


FRA 
Ingliilferra  prese  quello  di  Carlo  V, 
ed  occupò  Bonlogne.    I   torbidi   le- 
ligiosi     d'  Alemagna     salvarono     la 
Francia,  giacché  per  sedarli  dovet- 
te r  imperatore  convenire  alla  pace 
di   Crespi,    ma   non   ebbe  elTelto  la 
convenula  investitura  del   Milanese, 
sì  per    la  morte    del    duca   di   Or- 
leans   ad    essa    destinato,    clie    per 
quella    di    Francesco  1    seguita  nel 
castello  di  Rambouillet  a'3o    marzo 
i547   *^'   ^^  anni.   Fu  egli  un  prin- 
cipe dotato  delle  più  sublimi  qua- 
lità, spiritoso,  dolce,  magnanimo  e 
generoso,  imi  troppo  ai   piaceli   ed 
alle  donne    abbandonato.    Al  genio 
guerriero     e    al     valore    congiunse 
un  amore    passionato    per    le  belle 
arti    e    per    le    lettere ,    di    che  fu 
uno  de'  primari    proteggi  tori.    Pro- 
tesse i   dotti    e  gli  artisti   in  modo 
singolare,  ideò  il  grandioso  proget- 
to del  collegio  reale,  eresse   a    tut- 
te sue  spese  una  biblioteca  a  Fon- 
tainebleau,   fondò   la  stamperia  rea- 
le,  e  fece  edificar  varie  case  reali, 
che  adornò  di    pitture ,    di  statue  , 
e  di  mobili  preziosi,    coli' opera  di 
■valenti  artisti.  Gli  stabilimenti   fran- 
cesi nel  Canada  ebbero  oiigine  sot- 
to il   di   lui   regno  :  ed  a  lui  si  deb- 
bono   r  Havre    ed    il  Louvre.    Di- 
mostrò pure    un  gran  zelo    per  la 
religione   cattolica  contro    i    profe- 
stanti   ed     altri    eretici  ,    massime 
contro  i  valdesi  del  Delfìnato.  Ebbe 
un   tenero  affetto  pel  popolo,    i  cui 
aggravi  raccomandò  al  figlio  di  mino- 
rare, essendo  egli  stato  costretto  d'im- 
porli  per  le  guerre.  Fu  egli  che  ordi- 
nò che  in  avvenire  gli  atti  pubblici 
dovessero  essere  scritti  in   francese, 
e  che  introdusse    la  moda   di   por- 
tare i  capelli  corti  e  la    baiba  lun- 
ga, essendo  sfato  ferito  in  volto  dal 
capitano  di  Lorge,  signore  di  Montgo- 
mery, e    volendo  così   nascondere  i 


l'RA  i'i 

segni  della  (i-rit.i;   ma  qucsia  moda 
fu  abolita  sotto   Luigi   XI 11. 

Enrico  II  suo  figlio  e  marito  di 
Caterina  de'  Medici  gli  successe,  e 
fu  consagralo  in  Reims  dal  cardinal 
Carlo  di  Lorena  ai5  luglio  1 547- 
Un  grande  cambiamento  si  operò 
nella  corte ,  ciò  che  si  attribuì 
alla  favorita  Diana  di  Poitiers  du- 
chessa di  Valentinois.  Francesco  I 
aveva  introdotto  le  dame  nella  cor- 
te, ed  è  nota  1'  inlluenza  che  vi 
esercitarono  la  contessa  di  Chateau- 
briand, da  lui  tanto  amata,  indi 
la  duchessa  d'Etampes  Anna  di  Pis- 
seleu.  L'  introduzione  delle  dame 
in  corte  fu  conservata  da  Enrico 
li,  e  tale  uso  si  stabilì  in  tutte  le 
corti  d'Europa.  Da  tale  epoca  ap- 
punto incominciano  le  memorie  par- 
ticolari, gli  aneddoti  politici,  e  !'?>- 
bitudine  presa  dai  più  gravi  stori- 
ci di  attribuiie  le  più  alte  risolu- 
zioni a  meschini  raggiri  ;  senza  ri- 
flettere che  le  donne,  naturalmente 
inclinate  ad  esagerare  la  loro  in- 
fluenza negli  affari  di  stato,,  si  so- 
no vantate  facilmente  come  uniche 
motrici  delle  impiese,  nelle  quali 
credettero  di  aver  avuto  alcuna 
parte.  Enrico  II  fece  la  guerra  agli 
inglesi  e  riprese  Roulogne  :  inondò 
colle  sue  truppe  l'Italia,  invase  il 
Sanese,  per  cui  il  Papa  Giulio  II! 
guarnì  di  truppe  i  confini  del  suo 
stato  ;  ed  il  re  si  collegò  co'  prin- 
cipi di  Germania  contro  Carlo  V, 
indi  prese  Metz,  Verdun  e  Toul. 
Carlo  V  pacificatosi  coi  principi  di 
Germania,  e  con  la  regina  di  Un- 
gheria, obbligò  il  re  a  tornarsene 
in  Francia  ;  ma  assediando  Metz 
con  poderosissimo  esercito,  fu  re- 
spinto da  Francesco  duca  cU  Gui- 
sa, e  dal  fiore  della  nobiltà  fran- 
cese :  r  imperatore  si  vendicò  con 
la   totale  distruzione  di    Terouavie, 


i4  ,  FRA 

e  prese  Hesdin.  11  re  rovinò  1  Paesi 
Bassi,  e  disfece  gì'  imperiali  nella 
liattaglia  di  Rcnti,  seguita  da  con- 
venula  tregua  nel  i556.  Avendo 
Carlo  V  abdicato  all'  impero  in 
favore  del  fratello  Ferdinando  I, 
il  re  ruppe  la  tregua  venendovi 
sollecitato  dal  cardinal  Caraffa  ni- 
pote di  Paolo  IV.  Essendo  questi 
in  guerra  col  re  di  Spagna  Filip- 
po il,  figlio  di  Carlo  V,  spedi  in 
Francia  il  cardinal  Rucellai  affin- 
chè Enrico  11  lo  aiutasse.  Nella 
lusinga  del  conquisto  del  regno  di 
IVapoli  pel  suo  secondogenito,  spe- 
dì in  Italia  un  esercito  di  diecimila 
uomini  sotto  il  comando  del  duca  di 
Guisa,  ed  un  altro  in  Fiandra.  Questo 
fu  disfatto  da  Emmanuele  Filiberto 
duca  di  Savoia  li  io  agosto  ì55'j 
nella  famigerata  battaglia  di  s.  Quin- 
tino, per  difetto  del  contestabile  di 
Montmorency  che  comandava  i  fran- 
cesi. Questo  generale  fu  fatto  pri- 
gioniero, col  maresciallo  di  s.  An- 
drea, e  il  duca  di  Montpensier.  Il 
conte  d'Anguien  fratello  del  prin- 
cipe di  Condé  vi  fu  ucciso,  e  l'am- 
miraglio di  Coligny,  che  comanda- 
va in  s.  Quintino,  dovette  cedere 
la  città,  ove  fu  fatto  prigione.  Que- 
.sta  battaglia  avendo  atterrito  la 
Francia  fu  richiamato  il  duca  di 
Guisa,  quando  già  Paolo  IV  si  era 
pacificata  la  Spagna.  Prima  di  par- 
tire il  duca  da  Roma,  con  buone 
ragioni  fu  uno  di  quelli  che  illu- 
minarono il  zelante  Pontefice,  che 
i  suoi  nipoti  tradivano  la  santa  Se- 
de favorendone  i  nemici,  onde  nac- 
que la  magnanima  risoluzione  nel 
Papa  di  esiliarli.  Giunto  il  duca 
in  Fiancia,  prese  agi'  inglesi  Calais 
agli  8  gennaio  i558,  che  lo  pos- 
sedevano dal  iSgy,  e  serviva  loro 
di  comodo  ingresso  nel  regno:  in- 
di    s  impadronì     di     Guines    e    di 


FRA 
Thionvllle.  Il  duca  di  Nevers  Car- 
Jemont,  e  il  maresciallo  di  Teri- 
nes  presero  Dunkerque,  e  s.  Ynox, 
mentre  il  maresciallo  Brissac  si  sos- 
teneva in  Piemonte. 

Il  re  di  Francia  perde  il  frutto 
di  tanti  prosperi  avvenimenti  con 
la  pace  di  Chàteau-Cambresis  a'  3 
aprile  i55q  per  consiglio  di  Mont- 
morencj',  e  di  Diana  di  Poitiers , 
ad  onta  dell'  opposizione  del  consi- 
glio. Questa  pace  ebbe  il  nome  di 
maledetta  e  disgraziata.  Enrico  II 
perde  in  un  sol  trailo  di  penna  sì  gran 
conquista,  che  eguagliava  ad  una 
terza  parte  del  regno,  restituendo- 
la a  Filippo  II.  Restituì  pure  al 
duca  di  Savoia  il  Piemonte  e  la 
Savoia,  meno  quattro  città;  ai  ge- 
novesi r  isola  di  Corsica,  e  Siena 
al  duca  di  Firenze ,  dopo  tanto 
sangue  sparso,  e  tanti  tesori  spesi. 
Solo  gli  fu  reso  Ham,  Calelet,  e  s. 
Quintino,  obbligandosi  rendere  do- 
po otto  anni  agi'  inglesi  Calais.  Con 
tal  pace  si  conchiusero  i  matrimo- 
ni di  Elisabetta  figlia  del  re  con 
Filippo  11,  e  di  sua  sorella  Mar- 
gherita col  duca  di  Savoia.  In  mez- 
zo alle  feste  delle  nozze  Enrico  II 
perde  un  occhio  nella  giostra  ,  a- 
vendo  obbligato  il  capitano  delle 
guardie,  il  conte  Gabriele  Mont- 
gomery ,  a  rompere  nel  torneo 
una  lancia  contro  di  lui,  e  morì 
dalla  ferita  a'  io  luglio  i55c)  di 
quaranta  anni,  lasciando  i  tre  figli 
Francesco,  Carlo,  ed  Enrico,  che 
successivamente  regnarono.  Montò 
sul  trono  Francesco  II,  marito  di 
Maria  Stuarda  regina  di  Scozia, 
mentre  tre  potenti  fazioni  divide- 
vano la  corte,  cioè  i  Borboni,  i 
Guisa  zii  della  regina,  e  i  Mont- 
morency. Profittando  il  duca  di 
Loiena  Francesco  di  Guisa,  e  il 
cardinal    Lodovico    I    suo    fratello, 


FRA 

della   gin-viiiezza  del  re,  s'impadro- 
nirono del  governo,    il    che  suscitò 
contro  di  loro  i  principi    del    san- 
gue,   Antonio    di    Bourbon    re   di 
Navarra,  e  suo  fratello  Luigi  prin- 
cipe di   Condé,  i  quali    trassero  al 
loro  partito  i  calvinisti  del  regno  ; 
al  contrario  i   Guisa  v'  indussero  a 
sostenerli   i  cattolici.   Tale  fu  l'ori- 
gine dei  torbidi   e  delle  guerre  ci- 
bili che  desolarono    lungamente  la 
monarchia  nel    tratto    successivo,  e 
fu  quindi  sagrifìcafa  la  -vita  di  tanti 
illustri  francesi,  avendo  gli    eretici 
dei    capi     e    dei    protettori  di    un 
rango    così    distinto,    ed    essendo  i 
Guisa  alla  testa  del  governo.  I  par- 
tigiani del  principe  di  Condé    for- 
marono nel  i56o  la  congiura  d'Am- 
boise,  per  involare  il  re,    e    truci- 
dare i  Guisa;  però  fu    discoperta, 
puniti  severamente  molti  de'  com- 
plici, mentre  il  duca  di  Guisa  di- 
venne più  possente  sotto    il    titolo 
di    luogotenente    generale    del    re- 
gno. Indi  Francesco  li  pubblicò  in 
Romoranlin    un    editto    in    vigore 
del  quale  la  cognizione  del   delitto 
di  eresia    veniva  rimessa    ai  vesco- 
vi 5    ed    interdetta    ai    parlamenti  : 
proibì  ai  calvinisti  di  tener  assem- 
blee, e  portossi  ad  Orleans  per  a- 
dunarvi  gli  stali  generali.  Ivi  fu  ar- 
restato il  principe  di  Condé,  e  mal- 
grado   i    privilegi    de'  principi    del 
sangue  non  soggetti  che  alla  corte 
de'  pari  in  camere  riunite,   fu  dal 
consiglio    privato    coli' aggiunta   di 
alcuni  commissari    del    parlamento 
condannato  al  taglio  della  testa  co- 
me complice  della  cospirazione    di 
Amboise  ;  sentenza  che  non    fu  e- 
seguita  per  la  morte  del   re  avve- 
nuta li  5  dicembre    i56o:  fu  sot- 
to questo  regno  che    i    protestanti 
o  calvinisti    furono    chiamati    ugo- 
notti. Carlo  IX  suo  fratello,   e  se- 


FRA  i5 

rondogenito  di  Enrico  II,  e  di  Ca- 
terina de'  Medici  gli  successe  in 
età  di  anni  dieci,  e  fu  consagrato 
in  Reims  a'  ì5  maggio  i56i.  La 
regina  sua  madre  ebbe  l' ammini- 
strazione del  regno,  di  cui  fu  di- 
chiarato tenente  generale  Antonio 
di  Borbone  re  di  Navarra  :  il  prin- 
cipe fu  tosto  messo  in  libertà,  e  si 
formò  una  specie  di  triumvirato 
tia  i  duchi  di  Guisa,  il  contesta- 
bile di  Montmorency,  e  il  mare- 
sciallo di  s.  Andrea.  Così  il  regno 
fu  diviso  in  due  parliti,  cioè  dei 
Borboni  e  dei  Guisa,  onde  ne  pro- 
vennero le  guerre  civili,  gli  omi- 
cidii  e  gli  orrori  che  segnalarono 
il  governo  di  Carlo  IX. 

La  regina  fece  tenere  un'assem- 
blea   di    magnati    a    s.    Germano , 
venne  promulgato  un  editto  di  tol- 
leranza   a  favore    de' pretesi    rifor- 
mati, ed  ebbe  luogo  il  colloquio  dì 
Poissy    nel  i56i    per   pacificare    le 
dispute     religiose  ;     ma    gli    animi 
vieppiù  s'inasprirono.  Il  re  di  Na- 
varra si    unì    ai    triumviri ,    il  che 
indusse  la  regina  per  controbbilan- 
ciare    questo    partito   ad  accordare 
nel  i562    ai    calvinisti    il  pubblico 
esercizio  della    loro  religione  fuori 
della  città,  gettandosi  così  nelle  brac- 
cia de'  loro  capi  il  principe  di  Condé 
e  l'ammiraglio  di  Coligny.  Passan- 
do il  duca  di  Guisa  per  Vassy,  fu 
colpito  con  una    pietra   dagli   ugo- 
notti, onde  le  sue  genti  ne  taglia- 
rono in  pezzi  un  gran  numero ,  e 
fu  come  il  segno  delle  guerre  civili 
tra  i  cattolici    e  i  pretesi   riforma- 
mali  :  il  duca  fu  ricevuto  nella  ca- 
pitale con  trasporti  di  gioia  ,  per- 
chè   riguardavasi    non    solo    come 
un  eroe ,  ma  come  il  sostegno  dei 
cattolici,  e  il  protettore  della  vera 
Chiesa.  Allora  Condé  sorprese  Or- 
leans, ed  a  sua  imitazione  i  calvi- 


II'.  FRA 

nisli    o    ugonotti    s' impadronirono 
«li    Rnnen ,    e  di    varie  altre  città , 
«[iiiiidi  vinti  alla  battaglia  di  Dreiix 
dal  duca  di  Guisa  :  i  generali  delle 
due  armate  ,    il  principe  di  Condé 
od   il  contestabile  furono  fatti  pri- 
gionieri. Piouen  fu  ripreso  nel  i562, 
ma  costò  la  vita  ad  Antonio  re  di 
Navarra.  Nel  febbraio  i563  il  du- 
ca di   Guisa  fu  assassinato  da   Pol- 
trot  all'assedio  di  Orleans,  e  la  re- 
gina accordò  la  pace  agli   ugonotti 
a'  i8    marzo.    Intanto    il   Pontefice 
Pio  IV  si  adoperava  al  compimen- 
to del  concilio  di  Trento  incomin- 
ciato sotto  Paolo  III,  principalmen- 
te per    infrenare  l'eresie;    però   la 
bolla    di    Pio  IV    emanata    per    la 
continuazione  del  concilio  aveva  in- 
contrato qiialcbe    difìlcoltà ,  perchè 
non  avea  in  essa  nominato  il  re  di 
Francia  col    titolo    di    primogenito 
della    Chiesa.   Quindi     celebrandosi 
con  lentezza  le  ultime  sessioni  per 
la  precedenza  che  pretendeva  l'am- 
basciatore di    Spagna    su  quelli  di 
Francia,  che  sostennero  coraggiosa- 
mente   la    preeminenza    della    loro 
corte  ,  in   favore  della  quale  decise 
Pio  IV,  per  quelle  ragioni  che  no- 
tammo altrove.  Finalmente  nel  1 563 
si  compì  la  celebrazione  del  sagro- 
santo  concilio  di  Trento,  che  mol- 
ti stati  e  principi    accettarono  sen- 
za limitazione:   non  trovò  per  altro 
in  Francia  la   stessa  accoglienza    in 
tutto  ciò  che  sapientemente  vi  era 
stato    decretato    sulla    fede,  e  sulla 
dottrina  e  discipline    ecclesiastiche , 
siccome  punti  contrastati  dagli  ere- 
tici ;  laonde  non  tu  ammesso  asso- 
lutamente in  molte  cose  di  riforma 
e  di  polizia  ,  che  si  credevano  con- 
trarie   alle    prerogative    del  regno. 
Prima   del    concilio  le  riunioni   dei 
vescovi   dello  stesso  secolo  XVI  eb- 
bero per    iscopo    di    proscrivere   le 


FRA 
false  dottrine  di  Lutero,  di  Calvi- 
no e  degli  altri  loro  fanatici  segua- 
ci. Nelle  riunioni  posteriori  al  con- 
cilio di  Trento  i  vescovi  francesi  si 
occuparono  di  fare  ricevere  i  de- 
creti sagrosanti  del  medesimo,  e  di 
procurarne  l'utile,  esecuzione,  tanto 
sul  dogma,  quanto  sulla  disciplina. 
Carlo  IX  prese  agl'inglesi  Ilavre- 
de-Grace,  tenne  il  suo  letto  di  giu- 
stìzia, e  fu  dichiarato  maggiore  al- 
l'età  di  tredici  anni,  indi  conchiu- 
se la  pace  cogl' inglesi,  visitò  le  pro- 
vincie  del  reame,  e  nel  i566  ten- 
ne r  assemblea  degli  stati  a  Mou- 
lins  ;  ma  avendo  gli  ugonotti  ten- 
tato sorprenderlo  quando  da  Meaux 
si  portava  a  Parigi',  la  guerra  ci- 
vile ricominciò. 

Il  Pontefice  s.  Pio  V  a  mediazio- 
ne di  Carlo  IX,  ottenne  dalla  Por- 
ta ottomana  la  libertà  ai  principi 
Giustiniani  che  avea  fatti  schiavi 
neir  isola  di  Scio  ;  e  prendendo  a 
cuore  il  regno  di  Francia  lacerato 
dagli  ugonotti ,  vi  spedì  il  nunzio 
Michele  Turriani  vescovo  di  Ce- 
neda,  affine  di  esortare  il  re  e  la 
regina  madre  ad  essere  costanti  nel- 
la difesa  del  cattolicismo,  e  di  non 
pili  ammettere  ne'  loro  consigli  Odet- 
to diSciattilon,  già  deposto  dal  car- 
dinalato dal  suo  predecessore,  sicco- 
me apostata  ed  eretico.  Per  assicu- 
rare la  città  di  Avignone  e  il  con- 
tado Venaissino,  dominii  della  san- 
ta Sede ,  dalle  violenze  che  com- 
mettevano gli  eretici,  s.  Pio  V  spe- 
dì copiosi  soccorsi  al  governatore 
cardinal  Armagnac,  in  un  a  trup- 
pe e  munizioni.  Al  re  di  Francia 
poi  mandò  in  suo  aiuto  cento  cin- 
quanta mila  scudi,  quattro  mila 
cinquecento  cavalli  e  cinque  mila 
fanti,  de'  quali  fece  generale  il  con- 
te di  s.  Fiora  Sforza;  e  pregò  in 
pari    tempo    il  re  di    Spagna    e    i 


FRA 

piincipi     italiani     a  ■  somministrare 
ancli'essi  soccorsi.    Inoltre  s   Pio  V 
accordò  a   Carlo  IX  di  alienar  Jje- 
ni  ecclesiastici  per  la  somma  di  cin- 
quecento   settanta    mila    scudi.   Gli 
ugonotti  furono  disfatti  alla  batta- 
glia di    s,  Dionigi   a'   i  o  novembre 
1567  dal  contestabile,  che  poi  mo- 
ri per  le  ferite  riportate:   allora  si 
pose  alla  testa    delle  armale  Enri- 
co duca  d'Angiò  fratello  del  le,  e 
guadagnò  a'  i  ■^  marzo  i56c)  la  bat- 
taglia di  Jai'nac,  per  la  quale  il  re 
mandò    al    Papa    dodici    stendardi 
presi  agli  eretici;   ed  il  principe  di 
Condé    fu    ucciso  a    sangue    freddo 
da    Montesquieu    tre  giorni    dopo. 
A'  3  ottobre  il  medesimo  duca  ri- 
portò   la  sanguinosa    vittoria    nella 
pianura  di  Montcontour ,  per  ope- 
ra principalmente    di    Sforza  gene- 
rale   pgntificio,    il    quale    a  mezzo 
del  fratello  Paolo,   mandò  a  s.  Pio 
V    ventisette    stendardi    presi    agli 
ugonotti,  che  li  collocò  nella  basi- 
lica lateranense  ;  indi  ebbe  luogo  la 
pace.   Intanto  Michele  Baio  dottore 
dell'  università  di  Lovanio  ,    sparse 
e  sostenne  ne'  suoi  scritti  molte  sen- 
tenze   circa    il    libero    arbitrio,    le 
opere  umane,  ed  il  merito,  le  qua- 
li  furono  di    scandalo    alle     scuole 
e  (l'inquietudine    alle  coscienze;    e 
furono  come  i  primi  semi  di  quel- 
la zizania    che  nel    seguente    secolo 
infettò  diversi   dei    puri   campi   del- 
la Chiesa,  principalmente  la  galli- 
cana,-coi  giansenisti    che   tanfo  af- 
flissero la   Francia  nell'ecclesiastico 
e  nel   politico.   Queste  false  dottri- 
ne furono   prontamente  condannate 
dalla   Sorbona  in  dieciotto   articoli, 
e  vi  risposero  i  balani  con  un'  apo- 
logia :  ma  vedendo  s.  Pio  V  che  la 
discordia  eccitava  maggior  incendio, 
con  la   bolla  Ex  omnibus  afflictio- 
nìbiia,  avocò  a  sé  la  causa,  soppres- 


FRA  17 

se  il  nome    dell'autore,  e  condan- 
nò settantanove  proposizioni. 

Dopo  la  pace    conchiusa    dal  re 
cogli    ugonotti ,    essendo  i  capi    di 
questi  sospetti   della  durata  ,  credè 
bene  Carlo  IX  di  proporre  il  ma- 
trimonio di  sua  sorella   Margherita 
con  Enrico  III    re    di    Navarra   fi- 
glio di  Antonio  di  Bourbon,   discen- 
dente di  Roberto  di  Francia  conte 
di  Clermout,  quinto  figlio  di  .s;  Lui- 
gi IX,  che  poi  divenne  re  di  Fran- 
cia col  nome  di  Enrico  IV  il  Gran- 
de.  Appena  fatta  la   cerimonia  del- 
le nozze  nel  i57 1,  l'ammiraglio  di 
Coligny    fu    ferito    da   un'archibu- 
giata  da  Maurevel;    indi   Carlo  IX 
a  consiglio    di  Caterina  de'  Medici 
e  di  molti  signori   della  corte,  de- 
cretò la  strage  degli  ugonotti.  L'or- 
dine fu  eseguito  con  tanta   crudel- 
tà in  Parigi,  e  in  quasi  tutto  il  re- 
gno, che  vi  restarono  uccise  piìi  di 
settanta    mila    persone ,    e  siccome 
r  uccisione  incominciò  a'  24  agosto 
la  notte    della  festa    di   s.  Bartolo- 
meo, fu  detta  la  strage  di  s.  Bar- 
tolomeo. Va  però    avvertito  che  il 
numero  de' settantamila  uccisi  è  di 
molto  esagerato.  Gravissimi  poi  fu- 
rono i  motivi    che  a  propria  dife- 
sa indussero  il  governo    del  re,  in 
quei  lagrimevoli    tempi,  a  ricorre- 
re a  questa  estrema  misura,  senza 
la  quale  forse    il    calvinismo,  e  la 
repubblica,  o  piuttosto  le  repubbli- 
che federative  in  cui  agognavano  i 
capi   ugonotti   frastagliare  la  Fran- 
cia, avrebbero  trionfalo  della  Chie- 
sa cattolica  e  dell'  unità  della  mo- 
narchia.   E  fu  per  s\  gravi   motivi 
che  in  s.  Luigi    de'  francesi  di  Ro- 
ma si  cantò  il   Te  Deum,  e  si  fe- 
cero altre  pubbliche  dimostrazioni, 
non  perchè  si  avesse  avuto  parte , 
o  si  gioisse    della    strage.    Il  re  di 
Navarra  ,    e  il  suo    cugino    Enrico 


voi.     XXVII. 


.^^ 


j8  fra 

principe  di  Condé  iiglio  del  defun- 
to ,  fecero  1'  abiura  de'  loro  errori 
per  salvare  la  vita  ;  abiura  che  il 
Papa  Gregorio  XIII  accolse  coi 
maggior  piacere.  Il  duca  di  Lore- 
na Enrico  di  Guisa,  eh'  era  stato 
incaricato  dal  re  di  essere  esecu- 
tore della  strage .  l' eseguì  con  vi- 
gore; e  il  parlamento  ordinò  che 
r  ucciso  ammiraglio  Coligny  ,  co- 
me primo  e  piìi  fanatico  capo  de- 
gli ugonotti,  fosse  impiccato  in  ef- 
figie sulla  forca  di  Montfaucon  :  ma 
questo  macello  non  fece  che  esa- 
ceibare  gli  animi. 

J  calvinisti  non  vollero  lasciar  ri- 
pigliare le  piazze  di  sicurezza,  ch'era- 
no stale  loro  accordate:  il  ducad'An- 
giò  fece  l'assedio  della  Rocella  dive- 
nuta la  capitale  del  protestantismo, 
protetta  da  Elisabetta  regina  d' In- 
ghilterra e  difesa  dal  La  Noce  ;  ma 
vi  perdette  quasi  tutta  la  sua  arma- 
ta nel  iSyS;  ed    avendo    inteso  il 
duca  di    essere    stato    eletto    re  di 
Polonia,  pertossi  a  prender  posses- 
so di  quella  corona.   Gregorio  XIII 
spedì  a    congratularsene    il   prelato 
Serafino  Olivieri,  uditore  di  rota,  ri- 
mettendo al  re  di  Francia  suo  fra- 
tello, il  donativo  dello  stocco  e  ber- 
reitone    benedetti  [Vedi),    per  ani- 
marlo   alla    difesa    della    religione. 
Morì  Carlo  IX  nel  castello  di  Vin- 
cennes    a'  3o    maggio  1574,  di  24 
anni ,   mentre  nella  corte  era  nata 
ima  nuova  fazione  chiamala  de'^o- 
liiici ,  ed    animala    dai    signori    di 
Montmorency ,    dal    maresciallo    di 
Bessé,  dal  signor  di  Biron  con  alla 
testa  il  duca  d'Alen$on  meditava  la 
riforma   del   governo,    e   l'espulsio- 
ne   degli    stranieri    fiorentini  dalla 
corte  della   regina,  ec,  accumunan- 
do  a   quelli    degli    ugonotti   i   pro- 
pri   inteiessi.    JVon    si  deve  tacere, 
che  nel  regno  di  CarloIX.pegli  stu- 


FKA 
di  d'  istoria  e  di  geografìa ,  fu 
dall'ammiraglio  di  Coligny  spedita 
una  colonia  di  francesi  in  America. 
Enrico  III  figlio  di  Enrico  lì  e  di 
Caterina  de'  Medici,  già  duca  d'An- 
giò  eletto  per  le  sue  brillanti  mi- 
litari azioni  re  di  Polonia,  tre  me- 
si dopo  la  sua  coronazione  in  Cra- 
covia ne  partì,  e  recatosi  in  Fran- 
cia fu  coronato  e  consagrato  in 
Reims  dal  cardinal  I-uigi  di  Guisa 
a'  i5  febbraio  iSjS.  Intanto  Gre- 
gorio XIII  commiserando  lo  stato 
della  Francia ,  indebolita  di  forze 
e  di  rendite,  che  appena  ascende- 
vano a  sette  milioni  di  franchi,  co- 
me narra  il  Mafiei,  Annali  di  Gre- 
gorio XIII,  lib.  Ili,  pag.  ii3,  gli 
mandò  prima  duecento  mila  scudi 
d'oro,  poi  altri  cento  mila,  indi  al- 
tri cinquanta  mila,  con  quattro  mi- 
la fanti.  Si  adoprò  pure  perchè  lo 
scettro  di  Polonia  restasse  nelle  ma- 
ni di  Enrico  III;  ma  desiderando  i 
polacchi  che  il  re  risiedesse  tra 
loro,  elessero  in  re  Stefano  Battori. 
Indi  il  Papa  cedendo  olle  preghie- 
re del  re  defunto,  della  regina  ma- 
dre, e  di  Enrico  IH,  con  due  bol- 
le applicò  alla  corona  sui  frutti  dei 
beni  ecclesiastici  un  milione  di  fran- 
chi o  lire  tornesi  ,  pari  a  scudi 
trecento  mila,  e  la  facoltà  di  alie- 
nare pel  valore  d' un  milione  di 
beni  del  clero. 

Enrico  III  nel  i  5" 5  guadagnò  la 
biitlaglia  di  Dormans  ,  e  nell'assem- 
blea di  Blois  determinò  la  rinnovazio- 
np  della  guerra  contro  gli  ugonotti 
nel  1576, ai  quali  si  unì  il  fratello  del 
re  duca  d'Alengon.  Trovandosi  En- 
rico III  in  estrema  penuria  di  de- 
naro spedì  a  R.oma  Pietro  Gondi 
vescovo  di  Parigi  ,  acciò  Gregorio 
XIII  gli  accordasse  l'alienazione  di 
tanti  beni  ecclesiaslici ,  pel  valore 
di  trecento  mila   franchi   d'entrata 


FRA 
Dispiacque  al  Papa  l' incliiesta,  nel 
riflesso  che  progredendo  così  il  cul- 
to divino  andava  ad  estinguersi  , 
dappoiché  nel  breve  periodo  di  quat- 
tordici anni,  la  corona  avea  ricavati 
dal  clero  più  di  ottanta  milioni  di 
tninchi:  tultavolla  l'indulgente  Pon- 
tefice annuì  all'alienazione  di  tanti 
beni  ,  pari  a  cinquanta  mila  scudi 
di  rendita.  A  questa  beneficenza  il 
re  corrispose ,  col  rivocare  le  ulti- 
me concessioni  fatte  agli  ugonotti  , 
mentre  la  peste  afflisse  la  Francia. 
Gregorio  XIII  e  i  suoi  due  ultimi 
predecessori  avevano  inutilmente 
tentato  1'  introduzione  in  Francia 
della  piena  osservanza  del  concilio 
di  Trento.  Opponevasi  sempre  l'o- 
pinione dei  soiboni  intorno  alla  po- 
destà del  romano  Pontefice  sopra 
il  concilio,  ed  intorno  all'Immaco- 
lata Concezione  della  Madre  di  Dio, 
che  dal  Tridentino  fu  lasciata  inde- 
cisa, mentre  l'università  della  Sor- 
bona la  sosteneva,  sino  ad  intima- 
re anatema  a  chi  ne  dubitava  o 
sosteneva  il  contrario.  Si  opponeva 
in  oltre,  che  dalle  costituzioni  dei 
Tridentino  si  derogava  all'autorità 
del  re  di  Francia,  a  molti  privile- 
gi di  sua  corte ,  alle  prerogative 
della  Chiesa  gallicana,  e  finalmente 
alla  tolleranza  de'  riformatori  dei 
dommi  religiosi.  Nel  iSyg  lo  stato 
ecclesiastico  di  questo  regno  essen- 
dosi adunato  in  Melun  per  delibe- 
rare su  alcune  gravezze,  che  il  re 
voleva  imporre  al  clero,  l'assemblea 
animata  dalle  esortazioni  di  Grego- 
rio XI II,  e  dall' islanze  del  suo  nun- 
zio, vivamente  supplicò  il  re  a  per- 
mettere la  ptdjblicazione  del  sagro 
concilio  di  Trento ,  in  cui  giusta- 
mente il  clero  riponeva  ogni  spe- 
ranza di  estinguere  l' evesia  e  di 
mandare  ad  effetto  una  stabile  ed 
efficace  riforma.   Malgrado  le  fortis- 


F  R  A  IO 

sime  ragioni  che  il  vescovo  di  Ba- 
zas  a  nome  dell'assemblea  espose 
coraggiosamente  al  re  con  robusto 
arringo,  non  si  ottenne  il  bramalo 
intento.  Non  cessando  Michele  Baio 
di  spargere  i  suoi  errori,  Gregorio 
XIII  a'29  gennaio  iSyg,  colla  bol- 
la Provisionis  nostrae ,  appresso  il 
Possevino  in  Àppar.  Sacr.  tom.  II, 
iu  Midi.  Bajo,  confermò  quella  del 
predecessore  emanata  contro  di  lui, 
e  condannò  i  suoi  errori  in  globo, 
per  cui  Baio  fece  una  simulala  a- 
biura,  mentre  sostenne  poscia  mol- 
te proposizioni  condannate ,  spar- 
gendo non  richiedersi  altro  dalla 
lolla  pontifìcia  che  un  rispettoso 
silenzio:  questo  riprovevole  rimedio 
fu  poi  in  simile  caso  abbracciato 
dai  giansenisti  di  Francia.  Nel  i58o, 
essendo  nunzio  in  Francia  monsi- 
gnor Dandini,  nacque  vertenza  tra 
la  corte  e  la  santa  Sede,  perchè 
nella  bolla  in  Coena  Domini,  proi- 
bendosi a'  principi  secolari  l' impor- 
re gravezze  sugli  ecclesiastici,  il  re 
suppose  che  si  volesse  dehaudarlo 
del  soccorso  che  voleva  domanda- 
re al  clero  con  due  decime  straor- 
dinarie. Gregorio  XIII  incaricò  i 
cardinali  di  Bourbon  e  Birago  a 
rettificare  ad  Enrico  III  l'avvenu- 
to, ed  a  rimproverarlo  di  quanto 
si  era  permesso  contro  il  nunzio, 
e  contro  altri.  Di  poi  operata  dal 
Papa  la  correzione  del  calendario 
romano,  nel  i582  la  ricevette  pure 
la  Francia. 

Nel  i58o  il  re  si  pacificò  cogli 
ugonotti  in  Nerac,  senza  buon  ef- 
fetto, a  cagione  delle  sregolatezze  e 
sciocche  spese  che  il  re  veniva  con- 
dotto a  fare  dai  suoi  favoriti.  I  dis- 
ordini si  accrebbero  colla  moite 
di  Francesco  duca  d'  Alengon,  fra- 
tello unico  del  re ,  avvenuta  nel 
i  584,  giacché  per  tal  mancanza,  il 


20  '         FRA 

ve  tli  ÌS'iivann  ch'era  il  capo  degli 
ugonotti,  diveniva  erede  presuntivo 
(Iclln  corona,  ed  i  cattolici  non  io 
volevano  per  sovrano.  Indi  nacque- 
ro tre  partiti  nello  stato,  e  fu  chia- 
mata la  guerra  dei  tre  Eiiridiì , 
cioè  quello  de'  confederali  condotti 
da  Enrico  duca  di  Guisa  ,  quello 
degli  ugonotti  diretto  da  Enrico  IH 
re  di  Navarra,  e  quello  del  re  di 
Francia  Enrico  III,  che  fu  detto  il 
partito  de'  politici  o  realisti ,  e  in 
questa  guisa  il  re  divenne  capo  di 
partito,  mentre  doveva  essere  il  pa- 
dre comune  di  tutti.  Il  partito  cat- 
tolico del  duca  di  Guisa  è  pur  co- 
nosciuto sotto  il  nome  della  lega  per 
porre  sul  trono  un  principe  cattolico 
a  danno  della  successione  di  Eni  ii:o 
III  di  Kavaira,  e  in  favore  del  di 
lui  zio  cardinal  Carlo  di  Bourbon, 
arcivescovo  di  Rouen,  come  primo 
principe  del  sangue,  dopo  il  nipo- 
te. Il  duca  di  Guisa  colse  questa 
occasione  per  dichiararsi  capo  del- 
la lega,  e  per  trattare  con  la  Spa- 
gna :  nel  fondo  del  cuore  egli  con- 
cepì fino  d' allora  la  speranza  di 
ascendere  al  trono,  non  volendosi 
un  re  calvinista  ugonotto,  quantun- 
que Cateiina  de'  Medici  non  sem- 
brasse appoggiare  i  progetti  in  fa- 
vore dei  Guisa  del  ramo  primoge- 
nito di  Lorena.  Questa  casa  era 
anco  potente  pel  matrimonio  fatto 
da  Enrico  Ili  con  Luigia  figlia  del 
conte  di  Vandemont,  e  peiciò  so- 
rella del  duca  Enrico  che  divenne 
cognato  del  re.  Certo  è  che  la  le- 
ga fu  solo  a  danno  del  calvinismo, 
e  dell'erede  naturale  di  Enrico  III, 
incompatibile  colla  lega  sostegno 
del  regno  cristianissimo  di  Francia. 
La  lega  fu  il  partito  buono  e  na- 
zionale, e  quello  solo  che  salvò  nel 
regno  la  Chiesa  cattolica ,  giacche 
dicono  alcuni  storici,  che  mai  Eu- 


l'RA 
lieo  IV  si  sarebbe  (lilto  cattolico,  sp 
non  avesse  incontr^ito  sì  energiclic 
opposizioni  nella  lega  dai  cittadini 
veramente  cattolici  organizzata,  e 
dai  Piipi  avvalorata  ed  incoraggilii  a 
bene  della  Francia  e  del  cattoli- 
cismo. 

Appena  Sisto  V  fìi  assunto  al 
pontilicato,  i  principi  della  lega  di 
Francia,  e  Filippo  li  re  di  Spagna, 
gran  fautore  di  essa,  lo  supplicaio- 
no  ad  infrenare  l'eresia  del  re  ili 
Navarra,  e  del  suo  cugino  principe 
di  Condé.  Il  Papa  per  [)rocedere  C(j1- 
la  massima  cautela  e  circospezione, 
dopo  aver  maturamente  esaminato 
il  processo  del  re  di  Navarra,  nel 
settembre  i585  con  la  bolla  y4h 
immensa,  presso  il  Goldasto,  toni. 
Ili  Monarch.,  pag.  124,  dichiarò 
ambedue  incorsi  nelle  censure  e 
pene  de'  sagri  canoni,  delle  costitu- 
zioni apostoliche,  delle  leggi  genera- 
li e  particolari,  in  viriti  delle  qua- 
li decretò  esser  eglino  privati  dei 
regni,  de' beni,  delle  dignità,  ed 
inabili  co' loro  eredi  alla  successio- 
ne della  corona  di  Francia  ;  quindi 
liberò  i  sudditi  dal  giuramento  di 
fedeltà,  comandando  a'  vescovi  dei 
due  regni  la  promulgazione  della 
bolla.  11  re  di  Francia  ciò  non 
permise,  onde  Sisto  V  se  ne  dolse 
con  lui  amaramente,  richiamò  il 
nunzio  Giacomo  Ragazzoni  per  non 
aver  agito  con  energia,  e  gli  sostituì 
Fabio  Mirto  Frangipane  arcivescovo 
di  Nazareth,  stato  già  nunzio  di  s. 
Pio  V  a  quella  corte.  Chiamò  poi 
il  marchese  di  Pesane  ambasciatore 
di  Francia  presso  la  saula  Sede, 
per  partecipargli  la  spedizione  che 
andava  a  fare  del  nuovo  nunzio,  e 
sentendo  che  non  sarebbe  stato  ri- 
cevuto come  suddito  del  re  di 
Spagna,  il  Papa  si  gravò,  non  vo- 
lendo   stare    all' arbitrio  altrui  sul- 


F  P.  A 
];i  scf-Ila  fle'nmi/i.  In  fatti  il  re 
noi  ricevette,  e  incaricando  l' amba- 
sciatole a  fare  le  sue  scuse,  Sisto 
V  gli  negò  r  udienza,  e  gli  fece  in- 
limare  che  stdjito  uscisse  in  vece 
•  la  Roma.  Queste  cliiFerenze  non 
fuiono  accomodate  sinché  il  re  non 
SI  pie;:;ò  e  ricevere  onorevohnente 
monsignor  Mirta,  ed  allora  il  Pa- 
pa richiamò  l'ambasciatore,  come 
racconta  a  lungo  il  p.  Tempesti, 
nella    Fìta  di  Sisto    V^   lib.   X. 

L'anno  1587  *^  formò  la  fazione 
del  consiglio  de' sedici,  che  avea 
niente  meno  per  iscopo,  di  privare 
il  re  della  corona  e  della  libertà. 
In  pari  tempo  il  re  di  Na varrà 
parlai  dal  Bearn  per  unirsi  ai  te- 
deschi ed  agli  svizzeri.  Anna  duca 
di  Gioiosa  volle  impedirgli  il  pas- 
saggio, e  fu  disfatto  a  Courtray,  sen- 
za che  il  re  profilasse  della  vittoria, 
ritornando  nel  Bearn  presso  la  con-' 
tessa  di  Grammontj  mentre  i  sud- 
delti  alleati  furono  battuti  dal  duca 
di  Guisa.  Enrico  III  quando  si  vide 
per>eguilalo  all'estremo  dai  sedici,  e 
dal  duca  di  Guisa,  a' 12  maggio  i588 
fece  entrare  nuove  truppe,  e  gli 
svizzeri  in  Parigi  per  impadronirsi 
de^  capistrada.  Il  popolo  subito  si 
armò,  barricò  e  Irincierò  con  muc- 
chi di  botti  le  vie,  discacciò  le  IrLip- 
pe,  e  tal  memoranda  giornata  fu 
delta  dcs  barricades.  Questa  rese 
il  duca  di  Guisa  padrone  della  ca- 
pitale, onde  il  re  assediato  nel  Lou- 
vre, fu  costretto  fuggire  a  Chartres, 
indi  a  Rouen,  ove  Caterina  de'Me- 
dici  sua  madie,  che  gli  fece  segna- 
re il  pregiudicievole  trattato  detto 
di  riunione,  col  quale  creò  il  duca 
di  Guisa  luogotenente  generale 
nìilitare  del  regno,  dichiarò  il  car- 
«linul  Carlo  di  Dourbun  il  seniore, 
primo  principe  del  sangue  in  pre- 
giudizio del  le  di   Navaira,  e  con- 


FRA  21 

\ucò  pel  settembre  gli  stati  generali 
a  Blois.  Trovatosi  per  tal  moda 
il  re  privato  d'ogni  potere,  perde 
di  fiducia  alla  madre,  e  die  luogo 
ad  un  temperamento  precipitoso  e 
tragico.  All'apertura  degli  stati  in 
Blois,  Enrico  III  pronunciò  un  gra- 
ve discorso,  e  dispose  per  modo  le 
cose,  che  il  duca  di  Guisa  Enrico, 
chiamato  a  palazzo  col  pretesto  che 
il  re  voleva  confessarsi  e  comunicar- 
si, nell'alzar  la  cortina  per  entrare  nel 
regio  gabinetto  fu  trafitto  dai  pu- 
gnali di  otto  sicari.  Indi  furono 
ivi  an-eslati  il  fratello  Lodovico  II 
cardinal  di  Guisa,  il  cardinal  Bour- 
bon, l'arcivescovo  di  Lione,  i  du- 
chi di  Nemours  e  d'  Elbeuf  col 
giovinetto  Carlo  principe  di  Joinvil- 
le,  figlio  del  trucidato.  Il  giorno 
seguente,  vigilia  del  santo  Natale, 
fu  condotto  il  cardinale  ove  il  du- 
ca era  slato  ucciso,  e  a  colpi  di 
alabarda  venne  spietatamente  morto, 
quindi  bruciale  le  ceneri  de'  due 
fratelli  furono  sparse  al  vento.  Giun- 
ta questa  nuova  infausta  in  Roma, 
Sisto  V  ne  restò  soprammodo  con- 
ti'istato,  e  con  gagliarda  allocuzio- 
ne a' 9  gennaio  iSSq  significò  il 
suo  dolore  a' cardinali  in  concisto- 
ro, donde  cacciò  il  cardinal  di  Gio- 
iosa perchè  voleva  scusare  il  re 
da  SI  atroce  misfatto.  Dipoi  a'  24 
maggio  fece  il  Papa  pubblicare  un 
monitorio,  in  cui  ordinava  al  re  di 
scarcerare  fra  dieci  giorni  il  cardi- 
nal di  Borbone  cogli  altri  arresta- 
li, e  dopo  sessanta  giorni  compari- 
re in  persona  o  per  procuriitoi'e 
avanti  alla  santa  Sede,  per  render 
conto  della  morte  del  cardinale,  e 
della  carcerazione  degli  altri  eccle- 
siastici, ciò  che  non  eseguendo  in- 
correrebbe  nella  scomunica. 

Dopo     il    primo     movimento     di 
terrore  prodotto  da    questa  tragica 


aa  FRA 

scena ,  la   lega    dei  confederali  pre- 
se   maggior    consistenza;     gli    stati 
si  sciolsero,  i  parigini  si  sostennero 
in    aperta    ribelliones    dichiarandosi 
dal  consiglio  dell'unione  il  duca  di 
Mayenne  luogotenente  generale  degli 
stati  della  corona   e  del  regno,  che 
era  fratello  dell'ucciso  ducadi  Guisa, 
mentre  Caterina  de'  Medici  d'anni  70 
morìa  Blois    a' 5  gennaio  i58g.  In 
tanta  sventura  si  radunarono  intorno 
ad  Enrico  III  i  principi  del  sangue, 
e  molli  signori  colle  loro  forze,  co- 
me il  cardinal  di  Lenoncour,  il  ma- 
resciallo di    Montmorency,  i    duchi 
d'Epernon   e    di    Nevers;  ed  il    re 
di  Navarra  esibì   lealmente  sé  stes- 
so   e  le  sue  truppe,    per  difendere 
il    re  dai   suoi    nemici,  che    furono 
grandemente  irritati.  Enrico  HI  ri- 
siedendo    in    Tours    vi    trasferì     il 
parlamento  di    Parigi  e  la  camera 
de' conti,     deliberando    di    portarsi 
all'assedio    della    capitale.   Il    re  di 
Navarra  e    gli    ugonotti    lo  libera- 
rono dal  duca  di   Mayenne,  che  di- 
venuto padrone  di  molte  piazze  inve- 
stiva Tours,  indi  con  lui  partirono,  e 
con  cinquantamila  uomini  per  l'asse- 
dio di  Parigi.  Enrico  III  prese  alloggio 
a  s.  Cloud,  ove  giunse  il  dì  primo  d'a- 
gosto; quindi  un  sicario  in  abito  di 
religioso  domenicano,  chiamato  Iaco- 
po   Clemente,    che    fingendo  dover 
parlar  solo  col  re  per  affari  pressanti, 
mentre  il  re  incominciava   a  les^e- 
re   le  carte  di  cui  si   fingeva  porta- 
tore, gl'immerse  un    lungo  pugna- 
le   nella  regione    umbilicare.   Il    re 
ebbe    tanto  di    forza  di    estrarre  il 
lèrro  dalla  ferita,  e  conficcarlo   in- 
fino al  manico  nella  fronte  del  tra- 
ditore, che  gli    accorsi    servi  fecero 
a  pezzi.  Enrico  III  morì  nel  dì  se- 
guente   da    buon    cattolico,  d'anni 
38,  terminando  in  lui  la  stirpe  dei 
Valois    che    avea  incominciato    con 


FRA 

Filippo  VI  a  regnare  nel  iSaS, 
non  rimanendovi  che  Carlo  duca 
d'  Angouleme  figlio  naturale  di 
Carlo  IX.  Madama  di  Montpensier 
sorella  dell'ucciso  duca  di  Guisa, 
ebbe  gran  parte  in  questa  uccisione. 
Enrico  III  nominò  per  successole 
Enrico  III  Bourbon  re  di  Navar- 
ra, che  prese  il  nome  di  Enrico 
IV,  ed  incominciò  la  dinastia  della 
regnante  casa  di  Borbone  sui  tro- 
ni di  Francia,  di  Spagna,  delle 
due  Sicilie,  e  dell'infante  duca  di 
Lucca ,  sul  trono  di  quel  duca- 
to ,  che  poi  sarà  reintegrato  nei 
ducati  di  Parma  e  Piacenza.  Il  re 
Enrico  IH  fu  il  più  inabile  dei 
tredici  re  di  sua  stirpe:  sotto  di  lui 
e  nel  i588  il  duca  di  Savoia  s'im- 
padronì del  marchesato  di  Saluzzo, 
ed  un  ingegnere  di  Venlo  inventò 
le  bombe. 

Sisto   V   avendo  saputo  la   morte 
di   Enrico   HI   ne  formò  argomento 
di   grave  allocuzione    in    concistoro, 
nella  quale  tra  le  altre   cose  disse, 
che    sebbene  fosse   solita    la    santa 
Sede    di  celebrare    pei  re    cattolici 
le  solenni    esequie,   essendo    Enrico 
IH,  per  quanto  era  Itcito  alla  Chie- 
sa giudicare  dall'esterno,  morto  im- 
penitente   (ovvero    allacciato    dalle 
censure)  per  non  aver  ubbidito  al 
monitorio  (alcuni  scrissero  non  aver- 
ne   egli    avuto    notizia),    così    non 
era  lecito  il  celebrargliele;   non  do- 
vendo ciò    apportale  pregiudizio  al 
regno,  poiché  la  santa   Sede   nega- 
va   r  esequie,    non    ad     un    re     di 
Francia,  ma    solamente  ad    Enrico 
di    Valois.   Qui    va    avvertito,    che 
avendo  poscia  1'  abbate  d'  Ossat  per- 
suaso Clemente  Vili  del  pentimen» 
lo    e  penitenza    del  re,    da  questo 
Papa   gli   furono  decretate   le   solen- 
ni   esequie,    come   narra    il    ^'ovaes 
nelle  f  ite  de  romani  Ponlf-fici,  Una. 


FRA 

Vili,  pag.  220.  Enrico  IV  era  sfa- 
to nella  prima  età  allevato  nella 
corte  di  Francia  cattolicamente , 
ma  Giovanna  d'Albret  sua  madre 
avendo  abbracciato  il  calvinismo, 
in  questo  lo  fece  istruire,  e  ne  di- 
venne uno  de'  primi  sostegni.  Dopo 
i  suoi  sponsali  con  Maiglierita  di 
Valois,  per  salvar  la  vita  abiurò 
l'errore,  indi  rientrò  nella  religio- 
ne pretesa  riformata,  e  passò  la 
•vita  tra  i  combattimenti,  le  paci, 
e  le  rotture  colla  corte  di  Francia, 
sulla  quale  riportò  alcune  vittorie. 
Finalmente  per  opporsi  alla  lega 
si  riconciliò  con  Enrico  HI,  alla 
cui  morie  la  più  gran  parte  dei 
signori  tanto  ugonotti  quanto  cat- 
tolici, che  si  ritrovavano  allora  al- 
la corte,  il  riconobbero  per  re  di 
Francia.  La  sua  armata  essendosi  in- 
deb(jlita  col  ritirarsi  delle  altre,  fu 
costretta  levar  l'assedio  da  Parigi,  e 
passò  in  Normandia.  Frattanto  wSi- 
sto  V,  a' 2  I  settembre  del  medesi- 
mo anno  iSSg,  spedi  cinquanta- 
cinque brevi  a  tutti  i  principi  del 
regno,  venticinque  ai  primari  no- 
bili, quindici  a  diversi  titolati,  die- 
ci agli  abbati,  cinquantacinque  a 
persone  private,  sessantatre  ai  pri- 
mati di  tutte  le  città,  alla  regina 
vedova  Luigia  di  Vandemont  del- 
la casa  di  Lorena,  e  a  molti  du- 
chi, signori,  e  presidenti  del  par- 
lamento, raccomandando  la  pace, 
e  la  scella  di  un  re  cattolico.  In- 
tanto i  principi  del  sangue  delibe- 
rarono di  giurare  ubbidienza  ad 
Enrico  ly,  qualora  egli  promettesse 
prima  sinceramente  di  conservare 
nel  regno  la  cattolica  religione,  co- 
me in  fatti  giurò  solennemente,  on- 
de fu  da  essi  acclamato  re  a'  4 
agosto,  ed  elessero  il  duca  di  Luxem- 
bmgo  per  darne  parte  al  Papa  come 
ambasciatole   straordinario,  ed  otle- 


FRA  23 

nerne  la  conferma.  iVello  stesso  tempo 
i  principi  della  lega  acclamarono 
re  il  vecchio  cardinal  Carlo  di 
Bourbon  zio  d'Enrico  IV  a' 2  i  no- 
vembre 1589,  col  nome  di  Carlo 
X,  indi  spedirono  a  Sisto  V  il  com- 
mendator  di  Malta  fra  Giacomo  di 
Diu ,  per  averne  la  conferma,  ed 
impedire  il  ricevimento  di  Luxem- 
burgo,  come  il  riconoscimento  di 
Enrico  IV,  già  dichiarato  dal  Pon- 
tefice incapace  di  succedere  alla 
corona. 

In  mezzo  a  si  opposte  richieste 
della  Francia,  Sisto  V  dopo  aver 
implorato  con  un  giubileo  il  divino 
aiuto,  deliberò  di  portarsi  da  neu- 
trale. Destinò  legato  nel  regno  il 
cardinal  Gaetani  con  assegnamento 
di  cento  mila  ducati,  e  dando  alla 
lega  il  soccorso  di  trecento  mila 
ducati,  oltre  venticinque  mila  scu- 
di al  mese  per  la  prosecuzione  del- 
la guerra.  Per  questa  i  collegati 
avevano  quasi  otto  milioni  di  scu- 
di, non  comprese  le  confische  fatte 
ai  realisti,  laddove  Enrico  IV  ap- 
jiena  aveva  due  milioni  di  scudi 
di  rendite,  compreso  il  principato 
di  Bearn,  ed  altri  propri  dominii. 
Frattanto  Enrico  IV  disfece  con 
poche  forze,  quelle  più  numerose 
che  gli  oppose  il  duca  di  Mayenne 
nella  battaglia  d'Arques  a' 22  set- 
tembre 1589,  e  in  quella  d'ivrì  li 
i4  marzo  i5go  ;  indi  fece  arrestare 
lo  zio  cardinal  di  Bourbon,  che  i 
suoi  chiamavano  Carlo  X,  e  lo 
fece  porre  nella  prigione  di  Fon- 
tenay  -  le  -  Compie,  ove  mori  a' 9 
maggio  1590  d'anni  67.  Il  Papa 
non  volle  fargli  le  solenni  esequie, 
perchè  non  era  stato  coronato, 
né  unto,  come  era  in  viso  co' mo- 
narchi francesi.  Con  grande  ap- 
plauso sino  dai  20  gennaio  1090 
era    entrato    il    cardinal    legato    in 


?4  FRA 

Parigi,  colla  segreta  istruzione  di 
conoscere  quale  dei  due  partiti  era 
il  più  giusto.  A'  ^6  dello  stesso 
mese  giunse  in  Roma  l'ambascia- 
tore de'principi  del  sangue,  che  fu 
benignamente  accolto  da  Sisto  V. 
L'ambasciatore  di  Spagna  Olivares 
protestò  su  tal  ricevimento,  e  si 
permise  altre  domande ,  che  gli 
mcritaiono  il  licenziamento  dall'u- 
dienza del  Papa.  Giunta  in  R.oma 
la  notizia  della  vittoria  riportata 
ad  Ivri  da  Enrico  IV,  che  poi  con 
poema  descrisse  de  Salaste,  l' am- 
basciatore della  lega  domandò  nuo- 
va udienza  a  Sisto  V,  e  gli  presen- 
tò le  suppliche  de' collegati,  che 
imploravano  aiuto.  Ma  il  Papa 
ch'erasi  bene  istruito  del  vero  sta- 
to delle  cose,  si  limitò  a  rispon- 
dergli, che  finché  la  lega  operava 
per  sola  causa  di  religione ,  erasi 
prestato  in  aiutarla,  ma  essendovi- 
si  poscia  frammischiata  l'ambizione, 
le  mire  particolari,  e  falsi  pretesti, 
era  inutile  lo  sperar  da  lui  prote- 
zione. Enrico  IV  si  portò  due  vol- 
te ad  assediare  Parigi ,  e  il  duca 
di  Parma  Alessandro  Farnese,  ge- 
neralissimo della  lega,  il  costrinse 
a  ritirarsi ,  ma  la  guerra  continuò 
cori  diversi  successi  in  tutto  il  l'e- 
gno.  Divenuto  Pontefice  Gregorio 
XIV,  pel  sommo  zelo  che  nutriva 
per  la  cattolica  fede,  spedì  in  Fran- 
cia in  sostegno  della  lega  contro 
gli  ugonotti  ed  Enrico  IV  un  eser- 
cito di  sei  mila  svizzeri,  due  mila 
fanti,  e  mille  cavalli,  comandati 
dal  proprio  nipote  Ercole  Slbn- 
drati  ch'egli  avea  fatto  generale  di 
s.  Chiesa  :  per  la  stessa  lega  fece 
dare  dalla  camera  apostolica  piii 
di  mezzo  milione  di  scudi  d'  oro, 
oltre  quaranta  mila  scudi  del  suo 
particolare  peculio. 

rScl    l^gi     Gregorio  XIV    spedì 


FRA 
in     Francia     per     iiunzi(j    Marsilio 
Landriani,  con   due  monitorii,   mio 
a' ministri   della   Chiesa  che    seguis- 
sero le  parli    di    Enrico  IV,    acciò 
lo    abbandonassero    entro    quindici 
giorni  sotto  pena  di   scomunica,  ciò 
che  altresì   dovevano  fare  per  l'al- 
tro    monitorio     i    grandi    ed    filtri 
primari     del     regno  ,     dichiarando 
co'  medesimi   monitorii  escluso  dal- 
la   corona     di     Francia  ,     e     dalla 
comunione     de'  fedeli     Enrico    IV. 
Quale     attentato     commettessero    i 
parlamenti    eretici    contro  i    monir 
torli  pontificii,   veggasi  nel  Bernini, 
Storia    dell'  eresie    tom.    IV,    pag. 
5^9 ,    il   quale    rimprovera    Natale 
Alessandro,  che   n&W  Histor.    Etcì, 
selce.  A7^,    cap.   I,    art.   23,    avea 
tacciato    il   Papa    d'imprudente    ed 
ingiusto,  pei  due  monitorii,  siccome 
pai'ziale   della    Spagna  ,    di   cui   era 
nato   suddito,   osservando   che   colle 
censure  e  minaccie  alienavasi  l'anir 
mo  del   re,    d'altronde    pieghevole 
se  si    fosse    usata    moderazione.    11 
successore    Innocenzo  IX    visse    due 
mesi,  e  come    bramoso  di  sostene- 
re  la  lega,  avea  promesso   agli   al- 
leati cinquanta   mila   scudi   al  mese. 
Intanto   nel    medesimo    anno  l'^Qi 
riuscì  al  duca  Carlo  di  Lorena,  fi- 
glio e  testimonio  del  trucidato  du- 
ca Enrico  di  Guisa,  di  fuggire  dal 
castello  di  Tours  ov'era  stato  rile- 
gato.   Si   portò    in    Parigi   e    vi   fu 
ricevuto    con    grandi    acclamazioni 
di    gioia    dai  capi    della    lega,  che 
l'avrebbero  eletto  re,  se  di   ciò  non 
fosse  stato    geloso    il    duca  di  Ma- 
yenne  suo  zio.  Vedendo  questi  che 
gli    spagnuoli    e   i  confederati    non 
volevano    dichiararlo    re,    anzi    gli 
anteponevano  il  nipote,  irritato  da 
tal  preferenza  impegnò  gli   slati  nel 
1593   a  consentire  ad   un  congres- 
so   tra'  cattolici    in    Surcne    per  loi 


F  11  A 
pacificazione.     Nel   |»iecetleiile  anno 
ili  assunto  al  ponlilicalo   Clemente 
Vili,  che  dopo  aver  pianta  la  mor- 
ie di   Alessandro    Farnese    condot- 
tiere  dell'  armata  della  lega,  e  ce- 
lebrati magnifici  funerali,  scrisse  ai 
cardinal  Filippo  Lega,  che  essendo 
nunzio    a  Parigi    Innocenzo  IX    lo 
aveva    creato    cardinale  e  legato  a 
lalere,  acciò  efficacemente  procuras- 
se d'impedire  che  Enrico  IV  sicco- 
me eretico  salisse  sui  trono  di  Fran- 
cia, per  ivi  non  esporre  la  kòe^  al- 
l' estrema  rovina.   Ma  il  re  veden- 
do clie  non  gli   sarebbe  mai  riusci- 
to cingersi   pacificamente  la  corona 
di   Francia    se  persisteva    negli  e,y- 
roi'i  de'  calvinisti-ugonotti ,  doman- 
dò a  questi  se  poteva  salvarsi  l'a- 
nima nella  religione  romana,  e  ve- 
nendogli  risposto  afFermativainente, 
soggL.nse  Enrico  IV  :  sarà  dunque 
meglio    eli  io   vada    in  cielo    re  di 
Francia,  che  sol/anta  re  di  Navar- 
ra.   Cominciò  pertanto  ad  istruirsi 
nei   domini  cattolici   da  du  Perron, 
stato  anch'esso  calvinista  e  poi  car- 
dinale,  ed  ai  25   luglio  j5g3  abiu- 
rò gli   errori    degli  ugonotti ,  pub- 
blicamente   nella    chiesa  di   s.  Dio- 
nigio  nelle  mani  dell'arcivescovo  di 
Boiirges  Renato  di  Baune,  che  do- 
po la  professione  di  fede,  lo  assol- 
vette dalle    censure    incorse ,  ed  a- 
hcollò    la    sua    segreta    confessione. 
Questa  abiura  fu  seguita  da  una 
tregua  di  tre  mesi  coi  confederati, 
e  diede  l'ultimo  colpo  alla  lega,  e 
venne  il  re  consagrato  a  Chartres  li 
17  febbraio  1594.  Le  città  si  sotto- 
posero   ad    Enrico   IV,  al   quale  il 
conte  di  Brissac  ed  altri  fecero  sen- 
za   opposizione    aprire    le    porte   di 
Parigi  a' 22   marzo.   Due  esecrandi 
fanatici    attentarono    alla    vita    del 
principe,   il   primo  Pietro  Barriere 
fici  lOcjj,  il  secondo  Giovanni  Chu- 


FRA  1% 

tei  nel  i594:  quest'ultimo  con  un 
colpo  di  coltello  feri  il  labbro  in-, 
feriore  del  re  e  gli  spezzò  un  den- 
te. Siccome  i  due  malvagi  erano 
slati  scolari  dei  gesuiti ,  chq  sotto 
Carlo  IX  erano  stati  stabiliti  in 
Francia,  i  loro  nemici  ne  profitta- 
rono con  accusarli  di  complicità , 
onde  il  parlamento  di  Parigi,  e  gli 
altri  del  regno  inlimarono  ai  gesui- 
ti di  uscire  prontamente  dal  rea- 
me. L'  assoluzione  data  ad  Enrico 
IV  fu  dichiarata  nulla  da  Clemen- 
te Vili,  perchè  non  autorizzato 
l' arcivescovo  dalla  santa  Sede ,  il 
perchè  quel  principe  pregò  il  Papa 
ad  assolverlo,  ciocché  veniva  ritar- 
dato per  meglio  assicurarsi  di  sua 
conversione,  e  per  gli  sforzi  che  fa- 
cevano la  Spagna  e  la  lega.  Il  pre- 
lato Olivieri,  che  Gregorio  XIII  a- 
vea  spedito  come  dicemmo  in  Fran- 
cia, mosse  il  Pontefice  a  concedere 
r  assoluzione,  e  la  diede  solenne- 
mente nel  portico  vaticano  a'  17 
settembre  iSgS  coli' autorità  della 
bolla  Divinae  gratiae ,  presso  il 
Bull.  Roni.  tom.  V,  par.  II,  p.  127, 
con  quel  cerimoniale  e  circostan- 
ze, che  narrammo  nel  volume  III, 
pag.  80  del  Dizionario,  mentre  al 
volume  XII,  pag.  28  si  disse  del- 
l'abbazia di  Clairac  donala  al  ca- 
pitolo lateranense  da  Eurico  IV,  e 
della  sua  statua  in  bronzo  eretta- 
gli dal  capitolo  stesso  per  gratitu- 
dine, nel  portico  della  loro  basili- 
ca. Dopo  Enrico  IV  i  re  di  Fran- 
cia ebbero  il  titolo  di  canonico  , 
ed  anche  di  protocanonico  della 
patriarcale  basilica  lateranense.  Al- 
trove pure  si  notò ,  come  Enri- 
co IV  in  vece  di  caro  amico , 
trattò  i  cardinali  col  titolo  di  mio 
cugino.  A  memoria  di  questo  av-' 
venimenlo  Clemente  Vili  fece  eri- 
gete sulla  piazza  di  s.  Maria  Mag» 


26  FR  A 

giure  una  colonna  con  analoga  iscri- 
zione, cui  Benedetto  Xl\  sostituì 
quella  che  si  vede.  Narra  Ridolfi- 
rio  Venuti,  Roma  moderna  tom.  J, 
p.  iir,  che  sotto  Clemente  Vili 
avanti  la  chiesa  di  s.  Antonio  ag- 
liate fu  eretta  una  colonna  di  gra- 
nito, con  ciborio  e  Crocefisso  di 
metallo,  sostenuto  da  quattro  colon- 
ne, per  celebrare  questa  assoluzio- 
ne coli'  iscrizione  che  riporta.  Cle- 
mente IX  fece  togliere  il  monu- 
mento, ed  in  vece  vi  fu  posta  una 
pietra  con  una  fiammella  in  mez- 
zo che  vi  durò  sino  al  I744>  ^'" 
lorchè  si  trovò  il  tutto  infranto. 
Allora  Benedetto  XIV  fece  ristabi- 
lire il  monumento  nella  forma  che 
sussiste,  avendovi  fatto  rimettere  la 
croce  com'era  piima  col  Crocefis- 
so e  la  Be.ita  Vergine,  nel  piedistal- 
lo l'arme  di  Clemente  Vili,  la  pro- 
pria, quella  del  re  di  Francia,  e 
del  real  delfino,  con  l'iscrizione  che 
pure  riporta  il   Venuti. 

La  lega  cadde  onninamente,  ne 
pili  si  nominò  :  il  duca  Carlo  di 
Lorena  si  assoggettò  ad  Enrico  IV 
che  gli  die  il  governo  della  Pro- 
venza ;  e  il  duca  di  Mayenne  si 
pacificò  col  re  che  si  vide  tran- 
quillo sul  trono,  riunendo  il  Bearn, 
la  contea  di  Foix  e  la  Na varrà 
francese  alla  corona  di  Fiancia , 
nominandosi  egli  e  i  suoi  succes- 
sori inclusive  a  Carlo  X  del  1824, 
re  di  Francia  e  di  Navarra.  Con- 
siderando poi  Clemente  Vili  che 
Enrico  IV  non  aveva  successione 
da  Margherita  di  Valois  sorella 
degli  ultimi  tre  re  di  Francia,  con 
la  quale  per  timore  erasi  sposato, 
esaminato  matuiamente  si  delicato 
affare,  cedette  alle  istanze  del  re, 
e  gli  concesse  il  divorzio,  e  di  spo- 
sare invece  Maria  de'  Medici  figlia 
del   granduca  di  Toscana  Ferdinan- 


F  11  A 
do  I.  Indi  Enrico  IV  dichiarò  la 
guerra  alla  Spagna  j  ricuperò  A- 
miens,  e  si  pacificò  a  Vervins  nel 
i5g8,  in  un  al  duca  di  Mercoeur, 
che  gli  sottomise  la  Bretagna.  La 
tranquillità  non  fu  più  turbata  nel 
regno,  meno  una  spedizione  contro 
la  Savoia  nel  1 600,  che  riuscì  glo- 
riosa alla  Fiiuicia.  Enrico  IV  d'al- 
lora in  poi  occnp;ito  in  far  fiorire 
il  regno,  non  pensò  che  a  renderlo 
felice  ed  a  governarlo  da  padre, 
onde  alla  desolazione  successe  il 
primiero  splendore.  Nel  1598  ave- 
va Enrico  IV  accordato  a'  suoi 
sudditi  la  libertà  di  coscienza,  me- 
diante l'editto  di  Nantes,  che  fece 
registrare  nei  parlamenti.  Da  ciò 
prese  occasione  Clemente  Vili  di 
pubblicare  a'  20  agosto  1 099  la 
bolla  Dii'es  in  misericordia  sua 
Deus,  che  si  legge  nel  tom.  V,  par. 
11,  pag.  2  55  del  Bull.  Roin.,  con 
la  quale  esortò  tutti  i  vescovi  del 
regno  a  procurare  con  ogni  mag- 
gior studio  e  zelo  1'  accrescimento 
della  fede  cattolica,  l'osservanza  del- 
la disciplina  ecclesiastica,  e  l'estir- 
pazione de'  vizi  ,  in  cjiielle  città 
principalmente  nelle  quali  erasi  re- 
stituito il  pubblico  esercizio  della 
cattolica  religione.  Indi  nel  1601 
Cletnente  Vili  spedì  in  Francia 
Maffeo  Barberini,  poi  Libano  Vili, 
colle  Fascie  benedette  [Vedi),  pel 
delfino  nato  da  Maria  de'  Medi- 
ci, il  quale  divenne  re  col  nome 
di  Luigi  Xlll:  cos\  questo  Papa 
fu  il  primo  ad  introdurre  questo 
sagro  donativo  ai  successori  della 
corona,  il  di  cui  catalogo  si  riporta 
al  citato  articolo.  Non  essendo  Cle- 
mente Vili  inferiore  a'  suoi  pre- 
decessori nella  stima  e  benevolenza 
verso  la  benemerita  compagnia  di 
Gesù,  fece  vive  premure  al  re  per- 
chè  fosse   reintegrata   nelle    antiche 


case  del  regno.  Enrico  IV  accer- 
tatosi dellinnocenza  de'gesuiti,  mal- 
grado gli  sforzi  del  parlamento,  li 
richiamò  nel  i6o4r  gli  fondò  poi 
il  collegio  della  Fieche,  nella  chie- 
sa del  quale,  in  segno  dell'  affetto 
che  loro  portava,  volle  che  dopo 
la  sua  morte  \i  fosse  depositato  il 
suo  cuore.  J^.  Io  Spendano,  Jnnal. 
eccles.  ann.  i5g3,  n.  23,  ann.  \5<^^, 
num.  22,  e  Bercaslel,  Hisloire  de 
l'Eglise,  tom.  XIX,  p.  54^  e  seg., 
e  tom.  XX,  pag.  545  e  seg.,  dove 
fa  vedere  quanto  un  re,  per  anto- 
nomasia detto  il  Grande^  sapeva 
stimare  una  corporazione  religiosa 
oppressa,  contro  la  quale  si  erano 
collegati  i  più  potenti  magistrati, 
a  quali  egli  stesso  rispose,  che  nel 
punto  che  aveva  pensato  al  rista- 
bilimento de'  gesuiti,  aveva  osser- 
vato che  due  sorte  di  persone  vi 
si  erano  opposte,  quelle  cioè  della 
pretesa  riforma  o  sieno  gli  eretici, 
e  gli  ecclesiastici  poco  edificanti.  In- 
di il  nunzio  Maffeo  Barberini  ot- 
tenne che  fosse  distrutta  una  pi- 
ramide eretta  nel  luogo  della  de- 
molita casa  di  Chatel,  ed  ai  ge- 
suiti offensiva.  Le  dispute  sulla  gra- 
zia che  rinnovaronsi  in  questo  tem- 
po nella  Francia,  diedero  origine 
alla  celebre  congregazione  de  au- 
xiliis  divinae  gratiae,  della  quale 
trattammo  al  volume  XVI,  pag. 
i47   e    i48   del  Dizionario. 

Successe  a  Clemente  Vili  il  Pa- 
pa Leone  XI  de'  Medici,  che  da 
cirdinale  avea  amministrato  al  re 
la  santa  Eucaristia ,  e  ricevuto 
r  abiura  del  principe  di  Condé , 
non  che  cooperato  alla  pace  colla 
Spagna  ;  ma  essendo  morto  dopo 
ventisei  giorni,  fu  eletto  Paolo  V, 
che  nelle  gravi  vertenze  co'  vene- 
ziani pel  fulminato  interdetto  ebbe 
a  mediatore  leale  Enrico    IV,  che 


FRA  27 

a  tal  fine  inviò  ambasciatore  alla 
repubblica  di  Venezia  il  cardinal 
di  Gioiosa.  Inoltre  nel  1608  spedì 
a  Roma  Carlo  Gonzaga  duca  di 
Nevers,  per  contestax'e  in  pubblico 
concistoro  a  Paolo  V  riverenza  ed 
affettuoso  ossequio.  In  questo  anno 
la  regina  partorì  il  duca  d'Angiò, 
e  nel  seguente  madama  di  Fran- 
cia. Nel  1610  essendo  Enrico  IV 
tutto  intento  ad  allestire  una  pos- 
sente armata,  che  si  credeva  de- 
stinata a  sostenere  i  principi  pro- 
testanti contro  i  cattolici,  nella  gran 
controversia  che  allora  ardeva  per 
la  successione  del  ducato  di  Cie- 
veSj  con  paterne  lettere  procurò 
Paolo  V  di  rimoverlo  da  sì  fatto 
impegno  e  persuaderlo  alla  pace , 
mostrandogli  quanto  disconvenisse 
ad  un  sovrano  cattolico  tal  impre- 
sa. Erasi  già  divulgata  la  risolu- 
zione di  Enrico  IV,  onde  i  suoi 
nemici  pensarono  iniquamente  di 
levargli  la  vita,  col  cinquantesimo 
attentalo.  Volendo  il  re  partire 
coll'esercito ,  deputò  la  regina  in 
sua  assenza  reggente  del  regno,  e 
per  le  replicate  sue  istanze  la  fece 
coronare  con  gran  pompa  a'  i3 
maggio  in  s.  Dionisio.  Restituitosi 
Enrico  IV  a  Parigi  per  godere  il 
magnifico  apparato  che  si  faceva 
per  r  ingresso  della  regina,  dovette 
fermarsi  colla  carrozza  nella  strada 
della  Ferronerie.  Profittando  del- 
l'occasioiie  lo  scellerato  Francesco 
Bavaillac  d'Angouleme,  che  da  gran 
tempo  meditava  assassinarlo,  con 
due  colpi  di  coltello  l'uccise  a'  14 
maggio  d'anni  cinquantasette.  I  mo- 
livi che  mossero  Ravaillac  sono  ri- 
masti un  problema  storico,  e  non 
si  può  francamente  addurre  quello 
che  già  si  suppone:  la  procedura  di 
quell'assassino  fu  fatta  con  fretta,  e 
tenuta  sempie  segretissima;    egli  è 


28  FRA 

i-eito  che  Ravaillac  serupie  s>i  pro- 
testò di  non  aver  complici.  Cosi 
morì  Enrico  IV;  l'esercito  lo  chia- 
mò il  re  de  prodi,  ed  il  popolo 
il  buon  Enrico.  Gli  si  rimprove- 
rano i  molti  suoi  illeciti  amori;  e 
la  saggezza  del  ministero  del  du- 
ca di  Sully  contribuì  molto  alla 
prosperità  della  Francia ,  ed  a  ri- 
btoraie  le  sconcertate  finanze.  Gli 
successe  il  figlio  Luigi  XI II  detto 
il  Giusto,  che  nel  letto  o  tribuna- 
le di  giustizia  tenuto  nel  dì  se- 
guente, confermò  il  decreto  fatto 
nel  giorno  precedentCj  per  le  cure 
del  duca  d'Epernon  intorno  la  reg- 
genza della  madre,  e  fu  cox'onato 
iu  Pieims  a'  17  ottobre  dal  cardi- 
nal di  Gioiosa.  La  Francia  rima- 
se nel  disordine  governata  dal  fio- 
lentino  Concini,  divenuto  pel  fa- 
vore di  Maria  de'  Medici  mare- 
sciallo d'Ancre,  e  primo  ministro. 
Sul  principio  del  regno  di  Luigi 
XI 11  fiu'onvi  varie  turbolenze,  ca- 
gionate dagl' intiighi  del  Concini, 
e  di  Eleonora  Caligai  sua  moglie, 
intima  confidente  della  regina,  adon- 
tandosi i  principi  del  sangue  per 
tali  favoriti.  Acquietati  questi  tor- 
Ijidi  col  trattato  di  santa  Menchou- 
<le  il  i5  maggio  1614,  il  re  fu 
dichiaralo  maggiore  a'  2  ottobre , 
ed  a'  27  dello  stesso  mese  tenne  gli 
stati  generali,  che  furono  gli  ulti- 
mi ad  essere  convocati.  JNell'  anno 
seguente  Enrico  principe  di  Con- 
dé,  malcontento  di  non  essere  con- 
siderato, si  ritirò  di  nuovo  dalla 
corte,  si  unì  agli  ugonotti,  e  ri- 
cominciò i  torbidi ,  mentre  il  re 
portatosi  a  Bordeaux  vi  sposò  An- 
na d'Austria  infante  di  Spagna:  in 
questo  anno  morì  in  Parigi  la  re- 
gina Margherita  di  Valois,  ultima 
priacipessa  di  questo  ramo.  La  re- 
gima madre  nel    >6i6  fece  un  trat- 


FRA 
tato  col  principe  di  Condé  capo 
de'  malcontenti;  ma  essendo  stato 
arrestato  dal  maresciallo  d' Ancre, 
il  principe  con  molti  grandi  si  ri- 
tirarono per  disporsi  alla  guena. 
La  regina  mise  in  piedi  tre  ai'ma- 
te,  e  fece  la  guerra  con  buon  esi- 
to contro  gì'  insorti  :  questa  guer- 
ra finì  tutto  ad  un  tratto  colla 
morte  del  maresciallo  d'  Ancre,  che 
fu  fatto  uccidere  dal  re  sul  ponte 
di  Louvre,  altri  dicono  nel  cortile, 
li  24  ottobre  16 17,  con  quella  di 
Eleonora  sua  moslie    e    coli'  allon- 

o 

tanamento  di  Maria  de'  Medici,  che 
fu  rilegata  a  Blois.  Il  favore  di 
Carlo  d'Albert  duca  di  Luines  e 
contestabile  di  Francia  sommini- 
strò nuovi  pretesti  ai  tumulti  :  i 
malcontenti  si  rivoltarono  dalla  par- 
te della  regina,  che  fuggì  da  Blois, 
e  poi  nel  16 19  si  pacificò  col  fi- 
glio, mentre  il  duca  di  Luines  re- 
se la  libertà  al  principe  di  Condé, 
che  restò  al  re  fedelissimo.  L'anno 
dopo  avendo  il  re  formalmente  riu- 
nito il  Bearn  alla  corona,  e  vo- 
lendo che  gli  ugonotti  restituissero 
i  beni  ecclesiastici  che  avevano  n- 
surpati,  essi  si  rivoltarono,  onde 
furono  loro  prese  diverse  piazze 
nella  Guienna  e  in  Lin2;uadoca. 
Montalbano  arrestò  i  progressi  delle 
armi  l'egie,  e  il  duca  di  Mayenne 
vi  restò  ucciso  nel  162  i.  In  que- 
sto anno  morì  il  contestabile  di 
Luines,  i'I  re  concesse  il  suo  favo- 
re ad  Armando  Giovanni  du  Ples- 
sis  de  Richeli eu,  già  gran  cappel- 
lano e  gran  limosiniero  della  regi- 
na madre,  mediatore  di  questa  col 
figlio,  alle  cui  istanze  Gregorio  XV 
lo  creò  cardinale,  indi  fatto  primo 
ministro  :  umiliò  i  grandi,  abbassò 
il  potere  de'  parlamenti ,  disarmò 
gli  ugonotti,  e  rese  la  regia  auto- 
rità assuUita.  Giegorio    XV  prese 


IRA 

in  deposito  la  Valtellina,  signoria 
de'  grigioni,  evitando  così  la  guer- 
ra, in  cui  era  partecipe  la  Fran- 
cia j  indi  per  le  suppliche  di  Lui- 
gi XIII  elevò  al  grado  di  rnclro- 
poli  la  capitale  del  regno:  questo 
Papa  nel  1G23  ebbe  a  successore 
Urbano  Vili,  già  nunzio  di  Fran- 
cia. 

In  detto  anno  il  re  terminò  la 
guerra  colla  pace  di  Privas,  rista- 
bilì nel  1624  la  tranquillità  nella 
Valtellina,  coli' impedire  che  l'Au- 
stria Tunisse  al  Milanese;  indi  pre- 
stò la  sua  assistenza  al  duca  di 
Savoia  contro  i  genovesi.  Avendo 
gli  abitanti  della  Piocella ,  antica 
capitale  degli  ugonotti,  riprese  le  ar- 
mi, furono  vinti  sul  mare,  e  gl'in- 
glesi ed  olandesi  che  li  protegge- 
vano colle  flotte  finono  disfatti 
nell'Isola  del  E.e  agli  8  novembre 
1627.  Allora  Luigi  XIII  intrapre- 
se il  famoso  assedio  della  Piocella 
che  durò  un  anno,  in  cui  il  ge- 
neralissimo d' Estampes,  poi  cardi- 
nale, fece  prodigi  di  valore,  ed  il 
cardinal  Puchelieu  ne  fu  somma- 
mente benemerito  per  aver  diretto 
l'assedio  sotto  gli  occhi  del  re.  Do- 
po la  presa  di  questa  città,  donde 
dipendeva  la  tranquillità  della  Fran- 
cia, poiché  gli  ugonotti  volevano 
costituirne  una  repubblica ,  il  re 
pigliò  sotto  la  protezione  contro 
l'Austria,  il  duca  di  ISevers,  nuo- 
vo duca  di  Mantova.  Forzò  il  pas- 
so di  Susa  il  6  marzo  1629,  dis- 
fece il  duca  di  Savoia,  fece  levar 
l'assedio  di  Casale,  e  mise  il  suo 
alleato  in  possesso  del  Mantovano. 
Pii tornato  Luigi  XI lì  in  Francia 
sottomise  il  resto  degli  ugonotti 
nella  Linguadoca  e  nel  Vivarese , 
ed  accordò  la  sua  grazia  ad  En- 
lico  duca  di  Piohan  ch'era  sfato 
il   capo  de'  ribelli.   In  questo    frat- 


FR  A  29 

tempo  i  ledesclii  entrarono  in  Ita- 
lia, il  general  Collalto  sorprese 
Mantova,  e  il  marchese  Spinola 
assediò  Casale;  ma  il  re  spedi  to- 
sto in  Italia  una  poderosa  armata 
che  sottomise  tutta  la  Savoia,  e 
prese  varie  piazze,  disfacendo  i  ne- 
mici imperiali,  spagnuoli  e  .savoiar- 
di, il  duca  di  Montmorency  con 
segnalata  vittoria  a  Yeillana.  Que- 
sta medesima  armata  battè  gli  spa- 
gnuoli che  vennero  costretti  a  se- 
gnar il  trattato  di  Cherasco  nel 
i63i.  Dopo  qualche  tempo  Gasto- 
ne duca  d' Orleans,  unico  fratello 
de!  re,  geloso  dell'autorità  del  car- 
dinal Richelieu,  pigliò  le  armi  e 
guadagnò  il  duca  di  Montmorency, 
che  sollevò  la  Linguadoca  di  cui 
era  governatore,  indi  perde  la  te- 
sta ;  ed  il  cardinale  che  fu  sul 
punto  di  cadere  dal  favore,  si  ele- 
vò a  maggior  possanza.  Il  re  prese 
al  fiatello  tutta  la  Lorena,  e  scac- 
ciò gl'imperiali  da  Idelberga,  di- 
chiarando il  cardinal  Piichelieu  du- 
ca, pari,  e  governatore  della  Bre- 
tagna. Poco  dopo  gli  spagnuoli  pre- 
sero Treveri  ,  vi  trucidarono  la 
guarnigione  francese,  ed  arrestarono 
1  arcivescovo  elettore  ehe  si  era 
messo  sotto  la  protezione  della  Fran- 
cia. Il  re  irritato  da  queste  violen- 
ze dicliiarò  la  guerra  alla  Spagna 
nel  i635,  la  quale  durò  tredici 
anni  contro  l' imperatore,  e  venti- 
cinque contro  la  Spagna;  mentre 
le  congitne  contro  la  potenza  del 
cardinal  pLÌchelieu,  come  le  vendet- 
te si  alternarono.  I  marescialli  di 
Chatillon,  e  di  Brezè  diedero  una 
rotta  al  principe  Tommaso  nel  com- 
battimento d'Avein;  l'armata  im- 
periale comandata  da  Galasso,  fu 
disfatta  in  Borgogna  ;  il  conte  di 
Harcourt  scacciò  i  nemici  dalle  i- 
sole  di  Lerins,  soccorse  Casale,  dis- 


3o  FRA  FU  A 
fece  il  marchese  di  Leganes,  e  pre-  ri  già  condannati  di  Baio ,  e  por 
se  Torino  sopra  i  nemici  del  duca  istahijire  quanto  poteva  il  riprove- 
di  Savoia;  il  maresciallo  di  Scliòra-  vola  sistema  giansenistico,  il  quale 
berg  fece  levar  l'assedio  di  Leuca-  ha  principalmente  per  fondamento, 
te,  furono  prese  diverse  piazze  sugli  che  dopo  la  caduta  di  Adamo  noi 
spagmioli,  che  inoltre  furono  bat-  siamo  necessitati  invincibilmente  a 
tuli  tre  volte  sul  mare.  La  presa  fare  il  bene  e  il  male;  il  bene  ai- 
d'Arras,  condusse  la  xiunione  del-  lorchè  la  grazia  è  in  noi  predomi- 
TArtois  alla  corona  nel  i64o.  I  nante,  il  male  quando  in  noi  pre- 
francesi uniti  al  duca  Bernardo  di  domina  la  concupiscenza  ;  laonde 
Weimar  presero  Brisaco,  e  ripor-  secondo  la  dottrina  del  nuovo  teo- 
tarono  nel  i64i  le  vittorie  di  logo ,  la  nostra  volontà  sarebbe 
Rlieinfeld,  di  Polinckove,  di  Rhi-  schiava  o  della  grazia  o  della  con- 
naus,  di  Wolfembuttel:  il  principe  cupiscenza,  senza  poter  resistere  a 
di  Conde'  prese  Salses  nel  Rossi-  niuna  di  queste  due,  e  solamente 
gliene.  La  Catalogna  si  sottomise  una  vincerebbe  in  noi  l'altra  quan- 
a  Luigi  XI li,  il  Portogallo  fa  eman-  do  1' una  supera  l'altra  nella  for- 
cipalo  dalla  Spagna,  e  Perpignano  za.  Oltre  a  ciò  Giansenio  stabiPi 
fu  preso  nel  1642  con  tutta  là  nel  suo  libro,  che  Dio  impose  ai- 
contea  di  Rossiglione,  quindi  il  du-  l'uomo  molti  precetti,  l'osservanza 
ca  di  Lorena  fu  per  la  seconda  de'  quali  è  impossibile,  poiché  per 
volta  spogliato  de'suoi  stati.  essi  manca  necessariamente  la  gra- 
Durando  nella  Chiesa  tuttavolta  zia,  con  cui  sarebbero  osservati. 
tr;tnquillità  sulle  dispute  che  INliche-  Perciò  disse  poi  lepidamente  il  du- 
le  Baio  avea  eccitato,  Cornelio  ca  d'Orleans,  reggente  di  Francia: 
CTianseiiio  di  Acquoia  luogo  di  O-  »  che  se  Dio  l'avesse  fatto  nascere 
landa,  e  vescovo  d'Ypri  le  rinnovò  «  sul  trono  ,  dal  quale  era  origi- 
sotto  Urbano  Vili.  Questo  Ponte-  »  naimente  uscito,  non  avrebbe  mai 
flce  colla  bolla  de'  6  marzo  1641,  »  sofferto  fra  i  suoi  vassalli  gente, 
///  eminenli ,  che  dicesi  distesa  dal  »  che  in  una  rivoluzione  o  in  un 
cardinale  Albizi,  e  che  si  legge  nel  »  attentato  potesse  addurre  per  iscu- 
Biillar.  Rom.  tom.  VI,  par'  11,  pag.  "  sa  co' giansenisti,  che  la  grazia  gli 
270,  rinnovando  quella  di  s.  Pio  V,  «  era  mancata".  Giansenio  pei  con- 
e  di  Giegorio  XIII  contro  il  Ba-  tinui  rimorsi  di  sua  coscienza,  non 
ianesirno  (Fedi),  condannò  il  libro  aveva  pubblicata  la  sua  opera,  an- 
'ìu[\loì(\lo  yiugustinns  Cormlii  Janse-  zi  più  ■volte  intentò  di  mandarla  a 
nii^'^cu  doctrina  s.  Aiigustini  de.  nata-  Roma,  e  soggettarla  al  giudizio 
me  humnnae  sa/ntate,  tnedicina  eie.  della  santa  Sede.  Scrisse  infatti  una 
conila  Pelagianos  etc,  tomi  tre,  Lo-  lettera  ad  Urbano  Vili,  piena  di 
vanii  1640,  cioè  due  anni  dopo  la  rispetto  e  di  sommessione,  ma  pri- 
morte  di  Giansenio.  Avea  Giansenio  ma  che  questa  fosse  inviata,  essen- 
consumato  ventidue  ann  di  fatica,  do  egli  tocco  dalla  peste,  e  temen- 
uon  com'egli  diceva,  per  resuscita-  do  che  i  suoi  partigiani  la  occul- 
le  la  dottrina  di  s.  Agostino,  ban-  tasserò  dopo  la  sua  morte,  dichia- 
dita  per  più  di  cinquecento  anni  rò  nel  suo  testamento,  che  se  per 
dalle  scuole  cattoliche,  ma  per  au-  avventura  il  Papa  credesse  di  tlo- 
toiizzare  colla  sua   penna  gli  erro-  ver  fare  qualche  mutazione  nel  suo 


FRA 
libio ,  egli  vi  si  assoggeKava  con 
rispetto,  protestando  di  morire  come 
era  vissuto,  obbediente  figliuolo  del- 
la Chiesa  ronaana.  Morto  Gianse- 
iiio,  quelli  del  suo  partito  soppres- 
sero non  solamente  la  lettera  (che 
il  principe  di  Condé  Luigi  rinven- 
ne nella  presa  d'Ypii  e  pubblicò), 
ch'egli  poco  prima  avea  scritto, 
ma  senza  la  sommissione,  che  ave- 
va protestato  alla  santa  Sede,  pub- 
blicarono il  suo  libro  la  prima  vol- 
ta in  Lovnnio  nel  r640)  alla  qutìle 
edizione  scgnircmo  nell'-inno  seguen- 
te due  altre  in  Parigi  e  in  Iloma. 
Neil' istesso  anno  1640  l'opera  di 
Giansenio  era  stata  proibita  dalla 
congregazione  della  sagia  inquisi- 
zione in  Pioina,  ed  i  gesuiti  d'An- 
versa furono  i  pritni,  che  mossero 
guerra  alla  dottrina  che  in  essa  si 
conteneva  ,  con  un  libro  da  loro 
stampato  con  questo  litol  o:  Theses 
theologicae  de  gratin  etc. 

Malgrado  la  condanna  che  del 
libro  di  Giansenio  avea  pur  fatta 
Urbano  Vili  con  la  bolla,  che  poi 
nel  1642  si  pubbh'cò  nel  Biabante, 
il  libro  trovò  difensori  nell'univer- 
sità di  Lovanio ,  in  cui  Baio  era 
stalo  decano,  e  Giansenio  professo- 
re di  sacra  Scrittura.  Durò  la  resi- 
stenza di  queli'  accademia  per  cir- 
ca nove  anni,  ne' quali  essa  man- 
dò in  Roma  deputati,  per  i-eclania- 
re  contro  la  bolla  pontifìcia ,  e  a 
Madrid  per  impedirne  la  pubblica- 
zione nelle  Fiandre  spagnuole.  Il 
re  di  Spagna  non  ostante  questo 
maneggio,  ordinò  che  la  bolla  fos- 
se di  nuovo  pubblicata  nel  Braban- 
te  ,  e  vietò  sotto  gravi  pene,  cioè 
di  cinquecento  fiorini  per  la  prima 
■volta,  e  l'esilio  di  anni  sei  per  la 
seconda  ,  che  Ibsse  impugnata  o 
contrariala,  onde  dopo  qualche  tem- 
no  lutto    si    quietò    ne'  Paesi  -  Bassi 


FRA  3r 

cattolici,  e  que'  medesimi  dottori  si 
segnalarono    dipoi    contro    il    gian- 
senismo ,  con  un  gran    numero  di' 
decreti,    i    quali    dimostravano    la 
purità    della   loro    religione.    Frat- 
tanto successe  nel    partilo  a   Gian- 
senio  il  miglior  suo  amico  Giovan- 
ni   de  Verger    de   Hauranne    (  più 
conosciuto  col    nume  di   abbate  di 
s.  Cyrano),  che  dopo  varie  vicen- 
de a  lui  funeste,  mori  nel  i643,  ed 
allora  sottentrò  a  lui  Antonio  Ar- 
naud   d' Andilly.  Ambedue   avendo 
sedotto  un  gran  numero  di  comu- 
nità religiose,  di  vescovi  e  di  per- 
sone di  tutte  le   condizioni ,  molto 
disgraziatamente    propagarono    nel 
regno  di  Francia   la  pestifera   dot- 
trina del  vescovo  d'Ypri.   Per  ov- 
viare a  tanti    mali,  l'effetto   de' qua- 
li  vedremo    nel    decorso    di  questo 
articolo,  sia   nel   politico,    che  nel- 
l'ecclesiastico,   Urbano    Vili    a'  ■?. 
gennaio  i644  io^iò  la  sua   bolla  /// 
eminenti,   alla    facoltà    teologica  di 
Parigi,  detta   la   Sorbona,  la  quale 
proibì  a'  suoi   membri  di  sostenere 
gli  errori,  che  in  quella  si  condan- 
navano.   Tanto    bastò    perchè    Ar- 
naud,    uno  di   essi,  difendesse    sco- 
pertamente   il  libro    di   Giansenio, 
e  ne  pubblicasse  l'apologia.  Questa 
fu  confutata  da   monsignor  Hebert, 
poi  vescovo  di  Vabres,  ma  1' Arnaud 
pretese  di  giustificarla  con  un'altra, 
la    quale  colla   prima,  e  cogli  scrit- 
ti  dell'abbate  di  s.  Cyrano,  pubbli- 
cati    dopo    la    sua    morte,    furono 
proibiti   dall'arcivescovo    di  Besan- 
zone   nel   i647j    ^   dal   parlamento 
di    Borgogna    nei    1 648 ,    restando 
sempre    1'  Arnaud    fino    alla   morte 
ostinato   nella   difesa  di     Giansenio, 
perchè  guasto   dall'antica  confiden- 
za, e   perverse  massime  dell'abbate 
di   s.  Cyrano.   Ora  torniamo  ai  cen- 
ni  storici  del  regno  di   Luigi  XI  li. 


3.>.  FRA 

Nella  gran  lotta  del  cardinal  Ri- 
chelieu  primo  ministro  di  Francia, 
che  cercava  di  deprimere  la  pos- 
sanza di  casa  d'Austria,  e  il  conte 
Olivares  dominatore  della  corte  di 
Spagna,  questi  sebbene  dotato  di 
fina  politica ,  venne  superato  dal 
cardinale  che  ne  deludeva  le  viste 
siccome  uno  de'  più  abili  ministri 
che  al)biano  fiorito,  ond' ebbe  in- 
fluenza su  tutti  i  gabinetti  d'Eu- 
ropa, e  morì  in  Parigi  nel  1642. 
In  queste  guerre  più  volte  inter- 
pose Urbano  Vili  la  sua  paterna 
mediazione^  ed  eragli  riuscito  com- 
porre quella  di  Cherasco,  a  mezzo 
del  suo  nipote  cardinal  Antonio 
Barberini  ,  eh'  ebbe  a  compagno 
Giulio  Mazzarini  di  Piscina  nc^l- 
l'Abruzzo.  Questo  prelato  fu  poscia 
da  Urbano  Vili  spedito  in  Fran- 
cia colla  qualifica  di  nunzio  straor- 
dinario, per  rinnovare  la  sospirala 
concordia  tra  le  parti  belligeranli, 
avendo  già  date  prove  del  suo  alto 
ingegno.  Fu  pei'ciò  preso  in  istima 
ed  in  benevolenza  dal  cardinal  Ri- 
chelieu,  e  divenne  quindi  sospetto 
alle  due  corti  austriache  imperiale 
e  spagnuola  ,  provocando  piuttosto 
la  guerra.  Pregarono  il  Papa  a  li- 
chiarnarlo,  il  quale  trasferì  il  Maz- 
zarini alla  vice-legazione  di  Avi- 
gnone; ma  essendo  morto  il  car- 
dinal Richelieu,  Luigi  XIII  che  del 
Mazzarini  avea  concepito  grande  sli- 
ma ed  amore  ,  lo  richiamò  a  Pa- 
rigi, lo  fece  primo  ministro,  e  gii 
ottenne  da  Urbano  \I1I  il  cardi- 
nalato. Mentre  trattavasi  la  pace 
morì  il  cardinale  Richelieu  e  la 
regina  Maria  de'  Medici  nell'  esilio, 
e  nell'anno  seguente  a'  i4  'l'^gg'o 
il  re  d'anni  43,  lodato  per  rette  in- 
tenzioni, criterio,  valore  e  pietà  ;  qua- 
lità che  avrebbono  maggiormente 
risaltato,  se  avesse   vissuto  con   mi- 


FR/V 
nore  ritiratezza.  Sotto  di  lui  il  rar- 
dinaì  Richelieu  diede  animoso  im- 
pulso ai  letterati,  per  cui  nel  iGS* 
fu  istituita  l'accademia  francese  con 
quaranta  dotti,  di  cui  il  cardinale 
fu  capo  e  protettore.  In  quel  tem- 
po fiorirono  Descartes,  Malherbe  e 
Corneille  ;  il  buon  gusto  si  mani- 
festò nella  pittura  e  nella  scoltu- 
l'a  ;  Rouen  ed  Elboeuf  cominciaro- 
no ad  esporre  i  loro  drappi ,  e  la 
tendenza  alla  navigazione  ed  al 
commercio,  non  che  la  marina  fian- 
cese  di  molto  si  accrebbe.  Dell'ori- 
gine delie  Gazzette  o  fogli  periodi- 
ci in  Francia,  pure  avvenuta  in 
questo  tempo,  se  ne  tratta  all'ar- 
ticolo Diario  di  Roma  (Fedij.  Sot- 
to Luigi  XIII  furono  mandale 
colonie  nell'isola  di  s.  Cristoforo , 
della  Martinica,  della  Guadalupa 
e  di  Caienna  nella  Guiana;  il  car- 
dinal R^ichelieu  in  una  parola  pre- 
parò il  secolo  di  Luigi  XIV.  Alla 
morte  di  Luigi  XIII  la  Francia  era 
alleata  colla  Svezia,  coli' Olanda , 
colla  Savoia  ed  il  Portogallo,  e  sos- 
teneva contro  r  impero  e  la  Spa- 
gna una  guerra  rovinosa  ai  cUxe: 
parliti.  Aveva  Luigi  XIII  prima  di 
morire  radunato  i  principali  signo- 
ri del  regno,  ed  in  presenza  loro 
dichiarato,  che  in  caso  di  morte 
egli  intendeva  lasciare  la  regina 
Anna  d'Austria  sua  sposa  reggia- 
te ,  nella  minorità  del  loro  fiyiio 
Luigi  XIV  che  successe  al  padre. 

Luigi  XIV  per  le  sue  geste  ^a 
chiamato  il  Grande,  ed  anche  Dio- 
dalo perchè  nacque  nel  i638,  do- 
po ventitré  anni  di  sterilità  della 
regina  sua  madre.  Il  principio  del 
suo  regno  fu  segnalato  da  un  gran 
numero  di  vittorie.  Luigi  di  Bour- 
bon duca  d'Enghien,  sì  celebre  di- 
poi sotto  il  nome  di  principe  ili 
Condc,   giiailagnò   la   famosa    ball.i- 


FRA. 
glia  di  RocroY)  e  prese  Thionville. 
Il  maresciallo  di  iirezé  diede  una 
rolla  alla  (lotta  spaglinola  in  vista 
di  Carlagena  ;  e  il  viscr-nte  di  Tu- 
renna,  vero  genio,  come  il  Condé, 
dell'arte  della  guerra,  vinse  la  bat- 
taglia di  Rotweil  nel  i644-  I" 
quest'anno  essendo  morto  Urbano 
Vili,  il  suo  nipote  carùinal  Anto- 
nio Barberini,  protettore  della  co- 
rona di  Francia  presso  la  santa 
Sede,  procurò  da  Luigi  XIV  l'e- 
sclusiva contro  il  caidinal  Pamphi- 
ly;  ma  essendo  stata  sospesa  dall'ani- 
basciatore,  venne  eletto  Papa  col  no- 
me d'Innocenzo  X.  Per  tal  sospensio- 
ne restò  dispiacente  il  re,  non  per- 
chè fosse  contrario  alia  persona  del 
nuovo  Pontefice,  ma  perchè  avevano 
essi  stessi  provocato  l'esclusiva;  ed  è 
perciò  che  tolse  la  protezione  del  re- 
gno al  cardinal  Barberini,  e  richiamò 
l'ambasciatore  :  tultavolta  essendo 
poscia  i  Barberini  caduti  dalla  gra- 
zia d' Innocenzo  X,  il  re  gli  accor- 
dò un  asilo  in  Francia.  Agli  arti- 
coli Conclave,  Elezione  de^  Ponte- 
fici, ed  Esclusiva  (Fedi),  sono  ri- 
portate le  notizie  riguardanti  l'esclu- 
siva, gli  ambasciatori  al  conclave, 
e  quanto  fecero  in  questo  i  cardi- 
nali protettori,  o  ministri  di  Fran- 
cia co'  loro  nazionali  ed  aderenti. 
Nel  1647  ^^  istanza  di  Luigi  XIV 
il  Papa  creò  cardinale  Michele  Maz- 
zarini,  fratello  del  cardinale  primo 
ministro  di  Francia,  indi  fatto  am- 
basciatore di  questo  regno  in  Ro- 
ma. Continuando  la  Francia  i  suoi 
trionfi,  il  duca  d'Enghien  vinse  la 
battaglia  di  Noidlingen  ;  il  principe 
Tommaso,  ed  il  duca  di  Richelieu 
superarono  in  mare  gli  spagnuoli 
vicino  a  Castel-a-mare  nel  1647; 
e  nell'anno  seguente  i  francesi  fu- 
rono più  fortunati  ,  colla  disfatta 
che  diede  il  maresciallo  di  Turena 
voL.  xxvir. 


FRA  33 

in  Leus  agli  spagnuoli  :  fruito  di 
questi  prosperi  avvciiinienti,  e  dei 
piicifìci  accordi  ch'ebbero  luogo  Ira 
l'Olanda  e  la  Spagna  fu  la  pace 
che  venne  conchiusa  nel  medesimo 
anno  1648  in  Munster  pel  tratta- 
to di  Osnabruch  e  di  West  fa  Ila , 
tra  la  Francia,  l'imperio  e  la  Sve- 
zia ;  ma  la  Francia  restò  in  guerra 
cogli  spagnuoli.  In  virtù  di  questa 
pace  l'Alsazia  restò  sotto  il  domi- 
nio di  Luigi  XIV,  che  nel  tempo 
slesso  acquistò  Metz,  Toni  e  Ver- 
dun ;  ma  siccome  pregiudicava  la 
religione  cattolica  in  Germania,  In- 
nocenzo X  la  riprovò  come  perni- 
ciosa alla  cristiana  repubblica.  Nel- 
l'anno appiesso  insorse  la  gueira 
civile,  cagionata  dalla  gelosia  che 
i  grandi  avevano  concepito  contro 
il  ministero,  e  la  somma  autorità 
del  cardinal  Giulio  Mazzarini. 

Continuavano  frattanto  in  Fran- 
cia le  perturbazioni  a  cagione  del 
libro  di  Giansenio,  per  la  qual  co- 
sa sul  fine  del  luglio  1649  essen- 
dosi scritto  dall'una  e  l'altra  parte 
copiosamente,  il  sindaco  delia  fa- 
coltà teologica  di  Parigi  presentò 
airassendjlea  sei  proposizioni  esliatle 
da  quel  libio,  le  quali  egli  diceva 
essere  la  cagione  di  tanti  disturbi. 
Furono  esse  esaminate  da  nove  dot- 
tori dalla  medesima  Sorbona  de- 
putati ,  i  quali  deliberarono  eh'  e- 
l'ano  degne  delle  più  rigorose  cen- 
sure. Il  signor  Luigi  Gorino  di  Saint- 
Amour  famoso  dottore  della  Sor- 
bona, e  rettore  dell'  università  di 
Parigi ,  fu  mandato  a  Roma  in 
quest'occasione  a  fine  di  patroci- 
nare la  causa  dei  difensori  di  Gian- 
senio.  Egli  fu  il  solo  che  si  op- 
pose alla  decisione  dei  nove  dotto- 
ri, ma  dipoi  essendogli  riuscito  gua- 
dagnare sessanta  dottori,  con  essi 
sì  appellò  al  parlamento;  ma  i  no- 


34  FRA 

ve  commissari  non  riconoscendo  per 
giudici  competenti  quelli  del  par- 
lamento, ricorsero  al  tribunale  dei 
Tescovi  di  Francia.  Ottantacinque 
prelati  del  regno ,  a'  quali  poi  si 
aggiunsero  tre  altri,  ricevettero  la 
causa  de'  commissari,  e  restringen- 
do a  cinque  le  sei  proposizioni,  che 
il  sindaco  aveva  denunziato,  con 
una  lettera,  che  si  legge  in  un  alle 
proposizioni  nell'Oldoino,  P^it.  Pont. 
tom.  IV,  col.  655,  da  tutti  sotto- 
scritta a'  I?.  aprile  i65i,  le  in- 
viarono al  Pontefice  Innocenzo  X, 
afljnchè  il  successore  di  s.  Pietro, 
dicevano  essi,  insegnasse  alla  Chie- 
sa universale  ciò  che  si  doveva  sen- 
tire intorno  alle  cinque  proposizio- 
ni. 1  discepoli  di  Arnaud  e  fautori 
di  Giansenio  spedirono  quattro 
deputali  a  Roma  (il  cui  nome  e 
carattere  lo  descrive  il  Nuzzi  nella 
Storia  della  lolla  UnigenìtitSj  tom. 
I,  pag.  83  e  seg.),  per  impedire 
che  le  cinque  proposizioni  fossero 
condannate.  I  vescovi  francesi  in- 
viarono al  Papa  i  loro  deputati 
(pur  descritti  dal  Nuzzi  a  pag.  85), 
per  sollecitare  la  condanna  delle 
cinque  proposizioni,  che  sono  le  se- 
guenti, e  che  furono  la  causa  di 
tante  inquietudini  nella  Chiesa. 

1.  Alcuni  precelti  divini  sono 
impossibili  ai  giusti,  che  desidera- 
no e  procurano  di  osservarli  se- 
condo le  loro  forze,  poiché  manca 
loro  la  grazia,  con  cui  li  facciano 
possibili. 

2.  Nello  stato  della  natura  cor- 
rotta non  si  resiste  mai  alla  gra- 
zia interiore. 

3.  Per  meritare,  o  demeritare 
nello  stato  della  natura  corrotta, 
non  è  d'uopo  all'  uomo  di  avere 
una  libertà  esente  dalla  necessità  di 
operare,  ma  bastagli  di  avere  una  li- 
bertà esente  da  qualunque  violenza. 


FRA 

4.  1  semipelagiani  ammettevano 
la  necessità  di  una  grazia  interio- 
re e  preveniente  per'  ciascuna  a- 
zione  in  particolare,  anche  pel  prin- 
cipio della  fede,  ed  erano  ei-etici 
appunto  perchè  pretendevano  che 
questa  grazia  fosse  di  tal  natura , 
che  nella  volontà  dell'  uomo  fosse 
il  poter  ubbidire  o  resistere. 

5.  E  errore  de'  semipelagiani  il 
dire,  che  Cristo  abbia  sparso  il  san- 
gue o  sia  morto  per  tutti  gli  uo- 
mini senza  eccezione. 

L'  Histoire  des  cinq  propositions 
de  Jansenius  fu  stampata  a  Liegi 
nel    1699  in  due  tomi. 

Air  esame  delle  cinque  proposi- 
zioni a'  20  aprile  i65i  Innocen- 
zo X  stabilì  una  congregazione  dei 
pili  scienziati  uomini  che  avesse  in 
Roma  la  santa  Sede  (  i  cui  nomi 
e  gradi  riporta  il  Novaes  nel  tom. 
X,  pag.  87  della  Storia  de  sommi 
Pontefici),  e  di  tutte  le  scuole  cat- 
toliche di  ordini  religiosi  diversi,  i 
quali,  intese  diligentemente  le  par- 
li, dopo  il  maturo  esame  di  alcuni 
mesi,  dopo  molte  congregazioni  a- 
vanti  i  cardinali,  e  dieci  o  undici 
congregazioni,  che  durarono  ognu- 
na tre  o  quattro  ore ,  innanzi  al 
Papa,  cioè  dai  io  marzo  a' 7  lu- 
glio i652  ,  ammettendovi  anche 
una  volta  a  dire  le  loro  ragioni 
alcuni  dottori  venuti  di  Francia 
per  la  difesa  di  Giansenio,  quattro 
consultori  a  materia  non  per  anco 
perfettamente  discussa  furono  a 
Giansenio  favorevoli,  mentre  nove 
consultori,  ed  i  cardinali  sentenzia- 
rono le  suddette  cinque  proposizio- 
ni onninamente  contrarie  alla  cat- 
tolica verità,  e  come  tali  le  con- 
dannò Innocenzo  X  a'  3 1  maggio 
i653,  con  la  bolla  Cimi  occasione^ 
presso  il  Ballar.  Rom.  tom.  VI, 
par.  Ili,  pag.    248,  avendo   intese 


FRA 

le  istanze  con  cui  l'ambasciatore  di 
Francia  non  cessava  di  chiedere  in 
nome  del  suo  sovrano  una  decisio- 
ne assoluta.  Questa  condanna  pro- 
vocò pure  efficacemente  colla  voce 
e  con  la  penna  il  dotto  francese 
Francesco  Allier,  poi  vescovo  di  Ca- 
vaillon ,  che  allora  si  trovava  in 
Roma  come  deputato  de'  vescovi 
francesi.  La  bolla  fu  composta  dal 
cardinal  Chigi,  poi  Alessandro  VII, 
e  dall' Albizi  assessore  del  s.  offi- 
zio,  poi  cardinale,  quindi  fu  pro- 
mulgata ed  affissa  a'  19  giugno, 
essendosi  per  ordine  pontificio  pre- 
messe pubbliche  orazioni  in  tutte 
le  chiese  di  Roma.  E  riportata  al- 
tresì dal  citato  Oldoino,  Fit.  Pont. 
tom.  IV,  col.  656 ,  coi  due  brevi 
che  Innocenzo  X  inviò  al  re  Luigi 
XIV,  e  a  tutti  i  vescovi  di  Fran- 
cia a'  3i   marzo   i654- 

Mentre  si  celebravano  le  trenta- 
sei congregazioni  dai  consultori  de- 
putati, undici  vescovi  di  Francia , 
avendo  alla  testa  monsignor  Gou- 
din  arcivescovo  di  Sens,  ingannati 
dai  giansenisti,  scrissero  una  lette- 
ra al  Pontefice,  cui  la  presentò  ai 
I  o  luglio  il  Saint- A  mour,  nella  quale 
pretendevano  dimostrare,  ch'era 
d'uopo  consegnar  questa  causa  ai 
vescovi  di  Francia,  per  giudicarla 
in  prima  istanza,  oppure  differirla 
a  tempo  più  comodo.  Ma  gli  ot- 
tantacinque prelati  loro  colleghi , 
avevano  scritto  ad  Innocenzo  X, 
che  il  costume  della  Chiesa  era  di 
denunziare  alla  santa  Sede  le  cau- 
se di  maggior  importanza,  e  però 
i  mali,  che  da  dieci  anni  cagiona- 
va nel  regno  di  Francia  la  dottri- 
na delle  cinque  proposizioni,  erano 
il  giusto  motivo,  pel  quale  essi  ri- 
correvano al  supremo  giudizio  apo- 
stolico, che  confessavano  infallibile. 
I  giansenisti  vedendosi  condannati, 


FRA  35 

si  diedero  la  misera  consolazione 
d' ingiuriare  i  loro  giudici ,  e  di 
calunniare  un  ceto  di  persone  le- 
ligiose,  che  ad  essi  furono  sempre 
contrarie.  Per  far  ricevere  nel  suo 
regno  questa  bolla  pontificia  volle 
Luigi  XIV  che  in  Parigi  si  adu- 
nasse un'assemblea  de'  vescovi  che 
si  trovassero  in  quella  corte,  o  nel- 
le vicinanze,  e  per  vieppiìi  solleci- 
tarne r  accettazione  fece  spedire  ai 
4  luglio  i653  lettere  patenti  a 
tutti  i  vescovi  di  Francia:  queste 
sono  le  prime  lettere  patenti  che 
i  re  di  Francia  accordarono  per 
appoggiare  una  bolla  dommatica 
della  santa  Sede ,  come  avverte 
monsignor  Lafiteau.  Agli  1 1  luglio 
di  detto  anno  si  radunarono  in 
Parigi  nel  palazzo  del  cardinal  Maz- 
zarini  trenta  vescovi,  fra'  quali  di 
Chalons,  Valence,  e  di  Grasse,  de- 
gli undici  che  corrotti  dai  gianse- 
nisti avevano  scritto  ad  Innocenzo 
X  in  favore  delle  cinque  proposi- 
zioni. Tutti  ricevettero  unanima- 
raente  la  bolla  del  sommo  Ponte- 
fice, e  a'  i5  dello  stesso  luglio  scris- 
sero ad  Innocenzo  X  una  lettera , 
degna  della  erudizione,  pietà  e  zelo 
di  que'  prelati,  nella  quale  lo  rin- 
graziavano di  aver  fatta  una  bolla 
di  tanto  giovamento  alla  Chiesa , 
confessando  che  in  essa  avea  par- 
lato s.  Pietro  per  la  bocca  di  lui. 
Fu  questa  la  prima  volta  che  do- 
po il  convento  o  concilio  di  Ba- 
silea, i  francesi  uniti  in  atto  so- 
lenne confessarono,  che  il  Papa 
senza  il  concilio  possa  obbligare  \ 
cristiani  con  definizioni  di  fede.  Nel 
giorno  medesimo  spedirono  ancora 
la  loro  deliberazione  agli  altri  ve- 
scovi del  regno,  che  si  conferma- 
rono con  essa  nelle  provincie. 

Sembrava  che   la   decisione    del 
capo    della   Chiesa,  l'appoggio   del 


36  FRA 

sovrano  francese,  e  rautorilà  dei 
pastori  della  Chiesa  gallicana,  do- 
vessero aver  superata  la  contuma- 
cia de' giansenisti  ;  ma  nulla  di  que- 
sto avvenne.  Dal  vescovo  di  Ren- 
nes  era  stata  portata  la  bolla  alla 
Sorbona  nel  primo  di  agosto,  e 
qui  fu  essa  registrata.  Indi  ad  un 
mese  la  stessa  facoltà  teologica  di- 
chiarò che  se  alcuno  de' suoi  mem- 
bri avesse  difeso  alcuna  delle  cin- 
que proposizioni  condannate,  sareb- 
be escluso  da  quel  corpo,  e  cassato 
dal  catalogo  de'  dottori.  Malgrado 
però  questa  uniformità,  l'arcivesco- 
vo di  Sens  a' 2  3  settembre  i653, 
il  vescovo  di  Comminges  a'  io  ot- 
tobre, ed  il  vescovo  di  Beauvais  ai 
12.  novembre,  pubblicarono  tre  pa- 
storali alla  bolla  pontifìcia  ingiurio- 
se. Tosto  il  Pontefice  nominò  alcu- 
ni vescovi  per  formare  il  processo 
di  questi  prelati  disubbidienti,  co- 
me abbiamo  dalle  costituzioni  pon- 
tificie, IViiperde  22  dicembre  i653, 
Nuper  de'  iG  marzo  i654,  ed  Alias 
de' 26  ottobre  dell'anno  stesso,  tutte 
riportate  dal  Ditll.  Rom.  tom.  VI, 
par.  IV,  pag.  264  274  e  284.  Il  car- 
dinal IMazzarini  commise  a  dodici 
vescovi  (juesto  affare,  e  l'arcivesco- 
vo di  Sens  in  questo  tempo  pro- 
mise di  soggettarsi  all'assemblea 
de' vescovi,  che  subito  si  adunò  per 
la  cagione  che  andiamo  a  narrare. 
I  giansenisti  volendo  sfuggire  la 
censura  apostolica,  ricorsero  ad  un 
nuovo  stratagemma ,  che  fu  di 
confessare  per  una  parte,  che  le 
cinque  proposizioni  considerate  in 
sé  stesse  erano  giustamente  condan- 
nale, ma  sostenevano  dall'  altra  par- 
te, ch'esse  non  si  contenevano  nel 
libro  di  Giansenio,  né  erano  con- 
dannate nel  senso  dello  stesso  li- 
bro. Aduuaronsi  pertanto  nel  Lou- 
vre   tientotto    vescovi    a'  9    marzo 


FRA 
1654,  e  nominarono  otto  commis- 
sari per  esaminare  il  testo  di  Gian- 
senio  per  rapporto  alle  cinque  pro- 
posizioni. Dopo  dieci  sessioni  dichia- 
rò l'assemblea  a' 28  di  manto,  che 
le  cinque  suddette  proposizioni  si 
contenevano  veramente  nel  libro 
del  vescovo  d' Ypri,  e  che  nel  sen- 
so dello  stesso  libro  erano  state 
condannate.  L'arcivescovo  di  Sens, 
ed  il  vescovo  di  Comminges  fino 
allora  contrari,  si  assoggettarono  a 
questa  decisione,  che  sottoscrissero, 
ed  i  vescovi  la  spedirono  al  Pon- 
tefice Innocenzo  X,  il  quale  a'  25 
di  aprile  condannò  di  bel  nuovo 
il  libro  di  Giansenio,  con  tutte  le 
opere  che  si  erano  pubblicate  in 
favore  e  in  difesa  di  esso;  anzi  eoa 
un  breve  de'  29  settembre,  rese  le 
grazie  ai  vescovi  francesi  per  la 
bella  deliberazione  della  loro  assem- 
blea, e  protestò  ai  medesimi,  che 
egli  aveva  condannato  nelle  cinque 
proposizioni  la  dottrina  di  Gianse- 
nio, la  quale  si  conteneva  nel  li- 
bro intitolato  Auguslinus. 

Con  queste  decisioni  non  si  ac- 
quietò Arnaud,  che  anzi  a'  20  lu- 
glio i655  pubblicò  una  lettera  di- 
retta ad  un  duca  pari,  nella  quale 
sosteneva  che  Giansenio  non  aveva 
insegnato  le  cinque  proposizioni 
condannate.  Ma  già  per  reprimere 
questa  tracotanza  a'  )4,  29  e  3i 
di  gennaio  dell'anno  stesso,  e  poi 
nel  primo  febbraio  i656  centotren- 
ta dottori  della  Sorbona  condanna- 
rono questa  lettera,  e  decretarono 
che  se  nel  termine  di  giorni  quin- 
dici Arnaud  non  avesse  ritrattato  il 
suo  erroneo  sentimento,  e  non  avesse 
sottoscritta  la  loro  censura,  fosse  de- 
gradato dal  dottorato,  ed  escluso  dal- 
la Sorbona,  come  in  effetto  avvenne 
a'  3  I  gennaio,  per  non  voler  sotto- 
mettersi alle  decisioni  pontificie,  per 


FRA. 
tenere    perturbata     la    Sorbona,    e 
per  imprimere  proposizioni  condan- 
nale.   Questa  pena    soffrirono  pure 
settanta  altri  dottori,  che  contuma- 
ci come  l' Arnaud,  non  vollero  sot- 
toscrivere   la    censura    della    slessa 
Sorbona,  la  quale  per  rendere  eterno 
il  suo  deci'eto  ordinò,  che  nessuno 
fosse  ricevuto  ad  alcun  grado  di  es- 
sa, il  quale  non  1'  avesse  prima  sot- 
toscritta. Qual  fosse  il  parlilo,  a  cui 
poi  si  appigliarono  i  giansenisti,  ne 
parleremo  nel    trattare  di  Alessan- 
dro VII.  In  mezzo  alle  rivoluzioni 
dai  giansenisti  cagionate,  il  Ponte- 
fice Innocenzo  X,  con  decreto  del- 
la sagra  inquisizione  de'  24  genna- 
io 1647,  Cosi.  3i,  Bull.  Rom.  tom. 
IV,  p.  287,  e  nell'Hardion,   Conci- 
lior.    tom.    XI,    pag.     i43,    aveva 
condannato  il  libro  Delle  grandez- 
ze   della    Chiesa  romana    stabilita 
sull'autorità  di  s.  Pietro  e  s.  Pao- 
lo.   Martino   di  Barcos,    uno  degli 
eroi  del  partito  giansenistico,  il  più 
caro  nipote  di    Giovanni  du  Ver- 
ger, e  suo  successore  nell'abbazia  di 
s.  Cyrano  in  cui    morì  nel    1678, 
è    l'autore  del  libro.    La  grandeur 
de  l'Eglise  ec,     1 645;  e    dell'  altro 
libro  ancora  condannato  dal  Papa 
con    questo    titolo:    De    V autoritc. 
de  s.  Pierre  et  de  s.  Paul  qui  resi- 
de  dans  le  Pape,  successeur  de  ces 
deux  Àpólres,  i645.  Egli  pubblicò 
queste  due  opere,  e  poi  l' Epistola 
ad  Innocentium  X,    1646,  per  giu- 
stificare   la    dannevole     ed    eretica 
proposizione,  che  s.  Pietro  e  s.  Pao- 
lo sono  due  capi  della  Chiesa,  che 
non  fanno  che  uno  solo,  da  lui  in- 
serita   nella    prefazione    del     libro. 
Della  frequente   comunione,  scritto 
da  Antonio  Arnaldo  d'Andilly  con- 
tro di  uu  opuscolo  dello  stesso  ar- 
gomento del  gesuita  Pietro  de  Ses- 
raaison.  Quindi  è  che  l' autore  del 


FRA  37 

Dizionario  dell'  eresie,  degli  errori 
e  degli  scisnù  ec,  tradotto  dal  fran- 
cese nella  lingua  italiana  dal  p. 
Tommaso  Antonio  Conlini  C.  R., 
tom.  I,  pag.  297,  attribuisce  que- 
sta opera  al  signor  Arnaldo.  Sem- 
bra evidente,  che  il  Barcos  nel  com- 
porle,  avesse  avanti  gli  occhi  il  li- 
bro della  Repubblica  ecclesiastica 
dell'apostata  Marc' Antonio  de  Do- 
minis  arcivescovo  di  Spalalro,  atte- 
sa la  conformità  che  passa  Ira  l'una 
e  l'altre  nel  ragionare,  nelle  pro- 
ve, e  nelle  citazioni.  Dictionnaire 
des  livres  Jansenisles  tom.  I,  An- 
vers  1752,  pag.  i45  e  seg.  L'au- 
tore dunque  del  libro  La  grandeur 
stabiliva  in  esso  s.  Paolo  eguale  al 
principe  degli  apostoli  nell'ammini- 
strazione della  Chiesa,  e  senza  ve- 
runa subordinazione  a  questo  nel 
sommo  pontificato.  Non  credendo- 
si poi  Innocenzo  X  abbastanza  sod- 
disfatto con  aver  condannato  la 
sciocca  dottrina  del  Barcos,  ordinò  a 
Giovanni  Agostino  di  Belly  chierico 
regolare,  a  Teofilo  R.aynaud  gesuita, 
e  ad  altri  uomini  in  doUrina  insigni^ 
che  la  confutassero  co' loro  scritti. 
Dicemmo  di  sopra  che  nel  1649 
incominciò  la  guerra  civile  in  Fran- 
cia, per  la  gelosia  che  i  grandi  del 
regno  provavano  pel  potere  e  gran 
favore,  che.  presso  Luigi  XIV  godeva 
il  cardinal  Mazzarini,  e  per  le  imposi- 
zioni che  si  trovò  necessitato  il  go- 
verno d'imporre.  Nell'anno  seguen- 
te furono  imprigionati  il  princi- 
pe di  Condé,  il  principe  di  Gon- 
dy,  e  il  duca  di  Longueville,  ol- 
tre altri  distinti  signori  ,  che  con 
Turenua,  tranne  il  principe  di  Con- 
dé, figuravano  nel  malcontento  del 
rivoltato  popolo.  I  sediziosi  presero 
il  nome  di  frombolieri,  frondeurs, 
il  perchè  barricale  le  strade  s'im- 
padronirono della  Bastiglia,  e  bar- 


38  .      FRA 

ricarono  le  strade  de' sobborghi  a 
sostegno  del  parlamento.  La  corte 
si  ritirò  dalla  capitale,  e  solo  \ri 
rientrò  dopo  che  fu  espugnata  dal 
duca  d'Orleans;  lecosesi  ricompose- 
ro mediante  un'amnistia,  magli  spa- 
gnuoli  profittarono  delle  circostan- 
ze, e  presero  varie  città,  tuttavolta 
furono  vinti  alla  battaglia  di  E.he- 
tel  dal  maresciallo  Du  Plessis-Pras- 
lin,  I  principi  furono  indi  liberati, 
il  cardinal  Mazzarini  allontanato  nel 
i65i  e  rilegato  ad  Havre-de-Grace, 
ed  il  re  venne  dichiarato  maggiore. 
Nel  tempo  dell'esilio  seppe  il  car- 
dinale Mazzarini  provare  la  falsità 
delle  calunnie  de' suoi  emuli,  per 
cui  tornò  in  corte  nel  i652,  si  vi- 
de come  prima  dal  monarca  ap- 
prezzalo, ed  acquistò  subito  l'anti- 
co potere.  Tale  ritorno  diede  ori- 
gine alla  seconda  guerra  di  Parigi, 
ed  il  principe  di  Conde'  eh' crasi 
dato  al  partito  de' ribelli,  dopo  avei- 
vinto  il  maresciallo  d'Hoquincourt, 
sarebbe  slato  preso  nell'azione  del 
sobborgo  di  s.  Antonio  dal  viscon- 
te di  Turenna,  ch'era  accorso  per 
salvare  la  famiglia  reale  minacciata, 
se  i  parigini  non  gli  avessero  aper- 
te le  porte.  Poco  dopo  il  Condé  si 
gettò  nel  partito  degli  spagnuoli,  dai 
quali  fu  fatto  generalissimo  :  intan- 
to il  re,  coll'allontanamento  del 
ministro,  e  con  altra  amnistia  dis- 
sipò la  fazione  della  fronda,  laonde 
dopo  il  richiamo  del  ministro  i  di 
lei  seguaci  furono  più  che  mai  an- 
nientati. Il  cardinal  Mazzarini  rite- 
nendo che  tra  i  suoi  maggiori  ne- 
mici uno  fosse  il  cardinale  prelato 
Gianfrancesco  Paolo  di  Gondy,  ori- 
ginario fiorentino,  nipote  dei  cardi- 
nali Enrico  e  Pietro,  ed  arcivesco- 
vo di  Parigi,  chiamato  comunemen- 
te il  cardinal  de  Retz,  fu  arrestato 
per  ordine  del  cardinal    IMazzarini, 


FRA 
con  intelligenza  del  re,  e  portalo 
prima  prigione  in  Vincennes,  poi  a 
Nantes.  Di  ciò  se  ne  offese  grave- 
mente Innocenzo  X,  e  scrisse  di 
proprio  pugno  a  Luigi  XIV,  pro- 
testandosi che  non  poteva  vedere  con 
indifferenza  la  violenza  usata  con- 
tro i  diritti  della  Chiesa  ad  un 
cardinale  di  essa.  A  questo  dissapo- 
re si  aggiunse  altro  disgusto  :  aven- 
do Innocenzo  X  richiamato  da  Pa- 
rigi il  nunzio  monsignor  Bagni,  ed 
avendovi  destinato  a  succederlo  mon- 
signor Corsini,  l'ambasciatore  fran- 
cese aveva  richiesto  al  Papa  chi 
fosse  il  prelato  che  in  qualità  di 
nunzio  destinavasi  per  la  sua  cor- 
te. Questa  ricerca  fu  in  Roma  sti- 
mata offensiva  all'  autorità  ponti- 
ficia, onde  si  trascurò  di  compiace- 
re l'ambasciatore.  Poco  dopo  fu 
spedito  il  Corsini  in  Francia,  ma 
non  essendo  egli  alla  corte  nelle 
spinose  circostanze  delle  guerre  ci- 
vili, e  dell'affare  dei  giansenisti,  il 
re  gli  vietò  l'ingresso  nel  regno, 
rompendosi  cosi  la  buona  armonia 
tra  il  re  ed  il  Papa.  Intanto  il 
cardinal  de  Retz  indotto  dal  tedio 
della  prigione  a  rinunziare  l'arci- 
vescovato di  Parigi,  colla  pensione 
di  trentamila  scudi  sulla  mensa , 
e  su  altri  benefizi  ecclesiastici,  il 
capitolo  deputò  vicari  capitolari. 
Però  Innocenzo  X  negò  di  ammet- 
tere la  rinunzia,  finché  il  cardina- 
le posto  in  libertà  la  confermasse. 
Egli  in  tale  stato  di  cose  scalò  la 
torre  della  prigione,  e  si  pose  in 
salvo  rivocando  subito  la  rinunzia 
come  violenta.  Risanato  il  cardina- 
le da  una  rottura  della  spalla,  fat- 
tasi nella  scalata,  si  portò  in  Roma, 
e  negli  ultimi  del  pontificato  d'In- 
nocenzo X  ricevè  da  lui  il  cappel- 
lo cardinalizio,  ed  intervenne  al 
conclave    in  cui    a' 7    aprile     i655 


F  II  A 

fu  eletto  Alessandro  VII,  della  cui 
esaltazione  fu  uno  dei  più  efficaci 
promotoii  .  Nell'anno  precedente 
Luigi  XIV  fu  consagrato  in  Reims 
a'  7  giugno. 

Dopo  il  conclave  uscirono  contro 
il  cardinal  de  Retz  nuove  dichiara- 
zioni come  ribelle ,  seguace  della 
fazione  della  fronda,  e  perturba- 
twe  della  pace,  ed  una  lunga  scrit- 
tura sullo  stesso  argomento  Luigi 
XIV  fece  pervenire  ad  Alessan- 
dro VII.  In  essa  narravasi,  non  prò- 
vavasi  i  delitti  del  cardinale,  il  qua- 
le avea  inasprito  i  regi  ministri  con 
lettere  pungenti  scritte  al  suo  cle- 
ro, e  col  deputare  a  suoi  vicari 
persone  diffidenti  alla  corte.  Quindi 
il  cardinal  de  Retz  domandò  in 
concistoro  il  consueto  pallio  arci- 
vescovile, cui  non  contraddicendo  ve- 
run  cardinale  attinente  alla  Fran- 
cia, il  Papa  glielo  impose  nella  sua 
cappella  segreta ,  di  che  in  Roma 
e  in  Francia  si  fecero  gravi  doglian- 
ze, come  con  tale  concessione  aves- 
se Alessandro  VII  canonizzato  per 
buon  arcivescovo  un  individuo  che 
dui  francesi  era  tenuto  per  fellone. 
Allora  il  Pontefice  si  mostrò  me- 
ravigliato come  il  re  non  ricono- 
scesse nel  suo  silenzio  la  paterna 
sua  affezione ,  dappoiché  era  onta 
alla  santa  Sede  la  carcerazione  del 
cardinale,  le  condanne  contro  di  lui 
promulgate  senza  ricorrere  al  giu- 
dice competente,  e  senza  dichiarare 
a  questo  per  autentico  modo  prove 
di  fatti.  Aggiunse  Alessandro  VII 
che  piuttosto  doveva  essere  grato 
al  cardinale  che  a  costo  d' una 
spalla  rotta,  avesse  liberato  la  san- 
ta Sede  forse  dalla  necessità  di  fa- 
re uso  delle  armi  spirituali ,  contro 
i  violatori  della  duplice  e  sublime 
dignità  cardinalizia  ed  arcivescovile. 
Fece  riflettere    che    non  poteva    al 


FRA  39 

cardinale  negare  il  pallio,  pel  quale 
né  il  cardinal  protettore  della  co- 
rona di  Francia,  né  verun  altro 
cardinale  ben  afiletto  al  re,  si  erano 
opposti  in  concistoro  allorché  ne  fu 
fatta  la  domanda  ;  e  che  in  quanto 
alla  scrittura  rimessagli  dal  re,  non 
contenendo  che  accuse  riservate , 
non  potevano  esse  pubblicarsi,  sen- 
za offendere  la  maestà  del  re.  Per 
riguardo  ai  gravami  sui  vicari  de- 
putati dal  cardinale  per  la  sua 
arcldiocesi ,  che  dicevansi  dagli  ac- 
cusatóri giansenisti,  essi  non  piace- 
vano nemmeno  al  Papa ,  benché 
dopo  la  bolla  d' Innocenzo  X  non 
avessero  palesemente  aderito  alla 
condannata  dottrina,  alla  quale  o 
almeno  alla  fazione  qualche  pro- 
pensione esisteva  nel  cardinale.  Con 
tutto  ciò  non  dovevasi  permettere 
alla  podestà  secolare  l'autorità  di 
deporre  un  arcivescovo,  o  condan- 
narlo in  Roma  per  meri  stragiudi- 
ziali  sospetti  ;  voler  bensì  Alessan- 
dro VII  che  rivocati  i  vicari ,  altri 
se  ne  sostituissero  di  soddisfazione 
del  re.  Questi  sentimenti  del  Pon- 
tefice, ed  altri  pieni  di  saggezza  , 
equità  e  moderazione,  diminuirono 
il  risentimento  de' francesi  contro 
il  cardinal  Gondy  o  sia  de  Retz. 

Tuttavolta  Luigi  XIV,  e  il  car- 
dinal Rlazzarini,  costanti  nell'  ira 
contro  il  cardinal  de  Retz,  ripugna- 
rono ad  ogni  atto  di  giurisdizione 
fatta  da  lui,  come  s'  egli  per  delit- 
to di  lesa  maestà  fosse  decaduto 
dalla  dignità  di  arcivescovo  di  Pa- 
x"igi.  Alessandro  VII  perché  sì  ri- 
spettabile chiesa  non  restasse  priva 
di  cura  pastorale,  condiscese  a  de- 
putarvi un  vicario  apostolico  come 
i  regi  ministri  richiedevano ,  ma 
prevedendo  qualche  inconveniente, 
usò  l'avvertenza  di  mandar  l'ana- 
logo breve  al   nunzio ,   con  ordine 


4o  .      FRA 

di  non  consegnarlo  ,  se  priuja  non 
era  certo  che  l'assemblea  del  clero 
fosse  per  acconsentirvi.  In  fatti  i 
vescovi  dell'assemblea  al  sentire  tal 
proposta,  dichiararono  che  tal  de- 
putazione mentre  viveva  l'arcive- 
scovo, offendeva  i  privilegi  della 
Chiesa  gallicana ,  onde  il  cardinal 
Mazzarini  vedendo  la  qualità  dei 
difensori  del  cardinal  de  Retz,  sa- 
gacemente si  ritirò  dall'  impegno  , 
restando  così  il  secondo  riconosciu- 
to per  arcivescovo  come  desiderava 
il  Papa,  al  quale  si  rivolsero  però 
i  ministri  regi,  pregando  di  quanto 
egli  stesso  avea  prima  suggerito  e 
da  loro  rifiutato,  cioè  di  contentar- 
si che  il  re  nominasse  sei  persone^ 
fra  le  quali  ne  sciegliesse  una  l'ar- 
civescovo e  la  costituisse  suo  vica- 
rio. A  ciò  essendosi  convenuto,  ne 
fece  la  patente  il  cardinale ,  che 
mandò  a  Parigi  senza  parteciparlo 
al  signor  di  Lione,  ministro  del  re 
in  Roma,  il  quale  era  mal  veduto 
dal  Papa  ,  perchè  scriveva  di  lui 
cose  calunniose,  e  perchè  amico  se- 
i^reto  de' giansenisti.  Nel  i656  A- 
Icssanbro  VII  come  padre  comune 
si  trovò  nicjlto  angustiato  per  la 
guerra  che  i  francesi  e  il  duca  di 
IModcna  facevano  contro  gli  spa- 
gnuoli  nel  Milanese,  onde  ne  trattò 
la  concordia.  Nel  tempo  medesimo 
il  cardinal  ìMnzzarini  mostra  vasi  dis- 
gustato col  Papa  perchè  favoriva  il 
cardinal  de  Retz,  ch'egli  temeva  che 
potesse  sbalzarlo  dal  suo  ministero,  e 
fermo  in  questo  errore  ed  aizzato  da 
persone  torbide  eh'  erano  in  Roma, 
molti  dispiaceri  diede  al  Pontefice, 
il  quale  attese  che  il  tempo  e  i  fatti 
contrari  l' illuminassero  come  poi 
successe.  Il  re  di  Francia  ch'era 
disposto  alla  pace  alla  quale  Ales- 
sandro VII  r  esortava  ,  avendo  ri- 
pevuto  dalla  Spagna  uu  privato  per 


FRA 
trattarla  senza  strepito,  spedì  subito 
la  nuova  al  Pontefice  per  assicurar- 
lo, che  nulla  avrebbe  concluso  se 
non  colla  sua  intervenzione.  Allora 
Alessandro  VII  esplorando  dal  car- 
dinal Bichi  che  faceva  le  parti  di 
ambasciatore  di  Francia,  e  dal  duca 
di  Terranova  ambasciatore  di  Spa- 
gna ,  quali  dei  soggetti  che  propo- 
neva spedire  per  nunzi  pacificatori 
potessero  essere  accetti ,  prescelse 
per  la  Spagna  monsignor  Bonelli 
governatore  di  Roma,  e  Celio  Pic- 
colomini  segretario  de'  memoriali  per 
la  Francia.  Questa  pace  però ,  co- 
me vedremo,  tardò  a  conchiudersi, 
ostandovi  gli  inglesi  cui  erasi  allea- 
to Luigi  XIV. 

Continuando  i  giansenisti  contu- 
maci e  resistenti  alla  censura  d'In- 
nocenzo X,  per  deluderla  avevano 
ricorso  al  riprovevole  ripiego  di  di- 
re «  che  veramente  la  Chiesa  avea 
»  creduto  di  avere  ritrovato  nel 
M  libro  di  Giansenio  le  note  cin- 
M  que  proposizioni,  ma  che  in  que- 
M  sto  fatto  ella  aveva  preso  abba- 
«  glio,  perchè  ella  non  è  infallibile 
»  allorché  giudica  di  un  fatto  ". 
Nei  primi  due  giorni  di  settembre 
i656  r  assemblea  generale  di  Fi'an- 
cia  volle  riparare  a  questa  perni- 
ciosissima iniquità,  dichiarando  ««che 
»  la  Chiesa  giudica  delle  questioni 
"  di  fatto  inseparabili  dalle  mate- 
»  lie  di  fede,  colla  Stessa  infallibi- 
«  lilà,  colla  quale  giudica  della  fe- 
«  de  medesima  ".  Dall'  altra  parte 
Alessandro  VII,  che  trovavasi  inqui- 
sitore allorché  Innocenzo  X  con- 
dannò le  cinque  proposizioni  di 
Giansenio,  e  che  aveva  una  parti- 
colar  cognizione  de' settarii  gian'^e- 
nisli ,  e  di  quanto  si  era  fatto  nel 
trattale  la  causa  loro ,  dirputò  op- 
portunamente per  questo  affare  una 
nuova  congregazione,  la  cui  conse- 


FRA 
guenza  fu  la  bolla  che  emanò  a*  i6 
ottobre  1 656 ,  .4d  sanctam,  eh'  è 
riportata  nel  Bull.  Roni.  toni.  VI, 
par.  IV,  pag.  1 5o,  e  dal  Bernini , 
Storia  dell'  eresie  t.  IV,  p.  665.  Con 
questa  bolla  dommatica ,  che  fu 
ricevuta  per  tutta  la  Chiesa,  Ales- 
sandro VII  dichiarò  che  le  cinque 
proposizioni  condannate  da  Inno- 
cenzo X,  erano  veramente  del  libro 
di  Giansenio ,  e  che  egli  di  nuovo 
le  condannava  nel  medesimo  senso 
dello  stesso  Giansenio.  L'assemblea 
del  clero  di  Francia  ricevette  la 
bolla  pontifìcia,  che  il  nunzio  Pic- 
colomini  gli  presentò  a'  i4  marzo 
1657,  e  nel  febbraio  1661  stese 
una  formola  della  fede,  che  doveva 
essere  nell'avvenire  sottoscritta  da 
tutti  gli  ecclesiastici  sì  regolari  del- 
l' uno  e  r  altro  sesso,  come  secola- 
ri, dottori,  reggenti  ec.  Questa  de- 
liberazione fu  autorizzata  dal  re  con 
un  decreto  del  suo  consiglio  di  sta- 
lo de'i3  aprile,  e  dalla  Sorbona 
ancora,  la  quale  a'  2  maggio  ordinò 
la  sottoscrizione  del  formolario  sud- 
detto a  tutti  i  suoi  membri,  sotto 
pena  di  degradazione  del  dottorato 
a  chiunque  ripugnasse  di  sotto- 
scriverlo. Malgrado  tutte  queste 
provvide  deliberazioni  non  voleva- 
no i  giansenisti  sottomettersi  alla 
sottoscrizione  del  formolario,  per  la 
qual  cosa  Luigi  XIV  si  portò  al 
parlamento ,  affine  di  tenervi  il  suo 
letto  di  giustizia  ,  e  quivi  fece  re- 
gistrare a'  IO  aprile  1664  una  di- 
chiarazione in  cui  ordinava  assolu- 
tamente detta  sottoscrizione,  e  que- 
sta fu  la  prima  dichiarazione  dei 
monarchi  francesi  che  si  portò  al 
parlamento,  per  appoggiare  la  de- 
cisione di  una  bolla  dommatica 
<lc-IIa  Chiesa,  della  quale  essi  me- 
desimi si  protestavano  figliuoli  pri> 
tnogeniti. 


FRA  4t 

Frattanto  pregato  Alessandro  VII 
da  parecchi  vescovi  francesi  con  let- 
tere de' 2  ottobre  i663,  ed  ezian- 
dio dal  re,  di  raffrenare  que' rivol- 
tosi cristiani ,  a'  6  febbraio  1 665 
pubblicò  la  bolla  Regiminis  Apo- 
stolici, che  si  legge  nei  citati  Bull. 
Rem.  tom.  VI,  par.  VI,  p.  52  ,  e 
Bernini  tom.  IV,  pag.  678,  con  la 
quale  ordinò  rigorosamente  la  sot- 
toscrizione del  formolario,  che  pre- 
scrisse con  formola  pontificia,  simi- 
le a  quello  già  fatto  dall'assemblea 
del  clero,  da  chiunque  aspira  ai 
gradi  delle  accademie,  e  alle  digni- 
tà, nel  quale  si  condannano  con 
animo  sincero  le  cinque  proposizio- 
ni cavate  dal  libro  di  Giansenio,  e 
nel  senso  del  medesimo  autore,  co- 
me appimto  le  aveva  condannate 
la  santa  Sede.  Ecco  la  formola  pon- 
tificia di  Alessandro  VII.  «  Ego  N. 
»  Constitutioni  apostolicae  Innocen- 
»  tii  X  die  3i  maii  i653,  et  Con- 
«  stitutioni  Alessandri  VII  datae 
M  die  16  octobris  i656,et  Summo- 
»»  rum  Pontifìcum,  me  subijcio,  et 
»  quinque  propositiones  ex  Corne- 
»  Hi  Jansenii  libro,  cui  nomen  Aii' 
»  guslinus,  exceptas,  et  in  sensu  ab 
"  eodem  auctore  intento ,  prout  il- 
»  las  per  dictas  constitutiones  Sedes 
»  apostolica  damnavit,  sincero  ani- 
»  mo  reijcio  ac  damno,  et  ita  juro. 
»  Sic  me  Deus  adjuvet ,  et  haec 
>»  sancta  Dei  evangelia".  Luigi  XIV 
dopo  la  bolla  Regiminis,  subito 
spedì  una  dichiarazione  di  egual 
forza  a  quella  dell'  anno  preceden- 
te, e  a'  29  aprile  i665  si  portò  in 
persona  a  farla  registrare  nel  par- 
lamento, comandando  a  tulti  i  pre- 
lati del  suo  regno,  che  sottoscrives- 
sero il  formolario  del  Papa  ,  e  di- 
chiarando che  se  dentro  a  tre  mesi 
qualche  vescovo  non  avesse  a  ciò  pre- 
stalo sommessione,  volleva  che  contro 


42  l  U  A 

di  essi  si  procedesse  per  la   via  dei 
sagri  canoni.   Ciò  non  ostante  quat- 
tro vescovi,  cioè  di  Alet    Pavillon, 
di    Beauvais  Choart   de    Bunzaval , 
di  Pamiers  Caulet,  e  di  Angers  Ar- 
nauld  fratello  del    capo   de' gianse- 
nisti Antonio,  non  vollero  ubbidire, 
anzi  colle  loro  pastorali  protestaro- 
no che  sopra  il  fatto  di  Giansenio 
non  si  doveva  alla  Chiesa  piìi  che 
un  ubbidienza  di  rispetto,  consisten- 
te in  osservare  un  ossequioso  silen- 
zio. Il  re  soppresse  le  quattro  pasto- 
rali a' IO  luglio   1 665,    e    il   Pon- 
tefice con  decreto    della    congrega- 
zione dell'  indice  ,  le    condannò  an- 
cora a'i8  febbraio  1667.  Quindi  ad 
istanza    del     medesimo    re,    stabiPi 
Alessandro    VII    nove    vescovi    per 
fare  il  processo   ai    quattro  vescovi 
refrattari,    ma    lasciò    per   cagione 
della  sua  morte  al    suo    successore 
il  proseguimento  d'  un  affare  cotan- 
to   delicato.  E    qui    noteremo ,  che 
nel  tempo  medesimo  in  cui  agita- 
vasi  la  causa  delle  cinque  proposi- 
zioni, Alessandro  VII  a'  24  settem- 
bre   i663,  colle  costituzioni    28    e 
162  del  Bull.   Rom.  tora.   V,  pagi- 
na  233  e  2o5,    condannò    ancora 
ventotto  altre    proposizioni    scanda- 
lose cavate  da  alcuni  autori  di  teo- 
logia morale;  e  poi    a'  ib    marzo 
1666,  con  la  costituzione  167  loco 
citato,  pag.  409,  riprovò  colla  me- 
desima censura  diecisette  altre  pi"0- 
posizioni  della  stessa  materia. 

Proseguendosi  dalla  Francia  la 
guerra  contro  la  Spagna ,  per  la 
quale  come  dicemmo  s' interpose 
Alessandro  VII  sino  dal  i656,  il 
valoroso  visconte  di  Turenna  gua- 
dagnò nel  i658  la  battaglia  delle 
Dune,  e  sottomise  colla  maggior  ce- 
lerità Dunkerque,  Furnes,  Grave- 
line,  Oudenarde,  Ypres,  IMortagne, 
ec.  Tanti  prosperi  avvenimenti  pò- 


FRA 
sero  in    timore    la    Spagna ,    e    fu 
conchiusa  la  pace  nell'isola  de'Fa- 
giani  per  il  trattato  de' Pirenei  li  ■" 
settembre    1639.  Allora  Luigi  XIV 
rimise  nella  sua  grazia  il    principe 
di  Condé ,    sposò    dopo    otto    mesi 
Maria  Teresa  d'Austria  infanta  di 
Spagna,  figlia  di  Filippo  IV,  assi- 
curando alla  Francia  il  Rossiglione, 
r  Artois  ,  e  la  cessione  del    Charo- 
lois,  e  Filippo  IV  rinunziò  ad  ogni 
diritto  sull'Alsazia.    A  questa    pace 
sopravvisse  soli  due  anni  l' irrequie- 
to Gastone  duca  d'  Oileans  zio  del 
re,  e  tre  il  cardinal  Mazzarini,  che 
pareggiando    ne'  politici    talenti    al 
suo   predecessore ,    venne    maggior- 
mente commendato  per  le    qualità 
del  suo  spirito,  e  per   aver  pacifi- 
cato la  Francia,  che  il  cardinal  Ri- 
chelieu  aveva     impegnata   in    disa- 
strose interminabili  guerre.  Nel  1660 
Luigi  XIV  si  recò  ad  Avignone,  al 
quale  articolo  dicemmo  della  splen- 
dida accoglienza  che  vi  ricevette  dai 
ministri  pontificii    e    dalla    città ,  e 
come  nel  dì  di  Pasqua  toccò  otto- 
cento   scrofolosi    nel     chiostro     del 
convento  de' frati   minori,    dopo  la 
santa  comunione:   in  detto  articolo 
è    pur    descritta    l' accoglienza    che 
nella  medesima  città  si  fece  a  Lui- 
gi XIII ,  quando  vi  si    recò.   Luigi 
XIV   non  governò  da  sé  stesso  che 
dopo  la  morte    del    cardinal    Maz- 
zarini nel    1661  ,  durante  il    mini- 
stero del  quale   i    francesi  si  stabi- 
lirono nelle  isole  di  Maria  Galante, 
s.  Bartolomeo,  Bourbon,  e  la  Gra- 
nata;  ed  i  cacciatori    francesi  detti 
les  boucaniers  presero  possesso  del- 
la parte  occidentale  di  s.  Domingo. 
Incomincia  da  questo  punto    il   bel 
secolo  di  Luigi  XIV,  che  rivolgendo 
i    pensieri    a    far    provare    ai    suoi 
sudditi  i  frutti  della  pace,  resse  do- 
po (piest'  epoca  in  modo  assoluto  la 


FU  A 
monarchia,  giovandosi    nell' ini  por- 
tante ramo  della  finanza  degli  estesi 
lumi  dell'  illustre  Colbert    che  fece 
rivivere  la  memoria  di  Sally;  onde 
le  scienze ,  i  letterati ,   ed  il    com- 
mercio furono  protetti,  e  fiorii'ono 
accrescendo  lustro,  decoro  e  ricchez- 
za alla  Francia.  Mentre  con  questo 
regno  ed    Alessandro    VII    passava 
tranquilla  armonia,  all'insaputa  del 
Papa  i  soldati  corsi  al  servizio  pon- 
tificio, essendo  stali  provocati,  fece- 
ro diversi  affronti    all'  ambasciatore 
Créquy ,    il    quale    essendo   nemico 
della  santa  Sede,   fu    cagione  delle 
gravi  esigenze  di  Luigi  XIV  verso 
il  Papa  ,  e  della  temporanea  occu- 
pazione armata  di  Avignone  e   del 
contado    Venaissino,    dominii  tem- 
porali della  Chiesa  romana  in  Pro- 
venza. L'origine    di    questo    disgu- 
stoso emergente,  le    conseguenze    e 
la  pacificazione,  sono  riportate  alvo- 
lume  III,  pag.  261,  262,  263,  264, 
265    e    266    del    Dizionario^    non 
che    in     altri     luoghi     relativi.    In 
quanto  agli  articoli  della  pace  con- 
chjusa  a  Pisa    tra    Alessandro    VII 
e  Luigi   XIV,  sono  riportati    anco- 
ra dal  Guerra  ueW  Epitome  tom.  J, 
pag.   362  ;  trattano  inoltre  di  que- 
sti avvenimenti  il  Du  Fresnoy,  Prin- 
cipii  della  storia  per  la  gioventìi , 
tom.  VII,   par.   II,  art.  yS,  p.  i^i  ; 
ed  il  Muratori  ue^W.  Annali  d  Ita- 
lia  tom.  X'I,    anno    1660    fino    al 
1664. 

Nel  1662  Luigi  XIV  si  fece  fare 
altresì  ragione  dell'  insulto  fatto  a 
Londra  dal  barone  di  Batteville 
ambasciatore  di  Spagna  ,  al  conte 
d'Estrades  ambasciatore  di  Francia. 
Nel  medesimo  anno  le  finanze  ri- 
stabilite permisero  a  Luigi  XIV  di 
acquistare  Dunkerque ,  che  dopo 
l' occupazione  del  visconte  di  Tu- 
renna  avea    rimesso    in  potere  de- 


FRA  43 

gì'  inglesi  ;  nel  parlamento  fece  re- 
gistrare la  donazione  fattagli   della 
Lorena  dal  duca  Carlo  IV;   nel  me- 
desimo anno  fu  stabilita   la  cn.npa- 
gnia  francese   delle   Indie  nel   (iu- 
zurate,  per  cui  furono  spedite  del- 
le colonie  nel  Senegal  ;  poscia  ebbe 
origine    lo    stabilimento   del    Forte 
Delfino    a    Madagascar.    Nel    1664 
Luigi  XIV  spedi  contro  i  mori  del- 
le truppe  che  presero  Gigeri,  e  soc- 
corse i  tedeschi  contro  i  turchi,  ed 
a  questo    aiuto    si    dovette  princi- 
palmente la  vittoria  di  s.  Gottardo 
in    Ungheria   nel    1664.  Nell'anno 
seguente    raffrenò  le  scorrerie   degli 
algerini,  prestò  aiuto  ai  portoghesi 
contro  gli  spagnuoli,  e  dichiarò  la 
guerra    agl'inglesi    per    soccorrere 
gli  olandesi  suoi  alleati;  la  pace  fu 
conchiusa  a   Breda    fra  l' Inghilter- 
ra, l'Olanda,  la  Francia  e  la  Da- 
nimarca   li   26    gennaio    1667.    In 
quest'  anno  ad  Alessandro  VII  suc- 
cesse nel  pontificato  Clemente  IX, 
il  quale  subito  si  oppose  ai  danni 
che    nella    Francia    cagionavano    i 
quattro  vescovi  renitenti    alla  sot- 
toscrizione del  formolario  di  Ales- 
sandro VII,  che  perciò  avevano  ab- 
bracciato il  partito  dei  giansenisti. 
A  favore  di  questi  quattro  vescovi 
scrissero    altri     diecinove     (  presso 
monsignor  Nuzzi  nella  ristampa  del- 
la bolla  Unigenitus  tom.  I,  p.  i55), 
nel    primo   dicembre  1667    a  Cle- 
mente IX,  dicendogli   che   la   Chie- 
sa  non  può  definire  con  infallibili- 
tà i  fatti  umani ,  che  Dio  non  ha 
rivelati,  onde  in  tal  caso  essa  non 
esige  da'  fedeli    se  non   che    un  ri- 
spetto a  suoi    decreU.  Questi  era- 
no gli    stessi    vescovi   che  avevano 
sottoscritta   la    risoluzione ,    in    cui 
l'assemblea  del    clero   gallicano   di- 
chiarò che  la  Chiesa  ne'  fatti  appar- 
tenenti alla  fede  risolve  colla  stessa 


44  FR^ 

infallibilità  che  nelle  slesse  male- 
lie  di  fede,  come  si  è  dello  di  so- 
pra. Voleva  Clemenle  IX  che  ai 
menzionali  qiiatlro  vescovi  fosse 
fatto  processo,  e  quindi  fossero  de- 
posti dal  grado  che  occupavano. 
Intanto  i  medesimi  quattro  prelati, 
incoraggili  dal  numero  degli  altri 
diecinove  ,  scrissero  a'  aS  aprile 
1668  una  lettera  circolare  a  tutti 
i  vescovi  del  regno  per  invitarli  ad 
unirsi  seco  loro,  a  fine  d'impedire 
l'esecuzione  del  breve  pontificio,  in 
vigore  del  quale  si  faceva  loro  il 
processo  :  ma  Luigi  XIV  condannò 
questa  enciclica  come  sediziosa,  ed 
ordinò  a  tutti  i  vescovi,  che  in  ve- 
runa guisa  non  l'attendessero. 

Questa  regia  risoluzione ,  e  il 
consiglio  de'  loro  amici  costrinsero 
i  quiitiro  vescovi  a  promettere  di 
venire  alla  sottoscrizione  del  for- 
mobrio,  purché  ad  essi  venisse  ri- 
sparmiala la  confusione  di  ritrat- 
tare le  loro  pastorali.  Vi  acconsentì 
Clemente  IX,  al  quale  essi  scrisse- 
ro nel  primo  di  settembre  1668 
una  lettela  piena  di  rispetto  e  di 
sommissione  alle  costituzioni  apo- 
stoliche; essendo  però  giunto  a  co- 
gnizione del  Papa  che  la  loro  con- 
dotta non  era  sincera,  né  la  lette- 
ra conforme  alla  sottoscrizione,  che 
dovevano  aver  fatto  senza  distin- 
guere in  essa,  come  facevano,  la  que- 
stione di  fatto  e  di  diritto,  richiese 
dai  medesimi  un  attestato  di  avere 
sottoscritto  il  formolario  di  Alessan- 
dro VII.  Tutto  fu  da  essi  eseguito, 
ma  con  frode ,  poiché  sebbene  la 
loro  sottoscrizione  del  formolario 
in  apparenza  sembrava  pura  e  sem- 
plice, tuttavia  negli  atti  diocesani , 
o  siano  processi  verbali,  vi  aveva- 
no aggiunta  la  consueta  distinzio- 
ne del  diritto  e  del  fatto.  Ciò  non 
oblanle  Clemenle  IX,  ingannalo  da 


FRA 
questa  apparenza,  rese  loro  le  gra- 
zie con  una  lettera,  nella  quale  di- 
mostrò la   sua    soddisfazione  per  la 
loro  sommissione  alle  bolle  aposto- 
liche, li  ammetteva  alla  pace  e  alla 
comunione,  ed  insieme  li  assicurava 
ch'egli  non  permetterebbe  mai  in  ta- 
le affare  eccezione  o  restiizione  veru- 
na. Questa  fu  chiamata  la  pace  di 
Clemente  IX  conchiusa  nel    1669, 
ma  siccome  era  stala  maneggiata  con 
frode  dall'Arnaud  e  da  Pietro  Ni- 
cole,  cioè  dai  due  più  fanatici  ca- 
pi del   giansenismo,  cos'i  non  pote- 
va durale  lungamente,  come  si  dirà 
parlando  di  Clemente  XI,    La  sto- 
ria di   questa  pretesa   pace,  fonda- 
ta  nell'inganno  di  quattro  vescovi, 
che  al  Papa  si  finsero  obbedienti  , 
venne  lungamente  trattata  dal  men- 
tovato monsignor  Nuzzi  nel  tom.  J, 
p.  i54    e  seg.    della    Storia    della 
bolla     Unigenitus,  ristampata     nel 
1794.    Nell'anno    1668    Clemente 
IX    costrinse    Arduino    arcivescovo 
di    Parigi  a  rimettere    ì  giorni  fe- 
stivi che    tolto  avea    senza  il    con- 
senso della  santa  Sede.  Per  la  sti- 
ma poi  ed  affetto    che  questo  Pa- 
pa nutriva  per  Luigi  XIV,  gli  con- 
cesse la   facoltà  di   poter  nominare 
i  vescovi  delle  chiese,  e  le  provvi- 
ste dei   monisteii  ed   altri   benefìzi, 
nelle  provincie  che  nuovamente  e- 
ransi  unite  alla  Fi'ancia,  nelle  qua- 
li    comprendevansi   i   vescovati     di 
Metz,  Toul  e  \  eninn  nella  Lorena, 
di  Tournay  nella  Fiandra,  e  di  Ar- 
ras   nei    Paesi-Bassi  ;    dell'  acquisto 
dei  quali  ultimi  domìnii  ora  andia- 
mo a  parlare. 

Non  volendo  gli  spagnuoli  con- 
tentare Luigi  XIV  sopra  le  preten- 
sioni ch'egli  avea  nei  Paesi-Bassi  a 
cagione  della  regina  sua  sposa,  fi- 
glia di  Filippo  IV,  morto  li  27  set- 
tembre i665,  il  re  entrò  in  Fian- 


FRA 
dra ,  e  prese  Armanlieres  ,  Cliaro- 
lois,  Tournay,  Douay,  Alost,  Lilla 
e  varie  altre  piazze.  S' inipadróm 
l'anno  dopo  della  Franca  Contea, 
e  fece  Ja  pace  con  Carlo  II  re  di 
Spagna  per  mezzo  del  trattato 
d'Aquisgrana  Ji  2  maggio  1668, 
in  virtù  del  quale  Luigi  XIV  cede 
la  Franca  Contea  alla  Spagna,  e 
ritenne  tutte  le  città  che  avea  pre- 
se nei  Paesi-Bassi.  Molta  paite  in 
questa  pace  ebbe  lo  zelo  di  Cle- 
mente IX,  che  mandò  in  Aquisgra- 
na  a  tale  effetto  per  nunzio  il  pre- 
Iato  Fianciotti ,  e  i  due  monarchi 
dichiararono  il  Papa  arbitro  della 
conclusione:  1' Oidoini  nel  tom.  IV, 
col.  73 1,  P'it.  Pont.j  riporta  la  let- 
tera che  Luigi  XIV  scrisse  al  Pon- 
tefice, in  cui  gli  dice  essersi  deter- 
minato alla  concordia,  per  riguai'- 
do  de'  suoi  uffizi.  In  questa  occa- 
sione Clemente  IX  ottenne  dal  re 
di  Francia  la  demolizione  della  pi- 
ramide eretta  nel  1664  in  Roma 
presso  s.  Salvatore  in  Lauro ,  sic- 
come ingiuriosa  alla  nazione  corsa, 
per  l'affare  dell'  ambasciatore  Cre- 
quy,  togliendo  in  vece  la  croce 
innalzata  per  l'assoluzione  di  En- 
rico IV ,  come  già  si  è  detto.  Nel 
1669  Luigi  XIV,  a  mezzo  del  ma- 
resciallo Crequy,  s'  impadronì  di 
tutta  la  Lorena,  per  avere  il  duca 
eccitati  tumulti  contro  la  Francia; 
indi  nel  167 1  fece  fabbricare  l'o- 
spedale degl'  invalidi  in  Parigi.  Nel 
seguente  anno  il  re,  malcontento 
degli  olandesi  ,  dichiarò  loro  la 
guerra,  fece  reggente  della  monar- 
chia in  sua  assenza  la  regina,  e 
passò  la  Mosa  colla  sua  armata , 
comandata  sotto  di  lui  dal  princi- 
pe di  Condé  e  dal  visconte  di  Tu- 
renna  celebratissimi  capitani.  Es- 
sendo gli  olandesi  stati  battuti  per 
ogni  parte,  e  ridotti  a  cattivissimo 


FRA  45 

stato,  r  imperatore  Leopoldo  I,  la 
Spagna  e  1'  elettore  di  Brandebur- 
go,  spaventati  di  tali  progressi  dei 
francesi  si  collegarono  contro  di 
essi.  Luigi  XIV  avea  ridotto  la  re- 
pubblica olandese  e  sue  proviucie 
unite,  quasi  al  punto  di  cadere,  ma 
non  seppe  approfittare  delle  sue 
vittorie,  e  della  presa  di  Maestriclit 
riputata  una  fortezza  inespugnabi- 
le. Indi  il  visconte  di  Turenna  nel 
1673  s'impadronì  della  maggior 
parte  delle  piazze  de'  ducati  di  Cle- 
ves  e  di  Juliers,  per  cui  l'elettore 
di  Brandeburgo  domandò  una  tre- 
gua, che  gli  venne  accordata.  Ve- 
dendo il  Papa  Clemente  X  tanti 
principi  cristiani  in  guerra,  si  appli- 
cò per  pacificarli,  ed  ottenne  per  le 
sue  diligenze  che  venisse  destinala 
Colonia  per  trattare  la  concordia  , 
dov'egli  spedì  colle  sue  istruzioni 
il  nunzio  di  Brusselles ,  sperando 
che  nella  conclusione  della  pace 
dovesse  fare  progressi  la  religione 
cattolica  nelle  provincia  unite  di 
Olanda,  al  qual  fine  designò  un 
vescovo  cattolico  per  la  città  d'U- 
trecht occupata  dai  francesi.  Ma  i 
continui  trionfi  di  questi  mossero 
gli  alleati  ad  unirsi  contro  la  Fran- 
cia coir  imperatore  ottomano,  col- 
r  Inghilterra  e  con  Carlo  IV  duca 
di  Lorena  ;  anzi  ai  nemici  della 
Francia  nel  1674  si  unì  l'elettore 
palatino  del  Reno.  Gli  affari  cam- 
biarono faccia,  per  cui  Luigi  XIV 
si  trovò  costretto  di  abbandonare  le 
piazze  degli  olandesi  fuorché  Mae- 
stricht  e  Grave. 

Non  andò  guari  che  il  re  di 
Francia  alla  testa  di  due  potenti 
armate ,  passò  nuovamente  nella 
Franca  Contea ,  e  ne  conquistò  le 
piazze  più  forti  ;  gli  spagnuoli  fu- 
rono battuti  nel  Rossiglione  dal 
conte  di  Schòmberg,   ed  i  tedeschi 


4*3  FRA 

unitamente  agli  olandesi  ebbero  la 
rolla  alla  battaglia  di  Senef  dal 
principe  di  Condé  :  il  visconte  di 
Tiuenna  riportò  un  gran  numero 
di  vittorie  in  Germania  sul  palati- 
no del  Reno,  ed  altri  principi  del- 
l'impero  ;  vinse  l'elettore  di  Bran- 
deburgo  che  aveva  rotto  la  tregua, 
ed  obbligò  i  tedeschi  ad  abbando- 
nare l'Alsazia.  Ma  una  cannonata 
a'  27  luglio  1675  uccise  il  gran 
Turenna,  la  cui  grave  perdita  riu- 
scì sensibilissima  a  Luigi  XIV  ed 
a  tutta  la  Francia.  Intanto  il  si- 
gnor di  Quesne  disfece  le  flotte  spa- 
gnuole  ed  olandesi  in  due  combat- 
timenti, nel  secondo  de'  quali  il  fa- 
moso ammiraglio  Ruyter  perde  la 
vita  a'  2  aprile  1676,  ed  il  mare- 
sciallo di  Yvone  tagliò  a  pezzi  set- 
te mila  uomini  vicino  a  Messina  : 
Vauban  si  distinse  in  varie  batta- 
glie. Circa  lo  stesso  tempo  la  Fran- 
cia dichiarò  la  guerra  alla  Dani- 
marca per  sosteneie  la  Svezia;  gli 
alleati  comandati  dal  principe  d'O- 
range  furono  dislatti  a  Cassel  da 
Filippo  di  Fi-ancia  unico  fratello 
del  re.  D'Hamieres,  Schòmberg,  la 
Feuillade,  Luxemburgo  e  de  Lor- 
ges  erano  all'assedio  di  Valenciennes, 
che  neir  anno  seguente  fu  preso 
con  Saint- Omer  e  Cambrai  ;  de 
Noitilles  si  distinse  ne'  Pirenei,  e 
Ducjuene  sul  mare.  Finalmente  fu 
conchiusa  la  pace  a  Nimega  a'  io 
agosto  1678,  perla  quale  co' suoi 
nunzi  tanto  eiasi  adoperato  il  de- 
funto Clemente  X,  fra  la  Francia 
e  l'Olanda;  vi  aderì  anche  la  Spa- 
gna li  i4  settembre,  in  appresso 
fecero  lo  stesso  i  tedeschi  a'  5  feb- 
braio ,  e  dopo  qualche  tempo  1'  e- 
lettore  di  Brandeburgo  e  la  Dani- 
marca. Questa  pace  conservò  a  Lui- 
gi XIV  una  gian  parie  della  Fian- 
dra, gli  diede  la  Franca  Contea  e 


FRA 
l'isola  di  Gorea,  e  l'isola  di  s.  I\Iar- 
lino  ebbe  allora  delle  colonie.  In- 
tanto il  Mississipì,  detto  ancora  la 
Luigiana,  nell'America  settentriona- 
le, all'ovest  del  Canada,  fu  dal  gover- 
natore di  questa  regione  Fronte- 
nac  discoperto,  e  chiamato  col  no- 
me del  suo  re  ,  il  fratello  del  quale 
die  in  isposa  la  sua  primogenita  a 
Carlo  li  re  di  Spagna.  Non  lascia- 
vano i  giansenisti  d'  insinuar  da 
ogni  parte  la  loro  dottrina  colla 
molteplicità  non  meno  di  errori  , 
che  di  libri.  Ad  un  libro  scritto 
con  poca  maturità  di  sentimenti  a 
favore  dell'uso  frequente  della  co- 
munione sagramentale,  rispose  l'Ar- 
naud  con  altro  libro ,  nel  quale 
censuravasi  la  comunione  frequen- 
te come  il  principale  abuso  del  cri- 
stianesimo, allontanando  i  fedeli  da 
questo  mistero  con  mendicati  timo- 
ri ,  con  inventate  necessità  di  su- 
blimissime  disposizioni,  contrarie  al 
sentimento  della  Chiesa  e  de'  santi 
padri.  Ma  siccome  qualche  cattoli- 
co zelante  avendo  scritto  contro  ta- 
le errore,  il  fervore  della  frequen- 
te comunione  era  divenuto  ecce- 
dente, massime  in  Ispagna ,  così 
per  regolare  la  poca  divozione  de- 
gli uni  e  la  troppa  negli  altri,  In- 
nocenzo XI  nel  febbraio  1679  pub- 
blicò un  analogo  e  salutevole  de- 
creto, che  si  legge  appresso  il  Bei- 
nini,  Storia  dell'  eresie  toni.  IV  , 
p.    104. 

In  vigore  di  questa  zelantissima 
provvidenza  del  venerabile  Innocen- 
zo XI ,  avendo  egli  veduto  che 
sempre  più  s'avanzava  la  temera- 
ria baldanza  di  alcuni  scrittori  con- 
tro la  disciplina  morale,  da  essi  or 
troppo  ristretta,  or  troppo  rilassa- 
ta, prese  giusto  motivo  di  condan- 
nare e  proibire  a' 4  marzo  1679 
scssantacinque  propo«;izioni ,   presso 


FRA 
il  Bull.  Boni.  tom.  Vili,  p.  44)  e 
nel  citato  Bernini  a  pag.  io6,  dai 
loro  libri  estratte.  Indi  scorgendo 
similmente,  che  ogni  giorno  com- 
parivano nuove  edizioni  di  libri  , 
ne'  quali  sotto  pretesto  delia  seve- 
rità della  morale,  si  rinnovava  la 
dottrina  delle  cinque  proposizioni 
condannate  di  Giansenio,  per  dar- 
ne pronto  provvedimento  pubblicò 
la  proibizione  del  libro  intitolato  : 
Difesa  della  disciplina  che  si  osser- 
va nella  diocesi  di  Sens  circa  l'im- 
posizione della  penitenza  pubbli- 
ca per  li  peccati  pubblici,  Seiis 
1673.  Nel  quale  libro  con  novità 
di  riti  o  inventati  dal  capriccio 
giansenistico,  o  antiquati  dal  costu- 
me ecclesiastico,  susci  lavasi  tra'  fe- 
deli distinzione  pi-egiudiziale  e  di- 
versità odiosa  di  penitenze.  Colla 
medesima  censura  Innocenzo  XI 
avea  condannato  a'  22  maggio 
1678  il  libro  della  Traduzione  del- 
le omelie  di  s.  Gio.  Grisostonio , 
quello  di  Egidio  Gabriele  adulte- 
ratore della  vera  morale,  con  de- 
creto de' 27  settembre  1679,  inti- 
tolato Speciniina  moralis  christia' 
nae ,  et  nioralis  diabolicae,  e  con 
esso  a'  18  giugno  1680,  tre  opu- 
scoli differenti,  ne' quali  da  anoni- 
mo giansenista  si  accusavano  i  ge- 
suiti come  autori  delle  sopraddette 
sessantacinque  proposizioni  da  In- 
nocenzo XI  condannate.  Continuan- 
do i  giansenisti  a  render  sospetti  o 
odiosi  a'  cristiani  i  sacramenti,  nuo- 
vi riti  introducendo  nelle  peniten- 
ze pubbliche  de'  peccati  pubblici , 
per  cagionare  maggiore  orrore  al- 
la confessione,  si  avanzarono  inol- 
tre contro  r  inviolabile  segreto  di 
essa ,  sostenendo  per  cosa  lecita  il 
potersi  violare  in  alcune  determi- 
nate occasioni,  per  utilità  e  bene 
del  penitente,    tuttoché  esso  a  ciò 


FRA  4? 

renitente.  Questo  dannosissimo  er- 
rore, che  già  per  molti  paesi  era 
divenuto  notorio  a  tutti,  fu  subilo 
dal  zelante  Innocenzo  XI  soffocato 
con  severissimo  decreto  del  s.  ofli- 
zio  de'  19  novembre  1681,  che  si 
legge  nel  medesimo  Bernini  a  pag. 
177.  Dalla  violazione  del  sagra- 
mentale  segreto,  passarono  i  viola- 
tori della  morale  ad  un  più  per- 
nicioso errore,  cioè  di  censurare 
l'assoluzione  a'  penitenti  avanti  al- 
l'attuale esercizio  dell'imposta  pe- 
nitenza, deducendo  con  antichi  e- 
sempi  malamente  addotti,  che  i  pe- 
nitenti non  erano  mai  assoluti,  se 
non  dopo  1'  esecuzione  della  peni- 
tenza dai  sacerdoti  prescritta.  Que- 
sto errore  già  sostenuto  da  Pietro 
d'  Osma  professore  di  Salamanca  , 
era  stato  condannato  da  Sisto  IV 
colla  sua  costituzione  17:  veggasi 
Anton  Maria  Bonucci,  Vindiciae 
proposition.  prohibitar.  ab  Alexan- 
dre Vili,  sect.  16,  pag.  99,  citato 
dal  Bernini  a  pag.  211.  Quindi 
usci  il  libro,  Fentalogus  diaphori- 
cus  3  sive  (juinque  differenliaruni 
rationes,  ex  quibus  veruni  judica- 
tur  de  ratione  absolutìonis  ad  mcn- 
tem  gemini  Ecclesiae  solis  ss.  Au- 
gustini  et  Thomae,  oblatus  ad  exa- 
men  ss.  D.  N.  Innocentii  XT.  In 
questo  libro  1'  autore  non  seppe 
distinguere  1'  assoluzione  sagramen- 
lale  dalla  canonica ,  ed  essendone 
olferta  al  Pontefice  medesimo  la 
lettura,  egli  nel  primo  adocchiarne 
il  titolo,  venne  a  scuoprirne  la  frau- 
dolenza, e  però  con  rigoroso  decre- 
to de'  3  aprile  i685  lo  proscrisse, 
e  condannò  dopo  maturo  esame. 

Nei  primi  anni  del  pontificato 
d'Innocenzo  XI  si  vide  nuovamen- 
te agitata  la  differenza  delle  rega- 
lie, cioè  del  diritto  che  pretende- 
vano avere  i   re  di   Francia  di  go- 


48  FRA 

dere  le  rendile  de' vescovati  vacan- 
ti, e  di  conferire,  durante  la  va- 
canza della  sede  vescovile,  i  bene- 
fizi, che  non  sono  incaricati  di  que- 
sto reame  esenti  di  tal  diritto,  il 
parlamento  di  Parigi  con  un  de- 
creto del  1668  lo  estese  a  tutti, 
ciò  che  confermò  Luigi  XIV  con 
editto  del  1673,  ed  approvò  per 
timore  il  clero  gallicano,  fuorché  i 
vescovi  di  Pamiers  e  d' Alet,  ai 
quali  perciò  furono  dal  re  confi- 
scati i  loro  beni  temporali.  Inno- 
cenzo XI  fermo  sostenitore  de' di- 
ritti ecclesiastici,  insistendo  nella  co- 
stituzione del  concilio  generale  di 
Lione  lì,  celebrato  da  Gregorio  X 
nel  1274,  si  oppose  all'estensione 
delle  regalie,  procurando  che  il  re 
cedesse,  ed  a  tale  effetto  gl'invio 
due  brevi  pieni  di  elogi  e  di  pre- 
ghiere nel  1678,  cioè  a' 12  marzo 
ed  a' 2  2  settembre,  indi  due  altri 
pieni  di  zelo  e  di  minacce,  l' uno 
indetto  anno  a' 25  dicembre,  l'al- 
tro nel  1680  a' 3o  marzo.  Questi 
quattro  brevi  sono  riportati  dallo 
^i^òndrati,  nella  sua  Gallia  vinifi- 
cata. Fu  poi  celebrata  a'  3  febbra- 
io 1682  la  famosa  assemblea  del 
clero  di  Francia,  composta  di  tren- 
taquatlro  tra  arcivescovi  e  vescovi, 
e  trentotto  minori  ecclesiastici,  nel- 
la quale  fu  riconosciuta  questa  es- 
tensione delle  regalie  per  tutto  il 
regno  di  Francia,  e  si  stabilirono 
Je  famose  quattro  proposizioni,  chia- 
mate del  Clero  gallicano,  sopra 
r  indipendenza  dei  re,  sopra  1'  au- 
torità de' concili  generali,  e  sopra 
il  potere  in  esse  limitato  dei  roma- 
ni Pontefici,  le  quali  per  comando 
d'Innocenzo  XI  furono  bruciate  per 
mano  del  boia.  Oltre  a  ciò  ilj  Pa- 
pa ricusò  di  dare  le  bolle  a  più 
di  trenta  vescovi  nominati  da  Lui- 
gi XIV,  né  cedette  per  tutto  il  suo 


FRA 
pontificato  su  questa  differenza,  che 
da  Innocenzo  XII  fu  poscia  acco- 
modata. 11  dotto  cardinal  d'Aguir- 
l'C  in  defension.  Cath.  s.  Petri  di- 
sp.  2,  sect.  I  et  seq.  dimostra,  che 
questa  dichiarazione  del  clero  gal- 
licano è  affatto  contraria  al  senti- 
mento e  dottrina  comune  de*  ve- 
scovi francesi,  espressa  nella  lette- 
ra ad  Innocenzo  X  nel  i653.  Veg- 
gasi  il  Talucci,  Osservazioni  sulla 
promessa  d' insegnare  ì  quattro  ar- 
ticoli della  dichiarazione  del  1682 
del  clero  di  Francia,  Roma  1820; 
ed  il  libro  intitolato  :  Confutazione 
dell'opera  sur  la  déclaralion  de 
l'assemblée  du  clergé  de  France 
en  1682  ec. ,  Roma  1822.  Ecco 
le  quattro  proposizioni,  che  oltre 
a  molti  altri,  si  vedono  nel  Berni- 
ni, Storia  delle  eresie  tom.  IV,  pag. 
6SS,  e  nel  Guarnacci,  Fit.  Pont. 
tom.  I  in  Innocent.  I. 

»  I.  Beato  Petro,  ejusque  succes- 
"  soribus  Christi  Vicariis,  ipsique 
»  Ecclesiae  capiti,  rerum  spiritua- 
»  lium,  et  ad  aeternam  salutem 
»  pertinentium,  non  autem  civilium, 
»  ac  temporalium  a  Deo  traditam 
»  potestà tera  ,  catholici  reges  er- 
»»  go  et  principes  in  temporalibus 
"  nulli  Ecclesiasticae  potestati  Dei 
>»  ordinatione  subjici,  neque  aucto- 
»  ritate  clavium  Ecclesiae  directe, 
"  vel  indircele  deponi,  aut  illorum 
«  subditos  exìmi  a  fide  ac  obedien- 
»  tia,  aut  praestito  fìdelitatis  sacra- 
»   mento  solvi  posse  etc. 

«  II.  Sic  inesse  Apostolicae  Sedi 
»  ac  Petri  successoribus  rerum  spiri- 
"  tualium  plenam  potestatem,  ut 
»  simul  valeant ,  atque  immota 
»  consistant  sanctae  aecumenicae 
»  synodi  Constansiensis  a  Sede  A- 
»  postolica  comprobata,  ipsorum- 
>>  que  Romanorum  Pontificum,  ac 
»   totius  Ecclesiae   usu   confirmata, 


FRA 

.•5  atrjiie  ili)  Ecclesia  Gallicana  pei- 
-•^  jìctiia  religione  custodita  decreta, 
>f  <le  aiictoritate  conciliorum  gene- 
5)  ralium,  quae  sessione  quarta  et 
J5    quinta  continentur  etc. 

»  111.  Hinc  Apostolicae  potesta- 
»  tis  usum  inoderandum  per  cano- 
»  nes  Spiritu  Dei  conditos,  et  to- 
M  tiiis  mundi  reverentia  consecra- 
"    tos  etc. 

»  IV.  In  fìdei  quoque  quaestio- 
•5  nibus  praecipuas  summi  Pontifi- 
«  cis  esse  partes,  ejusque  decreta 
»  ad  omnes  et  singulas  Ecclesias 
»»  pertinere.  Nec  tamen  irreforma- 
5j  bile  esse  judicium ,  nisi  consen- 
»   sus  Ecclesiae  accesserit. 

Queste  quattro  proposizioni,  com- 
pendiate e  tradotte  in  italiano  di- 
cono come  segue. 

»j  I.  Il  Papa  non  ha  autorità 
55  diretta,  né  indiretta  sopra  il  tem- 
55  porale  de' principi:  non  può  de- 
55  porli  dal  regno,  né  assolvere  i 
55   sudditi  dal  giuramento. 

55  11.  I  concili  generali  sono  su- 
55   periori   al  Papa. 

55  III.  Quindi  doversi  moderare 
55  l'uso  dell'apostolica  potestà  in 
55  forza  dei  canoni  dettati  dallo 
55  Spirito  di  Dio,  e  consecrati  dalia 
55    venerazione  di  tutto   il   mondo. 

55  IV.  Anche  nelle  questioni  di 
55  fede  essere  principale  l'autorità 
55  del  sommo  Pontefice,  e  i  di  lui 
>9  decreti  appartenere  a  tutte,  ed 
55  a  ciascuna  chiesa,  né  tuttavia 
•5  essere  irreformabile  il  giudizio 
5!  se  non  vi  acceda  il  consenso  del- 
»    la   Chiesa. 

Il  cardinal  Celestino  Sfondrati 
con  profondissima  erudizione  e  for- 
za scrisse  contro  queste  quattro  pro- 
posizioni nel  libro:  Regale  Sacer- 
dotium ,  e  nella  Gallia  vindicata 
etc.  Lo  stesso  parimenti  fece  Anto- 
nio Charlas  nell'opera:  De.  liberta- 
voi..   XXVI. 


FRA  49 

tìhuf    Ecclesiae   Gallicnnae,  che  fu 
ristampala  tradotta   in   italiano  nel 
1720  in  Roma.  Le  confutarono  an- 
cora   ampiamente    il  cardinal  Oi-si, 
Pietro  Ballerini  e  Zaccaria  nell'uno 
e    nell'altro    Anlifehronio.    Sull'in- 
giunzione che  fece    a' giorni    nostri 
M.r  Corbière,  ministro  dell'interno, 
agli  arcivescovi  e  vescovi  della  Fran- 
cia, di   fare  cioè  insegnare    nei    se- 
minari  le  IV   proposizioni  decretate 
neir  assemblea    del  clero    dell'anno 
1682,  come  formanti  la  base  delle 
libertà   gallicane,   va   letto  il   dottis- 
simo   opuscolo  del  celebre  avv.  d. 
Carlo  Fea  commissario  delle  antichi- 
tà    romane,  intitolato  :     Riflessioni 
storico^poUticlie  sopra    la    richiesta 
del  ministro  deW  interno    di  Parigi 
ai  vesco<>'i  e  arcivescovi  della  Fran- 
cia in  far    insegnare  nei    loro    se- 
minari le  IV  proposizioni  dell'  as- 
semblea    del     clero    gallicano    nel 
1682,    Roma    1825    pel    Poggioli. 
E   in  quanto  alla  prima  delle  quat- 
tro proposizioni,    il    medesimo    eh. 
Fea  pubblicò  l'opuscolo  che   porta 
per  titolo:     Ultimatum  per   il    do- 
minio   indiretto    della    santa    Sede 
apostolica  sul    temporale  de  sovra- 
ni.    Conclusioni,    Roma     1825,  pel 
Contedini. 

Profittando  Luigi  XIV  della  pa- 
ce di  Nimega,  e  di  quella  conchiu- 
sa pure  coir  imperio  nel  1679,  ^ 
sei  articoli  della  quale  si  leggono 
nel  Teatro  della  pace  tom.  II,  per 
estinguere  ne'  suoi  stati  i  semi  del- 
le divisioni,  che  fino  da  centocin- 
quanta anni  prima  vi  si  erano  in- 
trodotte colle  riforme  del  calvinis- 
mo e  degli  ugonotti,  nel  1680  co- 
minciò a  ridurre  gli  ugonotti  ai 
termini  dell'editto  di  Nantes  pub- 
blicato da  Enrico  IV  nel  iSgS,  e 
perciò  distrusse  quatti'ocento  loro 
chiese,  le  quali  non  erano  compre- 

4 


5o  FRA 

se     nel     metlesimo     editto.    Quindi 
spedi    Luigi    XIV    pel    suo    regno 
ecclesiastici    zelanti     e    dotti  per    i- 
struire  gli  ugonotti  nella   vera  reli- 
gione cattolica,  e  lece  slampare  più 
di   un   milione  di  libri   cattolici    per 
distribuirli     a    loro.    Fra   i    libri   vi 
fu  quello  aureo  di   monsignor  Ijos- 
suet,  sopra  V Esposizione  della  rfollii- 
na  della  Chiesa  cattolica,  opera  che 
molto  inquietò  i  calvinisti,  e  che  non 
poterono  mai  combattere,  malgrado 
gli  sforzi  del  loio  partito.  Nel  mede- 
simo anno   1680  Luigi   XVI  ebbe  il 
titolo  di    Grande  àviWhótel  de  ville 
di  Parigi,  e  fece  restituire  i  suoi  sta- 
ti   al  duca    d'  Holstein.    Avendo    la 
Francia  preso  Strasburgo  nel  1681, 
acquistato  Casale,  e  mosse   preten- 
sioni sopra  Alost,    diede  nuove  in- 
quietudini   ali  Europa.     In     questo 
tempo  la  Francia  aveva  più  di  cen- 
to vascelli  di  linea  e  sessanta   mila 
marinari;    fondò  i  porti  di   Tolone 
e    di  Brest;  inventò  le    galeotte    a 
bomba  con  le  quali  castigò  due  vol- 
te Algeri   facendolo  bombardare,  e 
poco  dopo  punì    Genova  per  aver 
soccorso    gii    algerini.    Luigi    XIV 
nel    1684  ottenne  soddisra2Ìone  dal- 
la città  di   Algeri,  i  cui  ambascia- 
tori   implorarono  in    Parigi   la  sua 
clemenza  a'41i'gl'o;  ed  a  preghie- 
re d'Innocenzo    XI   accordò   la  pa- 
ce a'  genovesi,  il    cui  doge  e  quat- 
tro senatori   si   portarono  dal    re  a 
dargli  soddisfazione.  Nel   medesimo 
anno    1684  il    re  di  Siam   spedi  a 
Luigi  XIV  ambasciatori   a  render- 
gli    omaggio,     mentre    egli     faceva 
fortificare    più    di    cento    cittadelle. 
Inoltre    nell'istesso    anno     1684  il 
clero  di  Francia  adunato  in  assem- 
blea diresse  ai  calvinisti  ima  lette- 
ra pastorale,  in   cui  spiegavansi   tut- 
ti i  motivi    pe' quali  essi  dovevano 
ritornare     al    grembo    della    santa 


FRA 
Chiesa    cattolica.   Ma   la  dolcezza  e 
l'affabilità  che  adoperarono  i  zelan- 
ti  ecclesiastici   francesi,    non   furono 
bastanti    a    vincere    tali     settari,     i 
quali     in     vece    ribellaronsi    armati. 
Luigi    XIV    però  seppe    reprimere 
subito   i   primi  movimenti   de' calvi- 
nisti   ugonotti,    e  con    l'editto  del 
11  ottobre    168"  die  loro  l'ultimo 
tracollo,  abolendo  in  Francia   il  cal- 
vinismo.  Con   esso   rivocò   quello  di 
Nantes,  spianò   tutti    i   loro   templi, 
e    costringendoli    abbandonare  o   la 
setta    o   il   regno,    da   questo   parti- 
rono   più   di   un   milione    d'eretici  ; 
mimerò   esagerato  dal  filosofismo  e 
dtdle   sette,  massime  nelle  opere  del 
secolo    passato:     oggi   con    migliori 
calcoli    si    fa    ascendere    il    nume- 
ro degli    emigrati    a   duecento   mi- 
la. V.  il  Guarnacci,  Vit.  Pont.  toni. 
I,  in  T  it.   Innoc.  XT.  Laonde  Inno- 
cenzo XI   sebbene  avesse   molivi  di 
malcontento  con    Luigi  XIV,   pure 
gli  rese  distinte  grazie  con  bi-eve  dei 
I  3  novembre. 

Xel  i685  il  maresciallo  della 
Feuillade,  nella  piazza  della  Vitto- 
ria di  Parigi,  innalzò  una  statua 
equestre  a  Luigi  XIV ,  che  rice- 
vette una  seconda  ambasceria  dal 
re  di  Siam  ;  indi  costrinse  Tuni- 
si e  Tripoli  a  domandar  la  pa- 
ce, ed  i  possedimenti  di  oltremare 
si  aumentarono  colla  nuova  Or- 
leans. Un'altra  differenza  nel  1687 
insorse  fra  le  due  corti  di  Roma 
e  di  Parigi.  Fino  dal  principio  del 
suo  pontificato  aveva  Innocenzo  XI 
protestato,  che  non  avrebbe  am- 
messo i  nuovi  ambasciatori  dei  so- 
vrani, s'eglino  non  avesseio  prima 
rinunziato  al  preleso  diritto  delle 
franchigie,  che  volevano  godere  in- 
torno ai  loro  palazzi ,  locchè  era 
impunemente  un  piegiudizievole  e 
sicuro  asilo  ai    malviventi,    prepo- 


FRA 
lenii,  omicicliaii,  e  rei  d'allri  de- 
lìlti  ,  i  quali  con  lai  riprovevole 
sicurez7a  si  sottraevano  alla  puni- 
tiva giuslÌ7Ìa.  Quindi  a'  12  mag- 
gio 1687  Innocenzo  XI  con  la  bol- 
la Cum  aliasj  presso  il  Bull.  Rom. 
tom.  ^111,  p.  432,  sottoscritta  dal- 
la maggior  paite  de'  cardinali,  rin- 
novò le  costituzioni  di  Giulio  111, 
di  Pio  IV,  di  Gregorio  XllI,  di 
Sisto  V,  e  di  altri  Pontefici,  nelle 
quali  si  abolivano  e  severamente 
proibivano  dette  franchigie,  fulmi- 
nando la  scomunica  a  chiunque  nel- 
r  avvenire  pretendesse  di  aver  a 
godere  di  tal  preteso  diiitlo,  già 
condannato  nella  bolla  in  Coena 
Domini  al  §  20  ,  e  con  editti  di 
Urbano  Vili,  e  dello  stesso  Inno- 
cenzo XI  che  li  aveva  emanati  ai 
26  novembre  1677,  ^  ^^  febbraio 
1680.  Se  ne  offese  Luigi  XIV,  il 
quale  per  mantenersi  nelle  sue  pre- 
tensioni, spedì  prontamente  in  Ro- 
ma Enrico  Carlo  marchese  di  La- 
vaidino,  colla  qualifica  di  amba- 
sciatore slraoidinario.  Giunse  egli 
in  Roma  a'  16  novembre  del  me- 
desimo anno,  accompagnato  da  una 
truppa  di  famigliari,  e  da  quattro- 
cento cinquanta  soldati  armati.  Fe- 
ce subilo  mettere  le  guardie  in- 
torno al  palazzo  Farnese,  in  cui 
abitava  ,  e  con  mille  e  duecento 
uomini  sulle  armi  cominciò  prepo- 
tentemente a  difendere  lo  spazio 
delle  sue  pretensioni,  nel  quale  non 
voleva  che  potessero  entrare  i  mi- 
nistri di  giustizia  della  corte  ro- 
mana. V.  su  questo  grave  affare  il 
libro  che  nel  1688  pubblicò  Cele- 
stino Sfondi  ali  con  questo  titolo: 
Legalio  Eoriìnm  marchionis  Lavar' 
(lini,  et  oh  tnniìem  legis  ihristia- 
nissìmi  Clini  Bomano  Ponlifìce  dia- 
si din  ni. 

Non  si  sbigottì    però    Innocenzo 


FRA  5  r 

XT,   quanto  santo,  altrettanto    d'a- 
nimo imperturbabile,  che  anzi  non 
volendo  ammettere  alla  sua  udien- 
za  l'ambasciatore,   lo  dichiarò  tosto 
scomunicato,   e  per  avere    esso  as- 
sistilo agli   uffizi  divini   il  gioino  di 
Natale  nella  chiesa  nazionale  di  s. 
Luigi  de'  francesi^  ancor  contro  di 
questa  fulminò  il  Papa  l' interdetto. 
11   re  non   contento  de' passi  ingiu- 
riosi  finora  ordinali  contro  il  vica- 
rio di   Cristo  e  di  un  sovrano  ter- 
ritoriale   nella    stessa    sua    capitale 
e  residenza,  fece  interporre  dal  par- 
lamento di   Parigi   l'appello    al  fu- 
turo concilio  contro   l'editto  di  Pa- 
pa  Innocenzo  XI   eh' egli  chiamava 
ingiusto.   Tale  non  era,    giacche  il 
Pontefice  con   quello  nuH'altro  vo- 
leva, ch'esercitare    la    giustizia    nel 
suo  dominio,   nella    stessa    maniera 
che  il   re  di   Francia  ed   ogni  altro 
principe  sovrano   liberamente  la  e- 
sercitavano   ne'  piopri    stati.   In    tal 
modo  Innocenzo  XI   più    che    mai 
offeso     dalla     prepotenza    di    Luigi 
XIV,  richiamò  a  Roma   il  cardinal 
Ranuzzi   nunzio  di    Parigi,    mentre 
il  re  tenace  del  suo  ingiusto  pun- 
tiglio, gli  vietò  colla  forza   la   par- 
tenza, e  solfo  il    pretesto    di    sicu- 
rezza, conculcando  il    diritto    delle 
genti,    lo  fece    custodire    da    buon 
numero  di  truppe;  e  come  se  fos- 
se  in   guerra  colla  Sede    apostolica, 
ordinò  alle  sue   milizie  di  occupare 
improvvisamente   la   città  d'Avigno- 
ne, usurpandone  il  possesso  al  Pa- 
pa che    n'era  il  legittimo  signore. 
Tuttavolla   venuto  il  re    in    cogni- 
zione della  costanza  d'animo  d'In- 
noren7o   XI,  e  della  fortezza   inde- 
clinabile con    cui    ragionevolmente 
sosteneva   i   propri  diritti,  senza  sa- 
puta del  Lavardino,  tiè  del  cardi- 
nal d'Eslrées,  scrisse  di  suo  pugno 
ad   Innocenzo  XI,  e    spedi    in   Ro- 


5>  FRA 

ma  perdono  di  sua  confiden?.!  ,  la 
(jnale  però  non  potè  aveie  udien- 
7a.  Vedendo  dunque  Luigi  XIV 
che  il  Papa  nell'opporsi  alle  fran- 
chigie era  quello  slesso  che  nel- 
l'opporsi all'estensione  delle  regahe 
aveva  mostrato  tanto  zelo,  richia- 
mò il  Lavaidino  da  Roma  nell'a- 
prile del  1689,  aspettando  miglior 
congiuntura  per  accomodar  la  dif- 
ferenza, lo  che  segui  come  si  dirà 
sotto  Innocenzo  XII  ,  dopo  che  il 
re  non  poco  denigrò  il  glorioso  suo 
nome,  non  meno  per  l'aspro  trat- 
tamento fatto  ad  Alessandro  VII 
che  pel  disprezzo  praticato  con  In- 
nocenzo XI,  per  cui  in  punto  di 
morte  sofFrì  poi  atroci  angustie , 
come  scrisse  il  Piatti  nelle  Pile  dei 
Pontefici. 

Gli  ugonotti  e  calvinisti  usciti 
dalla  Francia,  eccitarono  alla  guer- 
ra contro  Luigi  XIV  quasi  tutte 
le  potenze  di  Europa,  di  già  pro- 
vocate dal  principe  d'Oranges.  La 
guerra  ricominciò  per  la  lega  di 
Augusta ,  fatta  contro  la  Francia 
fra  il  duca  di  Savoia,  l'elettore  di 
Baviera  e  vari  altri  principi.  11  del- 
fino apr\  la  campagna  colla  presa 
di  Haiibron,  e  s' impadronì  di  Fi- 
Jisburgo  nell'ottobre  1688;  quindi 
a'  3  dicembre  il  re  dichiarò  la 
guerra  agli  olandesi  :  la  Germania, 
gli  spagnuoli  e  gl'inglesi  nell'an- 
no seguente  dichiararonsi  contro  la 
Fj'ancia,  e  così  la  guerra  si  riac- 
cese per  tutta  l'Europa,  e  la  Fran- 
cia ebbe  a  un  tempo  in  piedi  cin- 
que armate.  11  maresciallo  duca  di 
Luxemburgo  disfece  gli  inimici  al- 
la battaglia  di  Fleurus  ,  il  primo 
di  luglio  I  690  ;  e  dopo  dieci  gior- 
ni Tourville  battè  le  flotte  inglesi 
ed  olandesi  nella  Alauica.  Il  ma- 
resciallo di  Catinai  riportò  a  Staf- 
farda  una   compiata   vittoria    sopra 


FRA 
il  duca  di  Savoia  ,  e  prese  varie 
piazze.  Inoltre  i  francesi  per  tutto 
riportarono  vantaggi,  ma  l' intera 
flotta  di  Tourville  fu  dipoi  dagf  in- 
glesi infelicemente  disfatta  a  Chei- 
burtì;o,  ed  alla  Nogue  nel  i69'j>,. 
Neil  anno  i6qo  essendo  divenuto 
Pontefice  Alessandro  VIII  e  du- 
rando ancora  le  differenze  colla 
corte  di  Francia,  per  dimostrar  l'a- 
nimo suo  inclinato  ad  accomodar- 
le, accordò  a  Luigi  XIV  le  nega- 
te bolle  pei  vescovi  che  avea  no- 
minali, e  gli  concesse  l'indulto  di 
poter  nominare  i  vescovi  di  Metz, 
Toul,  Verdun,  Arras,  e  Perpigna- 
no,  siccome  vescovati  non  coojprcsi 
nel  concordato  di  Leone  X.  Allo- 
ra il  re  a  mezzo  del  duca  di  Chaul- 
nes,  che  aveva  spedito  ambascia- 
tore al  conclave,  promise  di  rinun- 
ciar alle  franchigie,  al  cui  esempio 
fecero  il  simile  gli  altri  sovrani,  co- 
me di  restituire  lo  stalo  di  Avi- 
gnone occupato  per  intimidire  ed 
imporre  al  predecessore.  Indi  Ales- 
sandro VIII  con  la  costituzione  35 
del  Bull.  Roni.  tom.  IX,  pag.  96, 
data  a' 24  agosto  1690,  condannò 
il  Peccato  filosofico,  su  del  quale 
è  a  vedersi  il  p.  Domenico  Viva, 
Theologica  Trutitia  daniiialiir.  lìie- 
.siunipav.  Ili,  p.  347,  e  il  Bernini,  t. 
IV,  p.  728.  Condannò  pure  a'  7 
dicembre,  con  la  costituzione  citata, 
treni' una  proposizioni,  quali  leg- 
gonsi  nel  Bernini,  tom.  IV,  p.  737, 
che  si  dicono  dei  giansenisti  Sin- 
nicliio,  Arnaldo  ed  altri  :  fra  que- 
ste la  XXIX  dice  :  »  Futilis  et  to- 
"  ties  convulsa  est  assertio  de  Poii- 
>'  tificis  romani  supra  concilium  oe- 
"  cumenicum  auctoritate,  atque  in 
»  fidei  quaestionibus  decernendis 
»  infallibilitate"  onde  si  deduce  per 
la  condanna  dell'  indicala  proposi- 
zione, che  grave   ferita    fu    portata 


FRA 

alle  sentenze  di  coIokì  die  inipii 
i^iicino  l'infallibilità  del  soiniuo  l'un- 
lefice,  come  osserva  il  Saudini,  ì  ìt. 
Pontif.  tom.  Il,  p;jg.  (>97.  JVon  a- 
vendo  Alessandro  Vili  ottennio  dal- 
la Francia  quello  che  aveva  do- 
mandato riguardo  alle  quattro  pro- 
posi/ioni  del  clero  gallicano,  nulla 
più  eseguì  di  quanto  aveva  pro- 
messo a  Luigi  XIV.  intanto  ve- 
nendo il  Papa  assalito  nel  gennaio 
1691  da  grave  infisrmità,  chiamò 
a  sé  i  cardinali,  gli  denunziò  che 
sino  dai  4  t'^'  precedente  agosto 
aveva  preparalo  la  bolla  Inter  iiiuL- 
t'plices,  che  riporta  il  Heinini  toni. 
IV,  p.  734,  in  cui  condannava  le 
quattro  proposizioni  del  clero  gal- 
licano stabilite  nel  i(J8'2,  come  in- 
giuriose alla  santa  Sede,  erronee  e 
scandalose.  Quindi  disse  a'  cardinali 
che  ne  avea  sospesa  la  pubblica- 
zione, spelando  di  elfeltuare  colla 
Francia  i  ripromessi  amichevoli  ac- 
cordi ,  onde  li  esortò  a  sostenere 
la  bolla  ch'egli  allora  fece  promul- 
gare dal  cardinal  Albani,  poi  Cle- 
mente XI,  e  di  non  cedere  ai  di- 
ritti ,  autorità  e  prerogative  della 
romana  Chiesa.  Finalmente  Alessan- 
dro Vili  l'ultimo  giorno  di  dello 
me.se,  giorno  piecetlenle  alla  sua 
morte,  scrisse  al  re  un  amorevole 
breve  sul  medesimo  aliare,  che  si 
legge  nel   Bernini  a  pag.   ySy. 

Gli  successe  Innocenzo  XII,  il 
quale  subito  spiegò  la  medesima 
energia  de'  predecessori  per  l'abo- 
lizione delle  franchigie,  come  noti- 
ficò agli  ambasciatori,  e  come  pra- 
ticò colla  forza.  Allora  Luigi  XIV 
dehnitivamente  rinunziò  alle  pre- 
tensioni sulle  franchigie,  rivocò  l'e- 
ditto che  a'  2  marzo  1682  avea 
pubblicato,  risguardanle  la  dichia- 
razione fatta  in  quel  tempo  dal 
clero  di  Francia  nell'assemblea,  cir- 


FRA  53 

i:a     !a    potestà     ecclesiastica;    e   nel 
Bernini    a    pag.     789   del   tom.    IV 
della  Storia  dell'eresie^    si    vede  la 
lettera  con  cui  Luigi    XIV    avvisò 
il   I'a|)a   di   tal   rivocazione,  in  data 
24  settembre    1693.  In    pari  tem- 
po   i    vescovi    francesi    che  furono 
nominati   per  l'assemblea  del  clero, 
convennero  di   scrivere   Lina   lettera 
ad    Innocenzo  Xll,  piena    di    som- 
missione e  di   rispetto,  nella  quale 
attestavano  il  di.spiacere    di  quello 
ch'era   passato,  contro  i  diritti  del- 
la   Chiesa    romana,    anzi    contesta- 
vano che  dette  quattro  proposizio- 
ni  non  si  dovevano,  né  si   poteva- 
no sostenere,   come    si    ha    dal  Du 
F'resnoy,  Principii della  storia,  tom. 
MI,    par.   II,    art.     77.    Dall'altra 
parte   Innocenzo  XII  acconsentì  al- 
l'estensione delle  regalie   in  tutto  il 
regno  di   Francia,    e    in     tal  guisa 
restò  conchiuso  l'accordo  delle  due 
corti,  con   piena  soddisfazione  d'In- 
nocenzo Xll,  e  di    Luigi    XIV.     A 
quest'epoca   si   ritirò   in  Francia   il 
re  cattolico  d'  Inghilterra   Giacomo 
II,  col  figlio  principe  di  Galles,  per 
essere    slato    chiamato    al    trono  il 
principe  d'Oranges  come  protestan- 
te,  il   perchè    il   Papa    l'ingraziò    il 
je   per  tale  asilo.   Intanto    la  som- 
missione che   i   vescovi  ed  altri  ec- 
clesiastici  di   Francia  avevano    pra- 
ticato verso  la  santa  Sede,   non  fu 
punto  imitata  dai  giansenisti,  i  quali 
nemici   del  pontificato  romano,  ed 
insofferenti  della   propria  depressio- 
ne ,    si    scagliavano     conlinuamenle 
contro  il  formolario  prescritto  da  A- 
lessaiidro   VII,    ora    alterandone    il 
sen.so,   or  variandone  le  parole.  In- 
nocenzo XII  per  ovviare    a  questo 
male,   prima  con   un  decreto  del  s. 
oftizio  de'  28  gennaio,  indi  col  bre- 
ve de'  6  febbraio  1694,  che  si  leg- 
ge  nel    lìeiiiiui   a  pag.   74^,  diretto 


54 


FRA 


ad  alcuni  vescovi  delle  Fiaadie,  nel 
quale  vietò  l' aggiungere  o  levare 
cosa  alcuna  in  dello  formolario,  e 
poi  con  altro  breve  de'  ^3  novem- 
bre 1696,  appresso  il  medesimo 
Bernini  a  p.  748,  dichiarò  di  aver 
confermato  la  bolla  e  il  formola- 
rio  di  Alessandro  VII.  Indi  con 
nuova  temerità  cercarono  i  gian- 
senisti di  trovare  scampo  alla  loro 
perfidia,  al  qua!  fine  Elia  du  Pin 
pubblicò  un  attestato  della  loro 
ostinazione  nella  nuova  Biblio'eca 
degli  autori  ecclesiastici,  ed  in  altri 
libri  che  furono  prontamente  con- 
dannati :  cioè  Litterae  Rotnae  da- 
tae  ad  doctoreni  Lovanìensem  circa 
novuni  decretarli,  et  breve  SS.  D. 
N.  Innoceiitii  XII  ad  episcopum 
Beigli  de  formulario  cantra  Jause- 
niuni,  Roma  i3  febbraio  1694;  e 
Panegyrìs  Janseniana,  seu  testimo- 
nia eruditorum  virorum  celebrali- 
tia  librum,  cui  titulis  Cornelii  Jan- 
semi  episcopi  Iprensis  Auguslinus, 
Grenoble    1698. 

Ritornando  all'anno  1692  per 
le  notizie  politiche  del  regno  di 
Francia,  Luigi  XIV  prese  Namur, 
il  duca  di  Luxemburgo  disfece  al 
piincipe  d' Oranges  più  di  dieci- 
mila uomini  a  Steenkerque  nel- 
1  Haynaut  5  e  nell'anno  seguente 
glie  ne  sconfisse  più  di  dodicimila 
a  Kervinda.  Il  duca  di  Savoia  es- 
sendo stato  disfatto  nel  medesimo 
anno  1698  dal  maresciallo  di  Ca- 
tinai alla  battaglia  della  Marsaglia, 
in  Torino  fece  la  pace  col  re  nel 
J  096,  ed  unì  dipoi  le  sue  armi  a 
quelle  della  Francia,  il  che  obbli- 
gò Leopoldo  I  imperatore,  e  Car- 
lo Il  re  di  Spagna  ad  accettare 
la  neutralità  :  alla  fine ,  la  presa 
di  Barcellona  fatta  dal  duca  di 
Venderne  nel  1697,  e  quella  di 
Cartagena    nell'  America    eseguita 


FRA 

da  Poinlis,  determinarono  gli  al- 
leati ad  una  pace  generale,  per  la 
quale  molto  si  adoperò  Innocenzo 
XII  coi  gabinetti  cattolici  ,  e  fu 
conchiusa  a  Riswick  colla  Spagna, 
r  Inghilterra,  e  l'Olanda  li  2  set- 
tcmbie  1697,  e  indi  a  sei  setti- 
mane coir  imperatore  e  coi  princi- 
pi dell'impero.  In  questo  trattato 
le  acque  del  Reno  furono  prese 
per  limite  della  Germania  e  della 
Francia.  L'elettore  di  Treveri,  e  il 
duca  di  Lorena  rientrarono  nei  lo- 
ro stati  ;  Luigi  XIV  riconobbe  il 
principe  di  Grange  per  re  d'  In- 
ghilterra col  nome  di  Guglielmo 
111,  e  gli  spagnuoli  ricuperarono 
quanto  era  stato  loro  preso  dopo 
il  trattato  di  Nimega.  In  questo 
le(npo  s'introdusse  in  Francia  il 
Quietismo  [f^edi),  già  condannalo 
da  Innocenzo  XI,  ed  alcuni  scrisse- 
ro che  per  un  momento  ne  fu  se- 
guace il  celebre  FénéLon  (Fedi), 
precettore  dei  duchi  di  Borgogna, 
d'Angiò,  e  di  Berry,  figli  del  del- 
fino, e  nipoti  di  Luigi  XIV,  il  cui 
libro  intitolalo  Massime  de  santi 
fu  condannato  dal  zelante  Inno- 
cenzo XII.  Vuoisi  che  questa  con- 
danna con  minacce  ed  insistenze  la 
provocasse  Luigi  XIV,  le  spiega- 
zioni poi  che  il  pio  e  dotto  arci- 
vescovo diede  del  suo  libro,  ed  i 
suoi  edificanti  sentimenti,  furono 
tutti  conosciuti  ortodossissimi.  Si 
sa  poi  con  qual  grandezza  d' ani- 
mo e  umiltà  insieme  ,  pubblicò 
egli  stesso  dal  pulpito  della  sua 
metropolitana  il  breve  pontifìcio 
di  condanna  del  libro  suo,  e  poi 
notificò  a  tutta  l'arcidiocesi  a  mez- 
zo di  una  pastorale  che  si  legge 
nel  Bernini  a  pag.  749-  ^*il  169S 
gl'inglesi  ed  olandesi  si  divisero  gli 
stati  della  corona  di  Spagna,  cpian- 
tunque  ancor  vivente  Carlo  11  che 


I 


FRA 

non  avea  successione,  da  ciò  prin- 
cipalmente prese  motivo  queblu 
principe,  come  dai  legami  di  pa- 
rentela ,  di  chiamare  a  succederlo 
un  principe  della  casa  di  Francia 
nella  persona  del  duca  d' Angiù , 
dichiarandolo  erede  di  tutti  i  suoi 
stati.  Carlo  II  nioà  il  primo  iiu- 
vemhre  1700,  e  Luigi  XIV  fece 
subito  partire  per  la  Spagna  il  ni- 
pote duca  d'  Angiò  ,  che  preso  il 
nome  di  Filippo  V ,  prese  possesso 
della  monarchia,  e  fece  il  pubbli- 
co ingresso  in  ìMadrid.  Prima  di 
narrare  le  famose  guerre  per  la 
successione  di  Spagna,  che  agitaro- 
no una  gran  parte  dell'  Europa  , 
continueremo  per  ordine  di  tempo 
la  storia  del  giansenismo  per  ciò 
che  x'iguarda  il  pontificato  di  Cle- 
mente XI,  e  la  Fiancia,  il  cui  cle- 
ro nell'assemblea  generale  del  1700 
apfrtovò  la  condanna  del  libro 
Massime  de  santij  fatta  eroicamen- 
te da  Fénéion  arcivescovo  di  Cam- 
bra], e  nel  tempo  istesso  l'assem- 
blea condannò  molte  proposizioni 
troppo  rilassate  di   morale. 

JVel  pontificato  di  Clemente  XI, 
e  a' 20  luglio  1701  i  giansenisti 
proposero  un  Caso  di  coscienza  , 
che  fecero  sottoscrivere  in  tal  mese 
da  quaranta  dottori  della  Sorbona, 
e  stampare  in  Liegi,  nel  quale  per 
iscusare  la  condanna  di  Alessan- 
dro VII  e  de'  suoi  successori,  soste- 
nevano non  doversi  negare  V  asso- 
luzione ad  un  ecclesiastico,  il  quale 
soUosc/ii'cndo  ,  e  giurando  esterna- 
mente il  forniolario  di  Alessandro 
J^ II,  e  condannando  le  cinque  pro- 
posizioni di  Giansenio  nel  medesi- 
mo senso,  in  cui  le  aveva  condan- 
nate la  santa  Sede,  negasse  tuttavia 
internamente  che  dette  proposizioni 
SI  contenessero  nello  stesso  senso 
nel  libro    di    Giansenio  :    riguardo 


FRA  55 

poi  alla  questione  di  fatto,  ciac  al 
contenersi  nel  mentovato  libro  la 
condannata  dottrina,  essere  bastante 
una  sommissione  di  rispetto,  ed  un 
religioso  ed  ossequioso  silenzio  in 
quello  che  la  Chiesa  decide.  11  p.  d. 
Teodorico  de  Xa'w  benedettino,  cele- 
bre per  essere  autore  degli  atti  delle 
congregazioni  de  Auxiliis  del  Le- 
iiios  (della  Congregazione  de  Auxi- 
liis divinae  graliiie ,  parlammo  al  voi. 
XVI,  pag.  i47  e  148  del  Diziona- 
rio), e  per  la  sua  prigionia  per  ordi"- 
ne  del  re  di  Francia,  dichiarò  che 
l'autore  di  questo  Caso  di  coscienza 
era  stato  il  Perrier,  nipote  di  Pa- 
scal, canonico  di  Cleimont.  Il  Guer- 
ra nel  tom.  I  Epitoni.  Pontificiar. 
Constil.  p.  146  dice,  che  Antonio  Ar- 
naldo lo  propose.  Monsignor  Guar- 
nacci  nel  tom.  Il  Pit.  Ponlif.  pa- 
gina 11,  scrive  che  ne  fu  autore 
Luigi  du  Pin,  e  perciò  esiliato  per 
ordine  di  Luigi  XIV.  Forse  il  du 
Pin  sarà  stato  V  autore  dell'  edizio- 
ne fattane  a  Parigi  nel  1703  col 
titolo  Lettre  de  31. . .  chanoine  de 
B.  à  monsieur  T.  D.  A.  eie.  Cas 
de  conscience  par  un  confesseur  de 
province  touchant  un  ecclésìasli' 
que ,  qui  est  sous  sa  condiate ,  et 
resolu  par  plusieurs  de  la  faculté 
de  theologie  de  Paris.  11  Pontefice 
Clemente  XI  col  breve  de'  12  feb- 
braio 1703,  Cum  nuper,  presso  il 
Bull.  Rom.  tom.  X,  par.  I,  pagi- 
na 4^  >  condannò  la  decisione  di 
questo  Caso  di  coscienza,  come 
contrario  alle  costituzioni  di  Inno- 
cenzo X,  Alessandro  VII,  ed  In- 
nocenzo XII,  ricevute  dalla  memo- 
rata assemblea  del  clero  gallicano 
nel  1700;  indi  nel  giorno  seguen- 
te ,  con  due  brevi  diretti  a  Luigi 
XIV ,  ed  al  cardinal  de  Noailles 
arcivescovo  di  Parigi,  riportati  nel- 
VEpist.  et  Brevia  Clem.  XI,  tom.  I? 


56  F  li  A 

p.    i4o   e  seg.,   raccomandò  loro  di 

ricercarne  gli  autori,  e  severamente 

])unirli. 

Da  questa  pontificia  condanna 
nacque,  die  de'  quaranta  dottavi  die 
avevano  sottoscritto  il  Caso  di  co- 
scienza, trentasei  se  ne  ritrattarono, 
restando  due  soli  ostinati,  e  perciò 
mandati  in  esilio,  poiché  due  altii 
erano  morti  dopo  la  loro  sottoscri- 
zione. Fra  quelli  che  si  ritrattaro- 
no fu  il  celebre  domenicano  Cala- 
le Alessandro,  il  quale  avendo  do- 
mandato al  Papa  la  permissione  di 
dedicargli  i'  suoi  Conimenlari  sugli 
evangeli,  ch'egli  finiva  di  compie- 
re, ed  essendogli  questa  negata  ,  a 
meno  che  non  cominciasse  dal  ri- 
trattare la  sottoscrizione  del  Caso 
ili  coscienza,  egli  lo  fece  nella  let- 
tera dedicatoria  al  Papa,  posta  al- 
la testa  de'  detti  Commentari.  I 
più  celebri  fia  i  quaranta  dottori 
che  approvarono  il  Caso  di  coscien- 
za erano  Petitpied  che  non  si  ri- 
trattò mai,  Bourret  professore  come 
quello  della  Sorbona,  Parrozin,  Pin- 
sonat,  Elia  du  Pin,  Hideux,  Blam- 
pignon  ,  e  Feu  tutti  e  tre  curati  , 
Delam  teologo  di  s.  Cloud,  Gueston 
canonico  regolare  di  s.  Vittore,  e 
il  p.  Natale  Alessandro  già  ram- 
mentato. Era  però  necessario  che  la 
santa  Sede  si  dichiarasse  più  efììca- 
cemente  su  questo  punto,  dal  qua- 
le dovevano  nascere  gravissimi  dan- 
ni a' fedeli.  Clemente  XI  adunque, 
sempre  vigilante  negli  affari  della 
Chiesa,  ad  istanza  ancora  di  Luigi 
XIV,  con  la  bolla  Vineam  Domi- 
ni Sabaoth,  emanata  a'  i6  luglio 
1705,  e  riportata  nel  Bull,  lìoni. 
lom.  X,  par.  I,  pag.  i45,  condan- 
nò con  più  solennità  il  Caso  di 
coscienza,  confermando  le  costitu- 
zioni d'Innocenzo  X  de'  3r  maggio 
j653,  di  Alessandro  \II  de'  16  ut- 


P'  R  A 

tobre  i6ji6,  di  Clemente  IX  dei 
ig  gennaio  16(19,  e  di  Innocen- 
zo XII  del  1694  e  del  1696.  Nel- 
la stessa  bolla,  che  da  tutti  i  ve- 
scovi francesi  fu  solennemente  ri- 
cevuta, Clemente  XI  riprovò  come 
insuftleienle  ì'ossecfuioso  silenzio  so- 
pra la  questione  di  fiitto,  dichiaran- 
do la  necessità  dell'  interna,  vera  e 
sincera  confessione  del  medesimo  fat- 
to, dalla  Chiesa  chiaramente  giudica- 
to. Contro  questa  bolla  si  scatenaro- 
no i  giansenisti,  ed  uno  di  loio,  Teo- 
doiico  di  Vaix,  ia  un  libretto  in- 
tilolato:  Atto  di  denunziazione  al- 
la Chiesa  unii'ersale,  ed  al  fatui  o 
concilio  ,  ardi  di  appellarla  ;  opera 
delle  tenebre ,  e  degna  di  essere 
adottala  dall'  Anticristo  j  chiede  a 
nome  di  Dio,  che  il  formolario  di 
Alessandro  V II ■,  e  la  bolla  Fi- 
neani  Domini  Sabaoth,  sieiio  con- 
dannate, e  ridotte  al  niente,  per 
aver  questa  bolla  realizzato  il  vano 
fantasma  del  giansenismo  (come 
l'aveva  chiamato  il  vescovo  d' A- 
lelh  scrivendo  ad  Innocenzo  XI  ai 
3o  giugno  1677),  e  riprovato  il 
silenzio  ossequioso.  11  p.  Le  Tei- 
licr  nel  Recueil  hislorique  des  bui- 
les  etc.  p.  354j  attesta  contarsi  .so- 
pra quaranta  libri,  in  cui  le  ordi- 
nazioni de'  vescovi  pei-  la  sincera 
sottoscrizione  del  formolario  di  A- 
lessandro  FU,  si  chiamano  teme- 
rarie, empie,  eretiche  ed  idolatri- 
che. E  qui  noteremo,  che  di  poi 
Clemente  XF,  con  bolla  de' 27  mar- 
zo 1708,  ad  istanza  di  Luigi  XIV, 
abolì  il  monastero  delle  monache 
cistcrciensi  di  Porloreale  de'  Cam- 
pi in  Francia,  che  nel  seguente  an- 
no fu  demolito,  essendo  esse  osti- 
nate gianseniste,  ed  appellanti  dal- 
la bolla  Fineam  Domini,  delle  qua- 
W,  e  de'  Solitari  di  Portoreale,  loro 
direttori    dopo  il  s.   Cyrano,  fa  uqa 


F  il  A 

esatta  storia  iiionsiyiioi'  IXiizzi  ,  in 
quella  cioè  della  bulla  Unigenitus  , 
tom.   I,   p.    12. 

Il  p.  Pascasio  Quesnello  sacer- 
tlute  dell'  oratorio  di  Francia  (  il 
di  cui  carattere  fu  descritto  dal 
ÌNuzzi  a  p.  184))  *^"^^  ''  pi'""0  ca- 
j)o  de' giansenisti  dopo  la  morie  di 
Arnaud,  prima  della  sua  fuga  nel 
Biabante,  per  non  aver  voluto  sot- 
toscrivere il  formolario  di  Ales-,an- 
tìvo  VII,  avea  nel  1671  pubblicato 
il  libro  :  Le  Nouveau  Testament  cn 
francois  avec  des  réflexioiis  mora- 
ics  sur  cliaqiie  verset ,  oii  Abregé 
de  la  inorale  de  l'  é\'angile ,  dcs 
acles  des  Apòtres,  des  epìires  de 
saint-Paul  de.  che  dopo  alcuni  an- 
ni fu  accresciuto  di  due  altri  vo- 
lumi. Di  questa  opera  si  fecero  due 
edizioni  in  Parigi  nel  1692,  e  nel 
1 694)  6  contro  di  essa  ne  uscirono 
pur  altre,  come  quella  che  purtii  per 
titolo  :  Le  pere  Qaesnel  hérclKpic 
daiis  ses  ré/lexiori'i  sur  le  Noui'tau 
Testament,  Biiixelles  1703  :  altre 
ne  rammenta  Lafiteau  ,  nella  T  ie 
de  eie  me  ut  XI,  tom.  J,  p.  247. 
11  p.  Michele  Tellier  gesuita  ,  con- 
fessore di  Luigi  XIV,  per  certa 
graziosa  occasione  che  racconta  il 
Muratori,  nel  tom.  XII,  an.  i  7  i  3, 
degli  Annali  d'Italia,  trovò  nell'o- 
pera di  Quesnello  cento  una  pro- 
posizioni ,  da  lui  credute  degne  di 
condanna.  Il  re  le  denunziò  a  Cle- 
mente XI,  e  questi  col  breve  Uni- 
versi,  de' i4  luglio  1708,  Bull. 
Roni.  t,  X,  p.  200  ,  condannò  in 
generale  il  Nuovo  Testamento  del 
p.  Quesnello,  per  quattro  ragioni 
che  riporta  nello  stesso  breve,  e 
poscia  più  formalmente  agli  8  set- 
tembre 1713  colla  celebre  bolla 
Inigenitus  Dei  Fdius ,  della  quale 
trattammo  nel  volume  XVI,  pagi- 
W4    65    e  6Q    del    Dizionario.    La 


FRA  Sj 

storia  di  questa  bolla  fu  pubblica- 
ta in  francese  da  monsignor  Lali- 
teau  gesuita,  vescovo  di  Sisteron  , 
e  poi  venne  tradotta  in  italiano  da 
Innocenzo  Nuzzi ,  indi  stampala  in 
lìoma  colla  data  di  Colonia  nel 
1 742.  Il  di  lui  nipote  monsignor 
Angelo  Nuzzi  la  ristampò  correda- 
ta di  annotazioni,  appendice  storica 
e  documenti,  in  Roma  nel  1794  > 
in  quattro  volumi.  I  sislemi  di 
Eaio,  di  Giansenio,  e  di  Quesnello 
sono  nella  sostanza  quasi  i  medesi- 
mi. Baio  precedette,  seguì  Gianse- 
nio rinnovandone  gli  errori  ed  ac- 
crescendoli, indi  Quesnello,  adottati 
gli  erioii  di  ambedue,  altri  ne  ag- 
giunse. J^.  il  p.  Duchesne  nella  Sto- 
na del  Baianisnw,  e  la  Relazione 
ìstonca  e  teologica  del  Baianisnw, 
del  Giansenismo  e  del  Quesnelli- 
S//10  pubblicata  nel  Supplemento  al 
giornale  ecclesiastico  di  Roma  qinn- 
lerno  \  1,  per  i  mesi  di  novembre 
e  dicembre  1792,  pag.  44^  ^  *^g* 
La  bolla  Lnigenitus  Dei  Filius 
fu  mandata  dal  Pontefice  Clemcnle 
XI  iu  Francia,  ove  la  licevè  il  cle- 
ro gallicano  adunato  nell'assemblea 
di  quell'anno  I7i3,  approvandola 
quaranta  prelati,  tuttoché  sette  che 
restavano  della  stessa  assemblea,  cioè 
i  vescovi  di  Verdun,  di  Laun,  di 
(ihalons,  di  Senez,  di  Boulogne,  di 
s.  Malo,  e  di  Bajonna,  si  unissero 
dubbiosi  al  cardinal  de  Noailles,  che 
avea  approvato  il  libro  di  Que- 
snello. Veggasi  il  libro  Delibera- 
tions  de  V  assemblée  dcs  cardinaux, 
arclié^-équeSy  et  évéques,  tenue  à  Paris 
e/i  Vannée  l'jiZ  et  1714  surVacce- 
ptatioii  de  la  conslitutiou  en  forme 
de  bulle  (Unigenitus)  de  N.  S.  P.  le 
Pape  Clemenl  XI,  Paris  17 13.  In 
esso  lungamente  si  tratta  di  questo 
argomento.  La  bolla  l'approvai  uno 
ancora  ,  e  soleuuemculc  la  pubbli* 


58  FRA 

carono  piìi  di  cento  vescovi  per 
ttilto  il  regno;  lutlavolla  essa  sof- 
fri alcune  difìicoltà  per  parte  del 
parlamento,  ove  malgrado  la  ripu- 
gnanza del  presidente  Menard ,  fu 
nondimeno  registrata  per  ordine  del 
re  a'  i4  febbraio  17 14-  Quindi 
molto  maggiori  ne  soffri  per  parte 
di  alcuni  pochi  vescovi  che  negaro- 
no di  riceverla,  fra'  quali  fu  il  pri- 
mo Matteo  de  Hervaux  arcivescovo 
di  Tours,  il  quale  arditamente  l'im- 
pugnò eoa  sua  pastorale  nel  mar- 
zo i7i4j  come  pure  fece  il  cardi- 
nal de  Noailles  con  altra  pastora- 
le, le  quali  furono  da  Clemente  XI 
condannate  in  un  decreto  de'5  mag- 
gio 1714»  6  i5  agosto  ij  16,  Bal- 
lar. Maga.  tom.  Vili,  p.  ^01,  colle 
altre  ancora  de'  vescovi  di  Boulo- 
gne,  di  Chalons,  e  di  Bajonna.  Po- 
teva Clemente  XI  chiudere  la  boc- 
ca ai  refrattari  alla  sua  bolla,  se 
avesse  "voluto  condiscendere  al  re 
Luigi  XIV,  il  quale  coir  esilio  ,  e 
con  maggiori  pene  voleva  castigar- 
li; ma  il  Pontefice  animato  soltan- 
to dallo  spirito  cattolico,  che  non 
punisce  senza  prima  aver  messi  in 
opera  tutti  i  mezzi  della  dolcezza 
e  della  clemenza,  moderò  per  quan- 
to potè  l'intenzione  del  re,  che 
mandò  tuttavia  in  esilio  alcuni  re- 
frattari ,  e  con  allre  pene  castigò 
diversi  altri,  avendo  determinato  di 
fare  lo  stesso  col  cardinal  de  Noail- 
les, e  co'vescovi  disubbidienti.  Quan- 
do però  Luigi  XIV  trattava  più 
seriamente  col  Papa  di  metter  fi- 
ne a  questo  scisma ,  per  mezzo  di 
un  concilio  in  Francia,  quel  prin- 
cipe dopo  il  regno  il  piìi  glorioso 
che  mai  abbia  avuto  la  Francia, 
mori  il  primo  settembre  17 15.  Il 
marchese  Ottieri  nel  tom.  VI,  Islo- 
ria  delle  guerre  awenute  in  Euro- 
pa, e  parlirolarinente  in  Italia  per 


FRA 
la  successione  alla  monarchia  di 
Spagna  dall'anno  i6.)6  all'anno 
1725,  a  pag.  277  e  36 1,  descrive 
assai  bene  questi  fatti  ,  e  la  reni- 
tenza, e  poi  la  ritrattazione  del  car- 
dinal de  Noailles,  in  ordine  alla 
balla    Uiiigeuilus. 

A  favore  di  questa  bolla  non  si 
mostrò  zelante  come  Luigi  XIV 
il  reggente  del  regnoduca  d'Orleans, 
per  cui  gli  aCfari  subito  cangiarono 
faccia.  Quindi  furono  richiamati  co- 
me innocenti  quelli  che  per  essere 
slati  disubbidienti  alle  pontificie  de- 
cisioni si  trovavano  esiliati  .  La 
facoltà  teologica  di  Parigi  detta  la 
Sorbona,  che  prima  aveva  accet- 
tata la  bolla,  cominciò  ad  attaccar- 
la ;  il  perchè  Clemente  XI  sperando 
inutilmente  per  qualche  tempo  che 
i  dottori  si  ravvedessero,  fu  poi  co- 
stretto a  sospendere  con  la  costi- 
tuzione Circiimspecla,  de'  1  8  novem- 
bre 1716,  Bull.  Roni.  tom.  X,  par. 
11,  pag.  9^,  i  privilegi  di  detta  uni- 
versità a  beneplacito  della  santa 
Sede,  nel  qual  tenpo  proibì  che 
ad  alcuno  in  essa  si  conferissero  i 
gradi  scolastici.  Seguitò  nondime- 
no la  Sorbona  nel  suo  impegno,  e 
nel  I  7  I  7  si  unì  agli  appellanti,  rivo- 
caudo  il  decreto,  col  quale  nel  1714 
avea  fulminata  la  pena  di  esclusione 
da  ogni  grado,  e  dalla  speranza  del 
magistero,  a  chiunque  di  quel  cor- 
po avesse  in  voce  o  in  iscritto  con- 
traddetta la  bolla  Unigenilus  ora  at- 
taccata. A' 5  poi  di  marzo  di  detto 
anno  1717  pubblicarono  la  loro 
appellazione  della  bolla  al  Papa 
meglio  informato,  ovvero  al  conci- 
lio generale,  i  quattro  vescovi  re- 
frattari, cioè  de  la  Brone  vescovo 
di  Mirepoix ,  Colberfc  de  Croisi 
vescovo  di  Montpellier,  de  Langle 
vescovo  di  Boulogne,  e  Soanen  ve- 
scovo di   Sencz,  alla   testa  de' quali 


FRA 
v'  era  il  cardinal  de  JVuailles  con 
un  hfgiiito  di  moltibsimi  ecclcsiaslici, 
che  poco  stettero  a  veder  piib- 
biicalo  il  loro  torto.  P .  la  Réfuta- 
tìoii  du  méinoire  pubhlié  en  favcur 
de  l'apel  des  qiiatie  éveques  addres- 
sée  à  inoiis.  l' é^'éque  de  Mirepoix, 
avec  le  témoignage  de  VEglise  uiùvcr- 
selle  en  fui'cur  de  la  bulle  Unige- 
ìiitits,  Bruxelles  1718.  Ma  siccome 
le  appellazioni  non  si  moltiplica- 
vano a  misura  del  numero  de' ques- 
iiellisti,  licorsero  essi  al  mezzo  di 
comperarle  a  peso  d'  oro;  e  perciò 
avendo  già  consumato  i  fondi  che 
avevano  nella  cassa  comune  del 
partito,  presero  iu  prestito,  per  con- 
fessione d'uno  de' loro  principali 
storici,  Anecdot.  t.  Ili,  p.  248,  più 
di  un  milione  e  quattioceuto  mila 
lire  di  Francia,  somma  che  dove- 
va servire  a  pagare  le  appellazio- 
ni di  coloro,  che  la  necessità  o  la 
cupidigia  spingeva  al  precipizio.  Da- 
vansi  cinquecento  lire  a  chiunque 
nelle  pubbliche  dispute  difendesse 
imo  degli  errori  condannati  nella 
bolla  suddetta,  e  così  pagava  anco- 
ra i  curati  che  volevano  tradire  la 
loro  fede:  ma  somme  maggiori 
somministrarono  a' canonici,  ed  ai 
religiosi  che  impegnavano  i  loro 
capitoli,  e  le  loro  comunità  ad  ap- 
pellare. Durò  questa  cabala  finché 
al  duca  d'Orleans  reggente  giun- 
sero i  lamenti  de' creditori  di  M. 
Loid  segretario  del  cardinal  de 
IVoailles,  e  di  Servien  segretario  del 
vescovo  di  Chalons  sur  JMarne,  i 
quali  avevano  preso  in  prestito  la 
riferita  somma,  che  non  fu  mai 
resa  ai  creditori,  essendo  servita  ad 
acquistare  due  mila  appellanti  di 
ogni  condizione,  de'  quali  era  il 
maggior  numero  nelle  diocesi  di 
Ileiiiis,  d'  Orleans,  e  di  Rouen.  V. 
1  Ad\-crtisseiiieiit    de    iiioiis.    J.  Jo- 


FRA  59 

seph  Laiiguct  éi'eipic  de  Soissoiis 
à  ceitx  qui  daus  san  diocese  se 
noni  declaréi-  appcUauls.  de  la  con- 
stiiuiioii  Liiigcuitus,  ili  tre  volumi, 
de' quali  i  primi  due  sono  senza 
luogo  dell'edizione,  e  l'ultimo  ha 
la   data  di   Reims    1718. 

Tultociò  cagionava  un  sommo 
jammarico  al  zelante  Clemente  XI, 
il  quale  non  potendo  ridurre  a 
miglior  sentimento  i  traviati,  con- 
dannò le  appellazioni  del  Noailles 
e  degli  altri  vescovi,  e  fece  abbru- 
ciare per  mano  del  boia  nella  piaz- 
za della  Minerva  la  gran  copia  dei 
libri,  che  in  questa  occasione  ave- 
vano pubblicato  i  giansenisti,  come 
ingiuriosi  alla  santa  Sede,  ed  al- 
la cattolica  religione.  P^.  monsi- 
gnor Filippo  Anastasi  arcivescovo 
di  Sorrento,  e  poi  patriarca  d'An- 
tiochia, nella  sua  opera  Suprema 
Romani  Pontificis  in  Ecclesia  pò- 
testas  propugnata  adi'ersus  instru- 
mentum appellalionis  quatuor  Gal- 
line episcoporwn  a  constilutione 
Unigcnitus  ad  futuruni  concilium, 
Beneventi  1723.  Stefano  Abate  nel 
suo  Squiltinio  della  discolpa  de' pochi 
vescovi  renitcnli  a  ricevere  la  costi- 
tuzione U/iigenitus,  Colonia  (data 
falsa)  17 19.  Luigi  Santandrea  An- 
dreuzzi  nella  sua  Clementina  con- 
sti tutio  Unigenilus  Ecclesiae  tradì  tic- 
num  vindex,  Bononiae  1723.  Cle- 
mente XI  riprovò  ancora  un  edit- 
to del  reggente  di  Francia,  col  qua- 
le nel  1717  imponeva  silenzio  ad 
ambe  le  parli,  e  nell'  anno  seguen- 
te a'  26  marzo  scrisse  di  proprio 
pugno  in  lingua  italiana,  dimostra- 
zione di  maggiore  affiìbilità,  al  car- 
dinal de  Noailles,  per  ridurlo  alla 
ubbidienza  della  santa  Sede;  ma 
trovando  inutile  questa  sua  pater- 
na indulgenza,  a'  17  agosto  dell'an- 
no stesso     1718,  con   la    costituzio- 


6o  FRA 

\ut  Pasloralis.  cht  i>lii  nel  tom.  XI, 
p.  i3g  del  Bull.  Ilorn.,  dichiarò 
eli"  egli  non  riconosceva  per  figli 
della  Chiesa,  anzi  li  denunziava  se- 
parati da  essa,  tutti  quelli  che  ri- 
cusassero di  ubbidire  alla  bolla 
r  iiigenitus,  benché  ius.'>ero  ornati 
colla  dignità  vescovile  o  cardinali- 
zia. La  costituzione  Pastoralis  fu 
pubblicata  agli  8  di  settembre  per 
tre  motivi,  che  Clemente  XI  espres- 
se in  un  suo  breve,  epist.  64 5i; 
«iiretlo  al  cardinal  di  Bissy:  i.  per- 
i  he  appunto  in  quel  giorno  si  so- 
lennizzava la  festa  di  Maria,  di  cui 
dice  la  Chiesa,  cwicta  ìmerescs  no- 
li inierernisti  j  i.  perchè  nello  stes- 
so giorno  terminava  il  quinquennio 
(lacchè  fu  spedita  la  bolla  Lnige- 
nitus,  tempo  assai  lungo  per  rav- 
vedersi i  refrattari  di  essaj  3.  par- 
tile nel  giorno  medesimo  termina- 
va la  dilazione  di  tre  mesi,  che 
dal  cardinal  di  Bissy  gli  era  stata 
licliiesla.  Atterriti  pertanto  il  duca 
reggente  ed  i  vescovi  refrattari 
ilalf  imperturbabile  costanza  di  Cle- 
tnente  XI,  proposero  a  questi,  che 
avrebbero  ricevuta  ed  accettata  la 
bolla,  purché  egli  vi  facesse  alcu- 
ne spiegazioni;  ma  il  Papa  ridutò 
questa  condizione  come  ingiuriosa 
a  quello  che  la  Chiesa  assolutamen- 
te decide.  Alcuni  zelanti  vescovi 
della  Francia  si  offrirono  per  fare 
queste  spiegazioni,  e  lo  eseguirono 
con  onore  della  santa  Sede.  Cle- 
mente XI  però,  sebbene  lodasse  il 
loro  zelo,  non  vi  prestò  in  modo 
alcuno  il  suo  consenso,  afìlnchè 
non  sembrasse  che  la  Sede  aposto- 
lica avesse  bisogno  di  alcuna  spiega- 
zione in  quello  che  onninamente 
risolve.  Quindi  nacque  la  pace  glo- 
riosa a  Clemente  XI,  poiché  il  du- 
ca reggente  ordinò  con  decreto  dei 
4    agosto     1718    che    in    tutta    la 


FRA 

Fiancia  si  ricevesse,  e  fedelmente 
si  eseguisse  la  bolla  UuìgenitiiSy 
vietando  qualunque  appellazione  al 
futuro  concilio,  ed  annullando  quelle 
già  fatte.  Oi'a  torniamo  ali  700,  ed  al- 
le gueiiedella  successione  di  .Spagna. 
Luigi  XIV  coir  indomabile  w.\- 
nìa  delle  conquiste  ,  fomentata  dal 
ministro  della  guerra  Louvois  ,  ne 
trasse  nuovo  argomento  io  sostene- 
re il  duca  d'Angiò  figlio  del  delfi- 
no, eh'  era  moritato  sul  trono  di 
Spagna,  per  mantenervelo ,  e  con- 
servargli tutti  i  do.niinii  alla  vasta 
monarchia  spagnuola  appartenenti. 
Ma  l'imperatore  Leopoldo  I  volen- 
do vendicare  le  proprie  ragioni  di 
più  stretta  parentela  col  defunto 
Carlo  li,  volle  fare  ogni  sforzo  per- 
chè questa  corona  cadesse  in  vece 
sul  capo  del  suo  secondogenito  ar- 
ciduca Carlo  d'Austria,  poi  impe- 
ratore col  nome  di  Carlo  VI  :  pre- 
tensioni che  r  Inghilterra  secondò 
in  un  air  Olanda,  ai  principi  del- 
l'impero, e  al  duca  di  Savoia,  che 
tutti  uniti  dichiararono  la  guerra 
alla  Francia  e  alla  Spagna.  Filip- 
po V  re  di  questa,  e  l' imperatore 
fecero  istanza  a  Clemente  XI  per 
l'investitura  delle  due  Sicilie  ch'e- 
rano in  mano  degli  spagnuoll  ; 
ma  il  saggio  Pontefice,  volendo 
essere  interamente  neutiale  ,  a 
ninno  la  concesse.  I  francesi  fu- 
rono prima  vittoriosi  sotto  gli  or- 
dini di  Villars  e  di  V^endome  che 
estese  sino  al  Ferrarese  le  sue  azio- 
ni militari;  ma  poscia  il  principe 
Eugenio  di  Savoia  e  il  duca  di  Marl- 
borough  ,  liberi  di  agire  secondo 
le  circostanze,  ebbero  il  vantaggio 
contro  i  generali  francesi,  obbligali 
di  secondare  gli  ordini  che  Cha- 
millard,  ministro  incapace,  manda- 
va loro  da  Versailles.  Eugenio  fu 
pm    prendere  Cremona  nel  1702,  e 


una  flotta  inglese  s'impadronì  tli 
Gibilteiia  ,  che  l' Inghilterra  non 
restituì  mai  più.  Non  si  possono 
riferire  tulli  gli  avvenimenti  di  que- 
sta giieira,  laonde  accenneremo  i 
principali.  La  guerra  ebbe  buon  e- 
sito  per  li  francesi  sino  a'  i/j.  ago- 
sto 1704,  in  cui  poi  gli  alleati  co- 
mandati dal  principe  Eugenio,  da 
milord  Marlborough,  e  dal  prin- 
cipe di  Bade  disfecero  ad  Hoclie- 
stet  l'armata  francese  comandata 
dal  maresciallo  di  Tallard  e  dal 
maresciallo  di  Marchin,  per  cui  la 
Francia  dovette  abbandonale  tutto 
il  paese  dal  Danubio  al  Reno,  co- 
me della  Baviera.  In  questo  frat- 
tempo Luigi  XIV  ridusse  a  partito 
i  fanatici ,  eh'  eransi  sollevati  nel 
Yivarese  e  nella  Linguadoca  :  que- 
sta guerra  religiosa  delle  Cerennes, 
fra  i  protestanti  delti  carniciardi , 
ed  i  cattolici,  kce  nuotare  quelle 
regioni  per  sei  anni  nei  sangue.  11 
duca  di  Venderne  disfece  il  prin- 
cipe Eugenio  alla  battaglia  di  Cas- 
sano nel  Milanese  li  io  agosto 
1705,  nel  quale  anno  a  Leopoldo  I 
successe  l'imperatore  Giuseppe  1  ; 
ma  il  maresciallo  di  Villeroy  fu 
vinto  alla  battaglia  diliamillies  vi- 
cino a  Namur  li  23  maggio  1707. 
Dopo  questo  famoso  fatto  d'arme 
gl'imperiali  s'impadroniiono  di  An- 
versa, di  Gand,  d' Ostenda  e  di 
varie  altre  piazze,  cioè  di  quasi  tut- 
ta la  Fiandra  sino  alle  porte  di 
Lilla.  Nel  medesimo  anno  1707  il 
Nivernese  fu  riunito  alla  Francia  , 
che  poi  si  stabilì  nell'  isola  del  suo 
nome  in  America,  e  nell'  isola  E.ea- 
je  o  Capo  Bretone.  In  questo  stes- 
so anno  il  duca  Filippo  d'Orleans 
nipote  del  re  fu  disfatto  dal  prin- 
cipe Eugenio  avanti  a  Torino,  il 
che  fu  cagione  della  perdita  del 
Milanese  e  del   Modenese. 


L'anno  1707    fu   piìi    felice    ali;» 
Francia,  il  maresciallo  duca  di  Ber- 
wick  con    l'esercito    di    Filippo    V^ 
riportò  sopra    gli  alleati  e  sull'ar- 
ciduca Carlo   la  celebre  vittoria  di 
AImnnza  li  -2  5  aprile,    che    fu  poi 
seguita    dalla    riduzione    dei    regni 
di  Valenza  e  d'Aragona  ;  ma  gl'im- 
periali s'  impadronirono    del   regno 
di   Napoli.   Villars   forzò  le  linee  di 
Stolholfen,  mentre  Forbin  e   Guay 
si  distinsero  sul   mare    battendo  le 
flotte  avversarie  in  diversi  incontri, 
e  fecero  delle    prese    considerabili  : 
i   seg>ienti   anni   furono  meno  favo- 
revoli per  la  Francia.    Essa  perde 
la   battaglia  d' Oudenarde,  gl'ingle- 
si  presero    Porto-Maone ,  Tournay 
venne  superata  dal  principe  Euge- 
nio, e  Mons  andò  perduta  dopo  il 
micidiale    combattimento    di    Mal- 
plaquet.   Nel   1710   Donai  venne  oc- 
cupata  dagli    alleati  ,    e  Filippo    \' 
con    nuove    vittorie    si    stabilì    sul 
trono    di     Spagna.     In    qnest'  anno 
Luigi  XiV  conuiìise  al  parlamento 
di    Parigi    il  processo  contro  il  car- 
dinal  di  Buglione,  per  una  biasime- 
vole lettera  a  lui    diretta    nel   riti- 
rarsi  in   Fiandra,   dai    nemici  occu- 
pata.   Clemente  XI    disapprovando 
altamente  il   contegno  del  cardina- 
le, pregò  il  re  ad  annullare  quan- 
to e^a.^i  fatto  sid  cardinale  per  l'in- 
competenza del  tribunale,  protestan- 
do di  far  egli  diligentemente  a  for- 
ma de'  sagri  canoni  esaminar  que* 
sta  causa,   laonde  il  re  non  ne  paio- 
lo più,  e  lasciò  tranquillo  il  cardi- 
nale nel  Biabante.  Intanto  nel  171  1 
il  delfino  Luigi,  unico  figlio  di  Lui- 
gi XIV,   e  padre  di  Filippo  V,  mo- 
rì  a  Meudon  di    vaiuolo,  di  circt 
anni    cinquanta  :    degno    allievo  di 
Bossuet    e    di   Montausier,    le    sue 
belle  qualità  Io  fecero  compiangete 
da  tutta   la  Francia.  Luigi  XIV  die 


62  FRA  FR\ 
il  titolo  ili  tliKlno  al  duca  di  Ror-  della  religione,  e  la  difesa  dei  di- 
gogna  figlio  del  tlefiiiito ,  egregio  ritti  della  Chiesa  e  dei  cattoliei:  in 
discepolo  dell'illustre  Fenélon.  Nel  quest'anno  mor'i  il  duca  di  Beriy 
medesimo  anno  nini'i  1  imperatore  altro  nipote  di  Luigi  XIV,  indi  nel 
Giuseppe  I,  e  fu  assunto  all'impe-  171')  questo  re  ricevette  nella  galle- 
rò il  fratello  Carlo  VI;  ciò  cani-  ria  di  Versailles  gli  omaggi  dell'am- 
biò faccia  agli  affari.  Nell'anno  basciatore  del  re  di  Persia ,  e  dopo 
1712  mori  ancora  il  delfino  du-  breve  malattia  morì  il  primo  settem- 
ca  di  Borgogna,  non  che  la  del-  bre  d'anni  settantasette,  avendone  re- 
flua e  il  loro  figlio  duca  di  Tue-  gnati  dodici.  Il  suo  regno  venne  pa- 
tagna  che  Luigi  XIV  avea  nomi-  ragonato  a  quello  d'Augusto,  e  fu 
nato  delfino,  titolo  che  allora  die  uno  de'  più  gran  prineipi  non  so- 
al  duca  d'Angiò,  che  poi  il  succes-  lamente  della  monarchia  francese, 
se  col  nome  di  Luigi  XV,  anch' es-  ma  eziandio  di  Lutta  l'Europa, 
so  figlio  ilei  duca  di  Borgogna.  In  Aveva  un  gusto  naturale  per  tut- 
quanto  ai  politici  avvenimenti,  la  tociò  che  forma  gli  uomini  gran- 
regina  d'Inghilterra  Anna  ascoltò  di:  seppe  distinguere  ed  impiegare 
proposizioni  di  pace,  che  il  re  di  le  persone  di  merito:  fece  fiorirei 
Francia  gli  fece  fare ,  mentre  la  dotti,  le  scienze,  le  arti  ed  il  com- 
vitloria  riportata  a  Denain  dai  ma-  mercio  ne' suoi  stati.  L'ambizione 
lescialli  Villars  e  IMontesquieu  in-  e  l'amore  della  gloria  gli  fecero 
deboli  r  armata  avversaria,  e  prò-  intraprendere  ed  eseguire  i  più 
mosse  definitivamente  la  pace,  che  fu  grandiosi  progetti,  e  si  distinse  so- 
sotloscritta  ad  Utrecht  agli  riaprile  pra  tutti  i  principi  del  suo  secolo 
17  i3  coir  Inghilterra,  il  re  di  Por-  per  mezzo  d'un' aria  di  grandezza, 
togallo,  il  duca  di  Savoia,  il  re  di  di  magnificenza  e  di  liberalità,  che 
Prussia  e  gli  olandesi.  Questa  pace  accompagnava  tutte  le  sue  azioni, 
era  stata  preceduta  da  una  solen-  I  suoi  molti  amori  sono  noti,  e  la 
ne  rinunzia  di  Filippo  V  re  di  Spa-  celebre  madama  di  Maintenon  fu 
gna  per  lui  e  per  la  sua  posterità  l'aia  de'figli  ch'ebbe  da  madama 
a  tutti  i  diritti  che  potesse  mai  a-  di  Montespan  ,  massime  del  duca 
vere  alla  corona  di  Francia,  e  da  del  Maine,  e  meritò  il  suo  spirito,  il 
una  simile  riirunzia  del  duca  di  suo  buon  senso  e  le  belle  qualità  che 
Berry,  e  del  duca  d'Orleans  a  tut-  l'adornavano,  la  grazia  eia  stima 
ti  quelli  ch'eglino  potessero  avere  di  Luigi  XIV,  che  se  le  uni  con 
alla  corona  di  Spagna.  Con  questa  matrimonio  segreto  negli  ultimi  an- 
pace  la  Francia  cede  agl'inglesi  la  ni  di  sua  vita.  De  la  Beaumelle 
Nuova  Scozia  vicino  al  Canada  ,  e  scrisse  le  Mérnoires  poiir  seri'ìr  à 
l'isola  di  s.  Cristoforo,  demolendo  C  histoire  de  madame  de  MaiiiLe- 
le  foi  tifìcazioni  di  Dunkerque.  non  et  à  celle  da  siede  passe,  Mae- 
Luigi  XIV  si  pacificò  pure  col-  stricht  1789.  Dopo  la  morte  di  Lui- 
r  imperatore  Carlo  VI,  prima  a  gi  XIV,  Filippo  duca  d'Orleans,  di 
Rastadt  a  mezzo  del  maresciallo  Chaitres,  di  Valois  ec,  figlio  di  Fi- 
Villars,  trattato  che  venne  ratifi-  lippo  di  Francia,  fiatello  del  defun- 
cato  a  Baden  li  6  marzo  1714-  ^^  to,  fu  dichiarato  reggente  del  re- 
1  apa  Clemente  XI  raccomandò  in  gno  dal  parlamento,  seguendo  il  di- 
tal    pace  ai  due    sovrani    gli  affari  ritto    che  a   lui   ne  dava  lo   sua  na- 


FRA 

scita  ,  diiiante  la  minorila  di  Lui- 
gi XV  allora  di  cinque  anni  ;  i  di- 
sastri delle  ultime  guerre  furono 
in  parte  riparati  sotto  questa  reg- 
genza ,  ma  i  torbidi  religiosi ,  che 
già  abbiamo  veduti  erano  ancor 
più  grave  argomento  da  provve- 
dere. Il  piincipe  disgraziatamente 
ligio  al  giansenismo  non  seppe  ap- 
porvi il  necessario  rimedio;  quindi 
il  consiglio  di  coscienza  ch'egli  fe- 
ce presiedere  dal  cardinale  de  Noail- 
les,  non  fece  che  eternar  le  dispu- 
te sulla  Lolla  Unigeni/ns,  e  produs- 
se quella  moltitudine  di  appellanti 
fanatici,  che  descrivemmo  di  sopra. 
Per  le  finanze  poi  fu  posto  in  atti- 
vità lo  strano  sistema  inventato  dallo 
scozzese  Law,  che  fondavasi  sul  com- 
mercio del  Mississippi  nell'Indie  oc- 
cid(  nlali  ,  dal  quale  promettevasi 
immenso  vantaggio  agli  azionisti 
del  banco  reale  appositamente  isti- 
tuito. Il  progetto  venne  accolto  con 
entusiasmo,  e  1'  unione  della  com- 
pagnia dell'  Indie  orientali  ne  ac- 
crebbe H  credito;  non  solo  tutti 
i  ricchi  di  Francia ,  ma  eziandio 
gì'  inglesi  ,  gli  olandesi ,  i  genovesi 
versarono  molto  denaro  per  acqui- 
star le  azioni  ,  impinguandosi  così 
il  regio  erario.  INon  tardò  per  al- 
tro a  comprendersi  che  si  correva 
ad  abbracciare  una  chimera:  il  cor- 
-so  del  cambio  si  alterò ,  svanì  il 
numerario,  gli  americani  tesori  non 
giunsero  mai,  i  biglietti  della  ban- 
ca caddero  nel  totale  avvilimento, 
e  Law  a  slento  si  salvò  dalle  mi- 
nacce del  popolo  con  pronta  fuga. 
Il  sistema  di  Law^  desolò  la  Fran- 
cia ;  ed  il  pagamento  del  debito 
pubblico  eseguito  con  queste  azioni 
vote  di  sostanza,  cagionò  la  rovina 
miiversale. 

Ebbe   inoltre   il    duca    d'Orleans 
a  combattere   i  maneggi  e   progetti 


F  li  A  63 

ambiziosi  del  cardinale  Albeinni, 
primo  ministro  favorito  di  Filippo 
V  re  di  Spagna ,  che  cospirò  a 
togliergli  la  reggenza,  e  col  mezzo 
del  principe  di  Cellamare  amba- 
sciatore spagnuolo  a  Parigi,  e  del 
giovine  Portocarrero  suo  nipote, 
fomentò  il  partito  contrario  al 
duca  ,  e  fece  entrare  nelle  sue 
viste  molti  distinti  personaggi  di 
rango,  pe'quali  l'equivoca  condotta 
del  duca,  e  del  suo  scaltro  mini- 
stro, già  suo  precettore  Guglielnio 
du  Bois,  non  fu  immune  dai  più 
neri  sospetti  di  avvelenamento  del 
giovine  re,  sospetti  ch'erano  pur 
caduti  sulla  morte  de' precedenti 
principi.  Siccome  poi  a  questa  or- 
ditura andavano  congiunti  mille 
altri  progetti  del  cardinal  Albero- 
ni,  le  potenze  europee  si  posero 
in  guardia,  e  la  Francia  collegan- 
dosi coir  Inghilterra  ,  e  coli'  O- 
landa  si  trovò  in  necessità  di  di- 
chiarare guerra  alla  Spagna,  entrò 
nell'anno  17 19  in  Catalogna  ed 
in  Navarra  colie  sue  truppe,  ed  il 
congedo  dell'inquieto  ministro  spa- 
gnuolo mise  fine  a  questa  guerra 
nel  1720.  Nell'anno  precedente  l'i- 
sola s.  Giovanni,  nel  golfo  s.  Lo- 
renzo, ricevette  alcune  colonie.  I- 
nollre  nel  1720  Clemente  XI  pre- 
gò il  duca  reggente  a  rivocare  l'e- 
ditto che  in  nome  di  Luigi  XV 
avea  promulgato,  nel  quale  dichia- 
ravansi,  e  mutavansi  con  grave  dan- 
no della  disciplina  ecclesiastica  e 
della  pontificia  autorità  molte  co- 
stituzioni da  alcuni  Papi  emanate 
circa  i  priorati  e  benefìzi  di  di- 
verse congregazioni  regolari  del  re- 
gno ;  offrendosi  pegli  opportuni 
provvedimenti  ove  abbisognassero, 
acciò  tutto  procedesse  con  potestà 
apostolica,  e  senza  lesione  dell'im- 
munità   ecclesiastica.    Nel    172 1    il 


6t  FRA 

Poiilcfif.-e    liiiK)(;i-ii/(j   \III    con   sua 
jijuignanza  ,    ad     istanza     tli     quasi 
lutti   i  sovrani   e  tlel  legL^eiite^  creò 
cardinale   il     favolilo  ed   arbitro   di 
questi,  l'indegno  Gnglielaio  du  Bois 
arcivescovo  di    Cambrai,    e  nel  se- 
guente anno  investì  del   regno  del- 
le   due    Sicilie    l'imperatore    Carlo 
VI,  in    conseguenza  dei   trattati  di 
pace.    Il   reggente  dopo  aver  ali<m- 
tanato    dal    fianco    del    reale     suo 
pupillo    il   maresciallo  Vilieroi   suo 
aio,  essendone    il    maestro   il  cele- 
bre vescovo  di  Frejus    Fleury,   al- 
l'uscir  di     tutela   del     piincipe   nel- 
l'anno  suo   quattordicesimo   fu  pre- 
gato da   ini   d'iucaricar-<i   del   detta- 
glio   degli     alFai'i,   e    delle    funzioni 
di   primo    ministro,   carica   clic   non 
godette    molto  tempo,  essendo,  mor- 
to a  Versailles  a'^  decembre    1723 
colla   lode  di   protettore  delle    arti, 
delle    scienze,    e    di    ipielli   che    in 
esse   distinguevansi.   Luigi  XV    die 
eguale     incarico  al  duca  di  Borbo- 
ne,  principe  debole  ed  altero,   che 
die  in   isposa   al  re    Maria    Leczin- 
ski    figlia    di     Stanislao   re    di   Po- 
lonia;    ma     il     re     conosciuto    me- 
glio    il    suo     primo    ministro,     lo 
ringraziò,  ed   in    vece  elesse  a   bene 
della    Francia    il   suo   illustre   mae- 
stro Andrea  Ercole  de  Fleury^  ed 
allora    l'ordine,    l'economia,     e   la 
modestia   regnò  nella   corte;  quindi 
Fleury  ad  istanza  del  re    fu  creato 
cardinale     nel    1726   da    Benedetto 
XIII,   il   (piale   nel   concilio   romano 
da   Ini   celt^brato  nel  precedente  an- 
no,  dichiarò   fra   le    altre  cose    per 
regola   di    fede   la  bolla    Vnigenitus, 
e  però    si     condannò  da    lui    colla 
hoWa  Quatuor  cum  stiprn,  nel  Bull. 
Rnm.   toin.    XII,    p.    48,    lutti  gli 
scritti   contro  di    essa   pubblicati. 

Il   di   lui    predecessore   Innocenzo 
XIII    aveva    seguilo    l'esempio    di 


FRA 

r.lcraente    XI  ,   per   la  completa    e- 
sliiizione   del    giansenismo,     benché 
per   le   istanze   del    cardinal  Arman- 
do   de   Rohan  grande    elemosiniere 
del   re,   zelante  difensore  della  bolla 
Uiiigenitas ,    ed  anima    degli  affari 
ecclesiastici   del   regno,   avesse   pro- 
messo  di   non   innovare    cosa   alcu- 
na  nella    chiesa   di    Francia,  sinché 
Luigi    XV   non  fosse   uscito  di    mi- 
norità, ed  i   giansenisti    non    avesse- 
ro dato     r  occasione     al    contrario. 
Era    veramente    Innocenzo  XIII   di 
questo  animo,  allorché     monsignor 
Bartolomeo  IMassei   nunzio  in  Fran- 
cia,  poi   cardinale,  gli   die  1'  avviso 
che     i    vescovi     refrattari     avevano 
pubblicate   per     le    loro     diocesi   al- 
cune  pastorali    piene    «li    errori.     11 
Pap  1  scrisse  subito  un   breve  al   re 
ed   un  alilo  al   reggente  a' 9.8   mar- 
zo   1722,    ne' quali    suggeriva     ad 
ambedue  i  modi   e   le    ragioni   per 
chiudere  la    bocca    di   tali    vescovi, 
anche  agli    ordini   del  sovrano  dis- 
ubbidienti, per  cui  i  vescovi  furono 
costretti    al     silenzio.    11  successore 
Benedetto     XUI    profittando    della 
stretta  amicizia  che   avea  contratti» 
nel    conclave    del     1700,    e     poscia 
coltivata   col     cardinal    de    Xoaiiles, 
seppe    disporlo  a   poco  a    poco  ad 
abbandonare     lo    scandalo    con   cui 
viveva,  per  non    volere  accettare   la 
bolla    Vnigenitus.  Trovandosi  il  car- 
dinale nell'età    di    anni   ottanta,   e 
considerando   al   disonore    cui  erasi 
abbandonato ,    coli'  avere    unita    la 
sua  appellazione   a   quella   do'quat- 
tro    vescovi     lefrattari ,    e    di    altri 
giansenisti,  scrisse  a'rg  luglio  172S 
una  lettera  a   Benedetto  XIII,  nel- 
la    quale  protestò    di     a.ssoggettai-- 
si   sinceramente  alla  bolla    Unigeni- 
(n<::    inolile     condannava    il     libro 
delle    Ri //fissioni  morali  del     Quc- 
snelln,    ch'egli  aveva    approvato,   e 


FRA 
le  cenlo  una  proposizioni  da  que- 
sto estrattCj  nella  stessa  maniera  che 
nella  bolla  erano  condannate,  e 
nel  medesimo  ten)po  rivocò  la  sua 
pastorale  dell'anno  17  r  9,  con  tutto 
f|Ucllo  eh'  era  stato  pubjjlicato  in 
nome  suo  contro  la  mentovata 
bolla.  Indi  confermò  con  un'altra 
pastorale  quanto  aveva  scritto  al 
Papa,  il  quale  con  questo  trionfo, 
in  cui  avea  avuto  la  maggior  par- 
te il  suo  zelo,  a'2  I  agosto  col  bre- 
ve Sapientissinnini  coiisilium,  pres- 
so il  Guerra,  Bull.  Epitom.  tom. 
I,  p.  i5o,  rispose  al  cardinale  lo- 
dando grandemente  la  sua  risolu- 
zione, come  più  teneramente  re- 
plicò con  lettera  di  proprio  pugno, 
ciò  che  al  suo  esempio  fecero  al- 
tresì tutti  i  cardinali  francesi.  Di 
più  Benedetto  XIII  gli  concesse  il 
giubileo,  che  gli  domandava  per 
la  sua  diocesi  di  Parigi,  del  qua- 
le però  dichiarò  nell'anno  seguen- 
te con  la  costituzione  Nuper  nos^ 
tom.  XII,  p.  358  del  Bull.  Rom., 
che  non  erano  capaci  di  acquistar- 
lo 1  refrattari  alla  bolla  Unigeni- 
tus.  Dal  cardinale  Marc'  Antonio 
Ansidei,  vescovo  di  Perugia  sua 
patria ,  si  ha  la  ;  Relation  ficlèle 
dts  letlres,  et  des  brcfs  écrits,  et 
des  congregations  deputées  sous  le 
pontifìcat  da  Pape  Benoit  XIII, 
avec  les  résohuions  qui  y  ont  élé 
prises  touchant  l'acceptation  de  la 
coiisdlution  Unigeuitus,  que  de^'oit 
fair-e  M.  le  cardinal  de  Noail- 
les,  et  la  formule  de  celle  accepta- 
tìon,  senza  nota  di  tempo,  né  di 
luogo  della  stampa  ,  che  fu  in 
Roma. 

Non  seguirono  il  cardinal  Noail- 
les  COSI  ubbidienti  que'  vescovi,  che 
seguito  lo  avevano  appellante,  Yi 
era  fra  questi  il  vescovo  di  Se- 
iiez,   il    quale    sempre    più  si    mo- 

VOl.    XXV  li. 


FRA  (.: 

strava  ostinato  ed  audace,  per  cui 
il  suo  metropolitano  monsignor  Pie- 
tro Guerin  de  Tencin  arcivescovo 
d'Embrun,  deliberò  di  adunare  un 
concilio  nazionale,  e  costringerlo  a 
comparirvi  onde  processarlo  e  giu- 
dicarlo. Benedetto  XIII  approvò 
tal  risoluzione,  ed  il  re  vi  prestò 
la  sua  autorità,  promettendo  di 
far  eseguire  quanto  si  fosse  delibe- 
rato dal  concilio^  previa  1'  appro- 
vazione della  Sede  apostolica.  Nelle 
prime  sessioni  fu  giudizialmente  ci- 
tato a  comparirvi  monsignor  Gio- 
vanni Soanen,  già  .sacerdote  del- 
l' oratorio  di  Francia,  vescovo  di 
Senez  ;  indi  furono  prodotte  le  ac- 
cuse contra  di  lui,  le  quali  consi- 
stevano nell'essere  uu  raffinato  gian- 
senista, neir  aver  scritto  contro  la 
bolla  Unigenitus ,  prima  e  dopo 
aver  fatta  la  sua  appellazione  al 
futuro  concilio  generale,  e  nell'a- 
ver  difeso  la  condannata  dottrina 
di  Quesnello.  Non  seppe  il  Soa- 
nen fare  la  sua  giustificazione,  mo- 
strò anzi  arroganza  di  non  curar- 
la, protestando  eh'  egli  non  cono- 
sceva competente  a  giudicarlo  l'au- 
torità di  diciotto  vescovi  congre- 
gati, dai  quali  si  appellava  di  nuo- 
vo al  futuro  concilio.  Ma  i  vesco- 
vi siccome  seguaci  delle  sode  dot- 
trine ,  sospesero  il  Soanen  dalle 
funzioni  vescovili  e  sacerdotali,  e  gli 
prescrissero  l' esilio  nella  badia  di 
Chaize-Dieu  nell'Ai  vergna.  Questa 
sentenza  fu  approvata  da  Benedetto 
Xlll,  in  un  a  tutto  quello  che  i 
vescovi  avevano  operato  nel  conci- 
lio, e  Luigi  XV  fece  tutto  eseguire. 
In  tal  guisa  terminò  l'affare  degli 
appellanti  alla  bolla  Unigenitus.  li 
successore  Clemente  XII  ottenne 
colle  sue  esortazioni,  che  i  benedet- 
tini della  congregazione  di  s.  Mau- 
ro in    Fi'ancia ,  tanto    celebri    per 


6(>  FRA 

le  loro  opere  date  alla  luce,  sino 
allora  refrattari  alla  bolla,  la  ri- 
cevessero con  amplissima  forma  nel 
loro  capitolo  celebrato  nel  settem- 
bre 1733.  Governantlo  i  destini  del- 
la Francia  il  genio  pacifico  del  car- 
dinal Fleury,  quest'abile  ministro 
coi  trattati  e  conferenze  di  Parigi, 
di  Cambrai,  di  Soissons,  e  di  Si- 
viglia, non  che  di  Vienna,  dissipò 
le  guerre  che  la  Spagna  e  l'impe- 
ro meditavano  principalmente  ai 
suoi  danni.  Tuttavolta  la  pace  che 
da  tredici  anni  si  godeva  dai  fran- 
cesi sarebbe  stata  forse  sei'iamente 
compromessa,  se  l'imperatore  Car- 
lo VI  non  avesse  impedito  che 
fosse  rieletto  re  di  Polonia  Stani- 
slao Leczinski  suocero  di  Luigi  XV, 
già  deposto,  per  cui  si  era  accesa 
fra  lui  e  la  Francia  nuova  guer- 
ra, che  ternìinò  presto  colia  pace 
di  Vienna.  La  Spagna  e  la  Sar- 
degna eransi  congiunte  alla  Fran- 
cia sosteufatricè  del  suocero  del 
suo  re,  tutto  però  fu  combinato 
colla  cessione  del  ducato  di  Bar  e 
della  Lorena  a  Stanislao,  con  la 
condizione  che  1'  uno  e  l'altra  pas- 
serebbero alla  Francia,  alla  mor- 
te del  principe,  che  avvenne  tren- 
ta anni  dopo.  Tutlavolta  gli  spa- 
gnuoli  profittando  di  tal  guerra^ 
coi  francesi  e  savoiardi  conquista- 
rono il  regno  delle  due  Sicilie  per 
Carlo  di  Borbone  figlio  di  Filippo 
V,  a  cui  poi  Clemente  XII  con- 
cesse l'investitura,  restando  tuttora 
neir  augusta  casa  di  Borbone  lo 
scettro  delle  due  Sicilie. 

Fra  gli  appellanti  più  ostinati  della 
bolla  Uriìgenùiis,  fu  certo  Francesco 
Paris  diacono  parigino.  Aveva  que- 
sti saputo  talmente  coprir  la  sua 
malizia  con  un  rigido  esteriore, 
che  dai  suoi  giansenisti  fu  onorato 
col  culto   di  santo  nel  loro  calen- 


FRA 

dario,  e  spacciato  per  un  tauma- 
turgo di  miracoli  fatti  al  suo  se- 
polcro nel  cimiterio  di  s.  Medar- 
do.  Conosciutasi  da  Clemente  XII 
la  frode  de'  giansenisti,  .«.no  dal 
lySi  proibì  sotto  pena  di  scomu- 
nica l'andare  alla  tomba  di  quel 
fanatico  inìpostore,  del  quale  si  è 
pubblicato  un  breve  ritratto  isto- 
ri co,  nella  Realtà  del  progetlo  di 
Borgo  Fontana,  tona.  I,  p.  220. 
Ordinò  pure  il  Pontefice,  che  e- 
stratto  il  di  lui  cadavere  dal  luo- 
go distinto  che  godeva,  fosse  con- 
fusamente cogli  altri  tumulalo.  Con- 
dannò i  libri  che  al  medesimo  at- 
tribuivano la  santità  ed  i  miracoli, 
che  esaminati  dai  medici  furono 
dichiarati  imposture,  come  consta 
dai  regi  editti  de'27  gennaio  1782 
e  17  febbraio  1733.  Avendo  poi 
nel  1734  il  vescovo  di  Montpel- 
lier pubblicato  una  pastorale,  in 
cui  aifermava  per  certo  un  falsis- 
simo  miracolo  dal  diacono  della 
sua  diocesi  operato,  considerando 
Clemente  XII  la  pastorale  intera- 
mente contraria  allo  spirito  della 
cattolica  religione,  la  quale  propo- 
ne alla  venerazione  de'  fedeli  gli 
autentici  miracoli  esaminati  de've- 
ri  seguaci  di  Gesù  Cristo,  non  i 
capricciosi  deliri  di  quelli  del  ve- 
scovo d'Ypri,  agli  I  I  ottobre  con 
la  costituzione  Ciini  sicut,  presso 
il  Bull.  Rem.  tom.  XIV,  p.  6,  la 
riprovò  e  severamente  condannò, 
come  poscia  fece  ancora  la  roma- 
na inquisizione  a'  1 8  febbraio  del 
1731),  col  libro  del  Carré  de  Mont- 
geron  consigliere  al  parlamento  di 
Parigi,  ed  intitolato,  La  i'e'rilé  des 
miracles  optrés  à  l' intercession  de 
Mr.  de  Paris  1737,  che  sosteneva 
questi  miracoli,  ed  a'  4  marzo  se- 
guente fu  brucialo  per  mano  del 
boia,   come    narra    il    Lambertini, 


FRA 
De  canon.  55,  lib.  IV,  par.  I,  cap. 
7,  num.  20  e  seg.  Monsignor  Lan- 
guet  de  Gergy  arcivescovo  di  Sens 
dimostrò  con  un'opera  la  falsità  di 
questi  miracoli,  quali  ancoi-a  provò 
per  imposture  il  protestante  de 
Voeux  con  libro  che  pubblicò  ad 
Amsterdam  nel  174°»  diviso  in  let- 
tere crìtiche,  sui  miracoli  del  sud- 
detto diacono,  narrati  dal  mede- 
simo Monlgeron,  che  dalla  setta 
dei  deisti  era  passato  a  quella  dei 
giansenisti. 

Nel  1787  Clemente  XII  solenne- 
mente canonizzò  s.  Vincenzo  de'Pao- 
li  francese,  fondatore  della  congre- 
gazione de'  signori  della  missione  e 
delle  donzelle  della  carità.  Il  par- 
lamento di  Parigi  proibì  con  decre- 
to, che  niuuo  potesse  ritenere  la 
bolla  Superna,  che  si  legge  nel 
Bull.  Rom.  tom.  XIV,  pag.  i54, 
che  il  Pontefice  avea  pubblicato 
per  tal  solennità  ,  col  pretesto  che 
essa  fosse  contraria  alla  libertà  del- 
la Chiesa  gallicana.  Nella  bolla  lo- 
davasi  il  santo  per  aver  indotto 
ottantacinque  vescovi  della  Francia 
a  chiedere  al  sommo  Pontefice^,  la 
condanna  delle  cinque  proposizioni 
di  Giansenio,  e  si  rifiutavano  i  fal- 
si miracoli  dell'  impostore  Paris 
diacono  di  s.  Medardo.  Avendo  per 
questi  motivi  il  parlamento  emes- 
so il  decreto,  esso  venne  condanna- 
to da  Clemente  XII  a'  i5  febbraio 
1738,  onde  il  cardinal  de  Fleury 
procurò  che  fosse  ri vocato.  È  vero 
che  il  santo  ebbe  stretta  amicizia 
col  famoso  giansenista  Du  Verger 
detto  l'abbate  di  s.  Cyrano;  ma  egli 
l'abbandonò  quando  il  conobbe  e- 
i"etico,  perciò  il  Lambertini  piena- 
mente lo  giustificò,  loco  citato  lib. 
II,  cap.  42,  num.  9.  Dipoi  Clemen- 
te XII  nel  gennaio  1 740,  coli'  au- 
torità della    bolla    Alias,   nel  Bull, 


FRA  67 

Roni.  tom,  XIV,  pag.  898,  concesse 
ai  re  di  Francia   la  facoltà  perpe- 
tua di  nominar  ai  benefizi  vacanti 
ne'  ducati  di  Lorena  e  di  Bar,  co- 
me Alessandro  VII  avea  concesso  a 
Lodovico  XIV  pe'  vescovati  di  Metz, 
Toul  e  Verdun,  e  Clemente  IX  pei 
benefizi  de'  medesimi  vescovati.  Nel 
medesimo  anno  Clemente  XII  con  la 
costituzione  Inler  caeteras,  nel  Bull. 
Rom. ,   loco  cit.,  p.  443  )  condannò 
un  libro  della    storia     giansenistica 
e    quesnelliana,  con     questo  titolo: 
Histoire    da     livre    des     réjlexions 
iiioìides  sur  le  nouveau  Testamenti 
et    de    la    constitution    Unigenitus, 
Amsterdam  ,   siccome    pieno  d' im- 
posture.   Con   la   costituzione    Cunt 
sicut ,  loc.    cit.    p.    44^  j   condannò 
pure    un    libro    del    parlamento  di 
Parigi,   in  cui  sopprimeva  quel  ma- 
gistrato le    pastorali    di    alcuni  ve- 
scovi ,  nelle  quali   venivano   privati 
della    messa    e    dei    suffragi     della 
Chiesa  gli  appellanti  della  bolla  Uni- 
genitus.   Ecco    il  titolo    del    libro  : 
Arresi  de  la   Cour  du  Parlement, 
portant  suppression  d"  un  imprimé 
inlitulé  Lettre  de  plusieurs  évégues 
sur  Vohligation  de  priver  de  l'obla- 
lion  du    sacrijìce    de  la   messe,  et 
des  sujfrages  de  VEglise  ceux,  qui 
meurent   appellants  de  la  conslìtu- 
tion  Unigenitus.  Paris,  et  Ypri  lySg. 
Ciò  non  pertanto  Clemente  XII  eb- 
be la  piacevole  notizia^  che  l'acca- 
demia di  Parigi  aveva  accettato  la 
bolla     Unigenitus  j     come    giudizio 
dommalico  della  Chiesa  universale 
e  legge  del  regno,  confessando  l'er- 
rore   di    averne  appellato ,   onde  il 
Pontefice    penetrato    di    gioia,    con 
un  breve  apostolico   colmò  di  lodi 
il  rettore  dell'università.   Il  succes- 
sore Benedetto  XIV  nell'assunzione 
al  pontificato    pubblicando    il  con- 
sueto giubileo,   con  la  costituzione 


68  FRA 

Laeliliora  del  novembre  1740,  Bull. 
Benecl.  XIV,  totn.  I,  p.  i,  v'impose 
per  lucrarne  l' indulgenza,  un'ope- 
ra nuova,  cioè  l'ubbidienza  inter- 
na ed  esterna  alla  bolla  Unigeni- 
tus  contro  i  giansenisti. 

La    morte    dell'imperatore    Car- 
lo VI,  avvenuta  nel  1 742   senza  fi- 
gli maschi,   lasciando  erede  l'unica 
sua  figlia  Maria  Teresa   maritata  al 
duca    di    Lorena    Leopoldo,    accese 
lunga   ed  aspra  guerra,   e  ad  onta 
del  costante  pacifico  sistema  del  pri- 
mo   ministro    cardinal    de   FJeury  , 
Luigi  XV  ne  volle  prendere  attiva 
parte,  malgrado  i  precedenti  accor- 
di   co'  quali   il  defunto    imperatore 
avea  garantito    l'intero    suo  retng- 
gio.    La    sua   successione    fu   perciò 
reclamata  da  Augusto  HI  re  di  Po- 
lonia, da  Carlo  Alberto  elettore  di 
Baviera   poi    eletto  imperatore,  da 
Filippo   V  re  di   Spagna,  da  Fede- 
rico II  re  di  Prussia  e  da  altri  prin- 
cipi. La  Francia  sostenne  l'elettore 
di   Baviera;  l'Inghilterra,   l'Olanda 
e  la   Sardegna  presero  parte  per  la 
casa  d'  Austria  e  per  Maria  Teresa. 
11   maresciallo  di  Sassonia  battè  gli 
inglesi   a   Fontenoy    nel   174?;   ma 
questi   disponendo  di  una  agguerri- 
ta e  nuuiei'osa  armata   navale^   in- 
vasero (pialche  colonia  francese  per 
dispute   dei   confini  sui    possedimen- 
ti americani,  e  ben   tosto  Luigi  XV 
non  ebbe  più  che  due  soli   vascel- 
li di  linea  da  opporre   loro;  ed   in 
Boemia    i    suoi     eserciti    solirirono 
notevoli  perdite  a  cagione  delle  scis- 
sure   tra'  generali    francesi  ,    meno 
J"  espugnazione   della    capitale    Pra- 
ga, che   il  conte  di   Bellc-Isle  dovè 
abbandonare.  La  pace    d'  Aquisgra- 
na  mise  fine  nel  1748  a  questa  in- 
giusta guerra,    nella  quale   diverse 
volte    Luigi  XV    avea    preso  parte 
in  persona,  e  quando  già  da  circa 


FRA 
tre  anni    Leopoldo    di    Lorena  era 
divenuto    imperatore,    e   la  moglie 
Maria  Teresa   imperatrice.   Per  gra- 
ve malattia    da    cui    non  risorgeva 
Luigi   XV,   giacché  essendo   morto 
di  90  anni  il  cardinal  Fleury,  do- 
vette applicarsi  indefessamente  agli 
affiiri,  nel  174^    i'  Pontefice  Bene- 
detto XIV  con  la  costituzione  Cum 
ntultorunt,  nel  Bull.   Bened.  XI F^ 
tom.  I,  p.  5o2,  fece  pubblicare  nel 
regno  di   Francia    un    giubileo    di 
quindici  giorni,   per   impetrare     da 
Dio  quella  guarigione  che  concesse. 
Nel  breve  Nullis  verbis,  de'  20  feb- 
braio, Bull.  Magli,  tom.  XVI,  pag, 
287,  in  cui  il  Papi  dava  avviso  ai 
re  del  giubileo,    da    questo  escluse 
apertamente  i    refrattari  della  bolla 
Unigenitiis ,  cioè  i  giansenisti   mem- 
bri recisi  dcdla  Chiesa.   L'arnoie  che 
in  tale  infermità  dimostrò  il  popo- 
lo francese  pel  suo  re,   fecero  chia- 
mare  Luigi  XV   il  Prcdilello  {Ineii- 
aimé).   Ma    guarito  che  fu,    la  du- 
chessa di  Chateauroux  prese  di  nuo- 
vo l'impero  su   lui,    che  già  avea 
amato    due    sorelle   della    favorita  : 
non  andò  guari  che  Luigi  XV  pre- 
se ad  amare    Giovanna   Antonietta 
Poisson,  maritata  a  Lenormand  si- 
gnore d'Etioles,  conosciuta    meglio 
sotto    il  nome  di  marchesa  di  Pom- 
padour,  della   quale  trattarono  va- 
rie opere ,    come    le   Memorie    che. 
servono  alla  vera  storia  di  mada- 
ma di  Poinpadour,   Venezia    1780. 
La   pace    d'Aquisgrana  fu  simile    a 
quella  diRyswich,  in  cui  Luigi  XIV 
avea  mostrato    un    disinteresse  che 
fece  stupire  ed  affliggere  i  suoi  sud- 
diti.  Luigi  XV  stipulò  soltanto  pei 
suoi    alleati,    ed    unico  risultato  fu 
di   stabilire  un  ramo  della  casa  di 
Borbone    nei    ducati    di    Parma    e 
Piacenza,  nella  persona    dell'infan- 
te di  Spagna  Carlo  figlio  di  Filip- 


FRA  FRA                      69 

pò  V  ,  e  poi   neir  altro   figlio  Filip-  co?igregatis   posi   paceni    Ecclesiae 

pò ,   divenendo  Carlo  re  delle  due  GalUcanae  constilutum ,    et  metìio- 

Sicilie.  duin  propedìeni  cdituris  prò  sludiis 

Nel   lySo   era  risoluto  Luigi  XV  peragendis  ah  alurnnis  collegii  Vr- 

di  stendere  la  nuova  gabella,  detta  banì  de  propaganda  Jlde  ad  hae- 

del  vigesiino    denaro,  sopra  i   beni  reticos  pìoflulaiidos,  ad  genliles,  et 

ecclesiastici  del  suo   regno,   la  qua-  alheos  in  sinutn  Ecclesiae  reducen- 

le  tuttavia  ,    per  le  lappresentanze  dos.   Contro  di  essa  scrisse  il  p.  Pa- 

falte  al  re  dall'assemblea   generale  tuzzi    domenicano    col    finto  nome 

del   clero,    fu   poi    convertila    nello  di  Eusebio  Eraniste.  L'anonimo  poi 

spontaneo   grosso    sussidio  per  cin-  si  scuoprì,   ma   morì   in   buon   cou- 

que  anni,  in   luogo    del    dono  gra-  cetto  essendosi    pentito.   Fattosi  l'e- 

tuito,    che  la   medesima    assemblea  same  della   lettera  ,    fu   trovata   te- 

soleva   ordinare  pfl   re,   ogni    volta  meraria,   favorevole   allo  scisma  ec, 

che    si     radunava  ,    soyiiiiunuendovi  onde    Benedetto  XIV    la    condannò 


"00 


una    dichiarazione    di    tutti    i   beni  con   la  costituzione    Cam  ad   non^ 

del   clero,  affinchè  il  riparto   della  nullos,  de  5  settembre  ij^7,   pres- 

contribuzione    fosse    fatto    con   più  so  il   Bull.   Alagli,   tom.   XIX,  pag. 

esatta   proporzione.    Nel   17  jj   a'  3  287.    In  oltre   Benedetto  XIV  ordi- 

oltobre  essendosi  adimata   l'assem-  nò  alla    congregazione    della    sagra 

blea  del  clero  di   Francia,  e  dubi-  inquisizione,    che    facesse    diligenza 

tando  se  si  dovesse    negare   la   co-  per  trovarne  l'autore,  carcerarlo  e 

munione    per    viatico    ai  refrattari  processarlo    col    castigo    che    merU 

della   bolla  Lnigeiiifiis^  licorse  per-  tava. 

ciò  a  Benedetto  XIV,  il  quale  con  L'imperatrice  Maria  Teresa  pre- 
i\n  breve  diretto  ai  prelati  dell'as-  occupata  dal  desiderio  di  riconqui- 
semblca  ,  Ex  omnibus,  dato  a'  i5  stare  la  Slesia  contro  il  re  di  Prus- 
settembre  1^56,  Bull.  Btned.  XI F  sia,  che  l'avea  occupata  nella  pre- 
tom.  IV,  p.  480,  dichiarò  ,  che  ai  cedente  guerra,  lusingò  la  marche- 
soli  refrattari  pubblici  si  dovessero  sa  di  Pompadour,  chiamandola  iu 
negare  i  sagramenti  della  Cliiesa ,  una  lettera  col  titolo  di  amica,  la- 
tali  essendo  quelli  che  per  senten-  onde  la  Francia  si  armò  per  la 
za  del  giudice  uè  erano  dichiarati,  guerra  dei  selle  anni,  dandone  mo- 
oppure  nel  tempo  di  ricevere  il  tivo  l' ultimo  trattato  esteso  in  ter- 
viatico  persfstessero  temerariamente  mini  troppo  vaghi.  La  guerra  di- 
nella  loro  disubbidienza,  e  non  cu-  venne  quasi  generale  in  Europa  , 
rassero  la  bolla  di  Clemente  XI,  la  per  le  alleanze  dalle  due  parli  con- 
quale prescrivendo  il  necessario  al-  tratte,  e  dopo  aver  inondato  di 
la  salute  dell' anima,  obbligava  in-  sangue  i  due  emisferi,  dette  luogo 
dubitatamente  sotto  peccato.  Con-  al  patto  di  famiglia,  secondo  i  voti 
tro  la  pontificia  lettera,  un'altra  di  Luigi  XIV,  conchiusoli  i5  ago- 
nass.  di  un  anonimo  fu  mandata  sto  1761  tra  la  Francia  e  la  Spa- 
al  cardinal  Archinto  segietario  di  gna,  col  quale  ambedue  si  guaren- 
stato,  perchè  la  facesse  vedere  al  tivano  i  rispettivi  stati,  fissandosi 
Papa,  ed  avea  questo  titolo  :  Ani-  alle  evenienze  reciproci  soccorsi^  ed 
plissiniis  S.  R.  E.  cardinalibus,  et  ebbe  termine  col  trattato  di  Pari- 
clariss.  theologis  in  urbe  Praeneste  §i    del    io    febbraio   1763.    Questa 


70  FRA     ' 

pace  lasciò  agi'  inglesi  Je  isole  Rea- 
le e  di  s.  Giovanni^  il  Canada  con 
tutte  le  terre  alla  sinistra  del  Mis- 
sissipì  (eccettuata  ia  Nuova  Orleans), 
Ja  Granada  ed  il  Senegal,  e  stipu- 
lò la  rinunzia  della  Francia  alla 
Dominica  ,  Tabago  e  s.  Vincenzo  , 
lasciando  solo  a  questa  potenza 
s.  Lucia  eh'  essa  avea  preso  nel 
17  56:  e  qui  noteremo  che  nel 
1754  alcuni  coloni  francesi  della 
Guadalupa  si  stabilirono  alla  Desi- 
derada  ed  alle  Sante.  Mentre  du- 
rava la  guerra,  nacr[ue  nel  popolo 
malcontento,  per  cui  il  re  soppres- 
se tutte  le  camere  parlamentarie, 
fuoichè  una  col  titolo  di  camera 
reale;  siccome  l'interno  ordine  della 
Francia  veniva  sempre  più  perturba- 
to dalle  opposizioni  del  parlamento  di 
Parigi  alla  regia  autorità,  già  Lui- 
gi XV  nel  1753  avea  dovuto  eser- 
citare un  atto  di  severità  col  rile- 
garlo in  Pontoise,  e  quindi  abolir- 
lo come  si  è  detto.  Tali  però  ri- 
mostranze ed  impegni  ne  conse- 
guitarono, che  nel  corso  di  un  an- 
no si  decise  il  monarca  a  richia- 
mare il  parlamento,  il  quale  con 
questa  specie  di  trionfo,  accrebbe  il 
male  anziché  porvi  rimedio.  Nel 
1757  la  resistenza  del  parlamento 
divenne  sì  aperta  ed  orgogliosa  , 
che  fu  necessità  di  meditare  ed 
eseguire  salutari  riforme.  Il  popolo 
ed  i  tribunali  gelosi  de'  propri  di- 
ritti, ai  sostegno  de'  quali  persua- 
devansi  che  il  parlamento  vegliasse 
contro  la  regia  preponderanza,  spin- 
ti furono  al  fanatismo,  intanto  che 
Luigi  XV  viveva  nell'indolenza,  e 
abbandonato  ai  suoi  piaceri,  ed  al- 
la vana  favorita.  A^  5  gennaio  il 
re  volle  partire  da  Versailles  per 
recarsi  a  Tri  a  non  ;  ma  mentre  sa- 
liva in  carrozza  l'assassino  Pietro 
Damiens  lo  ferì  col  temperino,  on- 


FRA 
de  furono  accusati  i  giansenisti  di 
averlo  armato,  né  mancarono  i  ne- 
mici de'  gesuiti  di  gettare  sospetti 
su  di  loro.  Nel  tempo  della  cura 
r  egregio  Luigi  delfino  ed  unico  fi- 
glio del  re  governò  saggiamente  il 
regno ,  ed  il  fanatico  Roberto  fu 
punito  con  esemplare  supplizio.  Ri- 
sanato il  re  licenziò  i  due  primi 
ministri  rivali,  Machault  ed  Argen- 
son,  e  dichiarò  a  successore  il  con- 
te Francesco  de  Bernis  canonico  di 
Lione  e  cardinale  nel  17  58.  Certo 
Diipré  avendo  inventato  un  fuoco 
più  vorace  del  fuoco  greco ,  Lui- 
gi XV  per  sopprimere  un  mezzo 
formidabile  di  distruzione  comprò 
il.  segreto  e  ne  proibì  l' uso ,  ciò 
che  onora  la  sua  umanità.  L'amo- 
re che  il  virtuoso  ed  illuminato 
delfino  portava  ai  gesuiti,  la  ni- 
micizia  della  Pompadour ,  del  pri- 
mo ministro  Choiseul,  quella  dei 
parlamenti  ,  dei  giansenisti  e  del 
numeroso  partito  de'  filosofi  incre- 
duli ,  sagrificarono  la  benemerita 
compagnia  di  Gesù ,  in  un  punto 
eh'  era  per  soccombere  nei  regni 
più  religiosi  d' Europa ,  il  Porto- 
gallo e  la  Spagna.  Ne  prese  la  di- 
fesa il  magnanimo  e  zelante  Cle- 
mente XIII  sommo  Pontefice:  que- 
sti nel  1761  scrisse  caldamente  a 
Luigi  XV,  facendogli  riflettere  che 
i  nuovi  sedicenti  filosofi,  che  già  si 
disponevano  a  distruggere  coll'uma- 
nità  la  cattolica  religione,  non  pote- 
vano ottenere  il  loro  malnato  fine, 
se  prima  non  rovinavano  i  gesuiti, 
fortissimo  baluardo  della  cattolica 
religione.  Indi  Clemente  XIII  a'  9 
giugno  1762  indirizzò  al  re  il  bre- 
ve Tuain  Rex ,  presso  il  Guerra, 
Epit.  tom.  Ili,  p.  356,  pregando- 
lo colle  più  vive  espressioni,  a  non 
permettere  mai  che  dal  suo  regno 
fossero    cacciati   i  gesuiti  ,    la  causa 


FRA 
de'  quali  era  essenzialmente  con- 
giunta con  quella  della  cattolica  re- 
ligione: i  diritti  di  questa  venendo 
violati  dai  magistrati  laici,  distrut- 
ta veniva  ancora  la  religione.  Trat- 
tarsi  delle  redole  di  un  santissimo 
istituto,  dalla  santa  Sede  approva- 
to e  confermalo,  le  quali  non  dove- 
vansi  né  potevansi  in  modo  alcuno 
lasciare  all'esame  dei  laici  magi- 
strali. Scongiurava  il  re  a  riparar 
i  minaccianti  mali ,  ed  evitare  gli 
scandali  che  ne  seguirebbono. 

Clemente  XIII  col  breve  Quan- 
do in  dolore,  loco  citato,  ricorse 
ai  vescovi  della  Francia,  dicendo 
loro  che  non  potevano  lasciare  di 
commoversi ,  in  vedersi  strappare 
dal  loro  seno  cos'i  prodi  difensori, 
cos'i  dotti  maestri,  e  così  utili  ope- 
rai ;  in  pari  tempo  si  condolse  che 
nella  Francia  fossero  da  molto  tem- 
po più  i  nemici ,  che  i  difensori 
della  religione  ;  che  la  compagnia 
di  Gesù  sempre  vegliante  per  di- 
fendere la  fede  cattolica,  fosse  da 
una  perversa  fazione  oppressa  e 
dissipata,  e  l'istituto  di  lei  dal  con- 
cilio di  Trento  approvato,  dai  Pon- 
tefici confermato,  e  dai  re  di  Fran- 
cia di  benefìzi  colmato,  fosse  con 
tanti  obbiobri  laceralo,  fino  a  ve- 
dersi l'assurdo,  che  i  religiosi  voti, 
della  cui  validità  spetta  alla  sola 
Chiesa  il  giudicare,  dai  laici  fos- 
sero dichiarati  di  niun  valore  ; 
quindi  dopo  altre  cose  Clemente 
XIII  esortava  i  vescovi  alla  pazien- 
za, alla  costanza,  ed  alle  premure 
per  sostenere  la  compagnia  bersa- 
gliata. Avendo  il  vescovo  di  Va- 
lenza scritto  all'afflitto  Papa  le  a- 
troci  ingiurie  che  in  Francia  si 
proseguivano  a  danno  de*  gesuiti, 
Clemente  XIII  col  breve  Lùerarum 
tuariim,  de' 24  g'^^g^^  1762,  Guer- 
ra   loco  cit.,  gli   rispose  lamentan- 


FRA  71 

dosi,  che  gì  uidividui  della  compa- 
gnia di  Gesù,  tanto  benemeriti  del- 
la cattolica  fede,  e  della  cristiana 
repubblica,  fossero  dai  suoi  nemici 
alla  Chiesa  cattolica  comuni,  sì  mi- 
seramente vessati ,  fino  ad  essere 
spogliati  de'  loro  beni  ;  ma  molto 
più  si  maravigliava,  che  ricevuti  i 
gesuiti  due  secoli  prima  nel  regno 
di  Francia,  e  dalla  regia  benevo- 
lenza protetti  (allora  era  confesso- 
re di  Luigi  XV  il  gesuita  p.  Pe- 
russeau  ),  fossero  improvvisamente 
lacerati  da  que'  medesimi,  che  deb- 
bono essere  i  custodi  della  giusti- 
zia, giudicati  non  solamente  senza 
processo  o  costituto,  ma  né  anche 
per  delitto  alcuno,  ma  per  incerte 
accuse  soltanto,  dalla  malevolenza 
ed  invidia  di  alcuni  faziosi  eccita- 
te, contro  ogni  diritto  estinti  con 
notabile  danno  della  repubblica  e 
sommo  detrimento  della  Chiesa  cat- 
tolica. II  Papa  piangeva  l'infelicità 
de'  gesuiti  ,  ma  molto  più  si  ram- 
maricava per  quelli  che  a  danno 
della  loro  salute  eterna  si  scaglia- 
vano così  fieramente  contro  un  i- 
stituto  cotanto  pio,  e  alla  Chiesa 
utilissimo.  Dipoi  col  breve  Per  mo- 
lesta tibij  de'  4  settembre,  loco  cit. 
tom.  III,  p.  356,  diretto  a  ciascu- 
no de'  cardinali  de  Rohan,  de  Ro- 
chechouart,  de  Choiseul,  e  de  Ber- 
nis,  Clemente  XIII  disse  loro,  che 
avendo  i  parlamenti  di  Francia  de- 
cretato l'esilio  de'  gesuiti,  e  dichia- 
rato empio  ed  irreligioso  il  loro 
istituto,  che  dalla  Chiesa  cattolica 
nel  concilio  Tridentino  radunata 
si  era  approvato  come  pio,  egli  che 
fino  alloia  avea  tollerato,  non  po- 
tendo più  farlo  senza  tradire  il  suo 
ministero,  nel  concistoro  del  gior- 
no precedente  alla  spedizione  del 
breve,  con  solenne  decreto  aveva 
rescissi    e    dichiarati    nulli   gli  atti 


rjl  FRA 

de'  parlaiiiciili,  e  però  eglino  pei- 
la  stretta  unione  che  hanno  per  la 
loro  dignità  cardinalizia  al  Ponte- 
fice, procurassero  a  suo  esempio  di 
vendicare  con  coraggio  e  costanza 
l'onore  della  Chiesa  di  cui  era  la 
causa,  avendo  essa  sempre  tenuto 
per  esemplare  e  per  religioso  quel- 
la istituto,  che  i  parlamenti  dichia- 
ravano ii'religioso  ed  empio. 

Continuando  il  ministero  unito 
ai  parlamenti  nell'  intento  di  estin- 
guere i  gesuiti,  non  solo  in  Fran- 
cia ma  ovunque,  monsignor  Cri- 
stoforo de  Beaumont  du  Repaire 
arcivescovo  di  Parigi,  vale  a  dire 
im  prelato  in  cui  tutti  vedevano 
copiato  s.  Atanasio,  vedendo  questi 
religiosi  oppressi  da  cosi  fiere  ca- 
lunnie, stimò  dovere  del  suo  mi- 
nistero di  difenderli  e  di  giustifi- 
carli, come  egregiamente  fece,  con 
una  pasturale  al  suo  gregge,  eh  e- 
la  una  polemica  disseriazione,  nel- 
la quale  svelò  non  meno  le  calun- 
nie degli  oppressori ,  che  l' inno- 
lenza  de'  gesuiti.  La  voce  di  un 
prelato  di  tale  dottrina  e  di  no- 
toria virtù,  non  poteva  restare  im- 
punita, da  chi  avendo  la  forza  in 
mano,  non  la  poteva  sentire  con 
pace,  per  l'odio  dichiarato  contro 
la  compagnia.  Per  ordine  dunque 
del  parlamento  fu  l'arcivescovo  man- 
dato in  esilio  fuori  di  Parigi  ;  e 
Luigi  XV  che  l'amava  molto  per 
la  sua  virtù  ed  apostolica  costan- 
za, non  avendo  coraggio  di  oppor- 
si al  parlamento,  dal  quale  ancor 
egli  sempre  più  veniva  bersagliato, 
permise  all'arcivescovo  di  scegliere 
quel  luogo  che  più  gli  piacesse, 
nel  quale  come  a  porto  sicuro  si 
ricovrasse  dalla  tempesta.  Appena 
Clemente  XI 11  fu  di  ciò  informa- 
to, subito  spedi  all'arcivescovo  un 
breve  consolatorio,    Non  puLainns, 


FRA 

dato  a'  i5  febbraio  1764,  loco  cit. 
tom.  Ili,  pag.  358,  per  confortarlo 
ne'  suoi  patimenti  :  ne  lodò  alta- 
mente la  fortezza  sacerdotale,  pa- 
ragonandolo agli  antichi  ed  intre- 
pidi cristiani,  perchè  con  tanta  lo- 
de ed  approvazione  de'  buoni  avea 
intrapreso  a  difendere  la  divina 
potestà  della  Chiesa;  lo  confortò 
nel  vederlo  soffrire  in  un  tempo 
di  disprezzo,  in  cui  portavasi  il 
\  iatico  accompagnato  da  satelliti  , 
ad  uomini  che  anche  in  punto  di 
morte  si  protestavano  refrattari  al- 
l'autorità ed  ai  decreti  della  Chie- 
sa; lo  rignardava  come  l'esempio 
dell'antica  disciplina  e  costanza  c- 
piscopale,  mentre  il  generale  scon- 
volgimento d  idee  pareva  voler  stra- 
volgere tutta  la  Chiesa  gallicana  ; 
finalmente  Clemente  XIII  dolevasi 
che  la  veneranda  chiesa  di  Parigi 
in  tempi  sì  calamitosi  fosse  priva 
di  un  pastore  cotanto  degno.  In- 
tanto avendo  il  parlamento  dai  li- 
bri della  morale  de'  gesuiti  estrat- 
to alcune  proposizioni  che  per  au- 
torità propria  sentenziò  perniciose, 
ne  mandò  il  catalogo  col  titolo  di 
Asserzioni  a'  vescovi  del  regno,  af- 
finchè avvisassero  i  loro  diocesani 
a  non  abbracciarle.  Il  vescovo  d'An« 
geis  Giacomo  de  Grasse  di  Beau- 
vais  fu  il  prin)o  ad  eseguirlo  con 
lui.i  [)astorale  ;  ma  appena  l'ebbe 
lelt.i  Clemente  XIII,  che  ad  esso 
scrisse  il  breve  Leda  pasloralis , 
de'  19  settembre  1764,  loc.  cit.,  in 
cui  altamente  lo  riprese  per  aver 
con  si  sanguinosa  scrittura  lacera- 
to i  gesuiti.  Gli  disse  pure,  che  il 
parlamento  di  Parigi  ,  che  aveva 
compilato  r  infame  libro  ,  già  da 
molto  tempo  si  sapeva  essere  com- 
posto di  soggetti  nemici  della  Chie- 
sa ,  ed  usurpandosi  la  potestà  ec- 
clesiaslica  avea   commesso  la  mas- 


FRA. 
sima  ingiuria  contro  i  vescovi,  cui 
spetta  l' esame  e  il  giudizio  de'  li- 
bri, e  però  era  massimo  il  delitto 
del  vescovo  d'Angers,  approvando 
l' attentato  della  curia  laicale ,  e 
giudicandolo  degno  di  lode ,  con 
false  opinioni  riprovate  dal  corpo 
episcopale.  Co'  medesimi  sensi  Cle- 
mente XIII  scrisse  ai  vescovi  d'A- 
leth  e  di  Soissons,  che  avevano  co- 
me quello  d'Angers  approvato  il 
decreto  del  parlamento,  esortando 
in  pari  tempo  i  loro  popoli  a  fug- 
gire r  estralte  proposizioni. 

Avea  frattanto  monsignor  Enri- 
co Giacomo  de  Montsquion-Poyle- 
bon  vescovo  di  Sarlat  scritto  a 
Clemente  XIII  tre  lettere:  nella 
prima  gli  parlava  in  generale  del 
misero  stato  della  Chiesa  di  Fran- 
cia; nella  seconda  gli  faceva  la 
storia  di  quanto  in  detta  Chiesa  si 
era  operalo  dal  17  55  sino  a  quel 
icmpo,  palesando  principalmente  da 
quali  cagioni^  e  da  chi  comincias- 
sero a  perturbarsi  le  cose  ecclesia- 
stiche in  Francia  fino  agli  estremi 
pericoli:  parlando  dell'enciclica  di 
Benedetto  XIV  sul  giansenismo, 
diceva  che  questa  a  dispetto  dei 
nemici  della  fede,  e  degli  amici 
della  tolleranza,  considerata  in  sé 
stessa,  era  la  tutela  della  bolla  Uni- 
genitus,  il  trionfo  dei  forti,  l'ignomi- 
nia dei  deboli,  e  la  condanna  de' re- 
frattari, onde  su  questa  sembra  va  ac- 
cusare in  qualche  modo  Clemente 
XIII  di  connivenza.  Nella  terza  let- 
tera il  vescovo  di  Sarlat  compilava 
i  nefandi  donimi  de'  giansenisti,  e  gli 
errori  che  da  questi  erano  deriva- 
ti in  danno  di  tutta  la  religione 
cristiana,  come  delle  empie,  atroci^ 
e  scellerate  cose  che  s' insegnavano 
e  si  praticavano  nella  Francia;  in 
fine  gli  scriveva  ch'estinta  in  Fran- 
cia la  compagnia  di  Gesù,  la  Chie- 


FRA  73 

sa  aveva  ricevuto  una  fei-ita  mor- 
tale da' suoi  nemici,  i  quali  ne  pro- 
curarono l'esilio  per  rendersi  più 
facile  la  strada  ad  estinguei  e  ih 
Chiesa  catlolica,  stimando  i  gesui- 
ti baluardo  inespugnabile  n'ioio 
pravi  disegni.  Clemente  XI II  nel 
rispondergli  col  breve  De  misero, 
de'  14  novembre  1764,  loco  cit.  p. 
35g,  prese  particolarment-e  per  argo- 
mento la  parte  della  lettera  seconda 
del  vescovo  sarlatense;  e  per  le  stesse 
ragioni  che  lodava  l'enciclica  di  Be- 
nedetto XIV,  l'aveva  egli  confer- 
mato, anzi  per  dimostrargli  quali 
fossero  i  veri  sentimenti  dell'animo 
suo,  egli  avea  condannato  solenne- 
mente il  catechismo  di  INIeseiighi, 
ciò  che  solfiiroiio  così  mal  volen- 
tieri i  giansenisti,  die  coi  loro  la- 
menti dichiararono  essere  stato  con 
((uesta  condanna  nuovamente  per- 
cosso dalla  santa  Sede  il  libro  di 
Quesnello,  e  con  nuovo  appoggio 
munita  la  bolla  Uiiigenkus.  Gli 
die  parte  il  Papa  di  aver  scritto 
a  parecchi  vescovi  della  Francia  a 
tenore  del  consiglio  datogli  dal  ve- 
scovo di  Sarlat,  cioè  di  aver  loro 
scritto:  I."  che  la  costituzione  Uiii- 
genilus  era  un  decreto  dommatico, 
a  cui  si  doveva  intera  riverenza;  2." 
che  a' pubblici  refrattari  della  stes- 
sa costituzione  si  doveva  negare  il 
ss.  Sagramento  dell'Eucaristia;  3." 
che  quelli  i  quali  affermavano  essere 
il  giansenismo  un  mero  fantasma 
ed  una  falsa  finzione  erano  rei  di 
una  massima  ingiuria  contro  la 
Chiesa  di  Dio,  e  contro  i  decreti 
apostolici  de' Pontefici  suoi  predeces- 
sori, poiché  supponevano  che  que- 
sti avessero  proscritto  errori  pura- 
mente immaginari;  ^.°  che  le  co- 
stituzioni, colle  quali  si  condanna- 
no gli  errori  di  Baio,  di  Gianse- 
uio,  e    di  Quesuello  esigono  intera 


-4  FRA 

ubbidienza  dai  fedeli.  In  quanto 
poi  a  ciò  cìie  il  vescovo  di  Sarlal 
diceva  al  Papa  intorno  ai  gesuiti, 
egli  con  vari  passi  della  Sciittura 
gli  descrisse  il  furore  de'  loro  ne- 
mici, e  lo  confortò  nel  suo  ram- 
marico, ad  ambedue  comune,  colle 
parole  del  Salmo  35:  Judicia  tua, 
Domine,   ahyssus  multa. 

Nel  tempo  che  Clemente  XIII 
ciò  scriveva  all'afflitto  vescovo  di 
Sarlat,  questi  gl'indirizzo  la  quarta 
lettera  in  cui  lungamente  trattò 
del  famoso  libro  del  parlamento 
sulle  Asserzioni,  pel  quale  nuove 
angustie  si  accrescevano  all'  animo 
suo.  Clemente  XIII  gli  aggiunse; 
nel  breve  medesimo,  esser  ben  no- 
lo a  lui,  ciò  che  molti  vescovi  aper- 
tamente dichiaravano,  cioè  esseie 
quello  dolosamente  compilato  dai 
giansenisti;  contenere  molte  pro- 
joosizioni,  delle  quali  parte  sono 
comuni  alle  scuole ,  parte  sono 
seguite  da  quasi  innumerabili  au- 
tori, e  parte  sono  insegnate  per 
vere  dai  teologi.  Egli  aveva  vedu- 
to con  orrore,  che  quella  setta 
donde  il  riprovato  libro  proveniva, 
nulla  riguardava  il  danno  delle  ani- 
me, che  con  esso  si  perderebbono, 
purché  tutto  il  suo  veleno  vomitas- 
se contro  la  compagnia  di  Gesù, 
non  vergognandosi  di  esporre  nel- 
la lingua  volgare  una  gran  farra- 
gine di  propf)SÌzioni,  che  dovrebbe- 
jo  giacer  sepolte  nelle  tenebre;  ma 
questo  è,  coMchiudeva  il  Papa,  il 
roslume  de' giansenisti,  far  d'ogni 
campo  strada,  sol  che  potessero  la- 
tei  are  i  gesuiti;  si  congratulò  in 
line  col  vescovo  del  zelo,  della  co- 
stanza, e  dell'episcopale  libertà,  con 
cui  diportalo  si  era,  degno  di  som- 
me Iodi,  e  di  essere  imitato  da 
tutti  i  vescovi  della  Francia,  non 
solo  in  queste    virtù,  ma  nel  pub- 


FRA 
blicar  eziandio  le  pastorali,  simili 
a  quelle  ch'egli  disse  essere  dispo- 
sto a  rèndere  pubbliche.  Continuan- 
do Cletnenle  XIII  a  difendere  i 
bersagliati  gesuiti,  per  la  tutela  che 
la  santa  Sede  deve  avere  degli  or- 
dini regolari  da  essa  approvati,  con 
tutto  zelo  aveva  a  cuore  la  compa- 
gnia di  Gesù  fondata  da  s.  Ignazio, 
e  dopo  diligente  esame  approvata 
da  Paolo  IH,  Giulio  III,  Paolo  IV, 
Gregorio  XIII,  e  Paolo  V,  non 
che  da  altri  Papi,  di  particolari 
grazie  arriccliita,  dai  vescovi  d'ogni 
tempo  singolarmente  commendata, 
per  avere  avuto  nove  santi,  stimò 
suo  dovere  di  non  più  indugiare 
il  rimedio  al  male,  e  al  grave  dan- 
no fatto  alla  Chiesa  con  le  ingiu- 
rie che  si  spacciavano  contro  det- 
to istituto,  e  perciò  colla  bolla 
Àpostolicuni  pascendi  monus,  de'7 
gennaio  1765,  emanata  di  moto- 
proprio,  Clemente  XIII  nuovamen- 
te approvò  la  compagnia  di  Gesùj 
altamente  encomiandola;  e  per  sod- 
disfare ai  desideri  di  tutti  i  vesco- 
vi, che  da  tutte  le  parti  lo  solle- 
citavano, dichiarò  l'istituto  e  i  mi- 
nistri che  in  esso  si  esercitavano, 
pio,  utile  al  vantaggio  della  Chie- 
sa, e  degno  delle  costituzioni  colle 
quali  diecinove  Pontefici  l'  avevano 
approvato  e  commendato. 

Appena  fu  divulgata  questa  bolla, 
che  dalle  immense  calunnie,  allora 
da  per  tutto  affastellate  contro  i 
gesuiti,  pienamente  li  giustificava, 
si  vide  subito  un  libro  in  Napoli 
contro  di  essa  con  questo  titolo  : 
Istruzione  intorno  alla  santa  Se- 
de, Buglione  1765,  per  Guglielmo 
livrardi,  traduzione  dal  francese. 
Questo  libro  per  ordine  dell'inqui- 
sizione romana  fu  bruciato  per  ma- 
no del  boia  agli  i  i  settembre,  e 
coud.uniato  da  Clemente  XIII,  co- 


r  R  A 

rtie  contenente  proposizioni  erronee, 
false,  promoventi  allo  scisma,  calun- 
niose, temerarie,  sediziose,  e  all'  au- 
torità della  santa  Sede  soprammodo 
ingiuriose;  per  le  quali  cause  fu  an- 
cora bruciato  pubblicamente  per  or- 
dine della  medesima  inquisizione  al- 
tro simile  libro  intitolato:  Brevi  di 
S.  S.  Clemente  XIII  emanati  in  fa- 
vore de'   gesuiti,  colle   osservazioni 
sopra  i  medesimi,  e  sopra  la  bolla 
Apostolicuni  pascendi  etc,  Venezia 
presso  Vincenzo  Radici    1766.  Esso 
restò    condannato     e     proibito    con 
decreto  de' 2    marzo    1766.    Altresì 
per    comando     dell'  inquisizione    ai 
IO  luglio  fu  parimenti    bruciato  per 
mano  del  boia  altro  libro  della  sles- 
sa materia,  cioè:  Lettera  I,  II,  e  III 
contro  la  bolla  che  comincia  Apo- 
stolicum  y7rt*ce/ic?i etc, Napoli  per  Se- 
bastiano Poletti  1765.  Il  quale    li- 
bro fu  proibito  leggersi  con  decreto 
de' 4  di   detto    mese,  con   approva- 
zione pontificia.  Intanto  nella  corte 
di  Francia    il  delfino   Luigi  dotato 
delle  più  belle  qualità,  pe'suoi  lo- 
devoli prlncipii,     pressoché    abban- 
donato dalla  corte  ove  dominava  la 
Pompadour    e  il  ministro    Choiseul 
nemici  de'gesuiti,  essendosi  affaticato 
nel  campo  di  piacere  a  Compiegne 
dov'  eragli    stato    permesso    eserci- 
tarsi ne'  travagli  della  guerra,  morì 
a  Fontainebleaua'20  dicembre  1765, 
nell'età  di  circa  trentasei  anni:   es- 
so fu    uno   de'  principi    la  cui  per- 
dita cagionò    i   più    profondi    ram- 
marichi; gli  fu  eretto    nella    metro- 
poli   di    Sens    un    monumento    di 
scultura,  riputato  uno  de'  più  belli 
del  decorso  secolo.  La  prima  sua  mo- 
glie fu  Maria  Teresa  di  Spagna  che 
poco  visse;  la  seconda  che  il  seguì 
nel  sepolcro  fu   Maria  Giuseppa  di 
Sassonia,  ornata  delle  più  splendide 
■virtù.  Da    essa  ebbe  quattro    figli, 


FRA  75 

nell'educazione   de'  quali    ambedue 
seppero  trasmettere  la  loro    bontà: 
il    primogenito    duca  di    Borgogna 
morì  nel  1771;  il  secondo  fu  Luigi 
XVi,  il  terzo  fu  Luigi  XVIll,  ed  il 
quarto  fu  Carlo  X.  Dotato  il    delfi- 
no delle  più  felici  disposizioni,  e  di 
mi'anima  naturalmente  inclinata  al- 
la  virtù,    aveva  destato  sino    dalla 
stia  infanzia  l'ammirazione  di  tutti: 
la    sua   dolcezza,  affabilità,  coltura, 
e    costante    applicazione    a    tutti    i 
suoi    doveri,    ne    formarono   presto 
un    principe    perfetto.    Tra    le    vite 
che    di    lui     abbiamo,    evvi    quella 
fatta  da  Du  Rozoir  con  questo  tito- 
lo: //  delfino  padre  del  re,  la  sua 
f,/ miglia,    ed  i   suoi  figli,  e  stam- 
pata nel  18  r  5.  La  tenerezza  di  Lui- 
gi XV  pel  suo  unico  figlio  si  ridestò 
vivamente  nella   sua  malattia,  e  ne 
pianse   la    perdita    per    più    di    tre 
giorni;  indi  peggiorò  nella  sua  con- 
dotta, non  degna    di  un  re  di  Fran- 
cia, tuttavoUa  il   possesso  della  Cor- 
sica fece  per  un    momento  dimen- 
ticare ai   francesi   i  motivi  del  loro 
malcontento.  Nell'anno    precedente 
1764,  dopo  vent'anni  di  favore,  era 
morta    di  quarantadue    la  Pompa- 
dour da  regina,  e  fa  sepolta  da  cor- 
tigiana:  gli  successe  nel    cuore    del 
re  laDubarri,  e  il  duca  di  Choiseul 
venne  esiliato,  e  poco  dopo  all'an- 
tico parlamento  di   Parigi   fu  sosti- 
tuita una  corte  reale. 

Nel  1768  l'infante  duca  di  Par- 
ma avendo  ordinato  ai  gesuiti  di 
parfire  dai  suoi  stali,  emanò  pure 
alcune  leggi  enormemente  lesive  al- 
la disciplina  ecclesiastica,  il  perchè 
furono  da  Clemente  XIII  annulla- 
te e  riprovate.  II  duca  ricorse  al- 
l' appoggio  delle  corti  Borboniche, 
e  subito  Luigi  XV  fece  occupare 
Avignone  e  il  contado  Vcnaissino, 
domini!  della   santa  Sede    in    Pro- 


76  FRA 

venza.  Intaxìto  insistendo  alcune  po- 
tenze, e  la  Francia  a  mezzo  del- 
l'ambasciatore d'Aubeterre  per  la 
intera  soppressione  de' gesuiti,  da 
farsi  per  Clemente  XIII,  questi  fu 
preso  da  tali  angustie  che  a'  i 
febbraio  1769  terminò  di  vivere, 
e  gli  successe  Clemente  XIV.  In 
quest'anno  la  Francia  cedette  la 
Luigiana  alla  Spagna,  ed  acquistò 
tutti  i  possessi  dell'Indie,  cioè  a 
dire,  Pondichery,  Cbandernagor, 
]\Iahé,  Karihal,  e  le  loro  dipenden- 
ze, che  questa  compagnia  avea  ac- 
quistati dal  1676  al  1739.  Il  nuo- 
vo Papa  nel  mese  di  luglio  scrisse 
a  Luigi  XV,  dicendogli  che  aveva 
sospeso  il  breve  emanato  dal  pre- 
decessore contro  il  suo  parente  du- 
ca di  Parma,  in  un  a  tutti  gli  atti 
su  tale  emergente;  e  che  in  quan- 
to all'abolizione  de' gesuiti  egli  non 
poteva  farlo  per  le  tante  ragioni 
già  addotte  da  Clemente  XIII,  es- 
sere piuttosto  disposto  convocare  un 
concilio,  in  cui  tutto  si  esaminasse 
legalmente,  ed  i  gesuiti  in  esso 
fossero  sentiti,  ed  ammessi  a  pur- 
garsi di  quanto  loro  attribuivasi, 
trovandosi  egli  qual  capo  della  Chie- 
sa neir  obbligo  indispensabile  di 
proteggerli  come  tutti  gli  altri  or- 
dini religiosi,  avendogli  l' impera- 
tore, il  re  di  Sardegna,  e  il  re  di 
Prussia  raccomandato  la  conserva- 
zione della  compagnia  di  Gesti.  In- 
oltre gli  domandò  la  restituzione 
di  Avignone  e  del  contado  Venais- 
sino:  per  allora  Luigi  XV  non  la 
elTettuò,  ma  donò  al  Papa  la  pre- 
ziosa raccolta  di  tutte  le  medaglie 
che  formavano  la  serie  cronologica 
di  tutti  i  principi  suoi  predecesso- 
li; indi  nel  1778  fece  lestituire  i 
detti  dominii  alla  Chiesa.  Finalmen- 
te stretto  Clemente  XIV  dai  mi- 
uistri  delle  potenze  a  sopprimere  i 


FRA 
gesuiti,  per  amor  della  pace,  per 
la  forza  delle  circostanze,  con  som- 
ma ripugnanza  e  dolore  lo  fece  col 
breve  Rex  pacijicus  de'  2 1  luglio 
l'j'j'ò.  Cosi  per  allora  finì  una 
congregazione  religiosa,  che  nella 
sola  Francia  aveva  una  delle  sue 
sei  assistenze,  che  il  cardinal  di 
fiourbon  avea  introdotta  nel  regno; 
i  cui  grandi  graziosamente  ricevet- 
tero per  opera  dei  cardinali  di  Lo- 
rena, e  Tournon,  encomiata  dal 
cardinal  Gondy  vescovo  di  Parigi, 
quando  fu  calunniata  sotto  Enrico 
IV,  altamente  pur  lodata  dalla  Sor- 
bona, per  l'impegno  che  ammirò  nei 
suoi  individui  nel  reprimere  l'ere- 
sia de'calvinisti  ugonotti,  de'  quali  in 
poco  tempo  ne  ritrassero  alla  fede 
cattolica  circa  sessanta  mila.  Mon- 
signor di  Tumel  disse  a  Luigi  XV, 
che  i  gesuiti  avevano  la  gloria  che 
i  loro  nemici  lo  erano  pure  del 
suo  trono  e  della  Chiesa. 

Progredendo  la  Francia  nelle  ri- 
forme e  nelle  insubordinazioni  , 
moltiplicandosi  i  sediziosi  libelli,  ed 
aumentandosi  dal  general  fermento 
i  sinistri  presagi,  Luigi  XV  fu  col- 
to repentinamente  dal  vainolo  la 
seconda  volta,  e  ne  restò  vittima  ai 
IO  maggio  1774)  d'anni  60:  i 
suoi  funerali  furono  turbati  da  san- 
guinosi oltraggi,  che  la  moltitudine 
proferì  contro  la  sua  memoria,  es- 
sendo la  nazione  profondamente 
umiliata  per  aver  fatto  passi  retro- 
gradi verso  il  governare  dispotico. 
La  storia  gli  deve  un  elogio  senza 
restrizione;  fu  umano:  sotto  di  lui 
fu  fondata  la  scuola  militare,  e  fe- 
ce fabbricare  la  sontuosa  chiesa  di 
s.  Genevetfa  (  il  Pantheon)  a  Pari- 
gi, il  ponte  di  Neuilly,  e  molti  al- 
tri monumenti  di  rimarco.  Nel  me- 
desimo anno  morì  Clemente  XI V, 
il  quale    conosceva  bene  la    lingua 


FRA 

francese,  ma  non  la  parlava  die 
cogli  amici,  avendola  studiala  per 
l'inclinazione  che  sempre  avea  nu- 
Irito  pei  francesi  :  essa  fu  tale,  che 
a  leslimonianza  del  p.  Savorini  suo 
discepolo,  si  affligeva  ogni  volta 
che  la  Francia  essendo  in  guerra, 
non  trionfava  de' suoi  nemici.  Mon- 
tò sul  trono  di  Francia  Luigi  XVI 
figlio  di  Luigi  delfino,  già  duca 
di  Berry,  che  fu  consagrato  a  Reims 
agli  II  giugno  i']']5;  la  sua  ani- 
ma leale  ed  aperta  accolse  di  buona 
ora  tutti  i  sentimenti  virtuosi,  ed 
il  suo  spirilo  retto  e  sodo  tutte  le 
utili  cognizioni.  Ma  la  fermezza  ed 
una  giusta  confidenza  in  sé  slesso 
mancarono  al  suo  carattere;  e  tale  di- 
fetto rese  inutile  o  funesto  quanto 
aveva  ricevuto  od  acquistato  per 
la  sua  gloria  e  per  la  felicità  dei 
suoi  popoli.  Senti  il  più  profondo 
dolore  alla  perdita  del  genitore,  e 
svenne  quando  la  prima  volta  in- 
lese chiamarsi  delfino .  Il  primo 
avvenimento  delia  sua  vita  fu  il 
suo  matrimonio  con  la  figlia  della 
immortale  imperatrice  Maria  Tere- 
sa, cioè  Maria  Antonietta  d'Austria, 
la  quale  doveva  essere  partecipe 
del  suo  trono  e  delle  sue  sventure: 
dopo  quattro  anni  divenne  re,  gra- 
ve peso  che  accettò  tremando.  Egli 
ereditò  un  regno  senza  denaro,  sen- 
za credito,  senza  truppe,  senza  leg- 
gi o  costumi.  Lungi  dal  voler  de- 
scrivere i  mezzi  impiegati  ai  mali 
della  nazione,  continueremo  ad  in- 
dicare gli  avvenimenti,  e  le  cose 
più  importanti.  Luigi  XVI  procu- 
curò  guadagnarsi  l'affetto  dei  sud- 
diti, cangiò  que' ministri  che  all'u- 
niversale non  erano  accetti,  rinun- 
ziò a  taluni  diritti  di  regalia,  ri- 
pristinò i  parlamenti  soppressi,  usò 
di  tutta  la  economia  nelle  spese 
della     corte,    islilui    per   Parigi    il 


FRA  77 

monte  di  pietà  e  la  cassa  di  .scon- 
to ,  si  diportò  con  dolcezza  nel 
soffocare  le  sedizioni  di  Dijon,  di 
Metz,  di  Ver.sailles,  di  Parigi  e  cu- 
rò di  riparare  alla  carestia  dai  ma- 
levoli esagerata,  che  ne  avea  som- 
ministrato il  pretesto. 

Luigi  XVI  con  ripugnanza,  per 
secondare  l' opinione  pubblica,  so- 
prattutto quella  della  capitale,  im- 
politicamente inviò  de' soccorsi  alle 
colonie  inglesi  dell'America,  che 
sotto  il  nome  di  Slati  Uniti  riconob- 
be indipendenti  a' 1 3  marzo  1778, 
il  perchè  dovette  sostenere  la  guer- 
ra contro  la  gran  Bretagna,  a  so- 
stegno di  que' popoli  da  essa  eman- 
cipatisi, ad  onta  del  dissesto  delle 
finanze  francesi.  L' emancipazione 
degli  Stati  Uniti  protetta  dalla  Fran- 
cia, fu  corroborata  pel  trattato  di 
pace  del  1782:  mercè  di  esso  che 
cancellò  la  umiliazione  di  Dunker- 
que,  la  Francia  ottenne  la  cessione 
di  Tabago,  la  restituzione  degli 
stabilimenti  sul  Senegal,  il  diritto 
di  commerciare  sulle  coste  delle 
Indie,  e  di  pescare  a  Terra-Nuova, 
e  nelle  vicine  isole  di  s.  Pietro  e 
di  Miguelon.  Nel  1777  vari  sta- 
bilimenti furono  formati  a  La  Cal- 
le, e  a  Bona,  più  tardi  s.  Bartolo- 
meo fu  ceduto  alla  Svezia.  L'At- 
lantico e  le  Antille  divennero  per 
cinque  anni  teatro  de' più  formi- 
dabili navali  combattimenti,  e  l'in- 
nalzamento della  marina  degli  Stati 
Uniti,  fatta  omai  rivale  della  sua 
antica  metropoli,  fu  assicurato  col- 
la pace  di  Versailles  de' 20  genna- 
io 1785,  mentre  l'odio  tra' france- 
si ed  inglesi  erasi  rinnovalo  con 
furore.  Ma  quello  che  fu  di  mag- 
gior disgrazia,  si  è  che  la  malattia  del- 
la libertà  ed  eguaglianza  democra- 
tica degli  inglesi  americani,  si  co- 
municò ai  giovani  guerrieri  france- 


7»  FRA  FRA 
si,  e  la  Plancia  poscia  la  difTnse  iu  giua  medesima,  per  riacquistarne  la 
tutta  l'Europa.  Indi  Luigi  XVI  co-  perduta  grazia,  fu  grande.  jXon  po- 
strui  il  porto  di  Cherburgo,  e  con-  tè  addurre  discolpe  a  sua  difesa, 
siderabilmenle  restaurò  quello  del-  solo  dicliinrò  di  essere  stato  ingan- 
la  Roccella,  rendendo  la  marineria  nato,  e  ben  lo  poteva  dire,  come  vitti- 
francese  in  istato  florido.  Fra  le  ma  della  cabala  e  del  raggiro  di  ai- 
corti  che  mantenevauo  intima  unio-  cuui  scellerati,  da'quali  incautamente 
ne  e  concordia  colla  santa  Sede,  e  erasi  fatto  circondare.  Tuttociò  il  fece 
col  Papa  Pio  VI,  eravi  questa  di  credere  reo,  onde  sul  momento  dal- 
Francia;  e  quando  il  i-e  domanda-  le  guardie  fu  condotto  al  proprio 
va  al  Papa  diminuzioni  sulle  an-  palazzo  per  essere  presente  alla 
nate  concordate  per  la  spedizione  formale  ricognizione  delle  carte,  già 
delle  bolle  de'  vescovati,  Pio  VI  ac-  per  ordine  del  re  sigillate.  Per  aver 
cordava  sempre  di  più  del  richie-  dunque  il  cai'dinale  compromesso 
sto,  solo  faceva  osservare  che  ciò  il  nome  della  regina,  ed  avendo  da- 
era  lo  stesso  che  chiedere  limosina  to  in  pagamento  cambiali  firmate 
ai  poveri.  Ma  si  bella  armonia  nel  da  altra  mano  ed  in  suo  nome,  fu 
1786  fu  sul  punto  di  turbarsi  per  il  re  costretto  ad  ordinare  un  li- 
la  famosa  causa  de*  brillanti,  sulla  goroso  processo,  che  di  consenso  del 
quale  tanto  allora  si  parlò  in  tut-  cardinale  fu  rimesso  al  tribunale  lat- 
ta l'Europa,  ad  onta  del  misterio-  co  del  parlamento  di  Parigi, 
so  velo  con  cui  cercavasi  cuoprir-  Trovavasi  allora  unito  il  clero 
la.  Fino  dai  i5  agosto  del  1785  gallicano  in  assemblea,  e  però  alta- 
era  stato  chiamato  a  corte  il  car-  mente  reclamò  al  veder  violati  1 
dinaie  Lodovico  Renato  Edoardo  diritti  ecclesiastici,  ed  i  privilegi  del- 
de  Rohan  vescovo  di  Strasburgo,  la  Chiesa  gallicana,  coli' essersi  com- 
mentie  in  abito  di  solennità  stava  messo  al  foro  secolare  il  giudizio 
per  celebrare,  come  gran  limosiniere  d'un  di  loro  individuo.  Non  meno 
di  Francia,  la  messa  solenne  dell' As-  l'assemblea  del  clero,  che  il  cardi- 
sunta  nella  reale  cappella.  Sul  mo-  naie  de  Piohan  detenuto,  con  due 
mento  si  presentò  il  cardinale  al  diversi  corrieri  esposero  a  Pio  VI 
re,  che  trovò  nel  gabinetto  colla  la  dolorosa  di  lui  situazione.  Il  Pa- 
regina,  col  guardasigilli,  e  col  ba-  pa  restò  trafitto  da  tale  avvenimen- 
rone  di  Breteuil.  La  cagione  di  lai  to,  quasi  presago  delle  conseguenze 
chiamata  era  una  collana  di  brìi-  che  dovevano  risultare  di  avvilimen- 
lanti,  comprata  dal  cardinale  ano-  to  all'alta  nobiltà  ed  al  trono,  e 
me  della  regina  Maria  Antonietta,  dovesse  poi  servire  di  pretesto  ai 
dal  gioielliere  della  corona  Bobe-  fieri  colpi,  che  contro  di  essi  non 
mer,  per  la  somma  di  un  milione  si  tardò  a  scagliare.  Pio  VI  prima 
e  seicento  mila  lire  tornesi,  non  di  prendere  alcuna  risoluzione  su 
noai  pagale.  Il  turbamento  e  lo  questo  affare ,  tenne  una  segreta 
scompiglio  del  cardinale  nelle  sue  congregazione  di  cardinali,  ai  quali 
risposte  alle  interrogazioni  che  gli  gliene  commise  la  discussione  e  il 
vennero  fatte,  sulla  cagione  di  que-  maturo  esame  ;  e  dopo  una  confe- 
sta compera  e  sull'uso  che  aveva  lenza  di  più  ore  col  cardinal  de 
preteso  di  farne,  ch'era  quello  di  Bernis  ministro  di  Francia  presso 
far  credei  e  averla  regalata  alla  re-  la  santa  Sede,  scrisse  una  lettera  a 


FRA 
Luigi  XVI,  pregandolo  a  fiir  gode  • 
re  al  caidinal  Rohan  tutte  le  pre- 
rogative eh'  erano  unite  alla  sua 
dignità,  facendogli  osservare  nel  tem- 
po istesso,  che  sebbene  il  cardinale 
si  fosse  scello  per  essere  giudicato 
il  foro  del  parlamento  a  lui  non 
competente,  non  polca  sottrarsi  ud 
un  altro  giudizio  dell'  intero  sagro 
collegio  de'  cardinali,  di  cui  era  il 
Piohau  uno  degl'  individui.  Infili- 
ti la  predetta  congregazione  ri- 
solvette, che  avendo  il  cardinale  de 
Rohan  chiamato  a  giudicarlo  un 
tribunale  incompetente,  e  perciò 
\iolati  i  giuramenti  prestati  nel  ri- 
cevere la  dignità  cardinalizia,  non 
poteva  più  aspirare  alle  prerogati- 
ve ed  onori  che  porta  un  tal  gra- 
do. Il  Ta vanti  ne  Fasti  di  Pio  PI, 
tom.  I,  p.  224,  riporta  il  decreto 
pontificio  de'  i3  febbraio  1786, 
pronunziato  in  concistoro  segreto 
del  Papa,  pel  quale  il  cardinale  fu 
sospeso  e  privato  della  voce  attiva 
e  passiva,  e  di  tutti  gli  onori  del 
cardinalato,  finché  dentro  a  sei  me- 
si non  si  fosse  presentato  alla  san- 
ta Sede  e  purgato  dell'elezione  che 
avea  fatto  di  tribunale  incompe- 
tente. Prima  però  che  spirasse  il 
tempo  prefisso  in  questo  decreto, 
il  parlamento  di  Parigi  dichiarò  in- 
nocente il  cardinale,  che  il  re  al- 
l'opposto rilegò  all'abbazia  di  Chai- 
ze-Dieu,  spogliandolo  della  distinta 
carica  di  grand' elemosiniere,  e  del 
cordone  dell'ordine  equestre  dello 
Spirito  Santo.  Con  tutto  ciò  il  car- 
dinale spedi  a  Roma  le  sue  giusti- 
ficazioni accompagnate  con  lettera 
a  Pio  VI,  per  dimostrare  le  cru- 
deli circostanze  che  l'avevano  co- 
stretto a  scegliersi  per  giudicai  lo  un 
tribunale  secolare.  In  seguito  si 
presentò  in  concistoro  monsignor 
Albani  quale  procuratore  del  car- 


FRA  79 

dinaie,  rappresentò  le  sue  ragioni,  ne 
ottenne  l'assoluzione,  e  il  godimen- 
to dei  diritti  e  distinzioni  proprie 
della  dignità  cardinalizia.  Giuseppe 
Balsamo,  detto  il  conte  Caglioslro, 
fu  uno  dei  primari  stroraenti  del 
raggiro  della  collana,  che  rivoltò 
la  testa  al  cardinale,  e  poi  venne 
punito  da  Pio  VI. 

Nel  1786  un  trattato  di  com- 
mercio fra  la  Francia  e  l'Inghil- 
terra sembrò  che  dovesse  essere 
la  base  di  una  buona  armonia  du- 
revole fra  questi  due  regni,  ma 
gli  avvenimenti  della  rivoluzione, 
che  con  pena  andiamo  ad  accen- 
nare, disposero  allrimenti  le  cose. 
Nel  1787  Luigi  XVI  concesse  ai 
protestanti  la  pienezza  dei  diritli 
civili,  dando  ai  loro  matrimoni  uu 
carattere  legale.  La  scelta  de' ministri 
Machault  ,  Turgot  ,  Malesherbes  , 
Saint-Gei  main,  eNecker,  come  quel- 
la di  Calonne,  e  dellarcivescovo 
Lomenié  di  Brienne  con  ripugnan- 
za di  Pio  VI  creato  cardintde  nel 
1788,  non  furono  le  piìi  opportune 
ai  gran  mali  che  minacciava  il  flo- 
ridissimo regno  di  Francia.  Quindi 
l'imbarazzo  delle  finanze  giunse  a 
discoprirsi  interamente,  ed  i  pallia- 
tivi rimedi  di  Necker,  Calonne,  e 
di  Brienne  non  poterono  impedire, 
che  nel  detto  anno  1788  il  credi- 
to pubblico  non  si  trovasse  annien- 
tato da  un  deficit  irreparabile. 
Venne  invano  proposta  una  misu- 
ra, che  i  fautori  della  libertà  ed 
eguaglianza  degli  uomini  in  faccia 
alla  Tegge  avrebbero  dovuto  enco- 
miare, cioè  la  contribuzione  fondia- 
ria giustamente  ripartita  non  solo 
fra  i  semplici  possidenti,  ma  anco- 
ra fra  le  due  classi  privilegiate  del 
clero  e  della  nobiltà,  che  sino  al- 
lora ne  erano  rimaste  esenti,  e  il 
dazio  indiretto  del  bollo  sulla  clas- 


8o  FRA 

se  forense  e  commerciante.  I  par- 
lamenti ricusarono  di  registrare  ta- 
li editti,  e  il  le  convocò  l'assem- 
blea de'  notabili,  che  durò  tre  me- 
si a  conferire,  ma  senza  alcun  ri- 
sultamento.  Tenne  poi  Luigi  XVI 
un  letto  di  giustizia  per  dare  alle 
controverse  leggi  finanziarie  la  so- 
vrana sanzione;  ma  il  parlamento 
dichiarò  alteramente  l'illegalità  del- 
l' atto,  ed  accennò  la  convocazione 
degli  stati  generali.  I  membri  di  es- 
si furono  esiliati  a  Troyes,  ma  in- 
di a  poco  richiamati:  l'esilio  a 
\ille-Cotterets  susseguito  dall'  im- 
mediato richiamo,  fu  la  sola  mor- 
tificazione data  a  Luigi  duca  di 
Orleans  promotore  principale  dei 
tumulti  eccitali  in  Parigi,  de'sedio- 
si  applausi  ai  parlamentari,  e  de- 
gli ostinati  rifiuti  di  secondare  le 
mire  -del  governo.  Lomenié  di 
Brienne  ministro  delle  finanze,  e 
Lamoignon  guarda-sigilii  saivaron- 
si  colla  fuga.  Necker  fu  richiama- 
to ad  amministrare  l'erario,  ed  an- 
ch'egli  nell'adunanza  degli  stati  ge- 
nerali indicò  il  solo  rimedio  atto 
alle  circostanze.  Grave  discussione 
insorse  pure  sul  metodo  da  osservar- 
si nelle  future  deliberazioni,  e  sic- 
come i  progetti  da  discutersi  feri- 
vano i  due  primi  ordini  del  clero  e 
della  nobiltà,  i  quali  avevano  esor- 
bitante prepoderanza  sul  terzo  sta- 
to, che  sentiva  dalle  nuove  misu- 
re alleviamento,  si  propose  di  ac- 
crescere il  numero  de' rappresentan- 
ti del  terzo  stato,  sino  ad  eguaglia- 
re quello  degli  altri  due  ordini,  e 
di  raccogliere  i  voti  per  testa,  e 
non  per  classe,  come  per  lo  avan- 
ti crasi  usato.  Diatribe  insolenti, 
sanguinose  dissensioni,  furono  l'ef- 
fetto della  nuova  questione.  I  no- 
tabili per  la  seconda  volta  adu- 
nati   rigettarono  l'innovazione  del- 


FRA 

la  doppia  rappresentanza  del  ter- 
zo stato,  e  della  votazione  per 
testa  ;  i  parlamenti  opinarono  per 
la  conservazione  del  metodo  anti- 
co ;  i  pari  si  dichiararono  pronti  a 
soggiacere  al  peso  delle  nuove  im- 
posizioni, onde  rimovere  ogni  pre- 
testo; in  fine  il  consiglio  reale  de- 
cise a  favore  della  doppia  rappre- 
sentanza, ordinando  che  gli  slessi 
stati  generali  decidessero  poi  dopo 
il  loro  radunamento  sul  modo  di 
raccogliere  i  voli.  Ne  fu  intimata 
la  convocazione  a  Versailles  per  il 
dì   5  di   maggio  del    1789. 

Siccome  da  questo  passo  ebbe 
origine  la  strepitosa  rivoluzione, 
che  cangiò  più  volte  la  forma  del 
governo  francese,  cosi  ci  permette- 
remo qui,  oltre  quanto  abbiamo 
detto  superiormente,  un  cenno  del 
sistema  governativo  della  Francia 
a  queir  epoca.  Essa  dividevasi  in 
Irentadue  grandi  provincie,  e  talu- 
ne tra  esse  ne  racchiudevano  altre 
minori,  amministrandosi  ciascuna 
da  un  intendente:  sotto  l'aspetto 
militare  però  riparti  vasi  in  quaran- 
ta governi.  Il  re  riuniva  nella  sua 
persona  il  potere  legislativo  e  lo 
esecutivo;  i  suoi  editti  però  dove- 
vano essere  registrati  o  dagli  stati 
generali,  o  dai  parlamenti,  i  primi 
componevansi  de'tre  ordini  della  na- 
zionej  cioè  dal  clero,  dalla  nobiltà 
e  dal  così  detto  terzo  slato,  che 
tutti  i  cittadini  abbracciava  non 
inclusi  nelle  precedenti  categorie,  e 
dedicati  al  foro,  alle  lettere,  al  com- 
mercio, ed  alle  arti  liberali,  ovvero 
industriali:  essi  però  raramente  e- 
ransi  convocafi,  né  mai  emanarono 
deliberazioni  importanti.  I  parla- 
menti che  ne  riempivano  le  veci 
erano  corli  sovrane  di  giustizia,  che 
temperavano  nella  loro  istituzio- 
ne la  regia;  ma  negli  ultimi  tem- 


FRA 
pi    il    potere    crasi  aflfievolito,  che 
erangli   permesse    appena  umili  ri- 
rhostranze  al  sovrano,  e  poche  era- 
no le  modificazioni     che  si  oltene- 
vano;    era  frequente  lo  scioglimen- 
to di   tali  corpi,    come    l'esilio  dei 
membri,  quando    imprendevano    a 
cozzare  col  volere  esternato  dal  re. 
Quattro  erano  i  consiglievi  ministe- 
ricili,  cioè  delle  relazioni  estere,  dei 
dispacci  delle    provincie    ossia    del- 
l' interno,  delle  finanze,  e  del  com- 
mercio. Un  consiglio  privato,  tenu- 
to dal  cancelliere  coli'  assistenza  dei 
referendari    e   dei  consiglieri  di  sta- 
to, aveva  il  diritto  di  cassare  i  de- 
creti   de'  parlamenti    e    delle    corti 
superiori  .     Le    principali     autorità 
giudiziarie    e    finanziarie    erano  :  il 
gran  consiglio,  la  di  cui  giurisdizio- 
ne estesa  a  tutto  il  regno  risguar- 
dava  gli  affiiri  degli    ecclesiastici  e 
de' grandi  ufficiali  della  corona,  che 
avevano  il  privilegio  di  evocazione; 
i  tredici  parlamenti  che  enumeram- 
mo, le  dodici    camere  de' conti,  le 
tre  corti  degli  aiuti  che    giudicava- 
no gli  appelli   in  materia  di  finan- 
za, i  due  consigli  superiori  o  tribu- 
nali ordinari  di  appellazione,  le  cen- 
tottanta  elezioni  o  tribunali  per  le 
vertenze  finanziai-ie  di  prima  istan- 
za, i  sessantaquattro   giudici-conso- 
li  stabiliti   in  varie  città   per  giudi- 
care singolarmente  le  questioni  com- 
merciali,   una    corte    delle    monete 
con    dieciottt)     uffici    subalterni  ,    i 
baliaggi     reali    presidiali,  ed     altri 
tribunali  ordinali  per  le  controver- 
sie civili  in  primo  grado  di  giuris- 
dizione;   talune    città     si    valevano 
del    diritto  scritto,    talune  avevano 
particolari    statuti,    e  quattroceuto- 
iiovanta   se  ne  contavano  non  solo 
diversi  ma  anche  contraddittorii.  fi- 
guai  disordine  osservavasi  nella  va- 
rietà dei  pesi  e  misure;  l'istruzione 
VOL.    xxvii. 


FRA  8i 

pubblica  era  affidata  a  venfuna  uni- 
vei'sità,  ad  una  scuola  militare,  a 
vari  licei  di  medicina  e  di  giuris- 
prudenza, ed  ai  collegi  e  semina- 
ri ecclesiastici. 

Gli  stati  generali  adunati  a  Ver- 
sailles, ove  la  corte  soggiornava , 
nel  di  5  maggio  1789,  dopo  lun- 
ghe ed  animate  discussioni  sui  me- 
todi da  eseguirsi  per  la  verificazio- 
ne de'  poteri,  per  l' esecuzione  dei 
lavori,  e  per  la  collezione  de' voti, 
nel  17  giugno  si  costituirono  in 
assemblea  nazionale,  facendo  scom- 
parire i  tre  ordini  :  ciò  fii  tutta 
opera  del  terzo  stato,  che  avendo 
invitato  gli  altri  due  ad  unirsi,  ed 
avendo  essi  negato,  si  costituirono 
in  assemblea.  Le  misure  di  repres- 
sione per  impedirne  le  adunanze 
col  circondare  di  armati  la  sala 
delle  sedute,  le  proteste  della  no- 
biltà e  del  clero  contro  atti  tanto 
contrari  alle  basi  dell' anfica  monar- 
chia, furono  inefficaci,  mentre  i  de- 
putati convennero  nella  sala  del 
giuoco  della  palla,  e  nella  chiesa  di 
s.  Luigi  per  continuare  le  deliberazio- 
ni, giurando  di  non  separarsi  prima 
d'aver  compiuta  la  costituzione  e  la 
rigenerazione  pubblica .  La  comparsa 
del  re  Luigi  XVI  nella  seduta  del 
2  3  giugno,  ed  i  vani  suoi  sforzi 
e  concessioni  per  separare  i  mem- 
bri raccolti ,  che  persistevano  nel 
lavoro,  ad  eccezione  della  nobil- 
tà e  del  clero  che  si  separaro- 
no, e  poscia  si  unirono  al  terzo 
stato  per  compiacere  il  re,  non 
produssero  verun  bene;  i  mem- 
bri raccolti  fecero  cessare  la  so- 
vrana autorità,  e  tiasfiisero  ogni 
influenza  morale  ncW assemblea  na- 
zionale o  costituente,  deponendo  i 
tre  ordini  il  nome  di  stati  genera- 
li. Fin  da  quel  momento  l'antica 
monarchia  francese  fu  distrutta,  la 
6 


«2  FRA 

rivoluzione  consumata  ;    e    luttociò 
die    partoiì    d'assurdi    e    di    delit- 
ti    ne     fu    soltanto    la  conseguenza 
inevitabile.    La   viiluosa    candiscen- 
denza     di     Luigi     XVI  ,    l'illimita- 
ta   fiducia    nella    nazioOe,    l'essere 
disposto  a  qualunque  sagriflzio  per 
essa,  il  non  }>ermettere  che  neppu- 
re un  uomo  perisse  per  la  sua  cau- 
sa,  fu   la  regola  della  sua   condotta, 
non  che  cagione  delle  sciagure  della 
Francia    e  delle  sue    pi'oprie,  seb- 
bene in  apparenza  sembrassero  sen- 
timenti lodevoli   degni   del   suo  bel 
cuore.    V .    Granié,  Histoire   de  l'as- 
stiiihlée  consliuiaiitede  France,  Paris 
1797.   INel  di  i4  luglio  colla    presa 
della  bastiglia,  e  coH'armamento  del- 
la guardia  civica  parigina,  il  popolo 
s'impadronì    del  potere    materiale, 
ed  il  re  presentossi  a  piedi    e  sen- 
za corteggio  all'assemblea  per  unir- 
si alla  nazione,  ed  allontanò  le  trup- 
pe che  volevano    condurlo  salvo  a 
Metz.  Tale  fiducia  fece  tacere  i  fa- 
ziosi, il  re  fu  applaudito,  ed  entrò 
tiioufalmente  in    Parigi,   preceduto 
da  una  deputazione  di  cento  mem- 
bri,    e    ricevuto  dal    famoso    astro- 
nomo   Jjailly   maire    della  capitale, 
e  da  La  Fayette  comandante  della 
guardia  urbana,  fra  le  acclamazio- 
ni   della  popolazione.    Il    maire  fe- 
ce a    Luigi  XVI    questo    singolare 
complimento:  »    Il   vostro  avo  En- 
«   rico    IV  conquistato   avea  il  suo 
M    popolo;  oggi  il  popolo  ha  conqui- 
«  stato  il  suo  re  ".  Arrivato  Lui- 
gi   XVI  al  palazzo    della    città  vi 
ricevè  la  nappa,  o  coccarda  nazio- 
nale,   e  fu  accollo  con    entusiasmo 
quando  con  essa   al  cappello  com- 
parve alla  finestra.    La  rivoluzione 
così    sanzionata    procedeva  a    gran 
passi,    e  la   sessione    del  4    agosto, 
in  cui  dietro  la  proposta  del   viscon- 
te de  Auailles  di  sopprimere  la  ser- 


FRA 
vitii    personale,  e    rendere  i  diiitli 
feudali  redimibili,  i  membri,  le  cit- 
tà,   le   Provincie    gareggiarono    nel 
distruggere   le  antiche  costumanze, 
ne  compi    coli' abolizione   de' privi- 
legi il  primo    stadio.  L'insurrezio- 
ne popolare  del   5  e  6  ottobre  fu 
sul  punto  di  scannare  la  regina  nel 
suo  letto,   tolse  al  re  le   sue  guar- 
die,   lo  trasportò  dalla    villa     reale 
di  Versailles  nella  capitale,   ponen- 
dolo sotto   la    sorveglianza   del    po- 
polo, incominciando    la  sua    lunga 
prigionia     nelle     Tuilleries,    donde 
passò  nella  torre  del   tempio:  allo- 
ra dai  ribelli    si  effettuò    la  muta- 
zione    dell'antico    reggimento.     La 
Francia  fu  divisa  in  ottantatre  di- 
partimenti suddivisi   in  distretti,  ed 
in  cantoni;    ogni   dipartimento  eb- 
be un'amministrazione  centrale,  ed 
un  tribunale  criminale;  ogni  distret* 
to    un     amministratore    particolare, 
ed    uu    tribunale    civile;    ed    ogni 
cantone    una  giustizia  di    pace,  ed 
un'  amministrazione    municipale;  i 
giudici    e   gli    amministratori    ven- 
nero nominati  dal  popolo.  L'assem- 
blea nazionale  abolì  la   tortura,  di- 
chiarò   di    non    riconoscere    i    voti 
monastici,     aboh    gli     ordini     regi 
conosciuti  sotto  il  nome  di    Leltres 
de    cachet,    le    dogane    interne,     le 
decime,  e  i  diritti  feudali;    riformò 
la   giuiisprudenza,  riconobbe    la   li- 
bertà de' culti,  consagrò  la    libertà 
individuale  e  l'eguaglianza   propor- 
zionale dei  carichi   pubblici,  e  sta- 
bilì un  sistema  di  finanza  uniforme 
e  semplice. 

Nella  sessione  del  2  dicembre 
furono  posti  alla  disposizione  della 
nazione  i  beni  del  clero,  e  messa 
(juindi  in  circolo  la  carta  moneta- 
ta per  riparare  \\  dissesto  delle  fi- 
nanze. La  rivolta  fu  propagata  nei 
domiuii    the    la  santa  iiede    aveva 


FRA 
in  Provenza,  nella  città  d'Avigno- 
ne e  contea  Venaissina,  che  l'as- 
semblea fece  occupare  malgrado  le 
proteste  di  monsignor  Casoni  vice- 
legato  poi  cardinale ,  e  quelle  di 
dieci  e  più  mila  buoni  cittadini , 
cui  fu  risposto  che  il  re  avrebbe 
pensato  d'  indennizzare  la  corte  l'o- 
raana;  e  indarno  l'abbate  Maury 
poi  cardinale  difese  con  robusta  e- 
loquenza  le  ragioni  della  Sede  apo- 
stolica avanti  l'assemblea  nazionale. 
Ma  nel  tempo  che  questa  sembra- 
va preparare  dei  gran  beni,  lasciava 
ogni  principio  religioso  annullato, 
i  costumi  all'ultimo  termine  di  de- 
pravazione, il  diritto  di  proprietà 
minato  dai  suoi  fondamenti;  le  fi- 
nanze, le  flotte  ,  le  colonie  in  una 
confusione  estrema,  cose  tutte  che 
si  devono  riguardare  come  la  cau- 
sa principale  delle  calamità  dalle 
quali  fu  poscia  desolata  la  Fran- 
cia. L' incredulo  Mercier  nel  suo 
libro  intitolato,  U  anno  i^^o,  che 
fu  stampato  nel  1768,  sino  d'allo- 
ra avea  annunziato  con  piena  chia- 
rezza tutto  il  nefando  progetto,  che 
la  miscredenza  filosofica  andava  a 
realizzar  nell'  assemblea  di  Parigi , 
e  tutte  le  inique  massime  del  fu- 
turo regno  fìlos-ofico  rivoluzionario, 
di  cui  la  principal  mira  era  il  di- 
slruggimento  della  religione  catto- 
lica. Parlando  1'  abbate  JauflFret 
della  morte  di  Luigi  XV,  avvenu- 
ta nel  1774»  fa  un  vivo  quadro 
dello  stalo  di  questo  regno  per 
circa  sessanl'anni,  nel  quale  si  rav- 
visa quanto  le  cose  si  disponesse- 
ro alla  rivoluzione,  e  gli  scritti  che 
pubblicavansi  erano  tendenti  non 
meno  alla  distruzione  de'  troni,  che 
del  santuario  ;  rimproverando  di 
debolezza  il  governo,  come  immer- 
so ne'  vizi  e  dominato  dagl'  incre- 
duli.   Veggasi    il   Gusta,    Memorie 


FRA  S3 

(L'ila  rn'oluzhne  francese  tanto  po- 
litica che  ecclesiastica,  e  della  gran 
parte  che  vi  hanno  avuto  i  gianse- 
nisti, Assisi  1793;  e  Manzi,  Isto- 
ria della  rivoluzione  di  Francia, 
Firenze  1826.  Mentre  l'assemblea 
nazioaale  molti  decreti  emanava , 
offensivi  1'  ecclesiastica  gerarchia  , 
ch'essa  apertamente  voleva  distrug- 
gere in  un  colla  religione,  di  tut- 
to i  zelanti  vescovi  ne  informavano 
Pio  VI.  Temendo  questi  che  i  fran- 
cesi in  tanta  convulsione  maggior- 
mente s'irritassero  se  avesse  fatto 
udir  la  sua  voce,  pazientando  pru- 
dentemente ,  piangeva  le  dolorose 
vicende  di  si  illustre  regno,  e  fa- 
ceva fare  apposite  e  pubbliche  pre- 
ghiere, perchè  Iddio  vi  provvedesse. 
Di  tutto  però  e  del  suo  silenzio , 
commendato  dal  Barruel  nel  Jour- 
nal ecclés.  tom.  II,  pag.  200,  rag- 
guagliò Pio  VI  il  sagro  collegio  in 
concistoro,  sino  dai  20  marzo  1790, 
con  tenera  ,  commovente  e  dotta 
allocuzione,  che  si  legge  nella  rac- 
colta intitolala:  Rescripta  SS.  D. 
N.  divina  providenlia  Pii  Papa  VI^ 
editio  novissima  collecta,  et  aiicta 
ab  H.  L.  (Enrico  Lodovico)  IIu- 
lot  praesbilero  Rhemensi,  Venetiis 
anno  aerae  vulgaris  i  799.  Da  que- 
sta ultima  collezione  ben  si  rav- 
visa con  quanto  zelo  e  con  quan- 
ta pastorale  sollecitudine  abbia  Pio 
VI  procurato  per  ogni  mezzo  che 
nella  rivoluzione  fatale  della  Fran- 
cia si  mantenesse  salva  la  religio- 
ne cattolica,  allora  vacillante  e  scon- 
volta nel  regno. 

Dopo  tal  concistoro  il  Papa 
scrisse  a  diversi  prelati  francesi  , 
ch^  egli  conosceva  per  piìi  zelanti 
della  gloria  di  Dio,  esorlandoli  al- 
la costanza ,  e  nel  tempo  medesi- 
mo a  sottomettersi  con  tutta  la 
rassegnazione    alla    divina    provvi- 


84  FRA 

denza.  Nel  breve  che  Pio  VI  a'  3  ( 
marzo  diresse  al  cardinal  de  Roclie- 
foucault  arcivescovo  di  R.ouen,  pres- 
so Hulot  pag.  5,  per  evitare  mag- 
giori scandali,  gli  accordò  la  facol- 
tà di  dispensare  dai  voti  religiosi 
che  dall  assemblea  erano  stati  sop- 
pressi. E  nel  breve  che  Pio  VI 
ai  IO  luglio  inviò  all'  arcivesco- 
vo di  Vienna  di  Francia,  egual- 
mente presso  Hulot  p.  9  5  lo  pregò 
a  distogliere  il  re  dall' approvare  o 
sanzionare  i  decreti  sulla  CosùUiziO' 
ne  cii'ile  del  clero,  dall'assemblea 
nazionale  emanati  a'  I2  luglio,  e  dal 
re  poi  sanzionati  per  violenza  a'24 
agosto,  la  quale  costituzione  il  Pon- 
tefice nel  breve  de'  io  luglio  al- 
l'arcivescovo di  Bordeaux  Girola- 
mo Maria  Champion  de  Cioè,  pres- 
so r  Hulot  pag.  7,  dichiarava  op- 
posta direttamente  all'  unità  della 
Chiesa  cattolica,  e  tendente  espres- 
samente a  rompere  ogni  vincolo 
e  corrispondenza  di  unione  fra  la 
Francia  e  la  santa  Sede.  Questa 
costituzione  civile,  del  clero,  col  ti- 
tolo: Code  ecclésiast'ique  francais, 
fu  inserita  da  Barruel  nella  sua 
Collectioii  ecclésiastique,  ou  Recneil 
complet  des  ouvrages  faits  diipniM 
loiaerture  des  ètats  généraux  ré- 
lattvenient  au  clerge,  à  sa  cowili- 
tutioii  civile,  decretée  par  r assem- 
blèe nationale ,  sanctionée  par  le 
roi,  premier  volume,  tome  premier, 
première  partie.  A  Paris  cliez  Cra- 
part  1791.  Seconde  volume,  tome 
premier ,  seconde  partie,  Constitu- 
tioii  1791.  Troisième  volume,  to- 
me premier,  troisième  partie,  Coii- 
stitutiori  Serment  1791.  Quatrième 
volume,  coraprenant:  i.  Parallele 
des  révolutions,  par  M.  l'abbé  (Ma- 
rie Nicolas  Silvestre)  Guillon,  pre- 
te parigino,  ed  estensore  di  que- 
sta   raccolta    insieme    coli'  abbate 


FRA 
BarrUel.  2.  Le  schisine  déclaré  par 
M 179'-  Sixième  volume,  to- 
me second,  deuxième  partie^  Con- 
stitution  Serment  iiq\.  Questa  pre- 
ziosa raccolta  contiene  le  pastorali 
di  molti  vescovi,  e  le  scritture  di 
molli  ecclesiastici  ,  nelle  quali  si 
combattono  con  somma  erudizione, 
e  con  argomenti  pienamente  vitto- 
riosi, gli  errori  e  le  ingiustizie  del- 
la Costituzione  civile  del  clero.  Una 
simile  collezione  si  ha  col  titolo  : 
Testimonianze  delle  chiese  di  Fran- 
cia sopra  la  così  delta  Costituzio- 
ne civile  del  clero,  decretata  dal- 
l assemblea  nazionale,  raccolte  dal 
dottore  Giovanni  Marchetti  poi  ar- 
civescovo di  Andra  e  vicario  apo- 
stolico di  Rimini,  col  testo  origina- 
le francese,  e  con  noie,  Pvoma  nel- 
la stamperia  di  Gio.  Zempel  i7<)r. 
In  questa  interessantissima  collezio- 
ne si  contengono  le  pastorali  prin- 
cipalmente de'  vescovi  gallicani  , 
pubblicate  al  fine  di  ribattere  l'at- 
tentato che  la  nuova  cosliluzione 
veniva  a  portare  sopra  tutto  il  si- 
stema eoclesiaslico.  Veggasi  la  lun- 
ghissima lettera  da  Pio  VI  scritta 
agli  II  marzo  1791  al  cardinal 
arcivescovo  de  R^ochefoiicault,  e  ad 
altri  vescovi  delia  Francia,  riporta- 
ta dal  citato  Hulot  a  pag.  ^1  lino 
a  97,  nella  quale  il  Papa  con  vasti 
e  sagra  erudizione,  ed  incontrasta- 
bile verità,  dimostra  quanto  la  Co- 
stituzione civile  del  clero  gallicano 
sia  opposta  alla  religione  cattolica, 
ciò  che  ancora  hanno  dimostrato 
alcuni  scrittori.  E  pure  da  vedersi 
il  discorso  del  senatore  Luciano 
Bunaparte  fatto  al  tribunale  in  oc- 
casione di  annunziarvi  il  concorda- 
to col  Pontefice  Pio  VII  nel  1802, 
Inoltre  Pio  VI  si  rivoltò  al  re 
Luigi  XVI  con  un  breve  de'  io  lu- 
glio,  inserito  dall'  Hulot    nella  sua 


FRA 
raccolta  a  png  6,  nel  quale  lo  e- 
soilava  a  non  lasciarsi  sorprende- 
re nel  sanzionare  i  decreti  dell'as- 
S(!mblea  nazionale  riguardanti  il 
(loro  francese,  poiché  nel  sanzio- 
narli avrebbe  condotto  la  Francia 
alio  scisma,  non  essendovi  potere 
alcuno  temporale  che  fosse  autoriz- 
zato a  variare  la  dottrina  della 
(hiesa:  in  (Ine  gli  diceva  il  solle- 
cito Pontefice,  che  se  tanto  avea 
sua  maestà  ceduto  in  benefìzio  dei 
suoi  popoli  ,  cioè  di  que'  diritti 
ch'erano  suoi  propri  e  della  sua 
cotona,  non  poteva  tuttavia  in  ve- 
riui  conto  fare  lo  stesso  per  ri- 
guardo a  ciò  ch'era  dovuto  a  Dio 
ed  alla  sua  Chiesa.  Restò  il  re  va- 
cillante con  questo  breve,  non  sa- 
pendo a  qiial  partito  appigliarsi  , 
mentre  veniva  fortemente  pressato 
dall'assemblea  ad  approvare  la  co- 
stituzione civile  del  clero,  nella  qua- 
le tutti  gli  ecclesiastici,  a  norma 
di  quanto  in  essa  si  prescriveva,  do- 
vevano prestare  giuramento  civile, 
che  ai  diritti  della  Chiesa  si  opponeva. 
l^iima  però  di  apporvi  Luigi  XVI  la 
sua  ralifìca,  voile  renderne  inteso  il 
Papa  della  sua  dubbiezza,  e  sentirne 
il  suo  consiglio  ;  ma  perchè  l' im- 
portanza dellalfare  non  dava  luo- 
go a  Pio  VI  di  darne  subito  de- 
cisa risposta  ,  egli  si  contentò  di 
I  ispondere  sul  momento  al  re,  con 
lettera  che  1'  Hulot  riporta  a  pag. 
i6,  per  avvisarlo  che  avea  stabili- 
to una  congregazione  di  venti  car- 
dinali per  esaminare,  discutere,  e 
lissare  quanl' era  necessario  a  cosi 
rilevante  oggetto.  Non  vedendo  po- 
scia il  re  alcuna  risoluzione  per 
parte  di  Roma,  la  quale  aveva  h\~ 
sogno  di  piìi  tempo  per  le  neces- 
sarie sessioni  della  predetta  con- 
gregazione ,  ed  essendo  continua- 
Diente  pressato    dall^  assemblea  na- 


FRA 


8^ 


zionale,  approvò  sebbene  contro  sua 
voglia  la  costituzione  civile  del  cle- 
ro. Con  amaiissimo  rincrescimento 
ricevette  Pio  VI  dal  re  medesimo 
questa  notizia  ,  per  la  quale  tosto 
Ib  rimproverò,  facendogli  vedere  i 
inali  gravissimi  a'  quali  con  siffat- 
ta approvazione  aveva  esposto  il 
suo  regno,  la  religione  e  sé  mede- 
simo ,  con  breve  de'  i  settembre , 
presso  r  Hulot  a  pag.  20,  nel  qua- 
le fece  in  tal  modo  spiccare  l'evan- 
gelica libertà,  eh' esso  sarà  sempre 
un  monumento  del  suo  pontifìcio 
instancabile  zelo.  Questa  saggia  con- 
dotta di  Pio  VI  è  ben  rilevata  con 
lode  dall'abbate  Barruel,  nell'arti- 
colo :  De  la  conduìle  da  Pape 
dans  les  circonstances  présentes,  nel 
suo  Journal  ecclés.  tom.  II  _,  pag. 
1 04.  La  costituzione  civile  del  cle- 
ro,  che  riduceva  i  vescovati,  va- 
riava le  circoscrizioni  delle  diocesi, 
sopprimeva  i  capitoli,  e  faceva  mol- 
te altre  ecclesiastiche  e  perniciose 
innovazioni,  piodusse  gravissimi  dis- 
pareri ,  eh'  ebbero  poi  funestissime 
conseguenze.  Pure  la  festa  della  fe- 
derazione celebrata  nel  campo  di 
Marte  il  i4  luglio  1790,  anniversa- 
rio della  presa  della  Bastiglia,  e  la 
serenità  con  che  il  re,  la  regina  e 
la  famiglia  leale  vi  presero  parte, 
guidavano  a  speranze  d'  una  since- 
ra riconciliazione.  L' infelice  Luigi 
XVI  accordava  tutto,  sperando  di 
salvare  alcima  cosa,  e  sagri  fica  va 
lo  stato  per  compassione  de'  parti- 
colari minacciati  o  perseguitati  in 
tutte  le  parti  della  Francia.  La  re- 
ligione sola  lo  avrebbe  salvato  dal 
naufragio,  se  raccoltosi  nell'asilo  in- 
violabile della  sua  coscienza  ,  ed 
assicurato  com'era  di  essere  soste- 
nuto dalla  maggioranza  del  popo- 
lo tuttavia  cristiano,  avesse  ricusa- 
to di   confermare  gli  accennali  de- 


86  .      FRA 

creli  spogliatori  della  Chiesa  ,  e  U 
coslituzione  civile  del  clero.  Ma  due 
ministri  di  stato,  ed  anche  eccle- 
siastici, gli  occultarono  molte  lette- 
re del  Papa,  che  condannavano  le 
dette  innovazioni.  * 

Intanto  a'  20  maggio  1791  fu- 
rono in  Mantova  con  la  famosa  di- 
chiarazione gettate  le  basi  di  una 
prima  coalizione  contro  la  Francia, 
mentre  Luigi  XVI  istruito  final- 
mente troppo  tardi  sui  progetti  dei 
faziosi,  ed  incoraggiato  dai  piìi  fe- 
deli suoi  servi,  si  determinò  di  fug- 
gire dalla  capitale,  e  cercare  un 
asilo  sidla  frontiera ,  da  dove  po- 
tesse trattare  col  suo  popolo.  Par- 
ti a'  Il  giugno  1791  ,  e  ad  onta 
delle  usate  precauzioni,  fatalmente 
fu  riconosciuto  a  Varetmes,  arre- 
stato e  condotto  a  Parigi  in  mez- 
zo agli  oltraggi  ed  alle  violenze. 
V.  V  Histoire  de  l' évéaement  de 
Vairnnes  mi  ixjuin  1791,  par  le 
coni  te  de  Seze,  Paris  i843.  Nondi- 
meno tale  evento  intimorì  alcuni 
de'  suoi  persecutori  ,  tremando  pel 
disciedito  e  pubblica  indegnazione 
in  cui  era  caduta  1'  orgogliosa  as- 
semblea costituente,  cui  successe  la 
legislativa.  Dal  seno  pertanto  del- 
I  assemblea  costituente  siuse  il  par- 
tilo repubblicano  a  combattere  l'al- 
tro moiiarchico-costituziunale,  i  cliibs 
òtt  giacobini ,  de'  cordelieri,  de' fo- 
giianti ,  de'  girondini  destarono  la 
guerra  civile,  ed  il  campo  di  Marte 
fu  insanguinato  per  reprimere  la 
nuova  insurrezione.  Il  re  (u  prowiso- 
naaiente  sospeso,  e  la  Prussia,  ì'  Au- 
si ria  ed  il  re  di  Sardegna  strinsero 
CDufro  la  Francia  nel  dì  27  luglio 
d  famigerato  trattato  diPlinitz,  che 
preparò  l"  invasione  della  monar- 
chia, incominciando  la  insurrezione 
d  dia  Vaitdea.  La  nuova  assemblea 
Itgislativa    però    procede    oltre  con 


FRA 

fermezza,  ed  emano  la  coslilnzion^ 
del  1791-  Il  popolo  esercitava  con 
essa  il  diritto  di  elezione  dei  rap- 
presentanti, a'  quali  spettava  l'eser- 
cizio della  facoltà  legislativa ,  ma 
la  regia  autorità  vi  era  soverchia- 
mente ristretta.  Dopo  essere  siala 
sospesa  la  sua  autorità  reale  a  Lui- 
gi XVI,  egli  prese  lo  statuto  ad 
esame,  e  ne  pronunciò  la  solenne 
accettazione,  e  confermollo  nel  di- 
scorso pronunziato  al  pubblico  il 
dì  29  settembre,  allorché  l'assem- 
blea costituente  si  dimise  dalie  sue 
funzioni.  La  nuova  assemblea  na- 
zionale legislativa  si  radunò  nel 
primo  ottobre  1791,  e  ricevette 
con  solennità  il  libro  della  costitu- 
zione, che  doveva  guidale  al  caos 
il  pili  disordinato  della  feroce  anar- 
chia, giurandone  1'  osservanza.  Nel 
medesimo  anno  il  Papa  Pio  VI  sti- 
mò necessario  di  spiegare  l'animo 
suo  apostolico  contro  i  decreti  coi 
quali  si  conculcavano  tutte  le  leggi 
del  domma  e  della  disciplina  ec- 
clesiastica :  egli  aspettava  il  ricorso 
ed  il  sentimenlo  de'  vescovi  france- 
si ,  per  manifestare  con  maggior 
opportunità  la  voce  del  vicario  di 
Gesù  Cristo,  ed  a  ciò  dierono  oc- 
casione trenta  di  que'  zelantissimi 
prelati,  deputati  all'assemblea  na- 
zionale, per  avere  il  sentimenlo  del 
successore  del  principe  degli  apo- 
stoli. A' 3o  novembre  1790  sotto- 
scrissero e  gli  spedirono  V Esposizio- 
ne de'  principii  della  co'ilituzione 
civile  del  clero,  la  quale  costituzio- 
ne era  stata  formata  dai  teologi 
repubblicani  le  Camus,  Treilhard , 
Martineau  e  Maillane  coli'  incom- 
petente autorità  della  predetta  as- 
semblea nazionale  ,  e  richiesta  con 
impero  di  essere  mantenuta  con 
giuramento  dai  deputati  Baruave 
proleslante,  e  Rebaud  de  Saint-E- 


FRA 

tienile  ex-ministro  calvinista.  Veg- 
gnsi  ìi  BaiTuel  nel  suo  Journal 
lom.  I,  pag.  5i.  Préjngés  legitimcs 
sur  la  constitution  civile,  et  le  scr- 
ment  exigé.  dit  rlergé. 

L'autore  della  Esposizione  dA 
principii  sulla  costituzione  civile  citi 
clero  fu  monsignor  tle  Boisgelin  ar- 
civescovo di  Aix ,  poi  cardinale  e 
arcivescovo  di  Tours,  deputato  al- 
l'assemblea nazionale,  ed  uno  dei 
trenta  prelati  in  essa  sottoscritti. 
Egli  vi  difendeva  e  rivendicava  i 
veri  principii  della  Chiesa  senza 
querele,  senza  amarezze,  e  con  una 
moderazione  ed  una  solidità,  che 
avrebbe  potuto  ricondurre  al  giu- 
sto sentimento  gli  spiriti  meno  pre- 
venuti. La  sua  esposizione  reclama- 
va la  giurisdizione  essenziale  alla 
Chiesa,  il  diritto  di  fissare  la  di- 
sciplina, di  fare  de'regolamenti,  di 
istituire  de' vescovi,  e  dar  loro  una 
missione  giuridica,  diritti  che  inte- 
ramente rubavano  alla  Chiesa  i  de- 
creti dell' assemblea  nazionale:  cen- 
to e  dicci  vescovi  francesi,  la  lista 
de'  quali  è  presso  il  Barruel  nella 
sua  Collection  ecclésiastiaue,  voi.  I, 
tom.  I,  par.  I,  p.  236,  24^^  con 
molti  altri  ecclesiastici  nel  numero 
di  novantolto,  per  combattere  coi 
loro  scritti  la  dottrina  del  partito 
dell'assend^lea,  ed  attaccare  l'aulo- 
re  della  nuova  Costituzione  civile 
colle  proprie  sue  armi,  si  unirono 
a'  trenta  vescovi  della  medesima  as- 
semblea, onde  la  loro  Esposizione 
divenne  un  giudizio  di  tutta  la  Chie- 
sa gallicana.  Ma  i  nemici  della  reli- 
gione continuavano  sempre  la  mar- 
cia per  abbatterla.  Su  questo  argo- 
mento si  può  consultare  lab.  L.  F, 
Jaullret  nelle  sue  preziose  i^/e/noiVe5 
pour  servir  à  l'  Histoirc.  ecclés.  da 
siede  XF III,  tom.  II,  pag.  352  e 
seg.  ;  V  Espositioii  sur  la    Conslitu- 


FRA  87 

tion  civile  du  clergé,  par  les  évc- 
(jues  deputés,  suivie  de  la  lettre  des 
mémcs  évèfjues  ,  en  reponse  au  href 
du  Pape,  cu  date  du  1  i  tnars  1791 
et  de  la  lettre  de  31.  Varchéveque 
d'Aix,  en  reponse  au  href  du  Pa- 
pe Pie  FU  cu  date  du  i5  aoilt 
1801,  la  quale  è  ancora  riportala 
dal  Barruel  nella  menzionata  Col- 
lection ecclésiasticpie  ,  ou  recueil 
compiei  des  ouvrnges  fails  ....  ré- 
lativement  au  clergé,  à  la  Constitu- 
tion civile  ec.  voi.  I,  t.  I,  par.  I,  pag. 
)5i  e  seg.  A  questi  vescovi  dun- 
que rispose  Pio  VI  con  breve  de- 
gli II  marzo  1791,  nel  quale  emu- 
lando il  coraggio,  lo  zelo  e  la  dot- 
trina dei  Leoni  e  dei  Gregori  i 
grandi  ,  eruditamente  confuta,  e 
maestrevolmente  abbatte  e  condan- 
na gli  errori  che  nella  Costituzio- 
ne civile  si  contengono,  la  quale 
ancora  fu  dichiarata  un  estratto  di 
molte  eresie,  nel  breve  diretto  al 
cardinal  de  Brienne  arcivescovo  di 
Sens,  dove  lo  rimprovera  di  aver- 
ne fatto  il  giuramento.  Il  breve  di- 
retto a'  vescovi  lo  riporta  il  Bar- 
ruel, Journal  tom.  II,  mai  179'  , 
p.  91,  con  una  nota  sulle  diverse 
traduzioni  che  ne  furono  fatte  in 
Francia  molto  difettose;  lo  riporta 
pure  r  Hulot  nella  citata  raccolta 
a  pag.  4'-  Sul  breve  poi  al  cardi- 
nale de  Brienne  si  può  consultare 
il  Barruel  nelle  sue  Observations 
sur  la  lettre  pastorale  de  31.  Ro- 
bert (  Thomas  Lindet,  cure  de  Ber- 
nay  diocèse  de  Lisieux,  par  la  g:  ace 
de  la  constitution  se  disant  anjour- 
d'hui)  V  évèque  (ìnlvm)  du  dépar- 
temenl  de  l'Eure  aux  fide  les  de  son 
diocèse.  Journal  ecclés.  mai  179'! 
tom.  Il,  p.  5  e  seg. 

Pio  VI  di  questa  sua  pastorale 
fermezza  avvisò  ancora  il  re  Lui- 
gi   XVI,    con    breve    de'  io  mar- 


ss  FRA 

zo ,  presso  V  Hulot  a  pag.  97 , 
col  quale  gli  ricorda  il  giuia- 
inento  che  nella  sua  coronazione 
avea  fatto  di  difendere  e  conser- 
vare i  privilegi  canonici  della  Chie- 
sa e  de' vescovi,  al  quale  il  re  a- 
vea  contravvenuto  nel  sanzionare  i 
decreti  dell'assemblea,  manifesta- 
mente opposti  e  contrari  ai  diritti 
di  §anta  Chiesa.  Con  altro  somi- 
gliante breve  de'  i3  aprile,  presso 
r  Hulot  a  p.  106,  diretto  ai  vesco- 
vi, al  clero  ed  al  popolo  francese, 
Pio  VI  condannò  tutti  gli  ecclesiasti- 
ci che  prestato  aveano  il  detto  giura- 
mento civico,  sul  quale  bisogna  qui 
rammentare  con  gloria  dell'episcopa- 
to gallicano,  che  di  cento  treutacin- 
que  vescovi  della  Francia,  quattro 
solamente  si  arrolai'ono  col  loro 
giuramento  civico  sotto  gli  stendar- 
di della  nuova  condannata  costitu- 
zione, i  quali  furono  il  cai'dinal  de 
Biienne  arcivescovo  di  Sens  ,  ed  i 
vescovi  de  la  Font  de  Savine  di 
Vivici  s  ,  de  Jarenle  d'  Orleans ,  e 
de  Tallejrand  Périgord  d' Autun  , 
dei  quali  gli  ultimi  due  ,  già  con- 
sagrati vescovi  ,  si  ammogliarono  , 
ne  la  condotta  di  tutti  quattro 
insieme  poteva  dar  gran  lustro  al- 
la nuova  Chiesa  rivokizionaiia,  co- 
me osserva  il  Jaufìret,  Méinoires  p. 
364  e  seg.  Condannava  ancora  Pio 
\I  tutti  i  vescovi  intrusi,  ch'egli 
in  detto  breve  nominava  ,  dichia- 
randoli sospesi  e  scismatici  per  la 
loro  illegittima  consagrazione.  Con- 
futava pure  vittoriosamente  molti 
articoli  della  Costituzione  civile  del 
clero,  siccome  manifestamente  con- 
trari ai  principii  della  Chiesa  cat- 
tolica, rovescianli  i  dommi  piìi  sa- 
gri e  la  disciplina  più  solenne  della 
stessa  Chiesa,  e  che  disti  uggevano  i 
diritti  della  Sede  apostolica,  quelli 
de'  vescovi ,    de'  preti ,    degli  ordini 


FRA 

religiosi  e  di  tutta  la  comunione 
cattolica,  ciò  che  con  ditVusione  trat- 
ta il  Jauffret,  Méinoires  tom.  1!,  p. 
871  e  seg.  Nello  stesso  gim-no  Pio 
VI  spedi  quel  medesimo  breve  ai 
vescovi  della  Corsica,  presso  1'  Hu- 
lot a  p.  I?.  3,  dove  ancora  erasi  ab- 
bracciata la  costituzione  civica.  A 
riparare  quindi  ai  molti  mali  de- 
rivanti dai  decreti  dell'assemblea 
nazionale,  provvisoriamente  Pio  VI 
spedi  a'  vescovi  della  Francia  un 
breve  dato  a  Teriacina  a'  io  mag- 
gio 1791,  presso  r  Hulot  a  p.  i54> 
col  quale  concesse  loro  molte  fa- 
coltà, e  da  esse  si  ravvisa  quanto 
in  questo  regno  fosse  diminuita  la 
religione  cattolica  ,  poiché  quelli 
che  la  conservavano  erano  costret- 
ti, come  i  cristiani  della  primitiva 
Chiesa,  a  praticarla  di  nascosto.  Le 
stesse  facoltà  furono  ampliate  dal 
cardinal  Antonelli  prefetto  della 
congregazione  di  propaganda  fide , 
con  rescritto  de'  18  agosto,  presso 
r  Ilulut  a  p.  1 56,  dal  cardinal  Ze- 
lada  segretai'io  di  stato,  con  rescrit- 
to de''26  settembre,  presso  l'Iiulot 
a  p.  157,  e  presso  il  Barruel, /L»»^/^. 
tom. Ili,  p.  367,  col  quale  le  comu- 
nicava ad  alcuni  di  que'  vescovi 
che  lo  consultavano  sulla  condotta 
che  dovevano  tenere,  per  riguardo 
a'  battesimi  ,  a'  matrimoni  ed  alle 
sepolture  de'  fedeli  ,  le  quali  fun- 
zioni erano  costretti  dall'assemblea 
medesima  a  farsi  dai  pairochi  in- 
trusi. Nel  concistoro  poi  de  '26  set- 
tembre i''9i  ,  il  Papa  degradò  e 
depose  dal  cardinalato  il  suddetto 
de  Brienne. 

Dalla  nuova  assemblea  naziona- 
le legislativa  i  germi  delle  fazioni 
pullulavano  ognor  piìi  rigogliosi,  e 
preparavano  lotte  sanguinose  del 
repubLlicanisino  co'  partigiani  della 
costituzione.   La  real  corte  entrata 


FRA 

in  difTidenza,  lungi  dal  sostenere   i 
costituzionali     moderati,    favori    la 
nomina     del     girondisla    Petion     a 
maire    di    Parigi  j    ma    il  re     titu- 
bando   sempre    nel     vario   cangia- 
mento del  suo   ministero,  prestossi 
ad  intimare  alle  potenze    estere    il 
disciogliniento  degli  eserciti   che    si 
riunivano  ai  confini  francesi,  e  non 
contento  AeW  uldinatiini  comunica- 
to dal  gabinetto  austriaco,  si   recò 
nella  seduta  de'  20  aprile    1792    a 
pioporie   la    guerra    contro    Fran- 
cesco  li  succedalo  allora  a  Leopol- 
do II  nel  regno  d'  Ungheria    e  di 
Boemia.  La  proposizione    fu  accol- 
ta  con  gioia   dall'assemblea  ,    e    ne 
risuonò   il  grido  per  tutta  la  Fran- 
cia.  Si   tentò  il    20   giugno   la  nuo- 
va   insurrezione  :     questa    giornata 
anniversaria  delle   rivoluzioni  prese 
dall'assemblea  costituente  nella  sala 
del  giuoco  della    palla,  ne    sommi- 
nistrò il  prelesto  colla  celebrazione 
di   una   festa   civica,  in  cui    vedevasi 
erigere  l'albero  della  libertà.  Un'or- 
da  armata  di  ottomila   popolani    si 
presentò  all'assemblea,    lamentando 
l'inazione  delle  armate,    ed  accu- 
sando  il   re  di  connivenza.  Condot- 
ta da    San  terre,  e  dal  marchese  di 
Saint-Horugues  investì  il  domicilio 
reale,  e  fece  temere  i  più  terribili 
eccessi  ;   ma  la  fermezza    del    re,  e 
la    fiducia    con    cui    presentossi    in 
mezzo  a  loro,    la    popolarità   fami- 
gliare che  dimostrò    a'  cittadini,    e 
l'ariinga  di   Pelion  accorso    al    tu- 
multo, giunsero  a  dissipare  l'altnip- 
paraenlo.    Tuttavolta    il    manifesto 
impetuoso  del  duca  di    Brunswick, 
e  i'avanzamento  delle  truppe  prus- 
siane nel   territorio  francese  esalta- 
rono   maggiormente    gli    spiriti  ,   e 
liei   di    10   agosto   si   consumò    l'in- 
surrezione  democratica  di  ventimila 
arnìati,  cli'cransi  proposti  l' ussassi- 


FRA 


89 


nio   del   re  e   di   tutta   la  sua  fami- 
glia,   tranne   i   fratelli    ch'eransi   ri- 
fugiati altrove,  che  cagionò  il  mas- 
sacro degli  svizzeri,  la   convocazio- 
ne   d'una    Coìivciìzione    nazionale^ 
cui     alcuni    chiamarono     adunanza 
di   furie  d'inferno,    la   destituzione 
de'  ministri,  la  sospensione    del    re 
trasportato  alla   Ione  del    Tempio, 
e  distrusse  col  trono   costituzionale 
ogni  sociale  guarentigia.   La   regina 
Maria    Antonietta,   i   suoi  figli    Ma- 
ria Teresa  Carlotta,  e  Luigi    Car- 
lo  delfino  duca  di  IVormaudia,  non 
che  Elisabetta  sorella  del    re    divi- 
devano la    prigionia    del   monarca, 
e  ne  aumentavano    l' amarezza  coi 
loro    patimenti.    Tutti     i     sagrifizi 
pubblici  o  personali  cui  Luigi  XVI 
fatti    aveva    al  suo    amore    per  la 
pace,  tutte  le  concessioni  estorte  al- 
la sua   debolezza,  non  avevano  ser- 
vilo che  per  eccitare   la  rabbia  dei 
faziosi,  e  per  accrescere  la  loro  au- 
dacia.    Intanto    Luigi     XVI    beisa- 
glio  di   tutte  le  piìi  inaudite  inde- 
gnità,  insulti  e   bassezze,  tranquillo 
in   mezzo  a  tanti   pericoli,  ed  inac- 
cessibile a  tanti  oltraggi,  opponeva 
a'   suoi    fieri    persecutori    la     tran- 
quillità   dell'  anima    sua,  ed   il   co- 
raggio che  gl'ispirava    la    sua   tede 
religiosa.  L' Eurcjpa   frattanto    inu- 
tilmente avvertita,  gelosa  o  distrat- 
ta, lasciato   avea  consumare  il  gia- 
ve  scandalo,   che   le   preparava    più 
tardi   crudeli   umiliazioni:  costretta 
alla    guerra  armato   aveva,  ma  de- 
bolmente e  senza   accordo. 

La  Fayetle  ch'arasi  accinto  a 
sostenere  il  sistenia  della  monar- 
chia temperata,  dovette  abbando- 
nare a  sé  stessa  una  nazione  eb- 
bra de'  suoi  successi ,  anteponendo 
il  proprio  sacrifizio  alla  civile  re- 
sistenza. La  sanzione  de'  decreti 
contro  il  clero,  e  contro    gli    cmi- 


go  T'KA 

grati  fino  allora  impedita  dal  regio 
i'cto,  la  dislruzioiie  degli  emblemi 
della  Luoiiarcliia,  l'abolizione  della 
nobiltà  ftiiono  i  primi  passi ,  che 
succedellero  la  nuova  rivoluzione. 
1  terroiisli  piofiltarono  delle  noti- 
zie allarmanti  ,  che  venivano  dal 
campo  prussiano,  per  armare  i  cit- 
tadini sotto  il  pretesto  della  comu- 
i)e  difesa,  meditando  frattanto  i 
più  atroci  massacri,  dopo  il  grido 
della  occupazione  di  Longwy  e  di 
Verdun  ,  mandati  li  2  settembre 
ad  effetto.  Una  compagnia  di  tre- 
cento sicari  pagati  dalla  comune 
eseguirono  per  tre  giorni  continui 
l'orrenda  strage  di  tutti  i  prigio- 
nieri racchiusi  nelle  prigioni  del 
Carmine ,  ove  furono  massacrati 
tre  vescovi,  e  cento  quaranta  pre- 
ti, dell'  Abbadia,  della  Concergie- 
rie,  della  Forza.  Intanto  l'armata 
di  Dumouriez  ai  confini  rinforzata 
dai  generali  Kellerman  e  Beur- 
nonville  sommava  già  a  sessanta- 
mila uomini,  e  nella  battaglia  di 
Valmy,  sebbene  insignificante,  l'en- 
tusiasmo nazionale  impose  ai  prus- 
siani, e  li  decise  alla  ritirata,  men- 
tre Gustine  invadeva  gli  elettorati 
ecclesiastici  dell'  impero,  Montes- 
quieu la  Savoia  ,  ed  Anselmo  la 
contea  di  iS'izza.  Dopo  alcuni  ten- 
tativi, fortunati  dapprima,  e  presto 
impediti  da  brighe  di  cui  non  si 
penetrò  mai  l'essenza  ed  i  mezzi , 
l'esercito  collegato  ritirossi  dal  ter- 
ritorio francese,  dove  la  sua  ap- 
parizione altro  non  aveva  fatto  che 
aumentare  il  furore  de'  suoi  nemi- 
ci, ed  aggravare  la  condizione  del 
le  e  le  disgrazie  della  Francia.  Da 
tale  momento  Luigi  XVI  fu  per- 
duto, né  altra  corona  dovè  atten- 
dere che  quella  del  martirio.  I  fa- 
ziosi tenevano  che  nulla  si  fosse 
operato  finché  non  avessero  dichia- 


FilA 
rato  il  re  soggetto  alla  giustizia  de! 
popolo  sovrano,  né  avessero  olferto 
r  illustre  vittima  in  olocausto  alla 
nuova  divinità  della  repubblica  che 
andavano  preparando.  Luigi  XVI 
si  era  tolto  il  mezzo  di  vivere  da 
re  ;  volle  morire  da  santo,  né  più 
potendo  cosa  alcuna  per  la  Fran- 
cia, le  lasciò  grandi  esempi  reli- 
giosi. 

Sempre  più  era  convinto  Pio 
VI,  che  la  religione  cattolica  nel- 
l'attuale rivoluzione  della  Francia 
andava  a  gran  passi  a  mancare,  e 
che  tutto  era  in  essa  diretto  a  que- 
sto fine  ,  coir  estinzione  totale  di 
ogni  culto  e  di  ogni  suo  ministro. 
A  tutti  era  già  manifesto,  che  l'e- 
secrando piano  dell'irreligioso  Di- 
derot, il  quale  molto  prima  altro 
non  desiderava  di  vedere,  com'egli 
spesso  diceva,  che  l'ulttnio  de'  suoi 
re  strangolalo  cogli  intestini  del- 
l' ultinio  de  suoi  preti,  passato  fos- 
se dal  cuore  di  quest'  infame  let- 
terato, in  quello  di  Gondorcet,  di 
Manuel,  di  Massimiliano  Robespier- 
re, e  di  Paris,  e  di  tutti  i  com- 
ponenti la  grandadunanza  de'  mae- 
stri rivoluzionari,  come  si  esprime 
r  ex-gesuita  Fantin  des  Odoards 
neir  imparziale  sua  Storia  della 
rivoluzione  francese,  che  in  più  vo- 
lumi fu  stampata  per  ordine  del 
governo  consolare  di  Francia,  ad 
uso  delle  pubbliche  scuole  di  Fran- 
cia ;  ond'altro  da  loro  non  si  po- 
teva aspettare,  che  l' infelice  rove- 
sciamento della  disciplina  e  del 
domma.  In  fatti  con  un  solo  de- 
creto dell'assemblea  legislativa  lestò 
distrutta  l'opera  di  tanti  secoli, 
cioè  tutti  gli  ordini  religiosi,  tutte 
le  congregazioni  morali ,  tutte  le 
confraternite,  e  quasi  ogni  memo- 
ria di  religione  cattolica ,  facendo 
sopra   tutti  gli    ecclesiastici    che    la 


FRA 

sostenevano,  una  carneficina  si  cru- 
dele, che  la  niauu  s'inorridisce  al 
solo  accennarla,  onde  per  la  storia 
degli  orrendi  massacri  del  clero 
francese,  si  vegga  il  fiancese  I3ar- 
luel  che  ne  compilò  la  storia  con 
ecclesiastica  libertà,  nel  tempo  che 
dimorava  nell'Inghilterra,  dove  si 
era  ritirato,  per  non  restar  vittima 
anch'esso  di  questa  fiera  persecu- 
zione. Il  fanatismo,  l'irreligione, 
J'empietàj  la  barbarie  più  inaudi- 
ta e  crudele,  furono  capaci  di  sov- 
vertire in  pochi  momenti  que' cuo- 
ri, che  prima  si  decantavano  per 
saggio  della  gentilezza,  dell'umani- 
tà, della  dolcezza,  e  della  ge^iero- 
sità ,  di  cui  l'anteriore  storia  ne 
presenta  gli  esempli.  Eppure  a  me- 
moria dell'età  futura  bisogna  qui 
darne  qualche  idea  irrefragabile , 
lasciataci  da  uno  spassionato  fran- 
cese. Il  Montjoie  nella  sua  His Coi- 
re de  la  conjuration  de  Maxiini- 
lien  Robespierre,  Paris  1801,  nel 
tom.  IJ,  pag.  64,  parlando  dell'in- 
fame massacro  delle  vittime  della 
rivoluzione  di  Francia,  dice  che  i 
calcoli  più  moderati  fanno  monta- 
re a  trecento  il  numero  delle  te- 
ste, che  ne'  soli  sei  ultimi  mesi  del- 
la tirannia  di  Piobespierre  cadeva- 
no giornalmente,  onde  in  detti  sei 
mesi  cinquantaquattro  mila  infelici 
perirono  sotto  la  guillottina.  Si  va- 
lutano a  centomila  il  numero  dei 
francesi,  che  in  alcuni  mesi  furo- 
no massacrati  ne'  dipartimenti  del 
mezzogiorno,  a  duecentomila  quelli 
che  nello  stesso  tempo  furono  guil- 
lottinali  nel  Lionese  e  nel  Forez. 
Il  solo  sanguinario  Carrier,  satellite 
furioso  dell'  inumano  Robespierre, 
fece  dare  la  morte  a  quarantamila 
de'  suoi  concittadini.  In  qual  secolo 
della  barbarie,  soggiunge  il  pre- 
detto scrittore  francese,  e  sotto  qual 


FRA  91 

tiranno,  vi  fu  un  esempio  di  cos\ 
spaventosa  carneficina  ? 

Or  Pio  VI  in  questa  dolorosa 
catastrofe,  in  cui  la  principal  mira 
del  governo  francese  d'allora,  era 
la  totale  distruzione  dell'antica  loro 
religione,  spedi  un  breve  de'  ic) 
marzo  (presso  l'Hulot  p.  i8g)  al 
clero  e  popolo  francese  ,  in  cui 
trionfa  non  meno  il  suo  zelo,  che 
la  ragione,  appoggiata  e  convalidata 
con  sagra  erudizione  della  più  anti- 
ca inconcussa  ecclesiastica  discipli- 
na. Dopo  avere  ammirata  la  loro 
costanza ,  ed  il  coraggio  con  cui 
avevano  resistito  alle  atroci  irre- 
ligiose minacce  dello  slesso  gover- 
no, il  Papa  li  esortava  vivamen- 
te alla  perseveranza,  e  a  richiamar 
col  loro  cristiano  esempio  al  retto 
sentiero  quelli  che  da  esso  avesse- 
ro .  traviato ,  e  seco  loro  si  ralle- 
grava per  le  molte  ritrattazioni 
dal  loro  zelo  acquistate  da  infi- 
nite persone,  le  quali  per  la  spe- 
l'anza  di  caduchi  beni,  e  per  ti- 
mor de'pericoli,  erano  cadute  nello 
scisma,  onde  Pio  VI  protestava  di 
riammettere  colla  maggior  dolcez- 
za alla  comunione  della  Chiesa 
quelli  lutti,  che  dato  avessero  sicu- 
re prove  del  loro  ravvedimento,  e 
però  richiamava  nuovamente  a'ioro 
doveri,  nel  termine  di  due  mesi, 
tutti  que'vescovi  e  preti  che  trop- 
po deboli  si  erano  dimostrali  nel 
sottomettersi  alla  nuova  Costìluzio- 
ne  civile  del  clero,  dall'  assemblea 
prescritta,  dopo  i  quali  due  mesi,  e 
dopo  un  termine  simile  di  moni- 
torio, egli  sottoponeva  tutti  gli  osti- 
nali alla  scomunica  da'sagii  cano- 
ni fulminata  non  meno  contro  gli 
eretici,  che  contro  i  fautori  anco- 
ra dello  scisma. 

Quindi  sollecitato  il  santo  Padre 
dai  vescovi  francesi,  con  lettera  dei 


02  FRA 

i6  dicembre  i  791,  ad  accordar  lo- 
ro ìli  circostanze  lauto  infelici,  piti 
yinple  e  più  estese  facoltà  del  con- 
sueto j  egli  con  altro  breve  del 
giorno  predetto  19  marzo  (presso 
J'IInlot  p.  2o5)  gliene  concesse  in 
gran  numero,  e  con  alcune  con- 
dizioni, che  il  medesimo  Hulot  ri- 
porta a  pag.  207.  Una  così  stiaor- 
dinaria  condiscendenza  di  Pio  VI, 
ili  cui  nella  stoiia  ecclesiastica  si 
trovano  rari  e.»empi,  non  soddisfe- 
ce pienamente  le  richieste  di  quei 
juelati,  giacché  domandando  essi 
l'ia  le  altre  facoltà,  ancor  quella 
di  assolvere  gli  ecclesiaslici  intrusi, 
e  credendo  che  il  Papa  di  questa 
8i  fosse  dimenticato,  gliene  replica- 
rono la  richiesta.  Egli  adunque  in- 
dirizzò ad  essi  un  altro  bieve  dei 
i3  giugno  (presso  l'Hulot  p.  222), 
nel  quale  li  avvisava  di  non  esser- 
si punto  scordalo,  ma  che  non  l'a- 
veva fra  le  altre  facoltà  inclusa , 
perchè  questa  ad  esempio  di  quan- 
to era  stato  praticato  in  diversi 
concili  della  Chiesa,  doveva  essere 
iissolulamente  riseibata  all'  auto- 
rità pontificia.  Ciò  non  ostante,  do- 
po aver  riportalo  nel  suo  breve 
alcuni  lumiiiusi  esempi  dell'  antica 
Chiesa  ,  unifurmaiidosi  al  conci- 
lio Alessandrino,  presso  il  Labbé 
Conci!,  toni.  IH,  col.  343,  accordò 
loro  la  facoltà  di  assolvere  i  sacer- 
doti intrusi  e  .scismatici  del  secon- 
do ordine,  purché  avessero  prima 
abiuralo  il  giuramento  civico,  e 
tutti  gli  errori  contenuti  nella  nuo- 
va costituzione  civile  del  clero,  a- 
vessero  giurata  obbedienza  alla  san- 
ta Sede,  ed  a' vescovi  legittimi,  ri- 
nunziato alle  parrocchie  usurpate,  ed 
eseguito  tuttociò  in  pubblico,  per 
riparar  lo  scandalo  da  loro  dato  ai 
fedeli.  Riguardo  poi  a'vescovi  intru- 
si,   Q   consagrauti    gì'  intrusi,  come 


FRA 

capi  dello  scisma  di  quella  nazione, 
ne  liserbò  Pio  VI  a  sé  solo,  o  suoi 
successori   l'autorità  di  assolverli. 

JNello  slesso  breve  il  Pontefice 
palesava  la  sua  afflizione  per  l'o- 
stinazione de'  quattro  antichi  ve- 
scovi nel  partito  che  avevano  prc' 
80  obbrobrioso  di  unirsi  alle  mire 
dell'  assemblea  nazionale  ,  e  per 
l'insolen/a  di  quelli,  che  intitolan- 
dosi vescovi  costituzionali  ,  sem- 
bravano darsi  loro  stessi  un  nome 
di  partito,  contrario  alla  Sede  apo- 
stolica ,  che  parlavano  per  deri- 
zione  della  loro  comunione  colla 
santa  Sede  medesima,  e  declama- 
vano contro  il  Papa,  che  li  esorta- 
va a  ravvedersi ,  ed  a  soddisfa- 
re pienamente  la  Chiesa.  In  fine 
condannava  i  loro  scritti  e  fra  gli 
altri  V Accora  des  vrais  principes 
de  VEglìse,  de  la  morale,  et  de  la 
raison,  sur  la  constitution  civile  du 
clergé  ,  par  le.s  évécjues  des  de- 
partemens,  mernbres  de  V  assem- 
blée conslìluante  j  nel  quale  die- 
ciotto di  questi  vescovi,  con  l'intru- 
so vescovo  di  Parigi  monsignor 
Gobel  alla  testa,  procuravano  di 
rispondere  all'  Exposiùon  de'tren- 
taquattro  vescovi;  ma  null'altro  fa- 
cevano, che  radunare  con  manife- 
sta ostinazione  i  sentimenti  erronei, 
scismatici  ed  eretici,  da  lungo  tem- 
po prima  confutati  e  proscritti. 
Sulla  scrittura /^ccor<i  ec. ,  veggasi 
Jaiiffret,  lìlemoires,  tom.  II,  p.  376, 
e  Darruel  che  la  confuta  con  una 
lunga  lettera  all'intruso  Gobel,  ch'e- 
ia uno  de'  dieciotto  sottoscritti  ; 
nonché  l'opera  intitolata:  Causa 
de:" vescovi  costituzionali  della  Fran- 
cia in  risposta  al  libro  intitolalo: 
Accordo  dei  veri  principii  della 
Chiesa,  1795. 

Or    siccome    gì'  intrusi    avevano 
fallo  girare  un  finto  breve   di  Pio 


VI,  colla  falsa  data  di  Roma  de'i 
aprile,  nel  quale  veniva  questo  Pon- 
tefice a  dichiarar  falsi  tutti  i  pre- 
cedenti suoi  brevi  ,  ad  approvare 
la  Cosdtuzionc  civile  del  clero  , 
ed  insieme  ad  esortare  i  popoli  a 
sottomettersi  a'  vescovi  ed  ai  par- 
rochi  costituzionali,  così  il  Ponte- 
fice nel  predetto  breve  de' 1 3  giu- 
gno avvisò  i  mentovati  vescovi  di 
non  lasciarsi  sedurre  da  un  s\  sfac- 
ciato inganno  del  fìnto  breve,  che 
egli  condannava  ,  avvertendo  nello 
stesso  tempo,  che  gli  audaci  fab- 
bricatori del  falsificato  breve,  non 
pensando  a  poter  essere  facilmente 
scoperti  nella  loro  sciocca  menzo- 
gna, senza  prevedere  i'  errore  che 
li  tradiva,  lo  pubblicarono  dato  in 
Roma  presso  a  s<  Maria  Maggiore 
a'2  aprile  1792;  quando  appunto 
Pio  VI  in  quel  tempo,  non  in  s. 
Maria  Maggiore  cioè  nel  palazzo 
Quirinale,  ma  bensì  a  s.  Pietro 
in  Vaticano  faceva  la  sua  residen- 
za, dalla  quale  avrebbe  segnato  quei 
breve,  se  fosse  sfato  suo,  com'è  l'u- 
so costante  de'Pontefici  da  più  se- 
coli a  questa  parte.  E  chi  nei  se- 
coli avvenire  non  avrebbe  dato  fe- 
de a  questa  scelleratezza,  se  non  la 
trovasse  contestata  da  questo  breve, 
ma  dalla  sola  storia  con  artifizio- 
so  dolo  registrata  ? 

Ricorsero  pertanto  i  vescovi  co- 
stituzionari ad  un  altro  de'suoi  ver- 
gognosi raggiri,  cioè  di  protestare, 
che  se  il  Papa  li  aveva  condanna- 
ti, questa  condanna  non  poteva  a- 
ver  forza  alcuna,  se  non  era  rati- 
ficata per  la  Chiesa,  e  che  questa 
non  aveva  a  tal  proposito  pronun- 
zialo cosa  alcuna.  Ma  fu  anche  tol- 
to loro  questa  risorsa.  Si  raccolse- 
ro i  nomi  de' vescovi,  che  si  erano 
uniti  al  giudizio  di  Pio  VI,  e  se 
ne  pubblicò  la  lista,    in    una  difesa 


FRA.  \)% 

de'brevi  di  questo  Pontefice  contro 
lo  scritto  di  un  religioso  tedesco,  nel- 
la quale  si  contavano  oltre  a  cento- 
ventotto  vescovi  della  Francia  ch<; 
avevano  ricusato  aderire  al  nuovo 
ordine  di  cose,  ventiquattro  cardi- 
nali, cinquanta  vescovi  dello  stato 
pontificio,  tredici  di  diversi  luoghi 
dell'  Italia,  dieci  della  Germania  ^ 
nove  de'  paesi  vicini,  quattro  della 
Savoia,  quattro  del  contado  d'Avi- 
gnone, sette  della  Spagna,  quattro 
vicari  apostolici  nell'Olanda  e  nel- 
l'Inghilterra ;  r  arcivescovo  di  Du- 
blino, quello  della  Piata  in  Ame- 
rica, due  vescovi  della  China,  e  sei 
in  parlibus,  in  tutto  duecento  ses- 
sanlatre  prelati,  ai  quali  si  potreb- 
bero aggiugnere  ancora  alcuni  ve- 
scovi dell'Irlanda,  ed  altri  vicari  a- 
postolici   della  Scozia. 

In  questo  modo  i  primi  pastori 
si  uniscono  al  loro  capo.  Il  corpo 
episcopale  aderisce  alla  decisione  del 
Vicario  di  Gesù  Cristo,  ed  il  giu- 
dizio della  santa  Sede  diviene  quel- 
lo di  tutta  la  Chiesa.  Una  siffatta 
autorità  decide  interamente  la  que- 
stione de'  vescovi  costituzionali,  e 
non  permette  più  il  minor  dubbio 
a' fedeli,  istruiti  dell'ordine  stabili- 
to nella  Chiesa,  e  del  potere  dei 
primi  pastori  sulle  cose  della  fede: 
su  questo  punto  veggasi  il  Jauffret, 
Memoires  tom.  II,  p.  385.  Sembra 
adunque,  che  con  decisione  sì  chia- 
ra si  potesse  dire  con  s.  Agostino, 
serm.  1  de  verb.  Aposlolor.  »  Jam 
>'  enim  hoc  de  causa  duo  concilia 
»  missa  sunt  ad  Sedem  apostoli- 
«  cam  ;  inde  etiara  rescripta  vene- 
»  runt;  causa  finita  est;  error  u- 
"  tinam  aliquando  fìniatur  ".  La 
Francia  ha  sentita  la  voce  de'suoi 
pastori,  la  Sede  apostolica  è  stata 
consultata,  ed  ha  giudicato,  la  cau- 
sa  è  terminata;  potessero  i  france- 


9  i  F  R  A 

si  veder  cos'i  (lui lo  l'errore!  Eppu- 
re questo  in  v«;ce  ili  terminare  cre- 
sceva sempre  piìi.  K  nolo  come  l'in- 
truso Gobei  in  comp;ii;;ni;i  di  altri 
pieti  e  del  cappuccino  (Jiabof,  com- 
parirono a' 7  novendjre  1793  di- 
nanzi alla  convenzione  nazionale, 
abiurando  solennemente  il  cristiane- 
simo e  il  suo  sacerdozio,  dichia- 
randosi atei.  In  quel  giorno  la  con- 
venzione emanò  il  decreto  col  qua- 
le ordinò  che  si  sostituisse  un  cul- 
to ragione\'ole  al  cullo  cattolico. 
Seguirono  allora  le  ributtanti  pro- 
cessioni di  Hehort,  (^haumette  e  lo- 
ro compagni  mascherati  cogli  abiti 
sacerdotali,  portando  in  trionfo  per 
nuova  divinità  una  famosa  danza- 
trice di  teatro  avviluppata  in  un 
velo,  la  quale  fu  condotta  dalla  sa- 
la della  convenzione  nella  chiesa 
metropolitana  di  Parigi,  e  colà  sa- 
lutata quale  Dea  della  ragione.:  l'e- 
sempio dato  in  Parigi  fu  imitalo 
in  molti  luoghi  della  Francia.  In- 
oltre in  Parigi  per  maggior  di- 
leggio fecesi  percorrere  le  vie  un 
giumento  vestito  degli  ornamenti 
sacerdotali,  accompagnato  da  un 
carnefice  armato   di   flagello. 

Ma  prima  di  uscire  da  questo 
punto  de'  vescovi  costituzionali  gùi- 
"verà  qui  l'osservare,  che  anche  in 
questi  si  ravvisò  il  frutto  della 
predetta  decisione  della  Chiesa,  e 
de'suoi  pastori.  Tre  aimi  dopo  que- 
sta, cioè  nel  1795,  piìi  della  metà 
delle  sedie,  che  potevano  riguardar- 
si siccome  occupate  dai  vescovi  co- 
stituzionali ,  erano  vacanti.  Molti  e- 
rano  morti;  altri  fuggendo  il  terrore 
di  Robespierre  (il  quale  colle  mani 
fumanti  di  sangue  proclamò  la  fe- 
sta deW Essere  supremo,  e  sé  stesso 
sacerdote  di  tal  divinità)  avevano 
rinunziato  alle  loro  funzioni  ;  altri 
avevano   abiurato    il   loro  stato,  ed 


FRA 
altri  si  erano  ammogliali  ;  onde 
circa  quaranta  di  questi  falsi  ve- 
scovi si  trovavano  in  qualcuna  di 
di  queste  classi.  Ma  ciò  che  piìi 
interessa  al  nostro  proposito,  mol- 
ti altri  ritornarono  all'unione  del- 
la Chiesa;  fra  questi  Fauchet,  detto 
vescovo  di  Calvados,  famoso  per 
l'ardore  del  suo  patriottismo  rivo- 
luzionario ,  e  per  la  stravaganza 
de'suoi  discorsi,  nella  sua  prigione 
altamente  protestò  nel  1793  il  pen- 
timento delle  sue  mozioni  civiche, 
del  suo  giuramento,  della  sua  in- 
trusione al  vescovato,  e  degli  altri 
suoi  misfatti  .  Lamourette,  detto 
vescovo  di  Rhone  e  Loire,  giusti- 
ziato alcuni  mesi  dopo  Fauchet, 
aveva  sottoscritto  a'7  gennaio  1794 
una  dichiarazione,  dove  si  confes- 
sava colpevole,  per  aver  ricevuto 
la  consagrazione  episcopale,  occu- 
pato una  sede  che  non  era  vacan- 
te, e  disprezzato  le  leggi  della  di- 
sciplina, e  r  autorità  della  santa 
Sede.  Egli  stesso  dopo  la  sentenza 
della  sua  condanna,  data  dal  tri- 
bunale rivoluzionario,  confessò  pub- 
blicamente di  essere  stato  l'autore 
dc'discorsi,  che  Mirabeau  avea  fat- 
to sulle  materie  ecclesiastiche,  on- 
de riguardava  il  suo  supplizio  co- 
me un  giusto  castigo  di   Dio. 

Nella  stessa  maniera,  Gobel,  detto 
vescovo  del  dipartimento  di  Parigi, 
mostrò  gli  stessi  sentimenti  nella 
sua  prigione,  dove  non  potendosi 
confessare  a  monsignor  Lathringer, 
suo  vicario  vescovile ,  gli  .scrisse 
dalla  carcere,  inviandogli  la  sua  con- 
fessione, domandandogli  perdono  di 
averlo  indotto  all'  errore,  e  pregan- 
dolo di  trovarsi  nel  suo  passaggio 
al  supplizio,  per  dargli  l'assoluzione. 
Per  prova  del  suo  ravvedimento  e- 
gli  nella  stia  lettera  si  sottoscriveva 
semplicemente    vescovo    di    Lidda, 


FRA 

titolo  legittimo,  che  aveva  prima 
di  essere  intruso  nel  vescovato  di 
Parigi.  Paniset,  detto  vescovo  di 
Monte  Bianco  nella  Savoia,  dopo 
aver  lungamente  lottato  contro  la 
grazia,  che  lo  richiamava  al  pen- 
timento, ai  l'i.  febbraio  1796  fir- 
mò la  ritrattazione  de'  suoi  scritti 
e  del  suo  scisma,  conformandosi  in 
tutto  ai  giudizii  della  santa  Sede 
sulla  (Jostiluzione  civile  del  clero, 
ed  inviò  questi  atti  a  Pio  VI,  il 
quale  con  un  amorevolissimo  cuo- 
re lo  felicitò  del  suo  ritorno  alla 
unità  della  Chiesa.  La  stessa  ritrat- 
tazione fecero  Roux,  detto  vescovo 
delle  Bocche  del  Reno  ;  Charriei-, 
detto  vescovo  della  Senna  inferiore; 
Montani,  detto  vescovo  di  Vienna; 
ed  altri,  come  abbiamo  da  JaufFret, 
Memoires  tom.  II,  p.  4?^  ^  seg. 
Tal  fu  la  fine  de' vescovi  costitu- 
zionali, compensati  con  orrido  sup- 
plizio da  que'  medesimi  capi  del 
governo  rivoluzionario,  al  quale  es- 
si avevano  prestato  i  loro  rei  talen- 
ti, e  le  loro  fatiche  nelle  perlìde 
massime  che  progettavano  per  la 
rovina  delia  religione,  premiandoli 
allora  cogli  immaginari  vescovati^ 
e  poi  colla  morte  obbrobriosa,  giac- 
ché da  simili  rappresentanti  non 
si  potevano  aspettar  altro  che  la 
perfidia  per  compenso,  e  per  gui- 
derdone la  crudeltà. 

A  tutti  essendo  nota  la  gene- 
rosità di  Pio  VI,  e  perciò  fuggen- 
do dalla  cominciata  barbara  per- 
secuzione tutti  i  francesi,  che  vo- 
levano conservare  la  religione  an- 
tica, e  principalmente  gli  ecclesia- 
stici non  giurati,  i  quali  altro  in 
Francia  non  potevano  allora  incon- 
trare fuor  della  morte,  a  cui  era- 
no ricercati  questi  in  gran  numero, 
e  molti  ancora  di  quelli  che  in  al- 
tri stati  si  erano  rifugiati;  si  ritira- 


FRA  95 

vano  nello  stato  pontifìcio,  siciui 
di  miglior  fortuna.  Allettati  veni- 
vano essi  da  un  breve  del  santo 
Padre  de'  24  ottobre,  presso  l'Hu- 
lot  pag.  2  35,  diretto  a  lutti  i 
vescovi  del  suo  dominio,  per  ani- 
mare il  loro  zelo  verso  quei  pre- 
ti francesi,  che  la  persecuzione  del 
loro  paese  faceva  passare  nelle  lo- 
ro diocesi.  Con  eguale  impegno  rac- 
comandò Pio  Vi  gl'infelici  emigra- 
ti francesi  a  tutto  il  clero  secolare 
e  regolare,  e  a  tutti  i  vescovi  della 
Germania,  con  un  breve  de'  2 1 
novembre,  egualmente  riportato 
dall'Hulot  a  p.  sSy,  col  quale  pro- 
curava di  destare  in  essi  l'antica 
ospitalità  a  cui  i  santi  padri  han- 
no sempre  esortato  i  vescovi  e  gli 
ecclesiastici  d'ogni  classe:  in  questo 
stesso  breve  Pio  VI  lodò  la  nazio- 
ne inglese,  e  Giorgio  111  per  la 
generosa  pietà  con  cui  accolsero  gli 
esuli  francesi. 

Per  dare  il  Pontefice  a  tutti  l'esem- 
pio dell'ospitalità  generosa  che  agli 
altri  raccomandava  in  favore  dei 
francesi,  egli  stesso  assegnò  del  suo 
proprio  erario  son)me  considerabili 
pel  loro  mantenimento,  distribuendo 
in  oltre  questi  infelici,  sotto  la  cura 
di  Gio.  Francesco  Falzacappa  poi 
cardinale,  in  diversi  conventi  dei 
regolari,  a  convivere  in  proporzio- 
nato numero,  la  qual  cosa  si  fece 
ancora  nel  restante  dello  stato  pon- 
tificio; onde  questa  pia  accoglienza 
di  Pio  VI  fu  riconosciuta  con  gra- 
titudine da  uno  dei  beneficati  con 
una  lettera  da  tutti  gli  altri  com- 
pagni ratificata.  È  qui  da  notarsi, 
che  circa  sei  mila  di  questi  emi- 
grati per  causa  di  religione,  furo- 
no accolti  e  mantenuti  per  diversi 
anni  negli  stati  del  Papa,  con  quel- 
la sufìicienza  di  vitto  e  vestiario, 
che  le  gravi  angustie  di  que'  tempi 


tì6  .FRA 

hanno  permesso  :  sicché  a  raggua- 
gliare soli  cento  scucii  annui  a 
testa,  Io  «tato  pontificio  ha  volen- 
tieri sofferto  un  peso  di  seicenlo- 
uiila  scudi  annui.  Eppure  dalla 
Francia  non  veniva  piii  un  sol- 
do in  Roma  per  causa  di  sussi- 
dio religioso  dovuto  al  capo  del- 
la religione.  Quando  poi  negli  anni 
seguenti  il  numero  di  questi  esuli 
crebbe  all'eccesso,  Pio  VI  fu  costret- 
to ad  invitar  tutti  i  luoghi  pii  per 
soccorrerli,  onde  sollevar  la  came- 
ra apostolica  da  tanto  dispendio, 
per  non  lasciarli  privi  di  quella 
carità,  che  loro  usava,  la  quale  si 
ifide  autenticala  nelle  medaglie  in 
oro  ed  argento,  coniate  nel  I7q5, 
e  distribuite  secondo  il  solito  per 
s.  Pietro;  ove  si  vedeva  il  Papa  ri- 
cevere amorosamente  in  trono  ve- 
scovi, preti,  monache,  ed  altri  esu- 
li   del  clero    francese    colle  parole: 

CLERO      GALllAE      EXPULSO      HOSPITIUM 

ET  ALIMENTA  PRAESTiTA  ;  nel  rove- 
scio  eravi  l'effigie  dello  stesso  Pon- 
tefice, Ma  in  tanta  affluenza  di 
foiastieri  che  la  pietà  di  Pio  VI 
tirava  al  suo  stato,  da  un  paese  di- 
chiarato apertamente  nemico  suo, 
la  prudenza  volle  di  diramare  una 
circolare  a'vescovi,  j-iportata  dal- 
l'Hulot  a  pag.  I  Da ,  per  invigilar 
sugli  emigrati  francesi,  esigendo  la 
professione  di  fede,  e  di  giurare 
non  esser  seguaci  di  Giansenio.  Ed 
in  fatti  con  questa  vigilanza  Tespe- 
rienza  fece  conoscere  doversi  pren- 
dere severe  misure.  Que' francesi 
che  si  trovavano  rifugiati  a  Lore- 
to, tentarono  nei  primi  di  aprile 
forzare  le  porte  del  tesoro  della 
santa  Casa;  in  Bologna  si  tramò 
una  congiura  dagli  emigrali  fran- 
cesi e  loro  fautori;  in  Koma  stes- 
sa fu  arrestata  una  sedicente  pito- 
nessa  avignonese  in   abito    da  pel- 


legrina,  armata  di  aguzzo  sfile,  e 
munita  di  due  boccie  di  potente 
veleno;  alcuni  emissari  girovagava- 
no vestiti  simulatamente  da  veso- 
vi,  ed  in  via  Condotti  fu  arrestato 
un  complotto  di  giacobini  francesi, 
fi^alquali  eravi  tutta  la  corte  del- 
le zie  di  Luigi  XVf,  IMaria  Ade- 
laide Clotilde,  e  Vittoria,  che  sino 
dall'aprile  del  1791  eransi  rifu- 
giate in  Roma,  che  perciò  licen- 
ziarono sì  indegni  famigliari. 

Costituitasi  il  20  settembre  i79'2 
la  convenzione  nazionale,  che  tro- 
vò le  finanze  neh'  annientamenlo 
dopo  la  emissione  di  due  miliardi 
duecento  milioni  di  assegnati,  nel 
dì  seguente  tenne  la  prima  sessio- 
ne coH'abulire  la  regia  autorità  e 
proclamare  la  repubblica,  impren- 
dendo a  numerare  da  quel  punto 
la  nuova  era.  L'anno  si  compose 
di  dodici  mesi ,  ciascun  de'  quali 
divisi  in  tre  decadi,  ec,  nuovi  no- 
mi s' imposero  ai  mesi  ed  ai  gior- 
ni, incominciandosi  l'anno  repub- 
blicano a' 2  I  settembre,  come  me- 
glio si  è  detto  all'articolo  Era  del- 
la repubblica  francese  {^Fecli).  Lo 
spirito  di  fazione  dominò  le  succes- 
sive adunanze,  e  diede  luogo  alle 
pili  accanite  diatribe,  ma  sciagura- 
tamente per  la  Francia  i  Danton, 
i  Robespierre  ,  i  ìMarat  ed  altri 
mostri  ebbero  il  predominio,  e  si 
moltiplicarono  i  piii  atroci  delitti. 
Un  cupo  rumore  minacciava  i  gior- 
ni di  Luigi  XV  I,  le  accuse  contro 
il  detronizzato  monarca  si  succes- 
sei'O,  i  più  cavillosi  sofismi  si  po- 
sero in  campo  per  distruggere  la 
inviolabilità  personale  dalla  costi- 
tuzione del  1791  riconosciuta:  il 
re  fu  separato  da  suo  figlio,  quin- 
di aniihe  dalla  moglie,  dalla  figlia, 
e  dalla  sorella,  tristo  preludio  dil- 
la   baibara    sorte   che    l'attendeva. 


FRA 

Nel  tVi  i3  novembre  si  agitò  nel 
calore  de' partiti  il  suo  futiuo  de- 
stino, e  per  risparmiare  ai  turenti 
montagnardi  l'assassinio,  che  non 
t.i  facevano  ribrezzo  di  proclamare 
a  sangue  freddo  senza  forma  di 
procedura,  come  colpo  di  stato, 
dovettero  cedere  anche  i  più  mo- 
derati, dichiarando  che  Luigi  XVI 
sarebbe  giudicato  dalla  coiivenzio- 
ne ,  debole  salvaguardia  contro  le 
macchinazioni  de'canibali  del  re- 
gio sangue  assetati.  Fu  chiamato 
il  l'e  alla  sbarra ,  onde  udisse  la 
lettura  dell'atto  di  accusa  ,  e  vi 
fosse  interrogato  :  la  convenzione 
era  avida  di  tale  confessione  della 
sua  competenza  di  giudicale  un  re. 
Le  risposte  di  questi  furono  sem- 
plici, chiare,  precise,  tutte  verità 
e  dignitose;  e  se  fosse  stato  un 
particolare,  sarebbe  andato  assolto, 
ma  egli  era  re,  ed  il  popolo  sovrano 
giudicava  un  competitore.  L'infernale 
adunanza  volle  dare  alla  condanna 
una  forma  legale,  e  fare  della  giu- 
stizia una  esecrabile  belfa;  permise 
a  Luigi  XVI  di  farsi  assistere  da 
uu  difensore  ;  missione  pericolosa 
e  la  più  onorevole  ch'essere  potes- 
se conferita  a  de' sudditi,  e  cui  ac- 
cettarono con  gioia ,  Malesherbes, 
Desèze  e  Tronchet,  nomi  immor- 
tali, cui  la  storia  ha  già  associati 
al  più  memorabile  evento  de' tem- 
pi moderni.  La  loro  eloquenza  fu 
inutile.  Luigi  XVI  condannato  pri- 
ma di  essere  giudicato,  il  fu  con- 
tro ogni  forma  de' giudizi  crimina- 
li ;  la  sentenza  fatale  (u  pronunzia- 
ta il  di  17  gennaio  del  1793. 
Una  prima  decisione  quasi  unani- 
me lo  dichiarò  reo  di  cospirazione 
e  di  attentato  contro  la  sicurezza 
pubblica;  la  seconda  il  privò  del- 
l'appellazione al  popolo,  e  Ja  terza 
il  condannò  alla  pena  di  morte, 
voi.    XXVil. 


FRA  97 

con  la  maggiorità  di  cinque  voti. 
La  convenzione  era  allora  formata 
di  748  membri,  de' quali  mancarono 
dodici;  quindi  se  la  condanna  fu 
decisa  dalla  maggiorità  de'  votanti, 
noi  fu  dal  maggior  numero  dei 
membri  dell'adunanza,  ed  invano 
i  difensori  reclamarono  contro  la 
illegalità  di  tale  decisione.  Un  quar- 
to appello  nominale  sentenziò  la 
nullità  d'una  nuova  domanda  del- 
l'appellazione al  popolo  da  Luigi 
XVI  interposta,  ed  un  quinto  or- 
dinò r  esecuzione  della  condanna 
entro  le  ventiquattro  ore.  Rasse- 
gnato alla  sua  sorte  l'eroe  cristia- 
no, l'attese  colla  calma  e  serenità 
di  sua  coscienza. 

Il  buon  re  avea  giurato  a  Ma- 
lesherbes, colla  verità  d'un  uomo 
che  sta  per  comparire  alla  presen- 
za di  Dio,  che  in  tutto  il  corso  dei 
suo  regno  non  poteva  rinvenire 
argomento  del  più  leggero  rimpro- 
vero. Pieno  di  fiducia  nella  divina 
misericordia,  richiese  del  prete  En- 
rico-Esse.^ Edgeworth  de  Firmout 
vicario  generale  di  Parigi  e  diret- 
tore della  sorella  Elisabetta,  ed  uno 
di  quelli  che  non  avevano  prestato 
giuramento,  perciò  dal  re  scelto , 
dopo  l'intimazione  della  condanna 
a  morte.  Gli  ultimi  momenti  di 
Luigi  XVI  furono  i  più  gloriosi 
della  sua  vita,  pei  pensieri  geue^ 
rosi  e  per  le  pratiche  di  pietà; 
egli  stesso  partecipò  la  sua  con- 
danna alla  moglie  ed  ai  figli,  l'ul- 
tima volta  che  li  riabbracciò ,  nel 
giorno  precedente  il  suo  supplizio. 
Il  mio  cuore  rifugge  a  descrivere 
le  lagrimevoli  particolarità  che  pre- 
cedettero, accompagnarono  e  segui- 
rono r  infame  regicidio  :  tanta  emo- 
zione, pel  complesso  delle  circostan- 
ze e  la  qualità  del  personaggio  sa- 
grifitato,  forse  non  provai  giammai 
7 


q8  FRA 

neir  immenso  interminabile  cam- 
po della  storia,  benché  in  questa  di 
Francia  Giovanna  d'.\j;co  m' abbia 
commosso  grandemente  coll'immeri- 
tato  suo  fine.  Il  virtuoso  re  doman- 
dò ed  ottenne  di  ascoltare  la  mes- 
sa, e  di  essere  comunicato  dall'ab- 
bate Firmont  prima  di  uscire  dal- 
la prigione,  avendo  a  tale  effetto 
eretto  un  altare  nella  di  lui  ca- 
mera, Clery  suo  cameriere  fedele. 
Trasportalo  Luigi  X"VI  dalla  sua 
prigione  col  detto  suo  confessore 
Firmont,  alla  piazza  di  Luigi  XV, 
giunto  sul  ripiano  del  patibolo , 
pronunziò  distintamente  le  segnen- 
ti  parole.  "  Io  muoio  innocente 
»  di  tutti  i  delitti  che  mi  si  ap- 
«  pongono  ;  perdono  agli  autori 
»  della  mia  morte ,  e  prego  Dio 
>•  che  il  sangue  cui  siete  per  spar- 
»  gere  non  si  riversi  mai  sulla 
»  Francia  ".  Voleva  continuare , 
ma  Santerre  lo  impedì  col  battito 
di  circa  venti  tamburi,  i  carnefici 
trascinarono  lo  sfortunato  monarca 
sotto  l'ascia  che  con  un  sol  colpo 
cadere  gli  fece  la  testa ,  mentre 
l'ab.  Edgeworlh  de  Firmont  escla- 
mò :  »  Figlio  di  s.  Luigi  ascendete  al 
cielo"!  essendo  il  21  gennaio  1793, 
ed  il  re  nell'  età  di  trentotto  an- 
ni, dopo  averne  regnato  circa  die- 
cinove, lasciando  grandi  lezioni  pel 
mondo.  Il  suo  corpo  fu  traspor- 
tato nel  cimiterio  della  Maddalena, 
in  cui  i  manigoldi  il  copersero  di 
calce  viva,  perchè  non  ne  restasse 
nessuna  traccia;  nondimeno  per  le 
ricerche  fatte  nel  i8i4)  se  ne  scuo- 
prì  una  parte,  e  tali  reliquie  pre- 
ziose vennero  trasferite  solennemen- 
te in  s.  Dionigio  nel  2 1  gennaio 
1 8 1 5.  V.  Storia,  coììipiuta  della 
cattività  di  Luigi  XVI  e  della  fa- 
miglia reale,  Parigi  181 7.  Memo- 
rie  particolari    che  formano    con 


FRA 
l'opera  di  Hue^  e  col  giornale  di 
Clery  la  storia  compiuta  della  cat- 
tività della  famiglia  reale  nella 
torre  del  Tempio.  Si  attribuiscono 
tali  Memorie  all'augusta  figlia  di 
Luigi  XVI,  Maria  Teresa  Carlot- 
ta duchessa  d'Angouléme.  Il  sa- 
cerdote de  Firmont  dopo  essersi 
recato  in  Iscozia  dal  fratello  del 
defunto  il  conte  d'Artois,  invitato 
da  Luigi  XV 111  si  portò  a  Blan- 
kenbourg  col  quale  rimase  dieci  an- 
ni, finché  mori  nel  1807:  il  duca 
d'Angouléme  accor.ipagnò  a  piedi 
la  pompa  funebre,  la  duchessa  Car- 
lotta sua  sposa  intervenne  alle  ese- 
quie di  chi  avea  ricevuto  l'ultimo 
sospiro  di  suo  padre,  e  Luigi  XVIII 
compose  l'epitaffio  che  fu  posto  sul- 
la di  lui  tomba.  Passiamo  ora  a 
dare  un  cenno  della  regina  e  del 
delfino. 

La  regina  Maria  Antonietta,  do- 
tata di  uno  spirito  vivace  e  pe- 
netrante, nonché  di  bellezza  ed  al- 
tie  doli,  stimò  ed  amò  il  re  suo 
marito  e  ne  fu  teneramente  ricam.- 
biata.  La  sua  troppa  semplicità^  e 
disprezzo  per  l' inesorabile  etichet- 
ta di  corte  gli  fece  de'  nemici  ;  e 
il  discendere  dal  suo  grado,  e  il 
vantarsi  di  non  essere  più  regina 
per  la  privata  vita  cui  si  abban- 
donò, dai  più  moderati  venne  di- 
chiarato fallo  non  piccolo;  quindi 
calunnie  e  taccie  d'imprudente  con- 
dotta, di  leggerezza  ed  altro  in  suo 
discredito.  Si  arrivò  a  credeila  di 
accordo  co'  suoi  fratelli  l' impera- 
tore Giuseppe  li,  e  l'arciduca  Mas- 
similiano a  danno  della  Francia. 
La  didaraazione  e  i  libelli  si  ac- 
crebbero quaxìdo  divenne  madre, 
e  si  giunse  a  dire  che  a  spese  del- 
l'erario prodigalizzò  per  assoldare 
i  nemici  della  Francia;  come  gii 
si  imputò  di  grande  influenza  sul- 


FRA 
l'animo  del  regio  consorte.   L'im- 
peralore  fratello  previde  i  pericoli 
cui  essa  andava  esposta ,    ma    ella 
per  non  separarsi  dal  re  e  dai  suoi 
figli,    preferì     d'  immolarsi    a'  suoi 
doveri.   Anche  la    regina   vide    poi 
le  catastrofi  che    dovevano    oppri- 
inerla^  in   un    alla    famiglia;    parlò 
inutilmente,  e  i  suoi    cousigli    non 
furono   apprezzati.    Dopo    la    rivo- 
luzione   Mirabeau    istituì    un    pro- 
cesso contro  la  regina,    ed  a  Ver- 
sailles si  osò  dai  ribelli    domandar 
la  sua  testa,    ed   Orleans   per   re  : 
alcune    guardie    del    corpo    e    La 
Fayette  generalissimo  di  quelle  na- 
zionali, impedirono  la  morte  della 
regina,  ed  altri  eccidii.  Indi  la  cor- 
te   fu    trasportata,  come  dicemmo, 
prigioniera  a  Parigi,    nel    modo  il 
più  ributtante,    oltraggioso    e  cru- 
dele. Coll'aumentarsi    le    sciagure, 
s'ingrandì  il  di   lei  carattere,    e  si 
mostrò  degna  figlia  dei  Cesari.  Ce- 
dendo Luigi  XVI  a  cercare  un  a- 
silo    a  Montmedi  nel  comando  del 
marchese   di    Bouillé,   la  regina  si 
occupò    de'  segreti    preparativi   del 
viaggio,  che  a  Varennes  ebbe  ter- 
mine per  fatale  destino,  e  per  l'ec- 
cessiva indulgenza  del  re,  che  non 
si  difese  col    drappello    di    cavalle- 
ria comandato  da  Choiseul    e  Go- 
guelat.  Ricondotta  la  famiglia  rea- 
le prigioniera  a  Parigi,  ove   scam- 
pò per  prodigio  a'  20  giugno  1792 
d'essere  tutta  scannata,  Maria  An- 
tonietta   non    s' illuse    sui    pericoli 
imminenti  ond' era  circondata,  pu- 
re ricusò  un' progetto  di  fuga  cui 
voleva  proteggere  La  Fayette,  per 
non    separarsi    dai    figli    e    dal    re 
consenziente.  Di  questi    più   previ- 
dente e  più  ferma,  ebbe   la    sven- 
tura di  non  vedere   accolti   i   suoi 
consigli.  Nella  prigionia    fu  ridotta 
alle    più    vituperevoli    umiliazioni , 


FRA  99 

non  che  a  rifare  il  proprio  letto  , 
ed  a  scopare  la  sua  camera,  come 
a  rattoppare  mentre  era  in  letto 
il  re  l'unico  abito  che  questi  ave- 
va, divenuto  cencioso.  Disgiunta  dal 
consorte  agli  11  dicembre  iJQ'i, 
lo  rivide  a'  20  gennaio  1793  per 
darsi  l'eterno  addio:  la  separazione 
de'  coniugi,  e  del  re  dalla  famiglia, 
la  descrisse  con  semplicità  commo- 
vente il  lodato  Clery.  Rifugge  l'a- 
nimo a  descrivere  le  pene  della  re- 
gina per  l'infelice  fine  del  re,  e 
gli  si  negò  di  fargli  vedere  Clery 
che  avea  ricevuto  l'ultima  volontà 
del  suo  consorte.  Tanta  sciagura  si 
accrebbe  quando  gli  fu  tolto  il  del- 
fino, che  più  non  rivide. 

Maria  Antonietta  ricusò  ancora 
una  volta  di  porsi  in  salvo,  men- 
tre il  suo  processo  progrediva.  A'  5 
agosto  fu  separata  dalla  cognata  e 
dalla  figlia,  e  condotta  nella  carce- 
re della  Conciergierie;  indi  subì  ini- 
qui ed  ingiuriosi  interrogatorii  di 
giudici  spregevoli  ed  inverecondi, 
e  quello  che  mosso  a  compassione 
della  sua  sete  ardente  in  mezzo 
alle  discussioni,  gli  die  un  bicchier 
d'acqua,  fu  sgridato  e  tolto  d' im- 
piego. La  regina  si  mostrò  subli- 
me nel  suo  processo,  tutte  le  sue 
risposte  sono  semplici,  precise,  pie- 
ne di  calma  e  di  nobiltà.  Il  ter- 
rore era  al  suo  colmo  in  tutta  la 
Francia,  per  cui  nessuno  osò  pren- 
der le  sue  difese,  ed  il  tribunale 
elesse  d'officio  Trongon  du  Cou- 
dray,  e  Chauveau-Lagarde,  i  quali 
adempirono  tanta  pericolosa  fun- 
zione con  tutto  il  coraggio  e  la 
divozione  che  permettevano  le  cir- 
costanze, e  la  persuasione  dell'inu- 
tilità del  loro  ministero.  Maria  An- 
tonietta fu  condannata  ad  unani- 
mi voti  a  morte,  sentenza  eh'  essa 
udì  alle  ore  quattro  del    mattino. 


too  FRA 

senza  mostrarsi  sgomentata,  a'  i5 
ottobre  1793.  Alle  oie  undici,  ve- 
stita di  bianco,  co'  capelli  tagliati, 
la  regina  accompagnata  da  un  pre- 
te e  dal  carnefice  fu  condotta  su 
di  una  carretta  al  supplizio,  colle 
mani  legate  dietro  il  dorso.  Essa 
erasi  proposta  di  morire  con  pari 
fermezza  del  suo  sposo,  e  forse  nel 
massimo  splendore  di  sua  potenza 
non  mostrò  la  grandezza  e  mae- 
stà con  cui  comparve  nell'estremo 
punto.  11  patibolo  era  stato  eretto 
sulla  piazza  di  Luigi  XV,  nello  stes- 
so sito  che  nove  mesi  prima  era 
stato  bagnato  dal  sangue  di  Luigi 
XVL  Tagliata  che  gli  fu  la  testa, 
fu  dal  carnefice  presentata  alla  ple- 
baglia, in  mezzo  alle  grida  di  vwa 
la  repubblica  :  il  di  lei  corpo  fu 
posto  nella  medesima  fossa  del  ma- 
rito, e  pure  ricoperto  di  calce  vi- 
va; tuttavolta  nel  i8i5  si  rinven- 
ne parte  delle  ossa ,  la  quale  fu 
trasferita  a  s.  Dionigio.  Nel  18 16 
venne  eretta  una  cappella  espiato- 
ria nel  luogo  della  sepoltura  via 
d'Anjou.  In  quanto  al  delfino  Lui- 
gi XVII,  egli  era  nato  nel  1785, 
ed  ebbe  il  titolo  di  duca  di  Xor- 
mandia,  e  nel  1789  quello  di  del- 
fino per  morte  del  fratello  Luigi 
Giuseppe  Francesco  Saverio,  a  cui 
Pio  \  I  avea  mandato  quelle  fascie 
benedette  che  descrivemmo  ai  voi. 
XXI II,  p.  220  e  seg.  del  Diziona- 
rio. Alla  bellezza  più  rara  ed  a 
tutte  le  grazie  dell'età  sua  questo 
principe  accoppiava  uno  spirito  pre- 
coce, ed  il  germe  delle  piìi  felici 
qualità.  Aveva  soli  quattr'anni  quan- 
do sua  madre  il  presentò  tra  le 
sue  braccia  ai  parigini  sollevati  a'5 
ottobre  1789,  e  sette  quando  fece 
colla  famiglia  l'infausto  viaggio  di 
Varennes.  JVella  prigione  del  tem- 
pio i  suoi  detti  ingenui,    e    le  sue 


FRA 

risposte  ingegnose  furono  per  lun- 
go tempo  la  sola  distrazione  che 
provarono  i  suoi  genitori  ne'  loro 
immensi  mali.  Egli  divenne  re  a' 2  i 
gennaio  1793,  quando  perde  la 
vita  il  padre,  da  cui  era  stato  se- 
parato due  mesi  prima. 

Il  maggiore  de'  fratelli  di  Luigi 
XVI,  Luigi  conte  di  Provenza,  di- 
morava nel  castello  di  Ham  in 
Westfalia  coti  Carlo  conte  di  Ar- 
tois  monsignore,  quando  seppe  il 
regicidio;  si  dichiarò  allora  reggen- 
te del  regno,  e  notificò  alle  varie 
corti  l'avvenimento  del  nipote  Lui- 
gi XVII  al  trono  ,  mentre  questi 
era  ristretto  in  dura  carcere.  L'In- 
ghilterra e  la  Prussia  non  esitarono  a 
riconoscei'lo,  e  vennero  imitate  dal- 
le altre  potenze.  II  reggente  infor- 
mò in  pari  tempo  i  francesi  di  tale 
avvenimento,  ed  il  IMonitore  ben- 
ché ligio  a'  rivoluzionari,  inserì  per 
intero  nel  suo  giornale  tale  di- 
chiarazione :  allora  a  Tolone,  nella 
Bretagna  ,  e  singolarmente  nella 
\  andea  tutta  la  popolazione  prese 
le  armi  per  Luigi  XVII.  Temen- 
do i  ribelli  che  il  principe  venisse 
involato  ai  loro  feroci  artigli,  lo 
separarono  dalla  madre  ,  dalla  so- 
rella e  dalla  zia  ,  ed  il  giorno  3 
luglio  1793  egli  fu  consegnalo  al- 
l' infame  e  crudele  Simon  calzolaio 
crapulone,  che  gli  uiiiziali  della 
municipalità  qualificarono  precet- 
tore, in  un  a  sua  moglie  vera  Me- 
gera, che  andarono  perciò  a  dimo- 
rar seco  nella  prigione.  A  seconda 
dell'  inique  istruzionf  de'  comitati 
della  convenzione ,  la  vile  coppia 
mise  in  opera  quanto  la  scellerag- 
gine  pila  brutale  potè  immaginare 
per  annichilare  le  forze  morali  e 
fisiche  del  reale  fanciullo.  L'obbli- 
gavano a  ripetere  i  loro  canti  em- 
pi e  popolari ,    a    bere   de'  liquori 


FRA 

forti,  abusando  di  sua  innocenza,  e 
quando  esitava  il  principe  a  sotto- 
mettersi   al    menomo    capriccio    di 
Simon,  questi  lo  batteva.   Nel  mese 
di   gennaio    1794    Simon    tornò    a 
sedere  nel  consiglio  della  comune, 
colla    peggio    di    Luigi    XVII   più 
ristretto  in  più  cattiva  prigione,  e 
dato  in  custodia  a  due  mostri  che 
il  trattarono  iniquamente,  con  cibi 
grossolc.ni  ,    senza    mai    farlo  cam- 
biare di  biancheria,    e    spaventan- 
dolo persino  ne'  sonni    ch'era    co- 
stretto prendere:  la  rivoluzione  del 
9  termidoro  che  mitigò  i  mali  di 
tanti   francesi,  non  arrecò  che  lievi 
cambiamenti  all'orribile  condizione 
del  giovane  monarca,   che  deterio- 
rò  notabilmente   nella  sua    salute , 
e  solo   negli  estremi  di  sua  vita  gli 
fu  accordato  per  medico  il  celebre 
Dusault,  ma  chiamato  troppo  tar- 
di com'egli  si  protestò.  Dusault  mo- 
rì pochi  giorni  dopo,  ciò    che  die- 
de motivo  a  molte  congetture.  Del 
resto,   se  è  provato  che  non  si  usò 
l'clfettivo    veleno    per    viccidere    il 
principe,  si  usarono  equivalenti  mo- 
di, e  lasciando  l'illustre  vittima  af- 
fatto chiuso,  senza  aria  ,    ricoperto 
d'immondizie,  e  in  mezzo  al  feto- 
re il    più    insopportabile.    Pelletan 
e  Daumangin  altri    medici,   egual- 
mente dichiararono  1'  impossibilità 
di  salvare    il  principe,    che    agli   8 
giugno    1795  in  età  di  dieci    anni 
morì.   11  suo  corpo  fu  sepolto  nel- 
la fossa  comune  del  cimitero  della 
parrocchia  di   s.  Margherita,  in  cui 
non    fu  .  possibile    rinvenire  poi  le 
reliquie. 

A  voler  poi  dire  del  fine  di  ma- 
dama Elisabetta  sorella  di  Luigi 
XVI ,  essa  ornata  delle  più  belle 
■virtù,  di  eccellente  intelletto,  ezian- 
dio fu  dotata  di  tal  fermezza,  che 
sembrava  fatta  per  le  disgrazie  ter- 


FRA  IDI 

ribili    alle    quali    era    l'iserbata  ;  la 
Francia    intera    applaudì    a    tante 
egregie  doti,  in  cui  rifulse  la  pietà 
e  la  carità.  Amò  e  coltivò  con  buon 
successo  la  botanica  ;   mai  s' immi- 
schiò degli  affari   di  governo  ;  pure 
sagacemente    giudicò    delle    conse- 
guenze   degli  avvenimenti  ch'ebbe- 
ro   principio    nel    1789.    Divise    le 
disgrazie  colla  famiglia  reale,  e  in 
mezzo    alle    più    spaventevoli  cala- 
mità,  fece  risaltare  la  rassegnazio- 
ne e  la  generosità  del  suo  animo  : 
inutilmente    scongiurò    spesso  il  re 
ad  usar  di  sua  autorità,  e  ad  ap- 
porre un    argine   al  torrente   della 
rivoluzione.  Lungi    dall'  ubbidire  il 
fratello  a  seguire  le  zie,  che  credè 
bene  mettere  in  salvo,  madama  Eli- 
sabetta volle    restar    al   suo  fianco, 
per    affrontare    tutti    i  pericoli    da 
cui  lo  vedeva  circondato  per  la  sua 
eccessiva  indulgenza,  e  sagacemen- 
te mantenne  segreta  corrispondenza 
co'  suoi   fratelli  Luigi  conte  di  Pro- 
venza, e  Carlo  conte  d'Artois,  che 
in  diverse  epoche  erano  usciti  dal- 
la Francia.  Fu  a  parte  di  tutte  le 
umiliazioni ,     affronti    ed     angoscie 
della    famiglia  reale ,    ne  divise  ed 
alleggerì  le  amarezze ,  obbliando  i 
propri  mali,  e  divenne  una  secon- 
da madre  pe'  sfortunati  suoi  nipo- 
ti Carlotta  e  Luigi,  restandogli  so- 
lo la  prima  dopo  la  separazione  e 
morte  del  fratello,  della  cognata  e 
del  nipote.    Dopo    sì    fatali    perdite 
Elisabetta    non    si    occupò    che    di 
conservare     in     madama     Carlotta 
quelle    virtù    sublimi,    che  tuttora 
formano  l'ammirazione  del  mondo. 
A'   9    maggio    1794    Elisabetta    fu 
svelta  dalle    braccia    della  rispetta- 
bile nipote ,    e  condotta    alla  Con- 
ciergerie,  ed  il  giorno   dopo  venne 
giudicata  ,  condannata  e  giustiziata 
ueir  età  di  trent'anai.  La  sua  spo- 


I02  FRA 

glia  mortale  fu   senza  pompa  por- 
tata  a  Mousseaux ,    e   confusa  con 
quelle  che  vi  si  ammassavano  gior- 
nalmente   dopo    tante     sanguinose 
giustizie.  In  quanto  alle  zie  di  Lui- 
gi   XVI,  Maria    Adelaide  Clolilde, 
e  Vittoria,  che  nel  iJQi   eransi  ri- 
tirate a  Roma    presso  il  Pontefice 
Pio  VI,   poscia  per   porsi    in  salvo 
dai  loro  nemici  passarono  alla  cor- 
te   di     Napoli ,    accompagnate    da 
monsignor  Ercole  Consalvi  poi  car- 
dinale. Da  Napoli  le  principesse  si 
trasferirono  in   Sicilia   ove  moriro- 
no, senza  regia  pompa  sepolte,  fin- 
ché a  cura  dell'eccelsa  casa  d'Au- 
stria le  loro  spoglie    mortali  furo- 
no   portate   in    Gratz    nella  Stiria , 
ed  ivi    collocate   nei    sepolcri    degli 
antichi  principi  di  quella  provincia. 
Quando  il  Pontefice  Pio   VI  seppe 
r  orrendo  regicidio,  fu  penetrato  da 
paterno  e  profondo  cordoglio,  e  con 
patetica    commovente    allocuzione, 
presso  l'Hulot  a  p.  264,  spesso  in- 
terrotta dal  pianto,  il  partecipò  al 
sagro    collegio    de'  cardinali ,     con 
queir  apostrofe  alla  Francia  che  ri- 
portammo  al  voi,  XV,    pag.    212 
del  Dizionario.  Ivi  pur  si  disse  del- 
ie esequie  celebrate    nella  cappella 
pontificia    alla    presenza    delle    zie 
del  defunto ,  e  dell'  orazione  fune- 
bre che  vi  fu  pronunziata.   Questa 
fu  pubblicata  colle  stampe,  e  tra- 
dotta dal  Ialino  in  italiano  dal   p. 
d.  Giuseppe  Bernardo  Carlieri ,  vi- 
de   la    luce    in  Foligno   coi  torchi 
del  Tomas.^ini  nel  1794- 

Continuando  Pio  VI  a  procura- 
re soccorsi  al  perseguitato  clero  di 
Francia,  oltre  quelli  che  generosa- 
mente somministrava  ne'  suoi  do- 
minii ,  premurosamente  si  rivolse 
pure  alla  Germania,  alla  Spagna, 
alle  due  Sicilie,  e  persino  agli  sviz- 
seri,  lodando  il  governo  di  Fribur- 


FRA 

go  per  il  suo  operato,   con  breve 
che  l'Hulot  riporta  a  pag.  259,  per 
l'umanità,  ospitalità    ed  aiuti  dati 
agli  esuli    ecclesiastici    francesi.   A- 
vendo  ordinato  la  convenzione  na- 
zionale   che     i     matrimoni     si    fa- 
cessero   davanti    alla     municipalità 
con  quattro  testimoni,  in  presenza 
de'  quali  si    dovesse  fare  una  sem- 
plice dichiarazione  di  pura  cerimo- 
nia ,  che    bastasse    alla    validità    di 
questo  sagramento;  su  questo  pun- 
to fu  Pio  VI  interrogato  da  mon- 
signor de  Mercy  vescovo  di  Lucon 
a'28  maggio  1793,  ed  egli  vi  rispose 
col  breve  presso  1'  Hulot  a  p.  260, 
con  la    l'isoluzione    della  congrega- 
zione de'cardinali  sugli  affari  allora 
correnti  della  Francia,  che  i  fedeli 
cattolici  di  questa  nazione,  essendo 
privi  di  parrochi  legittimi,  poteva- 
no sposarsi  in  presenza  di    testimo- 
ni cattolici ,   e  poi  presentarsi  alla 
municipalità  per    fare    la  dichiara- 
zione comandata    dalla    legge  della 
convenzione,  approvando  la   validi- 
tà di    tali    matrimoni,  benché  sen- 
za l'assistenza  del  parroco.  Con  al- 
tro   breve    de'    3 1     luglio  ,    presso 
l'Hulot  a  p.  283,    diretto    al  clero 
e  popolo  francese ,  Pio  VI  condan- 
nò un  proclama  apocrifo  pubblicato 
in  Francia ,    col  quale  s' invitava  i 
popoli  a  prendere  le  armi  contro  i 
nemici  del  trono  ;  e  con  altri  brevi 
riportati  a  p.  286,  die  schiarimenti 
ai  dubbi  propostigli  dai  prelati  fran- 
cesi. Frattanto  la    convenzione  na- 
zionale avendo  già  abolito  ogni  cul- 
to di    religione,  tutto    dispose    oc- 
cultamente per  abbattere  colla  san- 
ta Sede  la   religione    medesima:  il 
nunzio  del  Papa  monsignor  Dugna- 
ni  ruppe  a  Parigi  ogni  comunicazio- 
ne, e  si  ritirò  in  Roma,  ove  al  car- 
dinal de   Bernis   rappresentante    di 
Francia  erano   stati  tolti  i  poteri  , 


FU  A 

restando  nella  capitale  del  cristia- 
nesimo il  solo  console  francese  Di- 
gue.  A  questo  fine  erano  diretti  i 
molli  emissari  che  clandestinamen- 
te inviava  a  Roma,  per  comincia- 
re dallo  sconvolgimento  della  pub- 
blica tranquillità  e  del  buon  ordi- 
ne; e  l'imprudenza  del  maggiore 
di  marina  La  Flotte,  che  voleva  in- 
nalzare lo  stemma  repubblicano  sul 
palazzo  dell'accademia  di  Francia 
e  nella  sua  abitazione,  non  che 
l'ardore  manifestato  per  promove- 
re il  popolo  romano  a  rivoluzione 
dal  console  francese  Ugo  Basville, 
provocò  lo  sdegno  nel  popolo:  il 
secondo  ne  fu  vittima,  e  forni  pre- 
lesti alla  repubblica  francese  per 
effettuare  la  meditata  occupazione 
dello  stato  pontificio,  e  detronizza- 
zione di  Pio  VI.  Tra  gli  scrittori 
francesi  che  compilarono  imparzial- 
mente la  storia  della  loro  rivolu- 
zione, avvi  r  ex-gesuita  Fantin  des 
Odoards  succitato.  Merita  ancora 
di  essere  letta  la  Raccolta  di  reta- 
zoni  pubblicate  in  Bologna  nel 
1 7g5  dall'  autore  del  Dizionario 
democratico ,  la  quale  non  è  che 
una  scelta  dell'  altra  raccolta  già 
pubblicata  in  diversi  piccoli  volu- 
mi nel  1794  e  lyg?.  Abbiamo  in- 
oltre ,  De  Conny,  Histoire  de  la 
revolution  de  France,  Paris  i834, 
tomi  due. 

Dopo  la  morte  di  Luigi  XVI 
lo  scettro  di  sangue  impuguato  da 
Robespierre  colpiva  ogni  giorno 
nuove  vittime  ;  la  legge  costituzio- 
nale del  1793,  che  nel  popolo  non 
solo  concentrava  il  potere,  ma  gUe 
ne  delegava  altresì  l'esercizio,  si 
dovè  sospendere  nell'atto  stesso  del- 
la sua  promulgazione,  come  rico- 
nosciuta ineseguibile ,  benché  san- 
zionata da  un  milione  ottocento 
mila  novecento  dieciotto  voti.  Il  go- 


FRA  io3 

verno  rivoluzionario  mantenne  l'or* 
renda  sua  forma  ;  le  stragi,  le  prò' 
scrizioni  ,  1*  empietà  e  le  follie  si 
continuarono  per  tutta  la  Francia 
sino  al  famoso  giorno  del  9  termi- 
doro. A  Parigi  si  profanò  la  celebre 
chiesa  di  s.  Genevett'a  protettrice  del- 
la città,  venne  ridotta  a  sacrilego 
Pantheon  d'infami  deità,  e  vi  si  tras- 
ferirono le  ceneri  del  sofista  Rous- 
seau, dell' incredulo  Voltaire,  e  del 
fazioso  parricida  Mirabeau.  Mentre 
la  coalizione  disponeva  all'  esterno 
le  sue  forze  per  invadere  la  Fran- 
cia, le  truppe  prussiane  furono  for- 
zate di  evacuare  il  territorio  fran- 
cese; la  vittoria  di  Jemmapes  pre- 
parò la  conquista  del  Belgio;  e 
quelle  della  Savoia  e  della  contea 
di  Nizza,  come  dicemmo  superior- 
mente ,  fecero  decretare  la  riunio- 
ne di  questi  paesi  alla  Francia.  De- 
siderosa la  repubblica  di  spargere 
le  sue  massime  all'  estero,  la  con- 
venzione nazionale  dichiarò  poscia 
la  guerra  all'Inghilterra,  all'Olan- 
da, alla  Spagna,  e  l'Europa  in  ve- 
ce si  collegò  contro  di  essa  :  forza- 
ta la  Francia  di  resistere  non  so- 
lamente a  queste  Ire  potenze,  alla 
Prussia  ed  all'Austria,  ma  anche  a 
tutto  l'impero  di  Alemagna,  al  Por- 
togallo, alle  due  Sicilie,  allo  stato 
della  Chiesa,  al  re  di  Sardegna  ed 
ai  vandeisti,  che  continuarono  in- 
quietarla, ordinò  una  leva  in  mas- 
sa. Frattanto  che ,  lo  ripetiamo  , 
nell'interno  il  sangue  scorreva  a 
rivi  sulle  pubbliche  piazze ,  e  che 
città  intere  erano  in  pieda  alla  de- 
vastazione ed  alla  carni ficina,  le  ar- 
mate della  repubblica  vittoriose  nel 
Belgio ,  dalla  parte  della  Spagna , 
ed  in  Alemagna,  preparavano  la  riu- 
nione dei  paesi  di  Porentruy  e  di 
Montbeliard,  ed  i  trattati  conchiu- 
si al  fine  del  governo  terrorista  con 


io4  FRA 

la  Toscana,  la  Prussia,  le  Provin- 
cie-Unite, le  quali  cederono  tutto  il 
territorio  batavo  alla  sinistra  della 
Schelda  occidentale,  come  pure  sul- 
le due  rive  della  Mosa,  al  sud  di 
Vanloo,  e  compresavi  questa  piaz- 
za, non  che  colla  Spagna  che  cede 
la    parte   orientale   di    s   Domingo. 
Prima  della    morte  di  Robespierre, 
accaduta  nel  luglio  1794?  che  mise 
fine    al  regno  del  terrore,   la  con- 
venzione avea  abolito  le  accademie, 
le    società    scientifiche    ed    il    culto 
cattolico,  sostituendovi  come  si  dis- 
se quello  della  Dea  della  ragione  ; 
aveva    decretato    l' atterramento  di 
tutti  i  castelli  fortificati,  torri  o  tor- 
rette guernite  di  merlature,  e  po- 
co   dopo    sottomessi    i    monumenti 
alla  vigilanza    dell'autorità,  il  che 
fu  causa   della   distruzione  di  mol- 
tissimi capi  d'opera,  sotto  il  pre- 
testo che  indicavano    se2;ni   di  feu- 
dalità.   Devesi  però  alla    convenzio- 
ne   nazionale  ,    quando    divenne  in 
qualche  modo  ragionevole,  la  scuo- 
la  normale,    la    scuola  politecnica, 
lo  stabilimealo  dei  pesi ,  misure  e 
monete  lUìiformi,    secondo  il  siste- 
ma decimale,  ed  il   conservatorio  di 
musica  ;  essa  a  poco  a  poco  ritrat- 
tò i  suoi   primi  decreti   i-estituendo 
le   chiese,    e   sostituendo    l'istituto 
delle    scienze  e  delle    arti  all'  acca- 
demia.   Il    decreto    sulla    tolleranza 
dei  culti,   promulgato  dalla  conven- 
zione nazionale  nella  quale   per  al- 
tro    dominava     il     filosofismo     av- 
verso alla  religione  rivelata  ,  fu  ac- 
colto come  un  gran  benefìzio,  do- 
po    gli    orrori     commessi     da     Ro- 
bespierre, da  Marat  e  da  altri   pa- 
ri    loro.    11    culto    cattolico    se    fu 
permesso     ebbe     moltissime    restri- 
zioni   neir  esercizio ,    e    questa  leg- 
ge fu   in  vigore  sino    al    concorda- 
lo    di     Pio    VII.    Parigi     ed    altre 


FRA 
città  della  Francia,  massime  Bour- 
ges,  presentarono  un  commovente 
spettacolo  religioso  ,  nel  riaprire 
molti  sagri  templi,  uscendo  dai  na- 
scondigli parecchi  preti  cattolici,  e 
gran  numero  di  quelli  che  aveva- 
no giurato,  con  edificazione  si  ri- 
trattarono. L'era  repubblicana  co- 
minciò a  cadere  in  disuso,  veden- 
dosi osservate  le  domeniche  ed  al- 
tre feste. 

]Ma  fatalmente  ancora  all'ombra 
di  tale  religiosa  tolleranza  si  scoprì 
quanta  zizania  fosse  nella  chiesa  di 
Francia,  giacché  vi  apparve  pre- 
ponderante quel  clero  che  contro 
la  proibizione  della  santa  Sede  a- 
vea  giurato ,  e  che  scismatico  di 
fatti,  affettava  di  farsi  credere  cat- 
tolico, ed  unito  al  centro  dell'uni- 
tà. Anima  di  questo  corpo  fu  il 
famoso  Gregoire  vescovo  costituzio- 
nale di  Loir  e  Cher,  che  spaccia - 
vasi  dai  suoi  partigiani  uomo  straor- 
dinario suscitato  da  Dio.  Sotto  la 
sua  direzione  si  convocò  in  Parigi 
un  concilio  nazionale,  che  presiedè 
Claudio  Leone  vescovo  di  Rennes, 
i  cui  decreti  furono  degni  di  tale 
assemblea.  Quindi  deplorabile  di- 
venne la  condizione  de'  fedeli  in 
Francia,  dove,  come  a  tempo  degli 
ariani,  due  cleri  contrastavansi  le 
chiese  e  la  ciurisdizione.  11  clero 
scismatico  dispregiato  dalla  piì»  par- 
te del  popolo,  ma  che  godeva  il  fa- 
vore del  governo  repubblicano,  e- 
sercitava  tutte  le  funzioni  del  culto 
pubblicamente,  intrudeva  nuovi  ve- 
scovi sopra  le  sedi  vacanti,  ed  an- 
che sopra  quelle  che  avevano  tut- 
tora il  legittimo  pastore ,  affettava 
il  maggior  zelo  per  1'  osservanza 
della  religione,  ch'era  poscia  smen- 
tito dalla  loro  incontinenza.  11  cle- 
ro cattolico  poi.  che  aveva  per  sé 
l' intima  adesione  de'  fedeli,  era  o^ 


FRA 

«lialo  dai  rivoluzionari,  ed  i  preti 
(hìamati  nel  loro  gergo  refrattari, 
trovavansi  continuamente  esposti 
fid  ogni  sorta  di  vessazioni,  in  on- 
ta alia  predicata  tolleranza.  Allor- 
rliè  stette  per  cessare  il  predomi- 
nio del  direttorio  esecutivo,  furono 
incolpati  di  tutte  le  sollevazioni  che 
scoppiavano  d'ogni  parte,  e  perciò 
proscritti  con  barbara  legge  de'  18 
fiuttidor,  come  prevenuti  di  atti  e 
di  sentimenti  opposti  a'  principii  re- 
pubblicani, e  perciò  deportali  nel- 
le isole  di  Oieron  e  di  Re.  Allora 
nuovamente  lialzarono  da  per  lut- 
to il  capo  i  giacobini  ,  trionfaiulo 
col  suo  teofilanlropismo  il  membro 
del   direttorio  Reveillere-Lepnux. 

Dopo  r  eccidio  di  Basville  ve- 
dendo Pio  VI  quanto  fosse  gran- 
de l'u'a  de'suoi  nemici,  prese  delle 
«nisure  di  sicurezza  pei  suoi  stati 
che  vedeva  minacciati,  ed  aumen- 
tò le  milizie:  non  prese  1  oliensi- 
va,  né  si  unì  alla  gran  lega  delle 
potenze  contro  la  Francia.  Intan- 
to la  convenzione  nazionale  volle 
prendere  aspra  vendetta  del  Pon- 
tefice, non  solo  per  la  morte  di 
Basville,  ma  per  non  avere  volu- 
to il  Papa  riconoscere  il  suo  mi- 
nistro Segur,  per  la  celebrazione 
dell'  esequie  consuete  ad  ogni  mo- 
narca cattolico,  e  perciò  fatte  a  Lui- 
gi XVI,  e  per  la  promozione  al 
cardinalato  dell'  abbate  Mainy,  il 
quale  essendo  deputato  di  Piccar- 
dia,  aveva  in  mezzo  alla  conven- 
zione coraggiosamente  diteso  la  san- 
ta Sede,  massime  contro  l'usurpa- 
zione dello  stato  d'Avignone,  per 
cui  la  infuriata  plebe  voleva  attac- 
carlo alla  lanterna.  A' 26  ottobre 
lygS  la  convenzione  nazionale  fu 
a  Parigi  disciolta,  sostituito  il  di- 
rettorio, e  proclamata  la  costitu- 
zione dell'  anno  terzo,  che  pose  il 


FRA  IO? 

potere  legislativo  in  due  consigli, 
l'uno  di  cinquecento  membri,  in- 
caricato di  compilare  e  proporre 
le  leggi,  e  l'altro  di  duecento  cin- 
quanta, che  doveva  sanzionarle.  Il 
potere  esecutivo  fu  accordato  al 
direttorio  perciò  chiamato  esecu- 
tivo, e  composto  di  cinque  indivi- 
dui: il  numero  de'voli  che  nepru- 
dussero  l'accettazione,  ascese  ad  un 
milione  cinquantesette  mila  trecen- 
to novanta.  A  fronte  di  tante  in- 
terne calamità,  ed  indescrivibili  ec- 
cessi, la  guerra  si  continuava  nel- 
le esterne  aggressioni  sul  Pieno , 
sulla  Schelda,  sulle  Alpi,  sui  Pi- 
lenei ,  e  sulle  coste  di  Bretagna, 
e  fu  tale  1'  ardore  guerriero  degli 
eserciti  repubblicani,  tanti  i  pro- 
digi di  valore  de'generali  Pichegru, 
]\loreau,  Jourdan,  che  lungi  dall'es- 
sere invaso  il  suolo  francese,  si  e- 
seguì  rapidamente  la  conquista  del- 
l'Olanda, si  vinsero  gli  austriaci 
nel  Belgio,  si  occuparono  le  piazze 
furli  della  Biscaglia,  si  preparò  la 
discesa  in  Italia,  e  la  sanguinosa 
strage  di  Quiberon  compresse  la 
reazione  degli  sciovani  prodotta  dal 
ministero  inglese,  il  quale  erasi 
impadronito  di  tutti  gli  stabilimenti 
francesi  al  Bengala,  sulla  costa  di 
Coromandel  e  di  Malabar,  di  Ta- 
bago,  della  Martinica,  e  d'una  par- 
te di  s.  Domingo;  avea  inoltre  pre- 
so la  città  di  Tolone,  la  cui  ripre- 
sa manifestò  il  genio  militare  di 
Bonaparte.  La  guerra  della  Vaa- 
dea  non  si  eslinse  che  nel  marzo 
1796  nel  sangue  di  Charette,  a- 
vendola  pacificata  il  generale  Ro- 
che, insieme  alla  Bretagna.  Quin- 
di incominciarono  a  spezzarsi  i  vin- 
coli della  coalizione,  e  la  Prussia, 
la  Spagna,  le  Provincie- Uni  te,  la 
Toscana,  la  Svevia,  e  l'Annover 
riconobbero    la  repubblica    france-? 


io6  FRA. 

se  una  ed  indivisibile,  e  stabiliro- 
no cou  essa  le  dipiomaliche  rela- 
zioni; anzi  la  Spagna  fece  un'al- 
leanza offensiva  e  difensiva,  e  di- 
chiarò la  guerra  all'  Inghilterra. 
L'anno  179^  il  nuovo  ordine 
di  cose  meno  turbolento  \alse  a 
riorganizzare  i  confusi  elementi 
della  civile  amministrazione,  a  sopi' 
re  lo  spirito  di  parte,  e  ravvivare 
Je  sociali  virtìi  spente  nell'esecrato 
interregno  dittatoriale.  11  nuovo 
governo  del  direttorio,  conservan- 
do le  prave  intenzioni  di  chi  lo 
avea  preceduto,  d'invadere  lo  stato 
della  Chiesa,  si  gravò  perchè  Pio  VI 
aveva  infranta  a  danno  de' francesi 
la  sua  neutralità,  nel  permettere  nei 
suoi  dominii  il  passaggio  d'un  corpo 
di  cavalleria  napoletana,  che  recava- 
si nel  Milanese  ad  unirsi  alle  arma- 
le coalizzate  contro  la  Francia,  e  mi- 
nacciò vendicarsi.  Intanto  tre  gran- 
di armate  marciarono  contro  l'Au- 
stria ,  r  una  di  Sambra  e  Mosa, 
comandata  da  Jourdan,  la  secon- 
da del  Reno  guidata  da  Moreau, 
e  la  terza  delle  Alpi  capitanata  da 
Bonaparte.  E  qui  comincia  la  se- 
rie di  que'  trionfi  che  sbalordirono 
l'attonita  Europa:  le  giornate  di 
JMontenotte,  di  Millesimo,  di  Mon- 
do vi,  di  Lodi,  di  Castiglione  di- 
slaccarono dall'  alleanza  il  re  di 
Sardegna,  ed  aprirono  a'francesi  l'I- 
talia, ove  fondarono  le  repubbliche 
Cispadana  e  Traspadana,  che  riu- 
nite formarono  poscia  la  Cisalpina. 
La  brillante  ritirata  di  Moreau 
dal  lato  d' Alemagna  non  fu  me- 
no gloriosa,  e  salvò  l'armata  dal 
disastro  in  cui  la  fiacca  cooperazio- 
ne di  Jourdan  era  per  avvolgerla. 
Nel  seguente  anno  1796  i  fran- 
cesi senza  preventiva  dichiarazione 
di  guerra ,  determinarono  di  occu- 
pare   i   dominii  della    santa    Sede, 


FRA 

laonde  Pio  VI  a  risparmiare  mu- 
tili effusioni  di  sangue,  ordinò  ai 
suoi  sudditi  di  non  opporre  loro 
veruna  resistenza,  contentandosi  i 
legati,  i  delegati ,  e  i  governatori 
di  fare  soltanto  legali  proteste.  In- 
di avendo  la  Spagna,  alleata  della 
Francia,  fatta  esibizione  a  Pio  VI 
di  sua  mediazione,  il  Papa  accettò 
l'offerta  ed  incaricò  per  la  pace  il 
cav.  Nicolò  de  Azzara  allora  mini- 
stro spagnuolo  in  Roma.  Giunto  il 
cavaliere  in  Milano  per  trattarla  col 
genei-ale  supremo  Ronaparte  trovò 
che  questi  si  era  portato  in  Bolo- 
gna e  l'avea  occupata  a' 19  genna- 
io, invadendo  successivamente  tut- 
ta la  provincia  e  il  Ferrarese.  Di- 
poi a'  23  giugno  1796  in  detta 
città  il  generale  Bonaparte,  coi 
commissari  Saliceti  e  Garrau,  con- 
chiusero col  cav,  Azzara,  e  mar- 
chese Antonio  Gnudi  per  la  santa  Se- 
de l'armistizio  con  quelle  durissime 
condizioni  che  noi  riportammo  nei 
relativi  luoghi,  oltre  la  cessione  del- 
le legazioni  di  Bologna  e  Ferrara, 
e  della  città  di  Faenza,  e  il  do- 
versi chiedere  scusa  al  direttorio 
per  la  violenta  morte  dell'audace 
Basville.  Pio  VI  a'  28  giugno  fir- 
mò gli  umilianti  articoli  dell'armi- 
stizio, in  vigore  del  quale  doven- 
dosi trattare  la  pace  col  direttorio 
a  Parigi,  vi  spedì  a  plenipotenzia- 
rio il  conte  Pieracchi  col  grado  di 
internunzio,  dandogli  per  aggiunto 
il  minutante  di  segreteria  di  stato 
Evangelisti,  che  avea  accompagnato 
a  Milano  ed  a  Bologna  colla  qualifica 
di  segretario  il  ministro  di  Spagna. 
Nella  prima  conferenza  che  il 
conte  ebbe  in  Parigi  col  ministro 
degli  affari  esteri,  questi  gli  mani- 
festò che  per  articolo  preliminare 
della  pace  definitiva,  voleva  il  di- 
rettorio una  pubblica   ritrattazione 


FKA 
del  Papa  sui  brevi  co'  quali  avea 
condannata  la  costituzione  civile  del 
clero  di  Francia,  senza  la  quale  ri- 
trattazione non  poteva  intraprende- 
re trattativa  di  pace,  ed  osò  pre- 
scrivere la  formola  dell'atto.  Som- 
mo fu  il  dolore  che  provò  Pio  VI 
nell'udire  l' inammissibile  esigenza 
del  direttorio  francese,  e  co!  pare- 
re della  congregazione  de'  cardina- 
li, rispose  a'  i4  settembre,  ch'era 
pronto  piuttosto  a  subire  la  morte , 
che  tradire  il  suo  onore,  e  violare 
le  massime  costantemente  osservate 
dalla  Chiesa.  Allora  il  direttorio  e- 
secutivo,  col  pretesto  che  il  Pierac- 
chi  e  r  Evangelisti  non  avessero 
bastante  plenipotenza  per  cedere  le 
due  memorate  legazioni,  ambidue 
li  congedò  da  Parigi,  Tentò  Pio 
VI  a  mezzo  di  monsignor  Caleppi 
poi  cardinale,  e  del  p.  Soldani  che 
spedi  a  Firenze,  di  intavolare  la 
pace  coi  commissari  Saliceti  e  Gar- 
rau;  ma  essendo  questi  ostinati  nel- 
le pretensioni  del  direttorio ,  nulla 
si  conchiuse.  Tutta  volta  Pio  VI 
sempre  più  inculcava  a'  suoi  sud- 
diti rispetto  alla  nazione  francese , 
ma  essi  ma!  soffrivano  le  loro  mas- 
sime rivoluzionarie,  e  le  angherie 
che  commettevano  in  tutti  i  paesi 
che  andavano  usurpando  alla  san- 
ta Sede ,  più  coi  tradimenti ,  che 
colle  loro  armi  desolatrici.  Finché 
si  trattò  di  piantar  ne'  luoghi  gli 
alberi  della  libertà,  di  atterrare  lo 
stemma  pontificio,  di  abolire  i  ti- 
toli e  distintivi  feudali  ;  tinche  dai 
rozzi  agricoltori  si  credette,  che  si 
volesse  rinnovare  a  favor  loro  la 
legge  agraria,  onde  tutti  indistinta- 
mente fossero  eguali,  non  solo  nel 
nome  di  cittadini,  ma  ancora  nel 
possesso  de'  terreni,  la  tranquillità 
esteriore  si  manteneva  sufficiente- 
mente ;  ma  dacché  si  accorsero,  co- 


FRA  107 

me  descrive  il  Tavanti ,  Fasti  di 
Pio  VI,  tora.  IH,  p.  3o8,  che  sotto 
il  nome  effimero  di  eguaglianza,  non 
intendevasi  altro ,  che  lo  spoglio  ge- 
nerale delle  casse  pubbliche  e  dei 
sagri  depositi,  la  rapina,  il  saccheg- 
gio, le  contribuzioni ,  le  requisizio- 
ni e  gì' imprestiti  forzati  per  saziar 
l'avidità  de' repubblicani,  e  suppli- 
re all'  ingordigia  de'  loro  coman- 
danti ;  dacché  i  popoli  conobbero 
clie  più  non  v'  era  sicurezza  né 
delle  proprietà,  né  delle  persone, 
che  r  ospitalità  era  violata  co'  tra- 
dimenti, che  le  donne  di  qualun- 
que stato  erano  esposte  alla  bru- 
talità ed  agl'insulti,  allora  il  fer- 
mento occulto,  e  il  desiderio  di  ven- 
dicarsi da  tanti  oltraggi  si  rese  ge- 
nerale, per  cui  alcune  città  e  terre 
massacrarono  quanti  francesi  cad- 
dero loro  nelle  mani,  vendicati  poi 
con  aspro  rigore. 

Procedendo  Bonaparte  vincitore 
dal  Tirolo  sulle  pianure  alemanne, 
JVIoreau  ed  Hoche  ripresero  sul  Re- 
no e  sulla  Mosa  con  miglior  foi'- 
tuna  il  piano  di  campagna,  e  l'Au- 
stria con  l'armistizio  di  Leoben  per- 
dette i  Paesi-Bassi  e  i  possedimen- 
ti d'  Italia  ,  cioè  il  Mantovano 
ed  il  Milanese,  come  il  Modenese, 
che  furono  uniti  alla  repubblica 
Cisalpina.  Conoscendo  Pio  VI  le 
mire  del  direttorio  esecutivo,  af- 
fine di  non  essere  rimproverato 
di  non  avere  posto  in  opera  ogni 
diligenza  e  precauzione  per  la  si- 
curezza de'  suoi  dominii ,  aumentò 
il  numero  delle  milizie,  e  la  guar- 
dia civica  ,  e  rese  noto  a  tut- 
te le  potenze  cattoliche  i  gravi 
e  sacri  motivi  che  l'avevano  in- 
dotto a  negare  al  direttorio  francese 
di  convenire  nelle  sue  esigenze,  co- 
me la  risoluzione  presa  di  pos- 
sibilmente difendere  lo  stato  se  as- 


io8  FRA 

gl'edito.  Ma  già  la  sorte  dello  sta- 
lo pontificio  e  quella  del  venera- 
Lile  capo  della  Chiesa  romana  era 
slata  dal  direttorio  decretata,  tuas- 
siiiie  per  l'istigazioni  d'  uno  de' suoi 
membri,  Reveillere-Lepaux  ben  co- 
uosciuto  pel  suo  odio  al  cristiane- 
simo, e  pel  suo  stolto  fanatismo  di 
stabilire  la  setta  dei  teofiiantropi , 
che  principalmente  consisteva  in 
non  amare  né  Dio,  né  gli  uomini. 
11  generale  in  capo  Ronaparte  spe- 
lando di  ottenere  pel  direttorio 
quanto  desiderava  da  Pio  VI ,  per 
SI  importante  affare  prescelse  a  me- 
diatore il  cardinal  Mattei  arcive- 
scovo di  Ferrara,  che  inviò  in  R.0- 
xna  al  Papa  con  una  lettera,  nella 
quale  insistette  sulla  ritrattazione 
de'  brevi  riguardanti  la  nuova  Co- 
sliluzione  civile  dtl  clero  più  volte 
<Ja  Pio  VI  condannata.  E  qui  ri- 
flette a  proposito  il  saggio  francese 
Jauffret,  Méinoires  tum.  II.  p.  479? 
che  questa  costituzione  non  era  in 
Francia  piLi  in  vigore  da  lungo  tem- 
po; ch'essa  non  faceva  piìi  parte  delle 
leggi  dello  stato  ,  e  che  il  direttorio 
di  cui  r  antipatia  contro  la  religio- 
ne e  contro  i  preti  non  era  equivoca, 
non  si  curava  più  di  questa  costi- 
tuzione ,  che  dell  aulica  disciplina 
della  chiesa  gallicana,  e  perciò  non 
bi  poteva  concepire  per  qual  ragio- 
ne si  mettesse  lauto  ardore  e  tan- 
to impegno  neir  esigere  dal  Papa 
s"i  fatta  litraltazione,  se  non  per 
prendere  un  pretesto  per  non  fare 
la  pace,  e  per  tormentare  ingiusta- 
mente il  Pontefice.  Ma  il  Papa 
fermo  ne'  suoi  doveri,  rispose  con 
quella  bella  lettera  che  riporta  il 
Tavanti,  toni.  IIl,p.  33o,  insieme  a 
quella  scritta  da  Ronaparte  al  detto 
cardinale  da  Verona,  in  cui  gli  fa- 
ceva sapere  ch'era  risoluto  di  far 
marciare  le  sue  truppe  contro  Roma, 


FRA 
per  vendicarsi  de'  cattivi  consiglie- 
ri del  Pontefice.  In  falli  si  aumen- 
tò nel  Rolognese  l'esercito  france- 
se, ed  il  ministro  francese  Cacault 
residente  in  Roma  part'i  per  Ro- 
logna,  ov'  erasi  trasferito  il  genera- 
le Ronaparte.  Questi  a'  3 1  genna- 
io e  primo  febbraio  pubblicò  due 
manifesti,  in  cui  vantando  le  vitto- 
rie riportate  ,  e  gì'  ineseguiti  palli 
dell'  armistizio  ,  invitava  il  general 
Victor  a  maiciar  su  Rnola.  Avan- 
zandosi dunque  le  truppe  francesi 
sid  Senio  accadde  quell'assalto  tra 
le  truppe  francesi  e  papali,  che  ac- 
cennammo all'articolo  Faenza  (^e- 
di)^  perchè  vinti  i  papalini,  i  fran- 
cesi presero  quella  città  ,  ed  indi 
Forlì  e  Cesena ,  non  che  S.  Leo  , 
Sinigaglia  ,  Ancona  ed  altri  luoghi 
sino  a  Macerata;  laonde  al  Papa 
non  restavano  che  le  provincia  di 
Sabina,  del  Patrimonio,  e  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  col  timore 
ben  l'ondato  di  perdere  tutto,  avan- 
zandosi i  francesi  rapidamente  vex*- 
so  R.oma. 

In  tal  frangente  Pio  VI  spedi 
plenipotenziari  a  Tolentino  per  con- 
chiudere col  generale  Bonaparte  la 
concoidia ,  che  ivi  fu  sottoscritta 
a'  19  febbraio  in  ventisei  articoli, 
presso  il  Tavanti,  e  meglio  nel  Bec- 
ca ti  ni,  Storia  di  Pio  FI,  tom.  IV, 
p.  69  e  seg.  Il  Papa  si  obbligò  a 
separarsi  da  (pialinniiie  coalizione 
contro  la  Francia,  licenziar  le  sue 
truppe,  chiudere  i  porti  ai  nemici 
della  Francia,  ricevere  guarnigione 
francese  in  Ancona,  rinunziare  alla 
sovranità  su  Avignone,  sul  V'enais- 
sino,  e  sopra  le  tre  legazioni  di  Ro- 
logna,  di  Ferrara  e  di  R^omagna  , 
come  ancora  di  pagar  quindici  mi- 
lioni di  lire  tornesi,  di  somministrare 
gran  numero  di  cavalli  e  buoi,  di 
consegnar    i   quadri,    le    statue  e  i 


FRA 
tnss.     convenuti    nell'  armistizio    di 
Bologna  ,   oltre  l' invio  fi'  un    mini- 
stro   a    Parigi    per    disapprovar   la 
violenta  morte  di  Basville.   L'auto- 
re delle    Memorie    istori  e  he  e  filo- 
sofiche di  Pio  fi,  riflette  che,  tut- 
to calcolalo,  i  francesi   in  queste  vi- 
cende forse  avranno  tolto  dallo  sta- 
to ecclesiastico    un   valore    di  circa 
duecento    milioni    di    lire    tornesi. 
Pio    VI    adempì    puntualmente    ai 
durissimi    patti ,    e   fu    inoltre    co- 
stretto a  rimuovere  il  cardinal  Bu- 
sca dalla  carica  di  segretario  di  sta- 
to, e  conferirla  al  cardinal  Giusep- 
pe   Doria    già    nunzio    in   Francia. 
Inviò  a  Parigi  per  ambasciatore    il 
marchese  Massimo,  e  l'avvocato  Go- 
rirossi  quale  inviato  straordinario, 
per  disapprovare  la  morte  di  Bas- 
ville.   Intanto    in    sequela  dei   pre- 
liminari di  Leoben  5  a'  17   ottobre 
il  generale  Bonaparte  segnò  la   pa- 
ce co'  ministri    austriaci  a  Campo- 
formio,  nella  quale  la  Francia  ac- 
quistò le  isole  Ioniche  con  porzio- 
ne dell'Albania,  oltre  i  Paesi-Bassi, 
e  la  repubblica  Cisalpina  allora  for- 
mata s'ebbe    il  INlilanese,  il  Man- 
tovano e  il  Modenese:  cosi  termi- 
nò   la    prima    guerra    continentale 
della  rivoluzione  francese.  Un  qual- 
che  commovimento    però  si  mani- 
festò   nei    consigli  e  nel    direttorio 
di  Parigi,  ma  le  armi  di   Augerau 
nella  giornata  del  18  fruttidoro  ri- 
condusse l'armonia,  e  l'esilio  colpì 
Carnot  e  Barlhélemy  membri  del  di- 
rettorio, undici   individui  del  con- 
siglio degli   anziani,    e    quarantuno 
del  consiglio  de'  giovani  sospetti  di 
cospirazione.  Avendo  Bonaparte  for- 
mato colla  repubblica  Cispadana  e 
Traspadana    la  Cisalpina  ,    poi   re- 
gno d'Italia,  coll'aggiunta  delle  tre 
cedute  legazioni ,    fu    dessa  procla- 
mata   indipendente    dal  direttorio , 


FRA  lof) 

fu  obbligato  Pio  VI  a  riconoscerla 
a  media/ione  del  ministro  della  re- 
pubblica francese  in  Roma  ,  Giu- 
seppe Bonaparte  fratello  del  gene- 
rale, ricevendo  il  suo  inviato  cav. 
Bussi  ;  mentre  i  francesi  non  la- 
sciando di  promovere  la  democra- 
zia, molte  città  de'  pontificii  domi- 
nii  r  avevano  proclamata  ribellan- 
dosi alla  santa  Sede. 

Non  contento    ancora   il  diretto- 
rio degl'immensi  sagrifizi  di  Pio  V  f, 
e   mirantio  sempre  all'  intera  occu- 
pazione dello  stato  pontificio  ed  al- 
la   detronizzazione    del    Pontefice , 
nel  timore  che  Giuseppe  Bonapar- 
te non  secondasse  completamente  i 
suoi  desiderii.  ordinò  al  general  Dn- 
phault  di  piocurare  l'adempimento 
di  sue  brame  colle  armi   e  con   le 
rivoluzioni.    Recatosi    Dupbault    in 
Roma,  apertamente    incominciò     le 
sue   manovre    co'  suoi  fautori ,  che 
onninamente   volevano  piantar  l'al- 
bero della   libertà  sul  Campidoglio. 
A  tale  effetto  a'  28  dicembre  1797 
i  rivoluzionari   con  grida  di  viva  la 
libertà  e  coccarde    tricolori  ,  si  re- 
carono al  palazzo  Corsini   alla  Lun- 
gara ,   abitazione    di    Giuseppe  Bo- 
naparte,  per  cui  il   governo   ponti- 
fìcio  ordinò  alla    guardia  civica  di 
richiamarli  all'ordine,  e  n/icque  zuf- 
fa nel  cortile  e  scale  del  medesimo 
palazzo  e  presso  la   porta  Settimia- 
na.   Allora  sconsigliatamente  il  ge- 
neral Duphault    con    la  spada  sfo- 
derata si  gettò    in  mezzo   ai  rivol- 
tosi, animandoli  a  resistere  alla  ci- 
vica ed  ai  dragoni  accorsi  al  tumul- 
to, laonde  nel  conflitto  restò    ucci- 
so da   un  colpo  di  fucile.    A   nulla 
valsero  le  rimostranze  fatte  à  Giu- 
seppe  Bonaparte  dell'  innocenza  del 
governo  sull'accaduto,  pronto  a  dar 
soddisfazione;  egli  sul  momento  ab- 
bandonò Roma.  Subito  il  cardinal 


no  FRA 

Doria  scrisse  l'infausto  avveuimen- 
to  al  marchese  Massimo ,  acciò  in 
Parigi  offrisse  al  direttorio  ogni  sod- 
disfazione, venendo  contemporanea- 
mente istruite  le  corti  amiche  del 
fortuito  accaduto.  Non  voile  altro  il 
direttorio  per  consumare  il  suo  pia- 
no, dichiarando  vero  assassinio  sen- 
za esame  la  morte  del  suo  gene- 
rale ;  commise  quindi  al  general 
Berthier  comandante  le  truppe  fran- 
cesi in  Italia,  di  occupare  il  resto 
dello  stato  ecclesiastico,  e  d' impa- 
dronirsi della  sagra  persona  di  Pio 
YI.  Si  avanzò  il  general  Berthier 
col  pretesto  di  punire  i  soli  auto- 
ri della  morte  di  Duphault,  ed  in 
vece  s'impadronì  a  poco  a  poco  dei 
dominii  restali  al  Papa,  che  ad  on- 
ta delle  sue  pacifiche  intenzioni,  e 
contro  tutte  le  assicurazioni  ricevu- 
te dai  francesi,  per  cui  non  parli 
da  Roma ,  si  vide  invadere  Castel 
s.  Angelo  e  la  città,  proclamare  la 
repubblica  Tiberina,  venendogli  in- 
timato che  il  suo  regno  era  finito 
alla  presenza  de'  cardinali.  Inoltre 
si  ardi  offrirgli  la  coccarda  e  una 
pensione,  che  l'eroico  Pontefice  pron- 
tamente ricusò  .  S' imprigionaro- 
no i  cardinali,  molti  prelati  e  pri- 
mari ministri;  si  dilapidarono  per- 
sino le  camere  inlime  abitate  da 
Pio  VI,  cui  dopo  indescrivibili  ol- 
traggi gli  s'intimò  la  partenza  da 
Roma  pel  di  seguente,  ed  a' 20 
febbraio  i  798  un  distaccamento  di 
francesi  trasportò  prigioniero  il  Pon- 
tefice a  Siena.  A  tenore  dei  pres- 
santi ordini  del  direttorio,  si  volle 
dai  cardinali,  prelati,  ministri  del- 
la santa  Sede,  ed  altri  il  formale 
giuramento  di  odio  alla  monarchia, 
e  di  fedeltà  alla  repubblica  ed  alla 
costituzione ,  la  cui  virtuosa  e  co- 
raggiosa ripulsa  fu  punita  colla  de- 
portazione,  e  in  altri  modi  sover- 


FRA 
chianti  che  altrove  narrammo,  col- 
le circostanze    di    tanti   lagrimevoli 
avvenimenti.  V.    Roma  ed  i  relati- 
vi articoli. 

Dopo  il  trattato  di  Campo  For- 
mio, il  direttorio  si  preparò  alla 
guerra  contro  l'Inghilterra,  nello 
stesso  tempo  che  inviò  al  congresso 
di  Rastadt  il  generale  Bonaparte^ 
per  combinare  la  pace  coli' impero 
d'Alemagna.  Indi  fece  invadere  la 
Svizzera  sotto  pretesto  di  domare 
i  vandesi  ribelli  ;  riunì  con  un  trat- 
tato le  città  libere  di  Mulhouse  e 
di  Ginevra  alla  Francia,  poscia  inviò 
il  generale  Bonaparte  alla  memo- 
randa spedizione  di  Egitto,  arman- 
do in  egual  tempo  contro  la  re- 
pubblica di  Venezia,  colla  flotta 
della  quale  il  detto  generale  si  re- 
cò in  Egitto,  la  Russia,  la  Porta 
ottomana,  le  due  Sicilie,  e  le  altre 
potenze  continentali,  fuorché  la 
Spagna  e  la  Prussia.  Un  seguito 
di  vittorie  e  di  romantici  aneddo- 
ti accompagnò  la  bandiera  france- 
se fino  nella  Siria,  e  gli  sforzi  com- 
binati dell'armata  anglo-turca  non 
riuscirono  che  dopo  tre  anni  ad 
ottenerne  l'evacuazione;  tuttavolta 
questa  spedizione  s'ebbe  gli  epite- 
li di  sgraziata  e  di  gloriosa,  il  pri- 
mo per  la  repubblica,  il  secondo 
pei  generale.  Dimorando  il  prigio- 
niero Pio  VI  in  Siena,  pel  forte 
terremoto  che  si  fece  sentire  ivi  il 
primo  giugno  i  798  venne  traspor- 
tato alla  Certosa  di  Firenze  colla 
piccola  sua  corte,  ove  il  Papa  fu 
ossequiato  da  Carlo  Eramanuele 
IV  re  di  Sardegna,  e  dalla  ven. 
Maria  Clotilde  sua  consorte  e  so- 
rella di  Luigi  XVI,  che  per  aver 
perduto  il  Piemonte  e  la  Savoia 
occupate  dai  francesi,  si  recavano 
nella  Sardegna.  Mentre  duravano 
ancora  le  conferenze  di  pacificazio- 


F  R  A 
ne  coli' impero  a  Rastadt  in  con- 
seguenza del  predetto  trattato  di 
Campo  Formio,  si  preparò  la  se- 
conda coalizione,  in  cui  le  potenze 
europee,  tranne  la  Prussia  e  la 
Spagna  mentovate,  rivolsero  di  nuo- 
vo le  armi  contro  la  Francia,  che 
Joro  come  si  è  detto  dichiarò  guer- 
ra. Il  rinforzo  d'una  considerabile 
armata  russa  guidata  da  Suvarow 
fece  piegare  la  bilancia  a  vantaggio 
degli  alleati,  e  le  tiuppe  repubblica- 
ne dovettero  dopo  le  disfatte  del- 
l'Adige, della  Trebbia  e  di  Novi,  man- 
canti del  prode  Joubert,  che  in  que- 
st'ultimo fatto  rimase  estinto,  ab- 
bandonare l'Italia.  Dodici  giorni  di 
ostinato  conflitto  nella  Svizzera  ar- 
restarono la  vittoriosa  marcia  di  Su- 
varow posto  a  fronte  dell'  intre- 
pido Massena,  mentre  Brune  fece 
mancare  in  Olanda  il  tentativo  di 
invasione  eseguito  dalla  flotta  an- 
glorussa  sotto  gli  ordini  del  du- 
ca di  York.  Erano  però  le  cose  a 
mal  partito,  per  la  poca  considera- 
zione di  che  il  direttorio  godeva 
in  balia  delle  redivive  fazioni  che 
agitavano  Parigi  e  la  Francia. 

Sapendo  Pio  VI  che  in  Roma 
alcuni  prestarono  giuramento  alia 
costituzione,  ne' primi  del  1799  lo 
condannò  solennemente  con  due 
brevi.  Intanto  non  essendo  tranquil- 
lo il  direttorio  del  luogo  centrale  ove 
teneva  prigioniero  il  Papa,  e  temen- 
do i  successi  della  guerra,  prima  sta- 
biPi  di  tradurlo  nella  badia  di  Molk 
presso  Vienna,  poi  in  Sardegna,  o 
meglio  in  Corsica,  acciò  vi  rimanes- 
se obliato  secondo  i  pensamenti  di 
la  Reveillere-Lepaux ,  e  di  Merlin 
di  Douai,  ma  a  questo  piogetto  si 
oppose  il  ministro  Rheynhard  te- 
mendo gl'inglesi  che  padroni  del 
Mediterraneo  nou  riuscissero  a  libe- 
rarlo.  Dunque   il  direttorio   decise 


FRA  itr 

per  maggior  sicurezza  e  strazio  del- 
l'ottuagenario ed  infermo  prigio- 
niero, di  farlo  trasportare  nell'  in- 
terno della  Francia.  A'  27  marzo 
1 799  Pio  VI  scortato  da  duecento 
soldati  fu  portato  via  dalla  Certosa 
di  Firenze,  e  sotto  le  ali  della  pro- 
tettrice provvidenza,  ed  a  traverso 
di  tanti  pericoli,  per  Bologna,  Par- 
ma, Torino,  e  Moncenis  giunse  sul- 
le frontiere  di  Francia.  Entrato  che 
fu  il  sommo  Pontefice  su  quella  ter- 
ra bagnata  dal  sangue  di  tante  vit- 
time, ed  imbrattata  de'  più  nefandi 
delitti,  benché  d' animo  grande  e 
disposto  a  qualunque  martirio,  si 
intese  ingombro  de' più  ftmesli  pen- 
sieri, considerando  l'infelice  fine  di 
Luigi  XVI,  delia  consorte,  della  so- 
rella, e  di  tante  migliaia  d'innocenti 
francesi,  fermi  seguaci  delia  religio- 
ne de'loro  antenati.  Fu  Briancon  la 
prima  città  di  Francia,  che  a'3o  apri- 
le accolse  fra  le  sue  mura  Pio  VI,  e 
fu  qui  eh'  egli  soffrì  l' amara  divi- 
sione d'alcuni  suoi  fedeli  famigliari, 
divenuti  sospetti  ai  francesi.  Indi 
proseguì  dopo  un  mese  il  viaggio 
per  Grenoble.  Il  direttorio  volendo 
risecare  le  spese  del  viaggio,  non 
permise  che  supplisse  l'eiario,  e  ne 
gravò  i  diversi  dipartimenti;  ma 
Pio  Vi  prese  le  sue  misure  acciò 
non  costasse  ad  essi  neppure  un 
soldo.  Da  Grenoble  s'avviò  per  Gap, 
s.  Marcellino,  eRomans,  giungendo 
a  Valenza  a'i4  luglio,  città  che  Dio 
avea  destinato  per  termine  delle  sue 
sciagure.  Allora  il  direttorio  con  uà 
decreto  dichiarò  Pio  VI  prigioniero 
di  stato,  che  in  mezzo  alle  durezze 
ed  alle  privazioni,  mai  si  lasciò  usci- 
re dalla  bocca  la  più  minima  la- 
gnanza. Così  gemeva  Pio  VI  sotto 
la  più  ingiusta  schiavitù,  per  cui  ia 
tutta  la  Francia,  e  nell'intera  Eu- 
ropa non  si  parlava  che  di    lui,  e 


lì-i  FRA 

de' suoi  oppressori:  giammai  il  vi- 
cario (li  Gesù  Cristo  comparve  si 
grande  sul  trono  medesimo  del  \a- 
ticano,  circondato  da  tutto  il  suo 
maggior  splendore  ;  e  la  dimora 
di  Pio  VI  in  Francia  servì  nota- 
bilmente a  ravvivare  la  religio- 
ne cattolica  illanguidita  in  mol- 
ti, e  riuscì  una  serie  di  trionfi  pel 
suo  augusto  capo.  E  troppo  no- 
to con  qual  trasporto  di  divozio- 
ne accorsero  le  popolazioni  fran- 
cesi dovuncpie  fu  condotto  Pio  VI, 
con  quali  lagrime  accogliessero  le 
di  lui  benedizioni,  e  con  quale 
figliale  premura  s' ingegnassero  di 
alleviare  il  peso  delle  di  lui  catene, 
e  come  la  schiavitù  del  vicario  di 
Cristo  produrre  vi  facesse  ravvedi- 
menti, ritrattazioni,  conversioni,  vo- 
lendo Iddio  visibilmente  far  trion- 
fare la  sua  Chiesa  con  que'  mezzi 
medesimi,  che  adoperavano  gli  in- 
creduli per  farla  cadere  nelT  avvi- 
limento e  nel  dispregio.  Fu  questa 
ima  manifesta  prova,  chela  maggior 
parte  del  popolo  rimaneva  fc-rma- 
mente  attaccato  alla  sua  religione 
cattolica. 

Dubitando  ancora  il  direttorio  sul- 
la sua  preda,  voleva  fare  strascinare 
Pio  VI  a  Dijon,  ciò  che  non  ebbe 
elfetto,  perchè  deteriorando  la  sua 
logora  salute,  fu  vicino  al  punto 
estremo.  Nel  ricevere  il  gran  Papa 
il  ss.  Viatico,  pregò  caldamente  Dio 
a  restituire  a  Roma  il  Pontefice, 
ed  alla  Francia  la  religione,  la  pro- 
sperità e  la  pace,  perdonando  i 
suoi  nemici  con  tutta  relfusione  del 
cuore;  indi  nella  notte  àe'iS  ago- 
sto venendo  il  29  cessò  placidamen- 
te di  vivere  in  Valenza.  Roma,  la 
Chiesa,  i  suoi  popoli  furono  il  sog- 
getto delle  ultime  sue  voci  mori- 
bonde, colle  quali  teneramente  be- 
nedì  gli  affettuosi  famigliari  che  com- 


FRA. 
pagni  delle  sue  disgrazie  erangli  sfa* 
li  restituiti  a  Grenoble.  In  una  la- 
pide di  marmo  nero  nella  chiesa 
cattedrale  si  legge  la  memoria  delle 
sue  sventure,  delle  sue  eroiche  virtù, 
e  della  sua  gloriosa  morte.  In  tal 
modo  il  magnanimo  Pio  VI  fra'cep- 
pi,  lontano  dalla  sublime  sua  Sede, 
spogliato  de'suoi  dcminii  terminò 
la  sua  penosa  vita.  Uomo  in  tut- 
to mirabile  per  le  virtìi  dell"  ani- 
mo ,  principe  generoso  e  magni- 
fico ,  meritava  sorte  migliore  :  pe- 
rò fino  dal  punto  di  sua  morte 
gli  stessi  suoi  nemici  lo  acclamarono 
in  Parigi  grande  sul  trono,  mag- 
giore dopo  esserne  sbalzato,  e  mas- 
simo nella  gloria  eh'  erasi  merita- 
ta coir  eroismo  del  suo  contegno. 
Tutte  le  nazioni  gareggiarono  per 
onorarne  la  memoria,  che  immor- 
talarono penne  illustri.  Da  ultimo 
il  cappellano  segreto  d'onore  del 
regnante  Gregorio  XVI,  monsignor 
Pietro  Baldassarri,  già  segretario 
del  prelato  Innico  Caracciolo  mae- 
stro di  camera  di  Pio  ^  I,  e  per 
ciò  testimonio  de'suoi  avvenimen- 
ti, in  quattro  volumi  ci  ha  dato 
l'interessante  e  veridica  Relazione 
delle  avversità  e  patimenti  di  Pio 
VI,  Modena  1840.  Di  questo  ar- 
gomento noi  ne  abbiamo  trattato 
in  parecchi  articoli  del  Dizionario, 
ai  luoghi  relativi,  come  nell'artico- 
lo Pio  VI  (Vedi).  Intanto  mentre 
suonava  tuttora  il  grido  delle  vit- 
torie di  Zurigo  e  di  Berghen,  e 
della  precipitosa  ritirata  russa,  e 
mentre  il  direttorio  era  lacerato 
dalle  divisioni  dei  suoi  quinquevi- 
ri,  Bonaparte  reduce  dall'Egitto 
sbarcò  a  Frejus  il  9  ottobre  1799, 
e  volò  a  Parigi  sul  teatro  degli 
avvenimenti.  Un  suo  colpo  decisi- 
vo, nel  presentarsi  cioè  audacemen- 
te a  punta   di  baionette    dentro  il 


I'^  R  A 

c(jnsigli()  dei  cinqiierento,  dì  con- 
certo col  direttore  Sieyes,  e  con 
gran  numero  di  deputati,  rovesciò 
nelle  giornate  del  18  e  19  bni- 
Miale,  cioè  9  e  i  o  novembre,  la 
costituzione  direttoriale,  ossia  il  so- 
vrano potere  del  direttorio  esecutivo, 
in  una  parola  dissipò  la  rivoluzione 
incominciata  da  IMirabeau,  ed  in- 
nalzò sulle  sue  rovine  il  nuovo 
governo,  del  quale  prese  egli  le 
redini  col  titolo  di  primo  console, 
assoibi  tulio  il  potere  di  un  mo- 
iiiucH,  e  come  tale  pas'^ò  a  risiede- 
re nel  palazzo  delle  Tuilleries.  Eb- 
be a  colleghi  Sieyes,  e  Pioger-Du- 
cos,  poco  dopo  rimpiazzali  da  Cam- 
baceres,  e  Lebrun,  andando  però 
sagacemente  concentrando  in  sé  so- 
lo il  potere  esecutivo:  in  tal  mo- 
do il  prode  ed  avventuroso  corso 
pose  termine  all'usurpazione  del 
1789  con  un'altra  usurpazione, 
sotto  il  fantasma  del  governo  con- 
solare, e  riun\  gli  elementi  che  gra- 
datamente dovevano  condurlo  al 
sommo  potere.  11  potere  legislativo 
fu  affidato  al  senato,  al  corpo  le- 
gislativo, ed  al  tribunato.  Cosi  ven- 
ne snaturata  la  costituzione,  che 
Sieyes  meditava  da  molti  anni  di 
dure  alla  Francia,  e  proclamossi 
la  costituzione  consolare  dell'  anno 
ottavo  nel  di  24  dicembre  1799 
approvata  da  tre  milioni  undicimila 
sette  cittadini,  f^.  Colleclioii  de 
piéces  inipovlantes  relatives  à  la 
ìé^'olution  fraiicaise  et  aux  homines 
Cini  cornine  fondaleurs  de  la  républi- 
cjue.  Oli  comtìie  defenseiirs  des  prin- 
cipes  inonarchiques,  en  ont  cté  les 
acteurs  ou  le  i'icn'nies,  tomi  cinquan- 
ta, Paris,  chez  Brissot-Thivars.  Vit- 
torio Barzoni ,  Memorabili  avveni- 
menli  accaduti  sotto  i  tristi  auspi- 
ci della  repubblica  francese^  Italia. 
J.    P.    Rabaud    de    Saint-Etienne, 

voi..     XXVI. 


FRA  Ti3 

Prcci<:  de  la  revolution  francaise 
ornée  de  fìgures,  Paris  i833.  Lui- 
gi Thiers,  Storia  della  rivoluzione 
francese  tradotta  da  Gaetano  Bar- 
beri, ]Milano  1840,  tomi  cinque.  A. 
Thiers,  Storia  della  rivoluzione  fran- 
cese, prima  traduzione  italiana  del- 
l'edizione  di  Parigi  del  i834  di 
Ermenegildo  Potenti,  Firenze  i838 
in  tomi  quindici.  Il  primo  console 
fece  conoscere  all'Inghilterra  la  sua 
nomina,  ed  il  voto  della  Francia 
per  la  pace,  ma  il  ministero  non 
volle  aderirvi  ;  si  rivolse  allora  a 
riparare  le  perdite  fatte  in  sua  as- 
senza, e  marciò  per  riconquistare 
r  Italia.  A  riparare  poi  gli  affron- 
ti e  le  ingiustizie  del  direttorio 
contro  Pio  VI,  Bonaparte  con  de- 
creto consolare  ordinò  sino  dai  28 
novembre,  che  dai  magistrati  di 
Valenza  si  facessero  al  rispettabile 
Pontefice  solenni  e  decorose  ese- 
quie, ch'ebbero  luogo  a  29  genna- 
io 1800,  giacché  per  le  sventure, 
e  pel  sublime  grado  che  aveva  oc- 
cupato in  terra,  avea  diritto  ai  più 
luminosi  attestati  della  pubblica 
considerazione. 

La  ritirata  che  nel  1799  ^^^^a 
fatto  Macdonald  dall'Italia  meri- 
dionale, per  cui  le  repubbliche  ces- 
sando del  suo  appoggio,  disparve 
prontamente  1'  effimera  romana , 
che  aveva  avuto  consoli,  tribuni,  e 
questori,  nel  qual  tempo  l'anarchia 
e  la  depredazione  erano  all'  ordine 
del  giorno,  si  in  Roma  che  in 
quella  parte  dello  stato  pontificio , 
che  non  essendo  stata  aggregata 
alla  repubblica  Cisalpina,  faceva 
parte  appunto  della  jepubblica  ro- 
mana. A' 28  settembre  1799  cessò 
in  Roma  l'anarchico  governo,  par- 
tì da  essa  il  generale  Garnier  col- 
la guarnigione  francese,  ed  invece 
r  occupò  il  maresciallo  Bonrcai  d 
8 


ii4  FRA 

colle  truppe  tlel  re  di  Nnpoli  Fer- 
dinando IV^;  indi  il  generale  Nasel- 
li in  nome  di  tal  monarca  v'istal- 
lò un  governo  provvisorio,  prote- 
stando che  prendeva  possesso  di 
tali  dominii  pel  futuro  Pontefice. 
La  divina  provvidenza  permise  che 
le  potenze  alleate  nel  togliere  al 
direttorio  l' Italia,  vi  rimanesse  tan- 
to largo  di  tempo  per  eleggere 
quietamente  il  successore  di  Pio 
VI;  e  l'imperatore  Francesco  II 
ch'era  divenuto  signore  di  Venezia, 
olfr'i  ai  cardinali  questa  città  per 
la  celebrazione  del  conclave,  sicco- 
me lontana  dal  teatro  della  guer- 
ra, e  più  propria  in  quella  circo- 
stanza che  non  Roma,  di  recente 
liberala  dal  giogo  straniero.  In  Ve- 
nezia riunironsi  i  cardinali  disper- 
si dalla  precedente  tempesta,  ed 
entiarono  in  conclave  nella  prima 
domenica  dell'avvento,  ove  ricevet- 
tero lettere  conforlalrici  dall'im- 
peratore, e  da  Ferdinando  IV.  Il 
conte  di  Provenza,  che  alla  morte 
del  nipote  Luigi  XVll  aveva  assun- 
to il  nome  di  Luigi  XVllI,  essen- 
dosi ritirato  in  Russia,  dalla  sua 
dimora  del  castello  di  Mittau  in 
Curlandia  ,  nel  rispondere  alla  let- 
tera colla  quale  il  sagro  collegio 
gli  aveva  partecipato  la  morte  di 
Pio  VI,  si  esternò  nel  modo  il  più 
religioso,  ed  affettuoso  uisieme;  e 
qui  noteremo  che  sino  dai  io  giu- 
gno del  medesimo  anno  i  '■09  la 
superstite  figlia  di  Luigi  XVI,  Ma- 
ria Teiesa  Carlotta,  il  re  l'aveva 
unita  in  matrimonio  all'  altro  nipo- 
te Luigi  Antonio  duca  d'  Angoule- 
me  e  poi  delfino,  figlio  del  fratello 
Carlo  conte  d' Artois.  Intanto  a'  i4 
marzo  1800  i  cardinali  esaltarono 
al  pontificato  il  cesenate  caidinal 
Barnaba  Chiaramonti  vescovo  d'I- 
mola,   parente    e    concittadino  del 


FRA 

predece.ssore,  che  ne  volle  prende- 
re il  nome,  e  chiamossi  Pio  VII; 
egli  si  trattenne  alcuni  mesi  in  Ve- 
nezia, e  facendo  prendere  le  redi- 
ni del  governo  de'  suoi  slati  ai 
propri  ministri,  entrò  poscia  in  Ro- 
ma a'  3  luglio  1800,  mentre  i  fran- 
cesi tornavano  a  dominar  l'Italia. 
Aveva  il  primo  console  Rona- 
parte  riunito  in  Dijon  sotto  il  co- 
mando di  Berthier  un'armata  di  ses- 
santamila combattenti,  quando  col 
simulato  passaggio  del  Varo,  inve- 
ce operò  la  porten'osa  discesa  del- 
l'Alpi, superando  le  cime  del  gran- 
■san-Bernardo:  tutto  cede  all'impe- 
to francese,  e  la  battaglia  guada- 
gnata coir  avanguardia  da  Lannes, 
non  fu  che  il  preludio  della  stre- 
pitosa vittoria  di  Marengo  ottenu- 
ta dall'eroe  della  guerra  Bonapar- 
te  a'  i4  giugno  1800,  che  rimise 
tutte  le  piazze  forti  d'  Italia  nel- 
le sue  mani.  Ritornato  a  Parigi 
cogli  allori  di  questa  breve  e 
gloriosa  campagna,  e  preservato 
dalia  cospiiazione  della  macchina 
infernale  ordita  dagli  sciovani  , 
compì  la  pacificazione  dell'  ovest 
della  Francia,  le  armi  della  quale 
nel  medesimo  anno  liportarono  vit- 
toria ad  Elionopoli  in  Egitto.  Indi  a 
poco  le  vittorie  di  Moreau  nell' Ale- 
magna,  massime  quelle  di  Hochstedt  e 
di  Hohenlinden,  indussero  più  solle- 
citamente gli  alleati  a  pi^iposizioni 
di  pace,  che  poi  si  conchiuse  nel 
di  8  gennaio  1801,  mediante  il 
trattato  di  Luneville,  coli'  Austria, 
e  coir  impero  germanico;  le  cessio- 
ni della  pace  di  Campo  Formio 
vi  furono  confermate,  il  Reno  sino 
al  territorio  olandese  divenne  il 
confine  della  Francia,  la  Toscana 
fu  eretta  in  regno  di  Etruiia  ce- 
dendosi all'infante  di  Spagna  Lo- 
dovico,   in    cambio    del  ducalo    di 


FRA 
Pnrma    che    pnssò    alla    repubblica 
Cisalpina,   e  furono   riconosciute  le 
indipendenze  delle  repubbliche   Ba- 
iava, Elvetica,   Ligure,  e  Cisalpina. 
Nel  dì  28  febbraio  mediante  il  trat- 
tato   di   Firenze  col    re   di  Napoli, 
che    cede    i    suoi    diritti     sull'isola 
dell'Elba,  su  Piombino  e  dipenden- 
ze.   Nel  d\   29    setlembr-e  col   Por- 
togallo, mediante  il  tiatfato  di    Ma- 
dridp  che  estese  i   limili  della  Gu- 
iana    francese    all'imboccatura  del- 
l'Amazzone,  limite  portato  l'anno 
seguente  a  venti  leghe  più  al  nord. 
Nel  dì    8   ottobre    colla   Russia    in 
forza  del   trattato  di   Parigi  ;  nel  dì 
9    ottobre    mediante  i    preliminari 
colla  Porta  ottomana,  e  colla  succes- 
siva  pace  fu    assicurata   alla   Fran- 
cia   la   libera   navigazione    sul   mar 
Nero;  finalmente  ancor  l'Inghilter- 
ra   depose    le    armi,    e    segnò    col 
trattato  di    Amiens    del   ^5  marzo 
1802   la    pacificazione    del  mondo, 
dappoiché    le    repubbliche  francese 
e     baiava,    e    la    Spagna    da     una 
parte,  e   l'Inghilterra    dall'altra    si 
terminò    la   gueria    di    nove    anni, 
restituendo  alla    Francia  le  colonie 
di  cui  erasi   impadronita,  senza  che 
la   repubblica  perdesse  alcuna  delle 
sue    conquiste,   tra    le  quali  trova - 
vasi     il    Piemonte,    riconobbe  peiò 
la  repubblica  delle  sette  Isole.  Inoltre 
la  Spagna  restituì  la  Luigiana,  che 
poscia    gli    Stati-Uniti  acquistarono 
dalla  Francia  nel    i8o3.  Frattanto 
Bonaparte  contribuì  da   un    lato  a 
ristabilire  l'ordine,  ad  innalzar  nuo- 
vamente gli  altari,  a  fabbricare  la 
)<rosperità  della  Francia,  non  meno 
che  il  suo    ingrandimento:  abolì  il 
calendario    repubblicano,  promulgò 
nuovi    codici  di    leggi  unifoimi,  ri- 
dusse ad  unità    il    sistema    de' pesi 
e  misure,  organizzò   stabilmente   le 
finanze  e  tutti   i  rami  di   ammini- 


F  R  A  I  r") 

strazione,  ordinò  pubblici  lavori  di 
abbellimento  e  di  utilità  nella  ca- 
pitale e  nei  dipartimenti,  ed  elevò 
in  somma  la  Francia  al  primo 
rango  delle  potenze  europee.  Le 
forzate  lelazioni  tra  il  nuovo  Pa- 
pa Pio  VII,  e  i  francesi  contratte, 
accordarono  a  quello  il  corpo  del 
suo  illustre  predecessore,  che  secon- 
do la  sua  ultima  volontà,  con  so- 
lennissima  pompa  fu  deposto  nella 
basilica  vaticana,  avanti  il  sepolcro 
del   principe  degli  apostoli. 

Qualunque  fosse  stato  il  modo, 
col  quale  il  primo  console  arbitro 
divenne  della  Francia,  è  certo  che 
in  sulle  prime  si  assodò  il  potere 
adoperando  i  migliori  provvedimen- 
ti di  un  savio  e  robusto  governo, 
per  cui  la  religione  e  la  umanità 
subitamente  respirarono.  Cadde  a- 
bolita  la  legge  degli  ostaggi  che 
faceva  i  pacifici  cittadini  malleva- 
dori delle  azioni  de'  loro  parenti 
contro  il  governo,  e  quella  la  quale 
puniva  ne'  preti  non  solo  gli  atti, 
ma  persino  i  pensieri  contrari  alle 
massime  l'ivoluzionarie.  Allora  quei 
magnanimi  confessori  della  fede  di 
Cristo,  che  stavano  rilegati  sulle 
coste  della  Francia,  furono  resti- 
tuiti alle  loro  famiglie.  Bonaparte 
ordinò  che  ai  preti  non  si  doman- 
dasse se  non  che  un  semplice  giu- 
ramento di  fedeltà  alla  costituzio- 
ne, senza  obbligarli  a  quelle  for- 
mole  sospette,  che  o  inquietavano 
la  coscienza,  o  fomentavano  lo  spi- 
rito di  partito.  Fu  abolita  la  sa- 
crilega festa  de'  21  gennaio,  il  giu- 
ramento d'odio  alla  monarchia,  e  il 
divieto  che  dagli  uffici  escludeva  i 
nobili  e  i  parenti  degli  emigrali: 
fece  pure  scomparire  le  feste  pa- 
gane, e  le  mascherate  de'teofilan- 
Iropi.  I  piìi  felici  effetti  si  videio 
nascere  da  questi  nuovi  regolamen- 


ii6  FRA 

li:  più  di  ventimila  preti,  liberati 
dal  carcere,  o  dall'esilio  rialzarono 
gli  abbattuti  altari,  e  rinacque  il 
pubblico  credito.  Bonaparte  nelle 
sue  viste  politiche  vide  necessaria 
lina  riconciliazione  colla  santa  Se- 
de;  conosceva  che  la  maggiorità 
della  nazione  francese  intimamente 
avversa  al  clero  costituzionale,  so- 
spirava la  sua  riunione  al  centro 
comune  della  Chiesa  cattolica,  per- 
suaso che  nel  secondare  il  voto 
della  nazione  accresceva  il  presti- 
gio del  suo  nome,  e  si  agevolava 
la  via  al  trono.  Inoltre  il  line  re- 
ligioso del  rialzamento  degli  altari 
abbattuti  in  Francia  al  culto  del 
vero  Dio  ,  aprirono  quasi  sul)ito 
negoziati  colla  santa  Sede  per  uno 
spirituale  componimento,  per  ista- 
bilire  oltre  altre  cose  ,  la  pubbli- 
cità del  culto  cattolico,  il  diritto 
del  primo  console  alla  nomina  de- 
gli arcivescovi  e  vescovi,  e  del  som- 
mo Pontefice  alla  canonica  loro 
istituzione  ;  una  nuova  circoscrizio- 
ne di  diocesi,  e  la  rinunzia  de'  ti- 
tolari alle  sedi  loro  ,  nelle  quali 
cose  per  le  deplorabili  circostanze 
de'  tempi,  e  pel  bene  della  Chiesa 
gallicana    fu   d' uopo   convenire. 

A.  conchiudere  un  concordato  su 
tali  basi  Bonaparte  si  serv'i  della 
mediazione  del  cardinal  di  Marlinia- 
iia  vescovo  di  Vercelli,  e  Pio  \  II 
nominò  plenipotenziari,  che  lo  sta- 
bilirono a  Parigi  il  i4  luglio  1801, 
fc  nel  dì  seguente  lo  sottoscrissero, 
ad  onta  della  discordia  seminata 
dai  giansenisti,  nel  concilio  nazio- 
nale di  Parigi ,  che  scaltramente 
Bonaparte  avea  permesso  si  com- 
ponesse de'  vescovi  costituzionali  , 
recitando  il  discorso  d'apertura  il 
famoso  Gregoire.  Quindi  per  l' e- 
«•ecuzione  del  concordato  Pio  \'II 
«peili  in  Francia  il   cardiual    Coa- 


FRA 

salvi,  e  poscia    v'  inviò    pure    coll.i 
dignità  di   legato  a   Intere  i\  cardi- 
nal Caprara;    il    concordato    si   ri- 
porta   al    volume  XVI,    pag.   39  e 
seg.  del  Dizionario.  Il  Barruel  ci  ha 
dato  l'opera  intitolata  .    Sul    Papa 
ed  i  suoi  diritti  religiosi    all' occ^t- 
siane  del  concordato  del  l'òoi, fra 
la  repubblica  francese,  e  la  santa 
Sede,  Genova  180 3.  Bonaparte  con- 
gedò il  concilio  nazionale,  dileguan- 
dosi  cos\    al    primo    soffio    avverso 
il  clero    costituzionale    di    Francia. 
Perchè  il   concordalo     si    mandasse 
ad  elfetto,  scrisse  Pio   VII    un  bre- 
ve ai   titolari  de'  vescovati  francesi 
acciò  rinunziassero  alle    loro    sedi  , 
onde  conservare  l'unità  della  Chie- 
sa, e  ristabilire  pienamente  la  cat- 
tolica religione  in  Francia.    A    te- 
nore di   tal  breve ,    rassegnarono   i 
loro  vescovati    quarantacinque    de- 
gli  antichi   titolari,,  de'  quali  se  ne 
contavano  ancora  ottantaquattro  vi- 
venti, e  quattordici  de'  nuovi  dipar- 
timenti.  I     vescovi    costituzionali    e 
giurati    diedero    anch'  essi    la    loro 
dimissione,  ed  alcuni    si    distinsero 
con  divoti   indirizzi   al  Papa.   I  ve- 
scovi del  Belgio  ne  imitarono    l'e- 
sempio,    come     pure     quelli     della 
Germania    dei    paesi    alla     sinistra 
del  Reno.   I\on    mostrarono    egual 
concordia  di   sentimento    1    vescovi 
dimoranti  in   Germania  ,    ne  quelli 
rifuEfiati  in  Inghilterra,    che  riuni- 
lisi    in    assemblea    a    Londra,  cioè 
tre  arcivescovi   e  quattordici  vesco- 
vi,  la  più  parte  di  essi    ritìutò    di 
dare  la  loro  rinunzia.  1  vescovi  che 
ricusarono  di  dare    la    loro    dimis» 
sione    ebbero    molti  seguaci    lia    i 
più  fedeli  delle  provincie  dell'ovot, 
e    furono     chiamati    Petite    Egli  se. 
La  dissidenza  di   molti  vescovi  non 
trattenne  il  cardinale  legato    d' ac- 
cordo cui  governo  di    dare    esecu- 


FRA 

zione  al  coiioordiito  ;  liiUa  ^c^^en- 
sione  de'  rliparlimeiiti  francesi  si 
divise  in  dieci  arcivescovali,  ed  in 
cinquanta  vescovati  ,  compresa  la 
Corsica,  il  Belgio  e  i  paesi  della 
sinistra  del  Pieno.  Si  crearono  di- 
gnità capitolari,  s'istituirono  senii- 
nari,  e  si  fissò  la  rendita  pei  mi- 
nistri del  culto  e  pei  prelati.  11  ve- 
scovo costituzionale  Gregoire  passò 
ad  essere  membro  del  senato  con- 
sci valore^  e  l'altro  vescovo  Talley- 
rand,  allora  ministro  delle  relazio- 
ni estere,  fu  autorizzato  da  Pio  Vl[ 
di  esercitar  gli  uffizi  della  vita  se- 
colare e  laica ,  fermo  restando  il 
vuto  da  CUI  era  vincolato  dopo  la 
sua  ordinazione. 

Il  corpo  legislativo  approvò  il 
concordato  come  legge  dello  slato, 
ma  appresso  il  tribunato,  e  lo  stes- 
so corpo  legislativo  non  solo  fecero 
adottare  il  medesimo  concordato 
come  legge  dello  stato,  ma  insie- 
me certe  così  dette  leggi  organiche 
flel  culto  caltolicoj  divise  in  settan- 
tasetle  articoli,  delle  quali  nel  coJi- 
coidato  non  si  era  fatto  menzione 
alcuna,  anzi  si  opponevano  allo  spi- 
rito del  coiicordato  istesso,  ed  al- 
cune direttamente  apparivano  con- 
trarie ai  sagri  canoni ,  ed  ai  de- 
creti de'  concili  ecumenici  :  ne  ri- 
feriremo cinque,  le  quali  incorsero 
in  più  grave  censura. 

"  I .  Nessuna  bolla  ,  breve ,  le- 
scritto,  decreto,  mandato  ,  provvi- 
sione, né  altre  spedizioni  della  cor- 
te di  Roma,  anche  solo  concernenti 
i  particolari,  potranno  essere  rice- 
Tute,  pubblicate,  stampate,  né  al- 
trimenti messe  in  esecuzione  senza 
li  permesso  del  governo  '.  (Non  v'e- 
rano eccettuati  nej>pure  i  brevi  di 
peuitenzieiia). 

"  24-  Quelli  che  saranno  scelti 
per  l'amr.'ìatslramcuto  dei  semina- 


r?y    i  UT 

ri  sotloscriveranno  la  dichiara/niu» 
latta  dal  clero  di  Francia  nel  1682, 
e  pubblicata  con  un  editto  dell'an- 
no stesso;  essi  si  sottometteranno  ad 
insegnarvi  la  dottrina  che  vi  è  con- 
tenuta, ed  i  vescovi  spediranno  l'at- 
to di  questa  sommissione  al  consi- 
gliere di  stato  incaricato  di  tutti 
gli  affari  concernenti   i   culti  ". 

'»  36.  Durante  la  vacanza  della 
sede  sarà  provveduto  dal  metropo- 
litano, e  in  sua  mancanza  dal  più 
antico  de' vescovi  suffraganei,  al  go- 
verno della  diocesi.  1  vicari  gene- 
rali di  questa  diocesi  continueranno 
le  loro  funzioni  anche  dopo  la  mor- 
te del  vescovo,  sino  ai  possesso  dei 
di   lui  successore  ". 

"  54.  I  parrochi  non  daranno 
la  benedizione  nuziale,  che  a  quel- 
li, die  comproveranno  in  buona  e 
debita  forma,  avere  contratto  ma- 
trimonio avanti   l'ufficiale  civile  ". 

•5  55.  I  registri  tenuti  dai  mi- 
nistri del  culto  non  essendo,  e  non 
potendo  essere  relativi  :he  all'am- 
ministrazione  de'  sagramenti ,  non 
potranno  in  alcini  caso  supplire  ai 
registri  ordinali  dalle  leggi  per  pro- 
vare  lo  stato  civile  de'  francesi  ". 

Né  solamente  ancora  avea  fatto 
adottare  dal  tribunale  e  dai  corpo 
legislativo  il  concordato ,  le  leggi 
organiche  concernenti  il  culto  cat- 
tolico, ma  sibbene  ancora  gli  arti- 
coli organici   dei   culti  protestanti. 

Questi  culti  dividevansi  nelle  così 
dette  chiese  riformate,  ed  iu  chie- 
se della  confessione  di  Augusta,  le 
quali  in  tutto  erano  poste  ad  eguai 
condizione  della  Chiesa  cattolica,  li 
governo  provvide  ai  trattamento 
de'  pastori  concistoriali;  dispose  che 
in  Ginevra  esservi  doveano  due  se= 
minari,  i' uno  pei  ministri  della 
confessione  augustana ,  l'altro  pei 
ministri  della  cliiesa  riformata.  Per 


ii8  FRA 

le  chiese  riformate  fu  stabilito  che 
dovevano  aver  de'  pastori,  de'  con- 
cistori locali,  e  de'sinodi;  quelli  del- 
la confessione  d'Augusta  de'  pasto- 
ri, de'  concistori  locali,  delle  ispe- 
zioni, e  de'  concistori  generali.  In- 
tanto Bonaparte  dispose  che  ai  ve- 
scovi costituzionali  che  avevano  ri- 
nunziato alle  loro  sedi,  a  titolo  di 
pensione  fosse  assegnato  dal  pubbli- 
co erario  un  terzo  della  rendita  di 
CUI  godevano  i  vescovi  attuali  in 
esercizio;  e  fece  scrivere  al  gover- 
no inglese  che  discacciasse  i  vesco- 
vi renitenti,  che  tentavano  far  na- 
scere turbolenze  nell'  interno  della 
Francia. 

Gli  ordini  cavallereschi  ed  i  se- 
gnali di  distinzione  aboliti  nel  1791, 
furono  sostituiti  nel  1802  dall'or- 
dine della  legione  di  onore.  Bona- 
parte si  fece  nominare  presidente 
della  repubblica  cisalpina,  che  pre- 
se il  nome  di  repubblica  italiana  ; 
indi  a'  2  agosto  1802  divenne  pri- 
mo console  a  vita  ,  e  due  giorni 
dopo  una  nuova  costituzione,  chia- 
mata del  16  termidoro  anno  de- 
cimo, ed  appositamente  modellata, 
preparò  la  via  a  più  strepitosi  av- 
venunenti.  Inoltre  Bonaparte.  im- 
pose nuove  leggi  alla  repubblica  li- 
gure, e  per  sostenere  la  sua  me- 
diazione presso  gli  svizzeri,  mandò 
trentamila  uomini  nel  loro  paese, 
armò  nei  porti  sotto  pretesto  di 
una  nuova  spedizione  contro  s.  Do- 
mingo eh' erasi  ribellato  nel  1801, 
ma  effettivamente  contro  V  Inghil- 
terra: questa  potenza  non  s'ingan- 
nò ,  e  ruppe  la  pace  nel  maggio 
i8o3.  Nel  precedente  gennaio  il 
Papa  creò  cardinali  Giuseppe  Fcsch, 
zio  di  Bonaparte,  Belloy,  Boisgelin 
e  Cambaceres,  a'  quali  le  berrette 
cardinalizie  con  splendida  cerimo- 
nia furono  da  Bonaparte    imposte, 


F  11  A 

assistito  dagli  altri  due  consoli,  dai 
ministri,  e  dai  primari  magistrati, 
dopo  la  solenne  messa,  dicendo  ad 
ognuno  nel  porla  sul  loro  capo  : 
desidero  che  la  portiate  per  molli 
anni. 

Successivamente  furono  legalmen- 
te riconosciute  dal  governo  le  con- 
gregazioni religiose  approvate  in 
Francia,  come  dei  sacerdoti,  o  si- 
gnori della  missione,  le  suore  ospi- 
taliere ,  quelle  di  s.  Carlo,  quelle 
chiamate  Valelotes;  si  ristabilirono 
i  benemeriti  fratelli  delle  scuole 
cristiane,  protetti  dal  cardinal  Fesch 
arcivescovo  di  Lione  poi  ministro 
plenipotenziario  in  Roma  col  cele- 
bre visconte  di  Chateaubriand  per 
segretario  d' ambasciala.  Fu  pure 
universalmente  encomiato  il  rista- 
bilimento della  congregazione  dei 
preti  secolari  delle  missioni  estere. 
Il  governo  francese  riacquistò  il 
protettorato  delle  chiese  di  rito  la- 
tino in  Levante,  del  quale  era  sta- 
to privato  dalla  Porta  ottomana 
dm"ante  la  guerra. 

La  perdita  di  s.  Domingo  fu  il 
primo  disastro  prodotto  dalla  rot- 
tura con  l'Inghilterra,  che  secon- 
dò i  neri  ribellitesi.  Nel  medesi- 
mo anno  i8o3,  non  avendo  pro- 
dotto il  concordato  colla  repubbli- 
ca francese  quel  bene  che  gene- 
ralmente si  sperava,  a  cagione  de- 
gli abusi  introdotti  cogli  articoli 
organici,  Pio  VII  venne  alla  con- 
clusione di  un  altro  concordato,  ma 
colia  repubblica  italiana,  che  fu  sot- 
toscritto a  Parigi  a'  16  settembre, 
concordato  che  riportammo  al  ci- 
talo voi.  a  pag.  4"^'  e  seg.,  quindi 
si  discopri  la  cospirazione  di  Pi- 
chegru  perciò  strangolato,  e  di  Gior- 
gio Cadoudal,  nella  quale  furono 
avvolti  anco  Moreau  esiliato  in  A- 
merica,  e   l'illustre  vitlima  di  Vin- 


FRA 
cenncs  il  duca  d'Enghien  Borbone: 
tali  avvenimenti  servirono  a  Bona- 
parte  di  ullimo  gradino  per  salire 
al  trono.   F.   Hisloire.    da    generai 
Moreau,  Paris    i  8  1 4  ;    Histoire  du 
general  Pichegrn,  Pai'ìs    i8i4j  ■^<'- 
lizic  segrete  di  Napoleone  Bonapar- 
te ,  Lugano    i8i5;  Pietro  Cavedo- 
ni  scrisse    la    Fila    di    Luigi  duca 
d'Enghien,   la  quale  si  legge  a  pag. 
65  e  seg.  del    Giornale   filosofico, 
politico,  istorico  ec.  della  Foce  del- 
la ragione  tom.  IV.    Il  ligio  sena- 
to ne  léce  la  prima    proposizione; 
Carnot  fu  il  solo  uomo  libero,  che 
osasse   combatterla    nel    tribunato, 
tua    finahnente    il     senalusconsullo 
proclamò  Napoleone  Bonaparte  im- 
peratore ereditario  de'francesi.  Giu- 
seppe e  Luigi    suoi  fratelli  furono 
riconosciuti  principi    del   sangue,   e 
vennero  creati  dieciotto    marescial- 
li dell'  impero  nelle  persone  di  Ber- 
thier,    Murat,    Moncey,    Jourdan, 
Massena  ,    Augerau  ,     Bernardotte  , 
Soult,  Brune,  Lannes,  Mortier,  Ney, 
Davoust,  Bessieies,  Kellermann,  Le- 
fehvre,  Perignon,  e  Serrurier.   Na- 
poleone fu  coronalo  imperatore  dei 
francesi   il  giorno    i8  maggio  i8o4, 
quindi    con    replicale    e    gagliarde 
istanze  invitò  il   Pontefice  Pio  VII 
a  recarsi   in  Parigi   per    coronarlo, 
e  consacrarlo  solennemente.  Per  le 
gravi  ragioni    che    riportammo    al 
voi.  XVII,  pag.  22  1  e  seg.  del  Di- 
zionario, ove  descrivemmo  le  ceri- 
monie di  questa  pontifìcia  corona- 
zione, e  nella  speranza  di    togliere 
dal  capo  di  Napoleone  i  sinistri  di- 
segni di  scisma,  cui  la  sua  inquieta 
ambizione  poteva  ancora  condia-re 
ad    effetto.  Pio    \II  s'indusse  ad 
acconsentirvi    non    senza   angustie, 
perchè  ne  veniva  dissuaso    da    al- 
cune principali   potenze  di  Europa, 
e  specialmente  dall'opposizione  del 


FRA  119 

re  Luigi  XV IH.  Tuttavoita  si  tro 
vò  costretto  ad  intraprendere  il  fa- 
ticoso viaggio  di  Parigi,  scrivendo 
il  cardinal  legato  Caprara,  che  Na- 
poleone si  credeva  meritare  que- 
sta condiscendenza  del  Papa,  sicco- 
me premio  di  (pianto  avea  opera- 
to in  Francia  a  benefizio  della  re- 
ligione cattolica,  e  a'  2  dicembre 
i8o4  nella  cattedrale  di  Parigi  il 
coronò  o  per  dir  meglio  l'unse  in 
un  all'imperatrice  Giuseppina  di  lui 
mogUe,  giacché  Napoleone  da  sé 
medesimo  s' impose  la  corona  sul 
capo,  e  poscia  mise  sulla  testa  del- 
la consorte  altra  corona. 

Nell'anno  seguente  a'  26  mag- 
gio, al  modo  che  ho  detto  al  cita- 
lo volume,  pag.  189,  avendo  Na- 
poleone formato  il  nuovo  regno 
d'Italia,  in  compagnia  dell'impera- 
trice Giuseppina  recossi  in  Milano, 
e  nella  cattedrale  si  cinse  la  fronte 
colla  cox'ona  feirea,  e  per  perpe- 
tuare l'avvenimento  istituì  per  gl'i- • 
taliani  l'ordine  equestre  della  coro- 
na di  ferro,  e  mise  alla  testa  di  que- 
sto regno  con  titolo  di  viceré,  Eu- 
genio de  Beauharnais,  figlio  che  la 
sua  moglie  aveva  avuto  dal  suo 
primo  marito,  e  dall'imperatore 
dichiarato  suo  figlio  adottivo.  Itt 
qual  modo  Napoleone  formò  la 
sua  corte  imperiale  e  reale ,  ne 
demmo  un  cenno  al  voi.  XI,  pag. 
2C)  del  Dizionario.  In  pari  tempo 
Napoleone  riunì  la  repubblica  li- 
gure all'impero  francese,  e  pub- 
blicò il  suo  codice.  Allora  insor- 
sero gravissimi  dissapori  fra  la  san- 
ta Sede,  e  la  Francia,  e  Pio  VII 
vide  con  pena  mettersi  in  vigore 
quel  codice  malgrado  le  sue  rap- 
presentanze, siccome  contenente  ar- 
ticoli contrari  alle  leggi  della  Chie- 
sa, massime  per  ciò  che  riguai da- 
va il  matrimonio  ed  il  divorzio.  1 


I30  FRA 

giuramenti",  le  costituzioni,  le  leggi, 
e  gli  alti  ispiravano  la  più  grantle 
indiHerenza  per  tutte  le  religioni  ; 
e  la  tanto  vantata  prolezione  di 
Napoleone  per  tutti  i  culti,  era  una 
protesta  per  autorizzare  la  potestà 
secolare  ad  intromettersi  fra  l'ec- 
clesiastica gerarchia.  Indi  nel  mese 
di  ottobre  le  truppe  francesi  retro- 
cedendo dal  regno  di  Napoli,  mar- 
ciando verso  Ancona  improvvisa- 
mente l'occuparono,  stabilendosi  in 
([ueila  fortezza  e  porto.  Pio  VII  fu 
colpito  da  fatto  sì  inatteso^  vide  vio- 
lata la  neutralità,  e  fondatamente 
temè  prossima  la  guerra  ne'  suoi 
stati.  Alle  rimostranze  che  fece  il 
Papa,  rispose  Napoleone  con  insul- 
ti, meravigliandosi  che  gli  dispia- 
cesse vedere  Ancona  in  mano  dei 
francesi,  piuttosto  che  in  quelle  dei 
russi,  dei  turchi,  e  degl'  inglesi. 

Non  potevano  naturalmente  i 
potentati  riguardare  con  occhio  in- 
differente cotanta  elevazione  del  mi- 
litare fortunato,  e  però  nuova  al- 
leanza strinsero  gì'  imperatori  di 
Gerniania  e  di  Russia,  e  i  re  d'In- 
ghilterra e  di  Svezia  ,  ma  l' esito 
non  fu  felice.  Gli  austriaci  furono 
per  metà  battuti,  Ulnia  e  Vienna 
occupate  prima  che  i  russi  arrivas- 
sero, e  la  battaglia  luminosa  d'Au- 
sterlilz  compì  nel  i  dicembre  i8o5 
la  totale  disfatta  de'  nemici,  ed  af- 
frettò la  pace  di  Presburgo ,  nella 
quale  l'Austria  cede  al  regno  d'I- 
talia gli  antichi  stati  di  Venezia , 
compresa  la  Dalmazia  e  l'Albania, 
e  trasferì  molti  de'  suoi  possedi- 
menti all'elettore  di  Baviera,  e  al 
duca  di  Wurlendjeig  ,  ambidue 
creati  re  dalla  Francia.  Nel  i8o6 
la  Prussia  con  un  trattato  cedette 
i  paesi  d'Anspach  e  di  Bayreuth  , 
Cleves  e  Neuchàtel.  Nel  tempo  istes- 
so  Napoleone    fece    invadere  il   re- 


FRA 

gno  di  Napoli  ,  e  con  titolo  di  re 
lo  diede  al  fratello  Giuseppe  lìo- 
napaite,  indi  eresse  in  regno  l'O- 
landa, e  ne  dichiarò  re  l'altro  fra- 
tello Luigi,  concedendo  il  grandu- 
cato di  Berg  egualmente  per  lui 
eretto,  al  cognato  Gioachino  Mu- 
rat,  e  i  ducati  di  Lucca  e  Piom- 
bino ad  Elisa  Bonaparte  sua  sorel- 
la favorita,  moglie  di  Pasipiale  Ba- 
ciocchi,  mentre  l'altra  sorella  Pao- 
lina sino  dal  i8o3  l'avea  maritata 
al  principe  Camillo  Borghese  da  lui 
fatto  governatore  generale  dei  di- 
partimenti al  di  là  delle  Alpi,  dan- 
do alla  medesima  il  ducato  di  Par- 
ma e  Piacenza.  Indi  a'  \i  luglio 
del  medesimo  anno  1806  sotto  la 
protezione  di  Napoleone  si  costituì 
la  Confederazione  del  Reno  ,  sulle 
rovine  dell'  antico  impero  romano, 
proclamando  la  monarchia  france- 
se il  giand'  impero.  L'imperatore 
Francesco  II  che  nell'agosto  del 
1806,  e  dopo  l'erezione  dellimpero 
francese  avea  preso  il  titolo  d'im- 
peratore d'Austria  ereditario,  per 
lo  scioglimento  dell'  impero  germa- 
nico formalmente  abdicò  a  quella 
corona  e  al  titolo  d'  imperatore  di 
Alemagna,  dichiarò  estinto  l'ulllzio 
e  la  dignità  d' imperatore  de'  ro- 
mani, creando  un  impero  coi  pro- 
pri slati  intitolato  njonarchia  Au- 
striaca, della  quale  come  primo  im- 
peratore prese  il  nome  di  P'rance- 
sco   I. 

La  Prussia  tentò  poscia  una  con- 
tro-confederazione al  nord  dellAle- 
magna ,  per  lo  che  da  Napoleone 
di  nuovo  gli  fu  mossa  gueria  ,  ri- 
portò la  famigerata  vittoria  di  Je- 
na, e  in  due  mesi  sottomise  la  mo- 
narchia, non  che  vinse  i  suoi  al- 
leati ;  tla  Berlino  Napoleone  decre- 
tò contro  gf  inglesi  il  blocco  con- 
tinentale; i  russi   venuti  m  soccorso 


FRA 

•Iella  Prussia  fiiiono  battuti  ad  Ey- 
laii  ed  a  Fiiedland ,  e  poco  dopo 
a'  2  1  giugno  1807  ebbe  luogo  l'ar- 
mistizio di  Tilsit,  ove  a'  7  e  9  lu- 
glio con  duplice  trattato  la  Fran- 
cia stipulò  l'adesione  della  Russia 
e  della  Prussin  al  blocco  continen- 
tale, il  loro  riconoscimento  della 
confederazione  renana ,  dei  regni 
dati  ai  fratelli  di  Napoleone,  la  l'i- 
nunzia  della  Prussia  a  tutti  i  pos- 
sedimenti fra  il  Reno  e  l'Elba,  ed  al- 
la quasi  totalità  della  Polonia  prus- 
siana a  favore  del  ducato  di  Vai"- 
savia  dato  all'elettore  di  Sassonia 
divenuto  ancb'egli  re.  Le  isole  Io- 
nie fecero  a  cpiell'epoca  parte  del- 
l'impero francese;  eil  ai  18  agosto 
1 807  il  regno  di  Westfalia  ,  for- 
mato allora  a  favore  di  Girolamo 
l'onaparte  altro  fratello  di  Napo- 
leone, si  compose  dell'  Assia-Cassel, 
del  Brunswick,  di  Fulda,  di  Pa- 
derbona,  della  maggior  parte  d'An- 
nover  e  di  altri  luoghi.  La  Dmuì- 
niarca  come  aderente  al  blocco  con- 
tinentale, vide  la  sua  capitale  bom- 
bardata dagl'inglesi;  mentre  che 
avendo  loro  il  Portogallo  aperto  i 
suoi  porti  ,  fu  invaso  dai  francesi  , 
rifugiandosi  il  re  nel  Brasile.  Intan- 
to il  Pontefice  Pio  VII  non  volen- 
do compiacere  l' imperatore  Napo- 
leone, col  porsi  in  istato  di  guerra 
durevole  colle  altre  potenze  euro- 
pee, come  padre  comune  de'  fedeli, 
né  chiudere  i  porti  ai  russi  ,  agli 
svedesi,  agi'  inglesi  ;  né  espellere  da 
Roma  ,  e  dallo  stato  ecclesiastico  i 
russi,  gì'  inglesi ,  gli  svedesi ,  i  sar- 
di ;  né  essere  nemico  de'  nemici  di 
Napoleone:  né  riconoscere  per  re 
di  Napoli  Giuseppe  Bonaparte,  per- 
ché non  richiedeva  l' investitura 
dalla  santa  Sede  suprema  signora 
di  esso,  per  non  dire  di  altre  più 
gravi  cose  e  cagioni ,  e  per  gli  al- 


l' R  A  17  1 

tri  motivi  difTusamente  trattati  dal 
cardinal  Pacca,  dal  cav.  d'Aitaud, 
dal  Pistoiesi  e  da  altri  contempo- 
lanei  storici;  l'ambizioso  Napoleo- 
ne in  vece  di  mostrarsi  grato  ai 
suoi  benefizi  ,  e  rispettare  la  suu 
pacifica  neutralilà  conveniente  alla 
sua  dignità,  incominciò  ad  invade- 
re i  suoi  stati,  siccome  indicammo 
al  citato  voi.  XX,  pag.  20  del  Di- 
zionario; prima  occupò  Ancona  e 
sua  provincia,  poscia  fece  altrettan- 
to con  quelle  di  Urbino,  Macerala  e 
Camerino,  Benevento  e  Pontecor- 
vo.  Indi  il  cardinal  segretario  di 
stato  Consalvi,  vedendosi  pel  suo 
zelo  latto  segno  all'odio  di  Napo- 
leone, creduto  da  questi  fomenta- 
toie  di  discordie  col  Papa,  piìi  vol- 
te avea  richiesto  di  ritirarsi,  ciò  che 
finalmente  ottenne,  senza  che  le 
pretensioni  di  Napoleone  dimimns- 
sero  punto.  Intanto  gravi  offese  ri- 
cevette la  spirituale  autorità  del  Ih 
(chiesa  nel  regno  d'Italia.  A'  2  feb- 
braio 1808  truppe  francesi  enti aro- 
no  in  Roma,  tenendo  il  Papa  pii- 
gioniero  nel  palazzo  Quirinale,  rin- 
novandosi in  lui  i  begli  esempi  di 
pazienza  e  di  rassegnazione,  di  for- 
tezza d'animo  e  d'eroismo  sacer- 
dotale, dati  dal  suo  gloi'ioso  pre- 
decessore,* limitandosi-  Pio  VII  'A 
piotcstare,  pregare,  ed  adduri-e  in- 
contrastabili ragioni  sui  sovrani  suoi 
diritti,  conculcati  dalla  prepotente 
forza. 

Nel  medesimo  anno  1808  Napo- 
leone riunì  air  impero  i  ducati  di 
Parma  e  di  Piacenza,  sotto  il  no- 
me di  dipartimento  del  Taro  ,  ed 
il  granducato  di  Toscana,  che  ces- 
sò di  essere  regno  d' Etrm  ia  già 
per  lui  istituito,  dando  il  titolo  fli 
granduchessa  alla  sorella  Elisa,  che 
pur  dichiarò  governatrice  dei  tre 
dipartimenti     della    Toscana.     IntU 


i2a  FRA 

eiiUò    con    podeioso    esercito  nella 
Spagna,    forzando    il    re    Carlo  IV 
ad  abdicare  il  regno  per  conferirlo 
al  fralello   Giuseppe    Bonaparte  re 
di     Napoli  ,    dando    invece    questo 
regno    al     cognato    Murai  :     aven- 
do convenuto  Napoleone  con   Car- 
lo  IV,    nel    trattalo   di     Fontaine- 
bleau,  assegnargli    in  compenso  la 
città  di   Porto  colla  Lusitania    set- 
tentrionale, ciò  non  ebbe    mai   ef- 
fetto.  Urtando  il  suo  orgoglio  non 
aver  potuto    superare    la    costanza 
del  Papa,  fece  uso  Napoleone  della 
sua    preponderante    forza.    La  spo- 
gliazione dei  dominii  pontificii   ebbe 
intero  effetto  ,    per    decreto  de'   1 7 
maggio  i8og,  col    quale    riunì   gli 
stati    romani    all'  impero     francese. 
Prima  di  fare  Napoleone  questo  e- 
Strerao    passo    spogliando    de'    suoi 
stali    il    pacifico     ed    inerme    capo 
della  religione ,  che  a  lui  stesso  ed 
alla    Francia    avea    fatto    segnalati 
benefìzi   e  sagrifìzi,   procurò  ricopri- 
re  la    bruttezza    di    azione    cotanto 
odiosa   con   ispeciosi    pretesti,  e  con 
domande  che  appagandole  il  Papa 
avrebbe  reso  sé  stesso  disprezzabile 
al  mondo,  e  tradito  la  propria  co- 
scienza, e  negandole  avrebbero  ser- 
vito di   pretesto    a    Napoleone    per 
continuare  la  gueria  e  portarla  agli 
estremi.   Gli    richiese    pertanto   che 
entrasse  nella    confederazione    itali- 
ca co'  re    d'  Italia  e    di    Napoli  di- 
fensiva ed  offensiva;  essendogli  ciò 
da  Pio  VII    negato ,   a  lui  richiese 
di   far  seco  eguale   lega,  più  gli  or- 
dinò alteramente  di  cacciar  da  Ro- 
ma il  console  del  re  di  Sicilia  Fer- 
dinando IV,  senza  che  desso  aves- 
se offeso  il   Papa.   Queste  domande 
riguardavano    la    sovranità    tempo- 
rale ,  indi    ne    produsse    in  campo 
altre  che  attentavano  alla  spiritua- 
le.  Domando    che    una  terza   parte 


FRA 
de'  cardinali    potesse    essere  da   lui 
nominata,  benché  allora  nel  sagro 
collegio  vi  fossero  due  cardinali   ge- 
novesi, uno  alessandrino  e  sei  fran- 
cesi tulli  dipendenti  da  Napoleone. 
Finalmente  questi  intinjò  in  Pari- 
gi  al  cardinal   legato  1'  accettazione 
di  sei    domande  come    un  iiUiina- 
tum   e  quasi    manifesto    di    guerra. 
I ."  La   pubblicazione  ed  esecuzione 
del     Codice    Napoleone    negli    stati 
della   Chiesa.    1."  La   libertà  indefi- 
nita ed  il  pubblico  esercizio  di  tut- 
ti   i  culti.    3."  La    riforma   de'  ve- 
scovati e  r  indipendenza  de'  vesco- 
vi   relativamente    alla    santa    Sede. 
4.°  L' abolizione  delle  bolle   ponti- 
fìcie intorno    alla    collazione  de'  ve- 
scovati e  delle    parrocchie    di  giu- 
risdizione della  santa  Sede.   5.°  Che 
il    Papa    in    persona    celebrasse    la 
cerimonia  dell'incoronazione  di  Giu- 
seppe  Napoleone    in    qualità    di   re 
delle  due  Sicilie.   Quindi   si  minac- 
ciò Pio  VII  che  se  non  avesse  dato 
intera  e  sollecita  adesione  a  tali  ri- 
chieste, avrebbe  definitivamente  per- 
duto lo   stato  temporale.    Né  deve 
tacersi,  eh'  avvi  qualche  scrittore  il 
quale     asserisce    avere    il    governo 
francese  domandato  inoltre    a    Pio 
VII    un  patriarca  indipendente  dal- 
la santa    Sede ,    e    l' abolizione  del 
celibato  delle  persone  consagrate  al 
culto  della   religione  anche   in   for- 
za del   voto  solenne.    Le  giuste  ri- 
pulse del  Papa  provocarono  le  ac- 
cennate   misure    violenti    prese    da 
Napoleone,  inebriato  di  gloria  mi- 
litare.  Indi    ebbe    luogo  la  notissi- 
ma   serie    di    violenze    e    d'insulti 
usati  anche  in  Roma  alla  vista  di 
Pio  VII ,  contro  il  governo,  i  suoi 
ministri,  le  milizie  pontificie,  i  car- 
dinali   e    la    stessa    sua    sagra   per- 
sona. 

Occupala     Roma    dalle     truppe 


F  R  A. 

fi'iinoesi ,  circondalo  ila  esse  il  pa- 
hi/zo  Quirinale,  dipendeva  da  un 
cenno  di  Napoleone  il  farvi  cessa- 
re suir  istante  quell'ombia  di  so- 
vranità ed  esercizio  del  potere  ci- 
vile, ch'era  rimasta  al  Pontefice  as- 
sediato nella  sua  apostolica  residen- 
za, ed  inceppato  eziandio  nell'eserci- 
zio del  sublime  suo  ministero,  nu- 
trendo speranza  l'arbitro  dell'Euro- 
pa di  carpile  dall'abbattuto  Pontefi- 
ce una  abtiicazione  alla  sovranità 
temporale.  Ma  il  lento  martirio  che 
trafiggeva  di  continuo  1'  animo  di 
Pio  VII,  con  vessazioni  paragonabili 
a  dolorosi  tormenti^  giammai  espu- 
gnarono l'animo  suo  sacerdotale; 
sebbene  mansueto  e  soave  per  in- 
dole ,  a  piedi  del  Crocifisso  egli 
prendeva  vieppiù  vigore  e  fortezza, 
sostenendo  i  diritti  della  sovranità 
e  della  Chiesa,  con  irremovibile  co- 
stanza; ed  in  questa  lotta  cotanto 
diseguaie,  egli  solo  ed  inerme  men- 
tre custodiva  i  propri  ,  difendeva 
altresì  i  diritti  degli  altri  sovrani 
contro  il  più  formidabile  potenta- 
to. In  diversi  tempi  vennero  strip- 
pati dal  pontifìcio  fianco  ventiquat- 
tro cardinali,  e  rilegati  altrove;  il 
prelato  governatore  di  Roma  Ca- 
valchini  fu  mandato  prigione  alle 
Fenestrelle,  ed  inutili  riuscirono  le 
rimostranze  contro  tanti  attentati , 
e  il  monitorio  che  fece  Pio  VII  a 
Napoleone.  Lo  slesso  palazzo  Qui- 
rinale fu  violato  coir  arresto  e  de- 
portazione del  cardinal  Gabrielli  e 
di  altri  ragguardevoli  prelati ,  per 
cui  Pio  VII  dichiarò  pro-segretario 
di  stato  il  cardinal  Pacca,  che  ne 
imitò  la  moderazione  e  l'energia; 
quindi  gli  arresti  ,  deportazioni  e 
supplizi  vennero  comandati  in  Ko- 
ma  dai  francesi.  4  tanti  guai  Na- 
poleone volle  aggiungere  il  tormen- 
to   delle    coscienze,    con    esigere  il 


FK/V  123 

giuramento  di  fedeltà,  su  cui  Pio 
VII  diede  le  sue  istruzioni,  dichia- 
rando illeciti  quelli  illimitati.  Final- 
mente a' IO  giugno  dello  stesso  anno 
1809  in  Pioma  si  cambiò  dai  france- 
si interamente  il  governo,  ed  il  ma- 
gnanimo Pontefice  cos'i  scandalosa- 
mente spogliato  ,  protestò  solenne- 
mente nel  medesimo  giorno  con 
sua  bolla,  Quum  memoranda,  con- 
tro le  violenze  alle  quali  la  Sede 
apostolica  ed  egli  stesso  erano  fat- 
ti segno,  e  coU'autorità  di  Dio  on- 
nipotente, dei  beati  apostoli  Pietro 
e  Paolo,  e  con  la  pienezza  di  sua 
pontificia  potestà,  ne  scomunicò  gli 
autori,  fautori  ed  esecutori,  senza 
però  con  mirabile  prudenza  nomi- 
nare alcuno.  La  pubblicazione  di 
questa  bolla  destò  in  tutto  l'orbe 
cristiano  un  vero  entusiasmo:  cat- 
tolici ed  acattolici  con  istupore  am- 
mirarono il  coraggio  di  chi  senza 
esercito  affrontava  il  vincitore  di 
tanti  eserciti,  in  Roma  proruppe 
in  applauso  l'intera  popolazione, 
che  stava  aspettando  un  sì  grande 
atto ,  e  si  propose  di  osservarne 
scrupolosamente  le  prescrizioni,  per 
non  incorrere  nelle  censure;  il  per- 
chè fu  tl'uopo  cbe  il  tribunale  del- 
la sagra  penitenzieria  dichiarasse 
con  una  istruzione  quali  persone 
usando  e  trattando  cogli  scomuni- 
cati, cadessero  anch'esse  nella  me- 
desima pena. 

L'entusiasmo  de'romani  era  pro- 
porzionato all'  irritazione  che  gli 
animi  sentivano  contro  gli  oppres- 
sori ;  eransi  più  volte  esibili  di 
tentar  un  colpo  di  mano  per  iscac- 
ciare  i  francesi,  e  solo  si  frenò  il 
loro  ardore,  in  conoscere  che  ciò 
avrebbe  cagionato  il  più  profondo 
dolore  al  loro  sovrano  e  padre,  che 
abborriva  lo  spargimento  di  san- 
gue, benché  il  generale  barone  Ra- 


i?4  FR'^ 

(Ict  Idogote'nente  generale  della  gen- 
flaiineiia  in  Toscana,  fitsse  accorso 
a  rinforzare  In  guarnigione  di  Ro- 
ma con  qiialliocento  gendarmi  , 
più  di  tulli  temeva  Murat  nuovo 
re  di  Napoli  ,  vedendo  le  sue  co- 
ste iufeslale  da  una  flotta  anglo- 
sicula,  ed  avvicinarsi  a  Civitavec- 
chia a  provocare  la  liberazione  del 
prigionicio  Pontelice,  ed  a  rinno- 
var sopra  i  francesi  una  specie  di 
vespero  siciliano.  Fu  perciò  Murat 
die  a  tutta  possa  si  adoperò  per- 
chè fjsse  allontanato  Pio  VII  da 
Roma,  la  cui  sola  presenza  poteva 
servire  d*  incentivo  principale  alla 
sommossa  de'  popoli,  ed  a  tal  sa- 
crilego fine  fece  entrare  in  Roma 
un  corpo  di  soldatesca  napoletana. 
Essendo  d  palazzo  Quirinale  chiu- 
so da  tutte  le  parti,  non  perchè  si 
volesse  opporre  resistenza  all'  ag- 
gresviune,  che  già  si  prevedeva,  ma 
perchè  risaltasse  meglio  iu  faccia  a 
tutta  lEuropa  l'attentato  che  si  mac- 
chinava. Ciò  nondimeno  il  general 
Mioilis  comandante  dei  francesi  in 
Roma,  e  che  in  capo  dirigeva  la 
impresa,  adottò  tali  mi»ure  come 
se  dovesse  assaltare  una  t'ortezza, 
ed  appoggiò  l'incarico  della  scala- 
ta delle  mura  del  palazzo  al  ge- 
nerale Radei.  Sul)'  albeggiar  àti'G 
luglio  questi  investi  il  palazzo  da 
tre  lati  con  un  corpo  di  truppe, 
formando  l' antiguardo  da  una  ma- 
snada di  birri,  galeotti,  ed  altre 
infami  persone.  Scalate  le  mura, 
e  rotte  le  finestre,  a  colpi  di  ac- 
cetta si  abbatterono  le  porte,  ed 
alla  rinfusa  entrò  la  masnada  nelle 
pontifìcie  camere  con  Radet  alla 
testa,  al  telro  chiarore  di  torcie 
accese.  Giunti  nella  camera  d'  u- 
dieiiza,  rimasero  colpiti  dalla  vene- 
rabile sembianza  del  Pontefice,  che 
vestilo  in    raozzelta    e    stola    mae- 


FU  \. 

stosnmente  sedeva,  avente  ai  lati  i 
cardi'iali  Pacca  e  Dt-s|>uig,  ed  al- 
tri prelati  e  famigli  inlimi.  Radet 
per  uu  istante  fu  compreso  da  ri- 
spetto e  da  timore,  indi  tremando 
si  avvicinò  a  Pio  VII,  e  gli  disse 
che  doveva  eseguire  la  penosa  com- 
missione d'  intimargli  a  nome  del 
suo  sovrano  Napoleone  di  rinim- 
ziare  definitivamente  alla  sovranità 
temporale,  e  di  litirare  la  fulminata 
scomunica  ,  altrimenti  avea  ordine  di 
tradiulo  fuori  di  Roma.  Il  Papa 
con  dignitose  parole  rispose  nega- 
ti \  a  mente,  ed  alzatosi  in  piedi,  col 
cardinale  Pacca  s'avviò  per  mon- 
tare nella  carrozza  ch'era  pronta  nel 
cortile,  colle  tanto  note  circostanze 
di  cui  sono  piene  le  storie,  e  che 
non  inanchiamo  riportare  in  di- 
versi articoli  del  Dizionario.  Il  Pa- 
pa fu  condotto  alla  Certosa  di  Fi- 
renze, indi  nel  Piemonte ,  e  pel 
Momenisio,  a  Grenoble,  poscia  a 
Savona;  ed  il  cardinal  Pacca  nella 
fortezza  delle  Fenestrelle,  mentre 
piìi  tardi  il  previdente  Napoleone 
radunò  quasi  tutti  i  cardinali,  sot- 
to i  suoi  occhi  a  Parigi .  f^edi 
Memorie  storiche  del  ministero,  dei 
dì/ e  i'it7g^i  in  Francia  e  della  pri- 
gionia nel  forte  di  s.  Carlo  in 
Fenestrelle,  del  cardinal  Bartolomeo 
Pacca,  edizione  seconda  ,  Roma 
i83o.  Questa  è  una  interessante,  ve- 
ridica e  preziosa  opera,  ricca  d'im» 
portanti  documenti  ;  tratta  della 
sua  chiamata  al  ministero,  della 
bolla  di  scomunica,  del  trasporto 
di  Pio  VII  fuori  di  Roma,  de'suoi 
viaggi,  vicende  ed  avvenimenti  che 
ebbero  luogo  nella  sua  deporta- 
zione. 

Allorquando  gli  inglesi  si  por- 
tarono a  soccorrere  il  Portogallo, 
si  collegarono  cogli  spagnuoli  contro 
i   francesi:   in  questo  tempo  1' Aii- 


I'  R  A 
sltia  volendo  ritentale   la    soi  te  del- 
le armi,   nell'aprile   del    1809    pose 
in  eainpagna  cinquecento  mila  com- 
battenti,  ma   vinta  a  Piatisbona,  la- 
sciò  di    nuovo    Vienna   sua   capitale 
iu  balia  del  conquistatore  INapuIeo- 
ne,   il  quale   vinse  pure   la  battaglia 
di   Essling  ,    e    quella   di    Wagram 
a'6   luglio,  quando  cioè  nello    stes- 
so giorno  stringeva  ne'  lacci    della 
cattività  il  Papa^  e  seguiva  il  sacri- 
lego trasportamento  fuori   di  Roma 
e  del  suo  slato.  Quella    sanguinosa 
battaglia   fu  seguitata  dopo  lunghe 
negoziazioni  da    un  trattato  di   pa- 
ce   per    lui     vantaggiosissimo  :     egli 
perciò    abusando  di   tale    combina- 
zione, dare  volle  ad    intendere  che 
Dio  stesso   approvava    il   modo,  col 
quale  avea    trattato    Pio  VII.    Gli 
accordi  furono  sottoscritti  in    Vien- 
na a'i4  ottobre,  co' quali   conseguì 
la  promessa  di   matrimonio,   pievio 
il   ripudio  dtll'impciatrice   Giusep- 
pina, con  l'arciduchessa  Maria  Lui- 
sa primogenita  dell'imperatore  Fran- 
cesco  I,  oltre  la  cessione  alla   Fran- 
cia di   Gorizia,    Monfalcone,    Trie- 
ste,  il  circolo  di    Villacco  nella  Ca- 
rintia,    e  tutti    i   paesi    alla    destra 
della  Sava,  fino  alle   hontiere   del- 
la    Croazia     turca  :     nel    medesimo 
giorno  Napoleone   riunì  questi    ter- 
rilorii,  e   la  Dalmazia    sotto  il  no- 
me   di   Provincie    Illiriche.    Inoltre 
l'imperatore  d'  Austria   aderì  al  si- 
stema   continentale  :    lo    stesso  fece 
la   Svezia  mediante  la    restituzione 
della  Pomerania    svedese,   e  dell'i- 
sola di  Rugen    che    le    erano    sta- 
te tolte  nel     1807.    Ritornato    Na- 
poleone   a    Parigi    vi     ricevette  da 
diverse  deputazioni   gì'  incensi    del- 
l'adulazione,   ne'quali   imito  al  so- 
prannome di  grande,  vi  associarono 
quelli  di   massiniG    e  di   nltissbno. 
Indi    dichiarò    che    lo    slato     di 


FRA  I?* 

Roma    riunito    all'  impero    france- 
se, formerà  due  dipartimenti,   cioè 
di   Roma,    e  del     Trasimeno,    non 
che   Roma  la  seconda   città  dell'im- 
pero;  che  il   principe    imperiale,   o 
figlio    futuro    eh'  egli   potesse  avere 
dal  suo  matrimonio  ch'era  per  con- 
trarre con  l'arciduchessa,  non  aven- 
do avuto    prole  da    Giuseppina,  a- 
vrebbe  portato   il   titolo  e    riscosso 
gli   onori    di   re  di   Pioma;    che  un 
principe    del    sangue,    o    un    gran 
dignitario  dell'  impero    risiederebbe 
in    detta    città ,     e    vi    terrebbe    la 
corte  dellimpeiafore;  che  gl'impe- 
ratori sarebbero  coronati  nella  ba- 
silica  di   s.    Pietro,    avanti   il  deci- 
mo  anno  del  loro  regno;  che  qua- 
lunque   autorità    straniera  era    in- 
compatibile   con  r  esercizio    d'ogni 
autorità   spirituale  nell'interno  del- 
l'impero; che  in    occasione  del  lo- 
10  esaltamento  i  Papi   presteranno 
giuramento  di   non  far  mai  alcuna 
cosa   contro  le    quattro  proposizio- 
ni della  Chiesa  gallicana  ;  che  i  Papi 
avranno  dei  palazzi  nei  diversi  luo- 
ghi dell'impero,    e    necessariamente 
uno  a    Parigi    ed    uno     in    Roma , 
e  due    milioni     di   franchi    di    ren- 
dite    in     beni    rurali    saranno    lo- 
ro   assegnati;    e    le     spese    del    sa- 
gro collegio  de'  cardinali,     e   della 
congregazione    di    propaganda    fide 
le  dichiarò    spese  imperiali.   Il  do- 
minatore della    Francia    volle    tut- 
to   ammassare     in    Parigi,    e    fue 
di   questa    città   l' unica    sede    delle 
scienze,  delle  belle  arti,   d'ambediie 
i  poteri  civile  ed  ecclesiastico;  quin- 
di  i  capi  d'  opera  artistici   di    Ro- 
ma ,    gli    archivi    ed  altro     furono 
trasportati  a  Parigi,  in  un  a  quel- 
h  delle  altre  nazioni  soggiogate. 

Fra  i  ventinove  cardinali  che 
Napoleone  per  cattivarseli  e  rivol- 
gerli conilo  Pio    VII,  avea    radu- 


i9.(i                   FRA  FRA 
nato  in  Parigi,  ov' era  pure  coileg-  Napoleone  e    1' arciduchessa    Maria 
giato   da   sei   le,   vi    si   trovò  il   ce-  Luisa,  e  si   alFeltuò    in    persona   ai 
lebie  cardinal  (^onsnlvi,il  quale  sen-  o.   dei   seguente  aprile  colla  più  so- 
li  dirsi  da    Napoleone,  clie    s'  egli  leniie  pompa   della   corte   imperiale 
fosse    rimasto     alla   diie7Ìone    degli  di   Francia  :    la   sposa   ebbe  il  titolo 
affari  di   Roma,    non    sarebbero   le  d'imperatrice    de'  francesi    e  regina 
cose  nello  stato  in     cui   allora  era-  d'  Italia,  e    Giuseppina  con    grosso 
no;   ma    il    cardinale    prontamente  appannaggio  si    ritirò  coi    titoli  di 
rispose:  »  Vostra  Maestà  è  in  errore;  imperatrice  regina:    V.  \eLetlere  di 
gli  affari  sarebbero  esattamente  gli  Napoleone  a  Giu.ieppina  ^  e  di  Giu- 
stessi  ",  come  si  legge  ne  Cenni  hio-  scppìna    a  Bonnpnrte,  Bastia  1834. 
grafici  sul  cardinal  Consalvi,  stam-  Nell'anno  seguente  a' 20  mai  zo  l'im- 
pati  in   Venezia    nel    1824.    In  se-  peratrice     Maria    Luisa    partorì     il 
guito  non  andando  a   Napoleone  a  le  di  Roma  ^    che   nella   sera   rice- 
genio    il  contegno    di     tredici    car-  vette   l'acqua  battesimale  ed   il  no- 
dinali,  peichè    avevano   licnsato  di  me  di    Francesco- Giuseppe- Carlo- 
intervenire     alla     solenne    funzione  Napoleone,  chiamato    allora  Napo- 
dcl   matrimonio  di   Napoleone    con  leone   II,   nella   cappella  del   palaz- 
Maria  Luisa,   non   essendo  dal   Pa-  zo  delle  Tuillerie  dal  cardinal  Giu- 
pa  dichiaralo    nullo    il   primo    suo  seppe    Fesch     glande    elemosiniere, 
matrimonio    contratto    con   Gitisep-  Correndo  l'anno    1810   la  dieta  sve- 
pina  vedova   dei  conte  di  Beauhar-  dese   di  Crebro  elesse  in   successore 
nais,   proibì   a   ciascuno  di   essi   l'u-  al    re    il   maresciallo    francese   Ber- 
so  delle    insegne    cardinalizie,    non  nardotte,  allora  principe  di  Pontecor- 
dovèndo    in   pubblico  comparire  se  vo,  che  dichiarato  nella  dieta   prin- 
non    vestiti   di   nero,    donde  nacque  cipe  reale,  dipoi   prese    il   nome  di 
allora  la  distinzione  de'cardinali  ros-  Carlo    XIV;    e    l'impero    francese 
si,  e  de'cardinali  neri,  i  quali  ultimi  si   aumentò    col    regno   di    Olanda, 
fiu'ono  indi   privati   d'ogni   sussidio,  il   cui    re  Luigi    Bonaparte    abdicò, 
giacché    avea   assegnato  a    cadauno  del   Valese,  delle  tre    città  anseati- 
per    dote  cardinalizia    trenta    mila  che  di    Brema,    Amburgo,  e    Lu- 
franchi,  poscia    dispersi  e  confinati  becca  ,    e   della    parte    nord  -  ovest 
in   diversi   luoghi   della   Francia   in-  dell'Alemagna,  portando  così   il   nu- 
sieme  al    loro    decano    il    cardinal  mero    de' suoi    dipartimenti  a  cento 
Mattei.   Una  pia    società   di    france-  tienta.   Verso  questa  epoca,   la   più 
si,  pel  fervido  zelo  dell'abbate  Le-  brillante  al  certo  dell'impero  fran- 
gris-Duval,  già  benemerito  di  Lui-  cese, Napoleone  regnava  sopra   tren- 
6'   ^VI.    per    quattro  anni    conse-  tacinque  milioni  di   francesi,   italia- 
ciitivi    generosamente  sovvenne  nei  ni,    olandesi,    fiamminghi,  tedeschi, 
diveisi    luoghi    i    cardinali   rilegati,  slavi,    ec.  ;   i    principi   della  sua   fa- 
essendo  consultore  di   questa   pia  o-  miglia  o  i  suoi    alleati    comanda  va - 
pera,  e  distributore  dei  sussidi  l'ab-  no  a   quarantatre    milioni  di  tioini- 
bate  Ferrucci  segretario  del   cardi-  ni,    ed    il    restante    del    continente 
nal  Gabrielli:  ditali  beneficenze  la  europeo  provava   più  o  meno   l'in- 
principessa     di     Chimay    ne    imitò  fliienza  di  questo  conquistatore.  Ve- 
1  esempio.   Agli    11  marzo    18  io  se-  di  Commentari  di  Napoleone  ,^\n^' 
gni   il  matrimonio  per  proctun,  tra  .«elles    1827,    in    otto  tomi. 


FRA 

Guardalo  Pio  VII  in  Savona  tla 
una  compagnia  di  gendarmi,  non 
contenlo  Napoleone,  di  averlo  spo- 
gliato della  temporale  sovranità,  a- 
spirò  alle  preingalive  del  pontifica- 
to. Una  di  queste  clie  piìi  l'irrita- 
va era  il  diritto  dell'  instituzione 
canonica,  eh'  egli  stesso  solenne- 
mente aveva  riconosciuta  nel  cori- 
coidalo.  Ma  Pio  VII  dopo  l'inva- 
sione di  Roma,  considerandosi  co- 
me prigioniero,  avea  sospeso  accor- 
dare le  bolle  d'instituzione  a'nuovi 
vescovati  nominati,  e  peggiorando 
la  sua  condizione  dopo  la  sua 
cattività,  avea  continuato  a  ne- 
garle, per  lo  che  Napoleone  si  vi- 
de nel  bivio  o  di  restituire  Roma 
e  la  libertà  al  Papa ,  o  veder 
la  Francia  e  1'  Italia  senza  vesco- 
vi, ma  nulla  non  potè  Napoleone 
ottenere  dai  tentativi  perciò  fatti. 
Allora  egli  formò  la  commissione 
ecclesiastica  ,  o  privato  suo  consi- 
glio, sotto  la  presidenza  del  car- 
dinal Fesch.  Intanto  Pio  VII  proi- 
bì che  i  vescovi  nominati  fossero 
eletti  vicari  capitolari,  ciò  che  pro- 
dusse grave  sdegno  in  Napoleone. 
Considerando  questi  compromessa 
la  propria  dignità  ed  insieme  la 
tranquillità  dello  stato,  se  non  giu- 
geva  a  riordinar  gli  affari  della 
Chiesa,  ch'egli  stesso  aveva  già  scom- 
posti, unì  un  secondo  consiglio  ec- 
clesiastico nel  marzo  1811,  com- 
posto dei  membri  del  precedente, 
e  di  altri,  fra' quali  monsignor  de 
Pradt  vescovo  di  Poitiers,  nomi- 
nato arcivescovo  di  Malines ,  il 
quale  scrisse  poi  una  parte  di 
questi  memorabili  avvenimenti,  con 
que'sentimenli  noti  secondo  la  scuo- 
la cui  apparteneva  :  alle  risoluzio- 
ni con  sacerdotale  franchezza  si  op- 
pose l'abbate  Emery  superiore  del- 
la   congregazione  di    san    Sulpizio, 


FRA  1Ì7 

provando  che  per  rimediare  agli 
affari  religiosi  era  necessario  pri- 
ma di  tutto  porre  il  capo  della 
Chiesa  nella  sua  libertà  ed  indipen- 
denza, e  che  a  nulla  varrebbe  il 
concilio  che  volevasi  adunare  se 
non  fosse  approvato  dal  Pontefice. 
A  seconda  del  consiglio  ecclesiastico 
Napoleone  ordinò  la  convocazione 
del  concilio  nazionale  in  Parigi, 
con  circolare  scritta  in  tuono  di 
intimazione  di  guerra.  Contempo- 
raneamente fu  spedita  a  Pio  VII 
una  deputazione  composta  dell'ar- 
civescovo di  Tours,  e  de' vescovi  di 
Treveri  e  di  Nantes,  per  intavola- 
re due  diversi  negoziati;  il  primo 
riguardava  il  concordato  del  180T, 
che  Napoleone  acconsentiva  rinno- 
vare con  due  condizioni:  i.°  che 
il  Papa  accordasse  l'istituzione  ca- 
nonica a' vescovi  nominati;  •2.°  che 
per  r  avvenire  vi  si  aggiungesse, 
che  se  dentro  il  termine  di  tre  me- 
si le  bolle  non  fossero  date  dal 
Pontefice,  sarei )be  stata  data  l'isti- 
tuzione canonica  dal  metropolita- 
no al  suffraganeo  ,  e  dal  sutfraga- 
neo  al  metropolitano.  Il  secondo 
negoziato,  quello  che  piìi  premeva 
a  Napoleone,  concerneva  gli  affari 
geneiali  della  Chiesa  :  il  Papa  a- 
vrcbbe  ricevuto  il  permesso  di  ri- 
tornare in  Roma ,  qualora  facesse 
il  giuiamento  prescritto  dal  con- 
cordato, cioè  di  fedeltà  ed  ubbi- 
dienza all'imperatore;  diversamen- 
te sarebbe  andato  a  risiedere  in 
Avignone,  dove  avrebbe  goduto  gli 
onori  di  sovrano,  coli'  assegno  di 
due  milioni  di  franchi;  avrebbe 
potuto  tenere  appresso  di  sé  i  re- 
sidenti delle  potenze  cristiane,  ed 
avrebbe  avuto  il  libero  esercizio 
della  spirituale  giurisdizione,  ma 
doveva  dichiarare  di  non  fare  cosa 
veruna  ,    che    contraria   fosse    alle 


»28  FRA 

quattro  proposizioni  del  clero  gal- 
licano. 

La  depulaziniic,  cui  si  un'i  il  ve- 
scovo di  Faenza  Bonsignoii  nomi- 
nato al  patiiarcato  di  Venezia,  si 
presentò  in  Savona  a  Pio  VII,  che 
accogliendola  benignamente,  oppo- 
se forte  resistenza  alle  domande , 
rispondendo  clie  privo  de' cardina- 
li suoi  naturali  consiglieri,  dei  teo- 
logi e  consultori,  si  trovava  nell'im- 
possibilità di  promulgar  veruna  bol- 
la, qualora  prima  non  fosse  slato 
restituito  in  libertà.  Tuttavolta  i 
deputati  gli  fecero  un  quadro  la- 
grimevole  delle  cose,  e  il  pericolo 
dello  scisma  ,  tutto  potendo  rime- 
diare con  alcune  concessioni  dipen- 
denti dalla  sua  volontà.  I  mali  del- 
la Chiesa  commossero  Pio  VII .  e 
promise,  senza  astringersi  ad  obbli- 
gazione, di  accondiscendere  condi- 
zionatamente, di  accordare  cioè  la 
istituzione  canonica,  protratta  da 
tre  a  sei  mesi.  In  quanto  al  secon- 
do trattato  eh'  era  il  più  difficile , 
non  insistettero  i  deputati,  i  quali 
.solamente  riportarono  un'aggiunta, 
clie  il  Papa  era  disposto  a  nego- 
ziare intorno  ai  diversi  aggiusta- 
inenti  relativi  al  governo  della 
Chiesa ,  tosto  che  gli  fossero  resti- 
tuiti i  suoi  consiglieri  e  la  libertà.  I 
vescovi  deputati  posero  in  iscritto  le 
concessioni  ridotte  in  quattro  articoli 
coll'aggiunta  ;  le  lessero  al  Ponte- 
fice, il  quale  però  non  sottoscrisse, 
e  conteiiti  di  quanto  avevano  ot- 
tenuto partirono  sull'  istante  alla 
volta  di  Paiigi.  Non  cosi  lieto  ri- 
mase Pio  VII,  il  quale  pensan- 
do alla  larghezza  della  concessione, 
fu  preso  da  tal  rammarico,  che 
gì'  impedì  la  stessa  notte  di  pren- 
dere sonno,  crescendo  nel  seguente 
mattino  il  suo  dispiacere,  in  senti- 
re che  i  deputati   erano  già  partiti , 


FRA 

essendo  principalmente  in  angustie 
per  la  giunta  fatta  agli  articoli. 
Laonde  scrisse  una  pi'olesla  di  pro- 
prio pugno,  in  cui  dichiarò  che  l,i 
giunta  era  stala  arjjilrarianienle 
apposta  agli  articoli,  che  intendeva 
fosse  cassata,  dichiarando  altresì 
che  gli  articoli  stessi  non  erano  uè 
ini  trattato,  né  un  preliminare,  ma 
solo  dimostravano  il  suo  desiderio 
di  giovare  alla  chiesa  di  .r' rancia. 
Tale  protesta  rimise  al  prefetto  del 
dipartimento,  ed  al  colonnello  La- 
gorse,  incaricato  della  custodia  del 
Pontefice,  acciò  i  deputati  di  ciò 
avvertiti  per  viaggio,  cancellasserc» 
r  aggiunta.  La  deputazione  credet- 
te aver  molto  ottenuto,  ma  Napo- 
leone poco,  perchè  non  si  era  con- 
seguito r  essenziale  di  avere  il  Pa- 
pa o  suddito  in  Roma  o  ligio  in 
Avignone.  Intanto  incominciò  il 
concilio  nazionale  di  novantasette 
vescovi,  ed  ebbero  luogo  gì'  indiriz- 
zi de'  vescovi  italiani  e  de'  capitoli 
ov' erano  vacanti  le  sedi.  V.  Di- 
chiarazioni e  ritrattazioni  degV  in- 
dirizzi a  Pio  VII,  Roma  iSifi. 
Si  può  anche  consultare  il  dotto 
opuscolo  del  eh.  avv.  d.  Carlo  Fea 
intitolato:  NiUlità  delle  ammini- 
strazioni capitolari  abusii'e,  dimo- 
strata con  documenti  autentici,  Ro- 
ma i8i5i  pel  Contedini.  Ma  di- 
chiarandosi il  concilio  nazionale 
incompetente  per  supplire  all'isti- 
tuzione de'  vescovi  ,  fu  brusca- 
mente sciolto  da  Napoleone.  Pas- 
sati i  furori  cagionatigli  dall'infeli- 
ce successo,  tornò  tuttavia  al  dise- 
gno di  vincere  il  Papa  a  mezzo  dA 
concilio,  assicurandosi  prima  che  i 
membri  avessero  proceduto  a  suo 
modo.  Vinti  con  lusinghe  e  mi- 
naccie  molti  vescovi,  benché  diver- 
si protestassero  con  clausole,  si  fe- 
ce   loro    sottoscrivere    un    decreto , 


FRA 

che  iu  generale  congiegazioue  l'u 
letto  ed  approvalo:  ciò  deve  ri- 
guardarsi come  una  proposizione  o 
progetto,  non  avendo  avuto  luogo 
pubblica  sessione.  11  decreto  era 
composto  di  cinque  articoli,  uè'  qua- 
li dichiaravasi  nou  potere  reslar 
vacanti  le  sedi  vescovili  più  d'  un 
anno  ;  che  il  concilio  supplicheiù 
i'  imperatore  a  nominare  alle  sedi 
a  tenore  de'  concordati,  e  i  nomi- 
nali domanderanno  al  Papa  l'isli- 
lozione,  che  dovrà  darla  entro  sei 
mesi ,  ciò  che  ricusando  in  dello 
tempo  ,  supplirà  il  nietropolitano  , 
e  in  sua  mancanza  il  vescovo  piìi 
anziano  della  provincia  ;  e  che  il 
decreto  da  una  deputazione  si  re- 
cherebbe al  Papa  per  la  conferma. 
Sebbene  al  concilio  toccasse  la 
scelta  de'  deputati,  nondimeno  Na- 
poleone vi  destinò  tre  arcivesco\i 
compreso  de  Pradt,  e  cinque  ve- 
scovi; e  perchè  non  apparisse  che 
il  Pontefice  decidesse  senza  i  car- 
dinali, suoi  consiglieri  nati,  inviò 
a  Savona  cinque  cardinali  rossi  a 
lui  condiscendenti,  a' quali  aggiunse 
monsignor  Bertazzoli  arcivescovo  di 
Edessa,  elemosiniere  del  Papa  che 
lo  riguardava  con  singolare  bene- 
volenza. La  deputazione  arrivala  a 
Savona  ottenne  da  Pio  Yll  quan- 
to bramavasi  sulla  canonica  islitu- 
^.ione,  di  che  Napoleone  si  mostrò 
malcontento,  perchè  non  aveva  pro- 
posto al  Papa  ciò  che  da  lui  esi- 
geva iu  cambio  di  Roma,  e  della 
sovranità  della  santa  Sede.  Ad  ogni 
modo  comandò  a  quattro  de'  vesco- 
vi deputali,  già  pervenuti  a  Tori- 
no, di  ritornare  a  Savona  a  fare 
mi  ultimo  tentativo  sull'animo  del 
l'ontefìce,  nella  lusinga  che  intimo- 
rito discendesse  alle  ulteriori  sue 
iluniaiide.  Ma  Pio  VII  restò  saldo 
ed  immobile,  negando  ciò  che  vie- 

VOL.    XX  VU. 


FRA  129 

lava  la  sua  coscienza;  i  vescovi  del 
concilio  furono  licenziali  da  Pari- 
gi; ed  il  Pontefice  restò  senza  mac- 
chia ,  e  dal  pericolo  dello  scisma 
liberò  la  Chiesa.  In  questo  tempo 
la  Francia  per  la  massima  parte 
mostravasi  divota  alla  religione 
de'  suoi  padri,  però  le  ferite  della 
rivoluzione,  lungi  dall'essersi  sana- 
te erano  inasprite,  dopo  la  perse- 
cuzione mossa  al  Papa  ed  alla  Se- 
de apostolica,  trovandosi  il  clero  di 
SI  gran  nazione  diviso  in  quattro 
diversi  parliti  ,  cioè  di  giansenisti 
o  preti  cobliluzionali  ;  di  pi'eti  che 
avendo  ritirato  il  giuramento  dalo 
alla  costituzione  non  avevano  rice- 
vuto il  concordato  ;  di  preti  il  cui 
zelo  erasi  cangialo  in  fanatismo,  e 
reputando  caduto  in  errore  il  Pa- 
pa col  resto  della  Chiesa  ,  reputa- 
vansi  essere  i  soli  veri  cattolici  iu 
tutto  il  mondo ,  non  dissimili  ai 
donatisti  ;  e  di  preti  dissenzienti 
sul  decreto  del  sedicente  concilio 
nazionale  ;  e  tutti  questi  partiti  a- 
vevano  seguaci  sparsi  per  le  città 
e  per  le  campagne ,  esultando  di 
tali  divisioni  del  clero  i  filosofi  in- 
novatori e  gì'  increduli.  E  Roma 
nel  medesimo  tempo  squallida  e 
desolata,  era  piena  di  lamenti  e  di 
pianti  ;  e  benché  dichiarala  città 
libera  ed  imperiale,  soggiaceva  al- 
la coscrizione:  però  Canova  e  De- 
gerando  ottennero  qualche  cosa  per 
1'  antica  regina  del  mondo.  11  eie- 
io  romano  si  rese  a  quell'  inftilice 
epoca  più  illustre,  per  la  fede  che 
serbò  al  Pontefice,  ad  onta  de'  pa- 
timenti e  privazioni  cui  fu  fallo 
bersaglio;  indi  per  ordine  di  Na- 
poleone seguì  la  soppressione  de- 
gli ordini  regolari  per  tutta  l'I- 
talia. 

Continuando  la  guerra  de'  fran- 
cesi culla  Spagna,  a'  5  marzo  1  S  1  i 


t3o  ,      FRA 

il   re  di  ^yestfalia  Girolamo  Bona- 
parte  alKlicò  la  corona,  onde  il  re- 
gno fu  riunito  alla  Francia.  Napo- 
leone che    ravvolgeva  nella  mente 
la  gran    guerra   contro    la  Russia , 
per  effettuare    1'  universale  monar- 
chia alla  quale  aspiiava,   e  che  te- 
neva per  sicura,  andavasi  preparan- 
do alla     lotta.    Dopo    aver   lascialo 
tranquillo  per  alcun    tempo  il  Pa- 
pa a  Savona,  senza  fare  alla  Chie- 
sa   ({ueile    mutazioni    di    cui  l'avea 
minacciata,  sapendo  che  una   squa- 
dra  inglese  corseggiava    per  la   ra- 
da di  Savona  ,    all'  improvviso   co- 
mandò che  Pio  VII    fosse  traspor- 
tato in  Fontainéblcau,  e  da  Marsi- 
glia fece  passare  in  Roma  Carlo  IV 
re  di   Spngna.    Volendo  Napoleone 
che   il  viaggio  di   Pio  VII    riuscisse 
ignoto  a  tutti,  co'  modi   i  più  duri 
ne  raggiunse  Io  scopo.  Nella  notte 
de'   9    giugno    1812    il    colonnello 
de'  gendarmi    Lagorse    entrò    nelle 
camere  del  Papa,  gli   pose  in  capo 
un  cappello  tondo  ,   Io  fece  ve>tire 
d'una    triviale    soltana,    e    calzare 
scaipe  nere;  indi  in  compagnia  del 
solo    medico  ,    precipito<<amente    lo 
condusse    via.    Solo    a    Stupinigi  fu 
permesso  a  monsignor  Cerlazzoli  di 
unirsi  a   lui;  ma   giunto  nell'ospi- 
zio di   JMoncenis,  pei  sofferti   stenti, 
Pio   VII     domandò    ed    ottenne    il 
conforto    del    santo    Viatico  ;    indi 
rianimatosi    non     senza    particolare 
aiuto  di  Dio   alcun  poco,  fu  subi- 
to trasportato  a  Fontainebleau,  ove 
arrivò    a"  20  giugno  :    allora  i  mi- 
nistri Champagny    e    Bigot,  i   car- 
dinali rossi  e  prelati  di  corte,    tut- 
ti  recaronsi   a  fargli  omaggio.  Nel- 
r  ebbrezza  del   potere  cadde  Napo- 
leone di  errore  in  errore,  ed  intra- 
prese ad    attaccare    il  nordico   im- 
pero: la  di  lui    potenza     a   questo 
tempo  si   vedeva  nel  suo  maggiore 


FRA 
auge,  ed  egli  stesso  all'  ingrosso  la 
calcolava  a  settanta  milioni  di  sud- 
diti, a  otto  o  novecentomila  solda- 
ti a  piedi,  ed  a  centomila  cavalli^ 
quante  forze  non  ebbero  nemmeno 
i  romani  nella  più  grande  ampiez- 
za del  loro  impero.  L'Austria  e  la 
Prussia  erangli  alleate,  oltie  altre 
potenze  ligie  alla  formidabile  sua 
possanza.  Avendo  i  russi  alleati  de- 
gli svedesi  ricevuto  ne'  loro  porti 
bastimenti  inglesi,  nell'  istesso  anno 
18 12  Napoleone  gli  dichiarò  la 
guerra,  e  da  tal  passo  incomincia- 
no gli  avvenimenti  che  cangiarono 
la  faccia  alla  Francia  :  mentre  Pio 
VII  era  stato  tratto  a  Fontainebleat», 
egli  col  nerbo  delle  sue  truppe  giun- 
se al  Niemen.  La  fortuna  ancora  lo 
assistette,  ma  in  mezzo  alle  vitto- 
rie di  Smolensko,  di  Mojaisk  e  di 
Rloskowa  ,  e  di  altre  memorabili 
pugne,  che  teneva  sospesa  e  dipen- 
dente la  sorte  non  che  dell'  Euro- 
pa, del  mondo  intero,  i  russi  sem- 
pre indietreggiavano  nell'  interno 
del  loro  impero.  Vinta  la  famosa 
battaglia  di  Borodino ,  a'  i4  set- 
tembre Napoleone  entrò  in  Mosca, 
e  da  vincitore  si  assise  sul  trono 
degli  czar:  allora  sempre  più  com- 
parve agli  sguardi  delle  atterrite 
nazioni  il  mostruoso  fantasma  di 
una  potenza  innalzatasi  sopra  le  ro- 
vine delle  altre,  che  dalla  cima  del 
Kremlin  faceva  bombardare  il  Tro- 
cadero.  Intanto  il  patriotismo  rus- 
so collegavasi  coli' ira  deoli  elemen- 
ti,  per  iscavare  al  fjorentissimo  e- 
sercito  la  fatale  sua  tond^a ,  che 
doveva  pure  distruggere  l' enorme 
colosso. 

I  russi  per  togliere  al  nemico 
Mosca,  coraggiosamente  l'abbando- 
narono alle  fiamme:  il  chiaror  fosco 
di  quelle  vampe  divoratrici  accrebbe 
ne' russi    il  coraggio,  e    servì  loro 


FRA 
come  di  segnale  ai  movimenti  verso 
un  ceulro  comune.   Da  ogni  canto 
per  la  vastità  della  pianura  sbuca- 
rono a  stormi  i  paesani  armati,  in 
un  ai  tremendi  cosacchi.  L'accorto 
KutusofF  dopo    di    avere   con    una 
mossa  di  fianco  collocato  il  suo  eser- 
cito   più   poderoso   di   prima    sulla 
strada  di  Kaluga,  tagliò  ai  francesi 
la  comunicazione  con  Smolensko,  e 
colla  Polonia,  intanto  che  due  altri 
grossissimi  eserciti  da  due  parti  oppo- 
ste corsero  a  chiudere  il  passo  del- 
la   Beresina.  Napoleone    trovossi  la 
un  punto  circondato  da  forze  stra- 
bocchevoli, in    mezzo  a  un  deserto 
cb'egli    stesso    avea  creato.    Troppo 
tardi  comprese  l'imponenza  del  pe- 
ricolo, e  non  rimanendogli  di  scampo 
che  una  pronta  e  precipitosa  ritirata, 
questa  cominciò  a'  1 9  ottobre  accom- 
pagnata   da    orribili    disastri,  i    cui 
dettagli    movono,    per  il  complesso 
delle    loie    deplorabili     circostanze , 
a  ribrezzo   i    meno    umani.   11  d'i   6 
novembre  un     diluvio  di  neve,  in- 
calzata    da    infernal    bufera  ,    den- 
tro   a'  suoi    vortici   seppellì    a    mi- 
gliaia   soldati    e    cavalli.     A.    questa 
tenne  dietro   uno  spieiato    freddo  di 
gradi   dieciotto  sotto   al  gelo,  e  che 
sterminò   la    cavalleria,    ed  il    flore 
della  fanteria.  Quindi  si  presentò  il 
commovente  e     tetro    spettacolo    di 
centoventicinque  mila  cadaveri  uma- 
ni, confusi  e  misti  cogli  ossami  scar- 
niti de'cavalli,  e  questi  segnare  le  trac- 
cie    dell'esercito     fuggitivo,     tempe- 
stato senza  posa  allespalle,  ai  fianchi, 
e  di  fronte  dalle  forze  de'nemici  sem- 
pre crescenti  e  l'igogliose.  Soli  ven- 
ticinque  mila  soldati  a  stento  pote- 
rono ripassare  il  Niemen,  i  quali  pe- 
rò   più  che  di  soldati,  di  scheletri  a- 
vevaiio  le  sembianze.  La  totale  per- 
dita  si  calcolò    a  circa   trecentomila 
soldati,    e    centomila   cavalli,   oltre 


FRA  1*51 

mille  pezzi  di  artiglieria,  che  re- 
starono trofei  dei  russi  pel  ripor- 
tato trionfo.  Napoleone  prima  che 
si  compisse  l'eccidio  del  disgraziato 
suo  esercito,  ne  avea  già  abbando- 
nato il  comando  al  cognato  Murat, 
ed  egli  partendo  da  Smorgoni  a' 5 
dicembre,  pressoché  solo  in  una 
slitta,  precipitò  la  sua  corsa  a  Var- 
savia il  cfi  IO  dicembre,  dove  dinan- 
zi ai  deputati  polacchi,  e  a  de  Pradt, 
che  d'arcivescovo  di  Malines  si  era 
trasformato  in  ministro  plenipoten- 
ziario appresso  la  dieta  di  Polonia, 
deplorò  l'avvenimento,  e  disse  che 
chi  non  arrischia  niente,  non  ha  nien- 
te, e  che  dal  sublime  al  ridicolo  non 
avvi  che  un  passo.  Uscito  di  Var- 
savia ,  prosegui  il  viaggio,  ed  ina- 
spettato arrivò  a  Parigi  a'  1 8  dello 
stesso  mese. 

Dopo  tanta  catastrofe.  Napoleone 
rivolse  le  sue  ciu'e  a  puntellare  il 
vacillante  suo  impero,  e  reputando 
cosa  di  gran  momento  il  riconciliarsi 
col  sommo  Ponteficej  affine  di  riac- 
quistarsi l'affetto  de' sudditi,  ed  in 
generale  di  tutti  gli  animi  che  eransi 
perciò  da  lui  alienati  ,  si  affrettò 
di  cancellare  l'onta  de'barbari  modi 
co'quali  avea  trattato  il  mansueto  Pio 
VII,  sempre  strettamente  guardato 
da  Lagorse,  inviandogli  nel  primo 
gennaio  181 3  un  ciambellano  di 
corte,  ad  aprir  le  pratiche  d'un  nuo- 
vo trattato, quindi  egli  stesso  coli'  im- 
peratrice improvvisamente  si  recò 
a  Fontainebleau.  Ivi  per  cinque  gior- 
ni seguirono  col  Papa  colloqui  vivis- 
simi, dimostrandosi  Napoleone  arro- 
gante col  venerando  prigioniero,  av- 
vilito e  trafitto  di  dolore  pe'mali 
in  cui  gemeva  la  Chiesa.  Da  questi 
abboccamenti  l'imperatore  ripoi  tò  ai 
0.5  gennaio  l'accettazione  di  dieci 
articoli  preliminari  per  un  nuovo 
concordato,  mentre  egli  volle  tener- 


i32  FRA 

li    come    un    defìnilivo     trattato,    e 
menandone   trionfo,  volle  che    si  fe- 
steggiasse per  tutte  le  chiese  dell'im- 
pero.  A  tenore  dell'articolo  decimo 
i  cardinali  tutti  furono  posti  in  liber- 
tà,   n)a    appena  emanato    l'ordine, 
Napoleone   se    ne     pentì,     temendo 
non  gli   scompigliassero    le  fila    or- 
dite, tuttavolta  si  lusingò  di  controb- 
bilanciare  ilpoteredi  quelli  che  sull'a- 
nimo del  Papa  avevano  influenza,  coi 
cardinali  che  riputava  a  sé  favorevo- 
li, a'quali  aggiunse    molti    prelati  di 
Francia  e  d'Italia.  I  preliminari  appe- 
na sottoscritti  divennero  di  grave  affli- 
zione a    Pio    VII,    che  si  accrebbe 
nell'udire  ch'erano  stati   pubblicati 
come  un    definitivo   concordato.   Si 
aggiunsero  i  riflessi  di   molti  cardi- 
nali, sulle  perniciose  conseguenze  di 
tali  articoli,  che  stavano  per    deri- 
vare alla  Chiesa,  qualora    si  avesse 
voluto    mandare    ad    esecuzione   un 
concordato  sulla  base  dei  prelimina- 
ri. Sì  convenne    unanimemente    di 
rivocare  gli  articoli,  e  dichiararli  ir- 
riti e  nulli,   come   contenenti   pro- 
messe che  non  si  potevano  in  nes- 
«im  modo   accordare.  Ben    lungi  il 
Papa  di    rattristarsi  per  la    revoca, 
e  per  confessare  in  fìiccia  al  mondo 
di  avere  male  operato,  pienamente 
approvò  il  consiglio,  e  riacquistò  ìa 
perduta  tranquillità;  indi  a' 20  mar- 
zo   1 8  1 3  con  lettera  di  suo   pugno 
diretta  a   Napoleone,    solennemente 
rivocò  i    dieci    articoli    preliminari. 
L'imperatore  ricevette  da  Lagorse  la 
lettera,    contenne  il   suo    profondo 
sdegno,  e  si    limitò  a  far  impi'igio- 
nare  il  cardinal  de  Pietro   che  pel 
primo  aveva    illuminato  il   Papa,  a 
stringere  questi    in    maggior  sorve- 
glianza  e  ad  isolarlo,    minacciando 
que' cardinali  che  a  lui  avessero  par- 
lato di  affari. 

Mentre  la  Prussia  si  collegò  coi 


FRA 
russi,  e    pose  in   campagna    ottanta 
mila   uomini    sotto  il    comando  del 
general   Blucher,   Napoleone    riordi- 
nate alla  meglio   le    cose  nell'inter- 
no   del    suo  impero,    si   accinse   al- 
la   guerra    di    Germania   con  quat- 
trocentomila   soldati,  co'  quali    vin- 
se i    prussiani  a  Lutzen  a'2   maggio. 
Questa  sanguinosa  battaglia  n'.'U  sgo- 
nienlò   gli   alleati,   che   protetti   dal- 
la  cavalleria   felicemente  si   ritiraro- 
no al  di  là  dell'Elba.   Indi   seguì  la 
battaglia  di  Bautzen,  in  cui  Napo- 
leone rimase  padrone  del  campo,  ma 
neppure  questa  volta  potè  sbaraglia- 
re le  forze  nemiche,  che  passarono 
nella   Slesia,  ove  ricevettero   rinforzi 
e  l'alleanza  del  re  di  Svezia  disgu- 
stalo co' francesi    per    avergli   tolto 
la    Pomeraiiia.  Considerando  1'  Au- 
stria essere  questo  il  tempo  di  restau- 
rare in   Europa  l'equiiibiio  politico, 
comparve  sul  campo  di  battaglia  con 
poderoso  esercito  in  faccia  alle  due 
parti  belligeranti,  offrendosi   media- 
tiice  per  una  generale  pacillcazioue, 
ed  ottenne  un  armistizio  e  l'apertma 
d'un  congresso  a  Praga.   Allora  Pio 
\ll  ricorse  all'imperatore  Francesco 
I,  perchè  s'interponesse  alla  ricupera 
de' suoi    stati;    ma    la  lettera  giunse 
quando  già  il  congresso  erasi  sciolto 
senza  effetto,  non  volendo  Napoleone 
cedere  niuna  delle  sue  conquiste  com- 
presi gli  stati  della  Chiesa.  La  guerra 
si  riaccese  perciò  con  magjg^ior  furore, 
e  divenne  generale  ed  europea:  l'Au- 
stria nell'agosto    unì    agli    alleati  le 
sue  propie    forze,    calcolate    a   due- 
centomila combattenti. 

Napoleone  avea  scelto  Dresda  per 
centro  delle  sue  operazioni,  e  potè 
respingere  il  grande  esercito  degli 
alleati,  capitanato  dal  principe  di 
Schwartzemberg  ,  nell'  assalto  da- 
to a  quella  capitale  delia  Sassonia 
a' 27    agosto.    Tre   giorni    dopo   la 


FRA 
rotta  di  Vandamme  a  Culm,  men- 
tre Napoleone  fidato  ne'militai'i  suoi 
talenti  ostinavasi  a  lottare  con  for- 
ze tanto  superiori,  e  marciava  te- 
merariamente su  Teoplitz  per  sor- 
prendere i  tre  sovrani  alleati  nel 
loro  alloggiamento  stesso,  le  perdi- 
te continue  che  diminuivano  i  di- 
versi corpi  francesi  in  Sassonia  e 
nella  Slesia,  battuti  dal  prode  Bhi- 
cher  e  dal  principe  reale  di  Sve- 
zia, furono  per  Napoleone  i  tristi 
forieri  della  sua  caduta.  La  sorte 
dell'  Europa  fu  decisa  ne'campi  di 
Lipsia  a'  i8  ottobre:  questa  memo- 
rabile battaglia  campale  perduta 
da  Napoleone  malgrado  i  possibili 
sforzi,  terminò  di  distruggere  il  pre- 
stigio di  quelli  che  lo  credevano 
più  che  uomo.  Tale  vittoria  portò 
per  conseguenza  la  liberazione  di 
tutta  la  Germania,  poiché  la  Ba- 
viera, e  i  principi  della  confedera- 
zione renana  rivolsero  le  armi  contro 
Napoleone,  che  si  vide  costretto  a 
funesta  ritirata,  accompagnata  dai 
più  gran  disastri  nel  passaggio  del- 
l'E^ter;  ed  intercluso  dal  principe 
di  Wrede  ad  Hanau,  dovette  a'3 1 
ottobre  con  un'altra  sanguinosa  mi- 
schia aprirsi  la  via  al  fine  di  gua- 
dagnare la  sponda  sinistra  del  Reno. 
Per  cumulo  di  sventure  lord  Welling- 
ton comandante  dell'esercito  inglese, 
avea  dato  una  grandissima  sconfit- 
ta in  Ispagna  al  re  Giuseppe  pres- 
so Vittoria  a'2 1  giugno,  mentre  la 
Francia  esausta  di  forze,  trova  vasi 
da  tutte  le  parti  esposta  al  furore 
di  tante  nazioni  avide  di  vendica- 
re su  di  essa  le  antiche  e  nuove 
otTese. 

Napoleone  si  restituì  a  Pai'lgi  ai 
9  novembre,  e  conobbe  troppo  tar- 
di che  in  vece  delle  conquiste  do- 
vevasi salvare  la  Francia.  A  termi- 
rjar    la  guerra  di    Spagna  apri    la 


FRA  133 

prigione  di  Valengai  al  suo  re  Fer- 
dinando VII,  restituendolo  al  regno; 
indi  risolvette  far  il  simile  col  Pa- 
pa, tentando  prima  qualche  van- 
taggioso accordo,  cui  Pio  VII  si 
ricusò  dare  ascolto,  essendo  fermo 
di  non  intavolare  negoziazioni,  se 
non  in  piena  libertà.  Napoleone 
ciò  non  pertanto  si  decise  rimanda- 
re il  Papa  a  Roma,  spinto  piutto- 
sto dalle  circostanze,  e  per  opera- 
re una  diversione,  giacché  Murai 
suo  cognato  agli  1 1  gennaio  fermò 
un  trattato  d'alleanza  con  l'Austria, 
che  a  lui  avea  guarentito  il  tran- 
quillo possesso  di  Napoli,  per  cui 
un\  le  sue  forze  alle  austriache: 
quindi  Murat  d'accordo  colle  po- 
tenze alleate,  con  truppe  napoleta- 
ne aveva  occupato  i  due  diparti- 
menti di  Roma ,  e  del  Trasime- 
no, quali  egli  gradiva  che  fosse- 
ro piuttosto  nelle  mani  del  Pa- 
pa che  del  parente  a  lui  ribel- 
le. Lagorse  intimò  in  Fontaiuebleau 
la  partenza  a  Pio  VII,  col  divieto 
di  portar  seco  cardinali,  ma  il  so- 
lo prelato  Bertazzoli.  Il  Papa  par- 
tì a'aS  gennaio  i8i4,  mentre  l'e- 
sercito degli  alleati  si  avanzava, 
lasciando  delle  istruzioni  a' cardi- 
nali, i  quali  poi  vennero  rilegati 
da  Napoleone  in  diverse  città  di 
Francia.  Benché  Pio  VII  viaggias- 
se con  tutte  le  rigorose  cautele,  e 
sotto  il  nome  di  vescovo  d'Imola, 
perchè  non  fosse  riconosciuto,  tra- 
versando la  Francia  per  esser  con- 
dotto a  Savona,  ridestava  per  tut- 
to sentimenti  di  divoto  entusiasmo 
appena  il  riconoscevano  i  buoni 
francesi,  come  avvenne  principal- 
mente ad  Orleans,  a  Cahors,  a 
Montpellier,  a  Brives-le-Gaillarde, 
patria  del  colonnello  Lagorse  ec. , 
arrivando  a  Savona  fra  gli  applau- 
si de"li  abitanti  nel  di   1  i   febbra- 


i34  FRA 

io.  Questa  era  la  città  assegnala 
per  la  seconda  volta  da  Napoleo- 
ne per  dimora  del  Pontefice,  pro- 
crastinando a  renderlo  del  tutto 
libero,  riserbandosi  trattarlo  secon- 
do le  circostanze.  Il  grande  eserci- 
to degli  alleati  passò  il  Eeno  ai 
2  r  decembre,  e  traversando  la  Sviz- 
zera evitò  il  triplice  ordine  di  for- 
tezze che  raunivano  la  frontiera 
settentrionale  della  Francia.  Napo- 
leone procurò  ravvivare  l'orgoglio 
nazionale,  ma  sperimentò  quanto 
a  tutti  gravasse  il  suo  militare  di- 
■  spotismo.  Egli  non  mancò  di  ani- 
mo in  s\  duro  frangente,  sebbene 
inutilmente,  avvicinandosi  gli  allea- 
ti sempre  più  a  Parigi  col  rove- 
sciare ogni  ostacolo,  mentre  dal 
lato  occidentale  altro  possente  ne- 
mico portavasi  nel  cuore  dell'im- 
pero francese,  lord  Wellington;  che 
passata  la  Bidassoa,  indi  prese  Bor- 
deaux :  cosi  le  armate  del  Taso 
erano  per  congiungersi  con  quelle 
del  Wolga  neir  istessa  Francia. 
L' Italia  che  Napoleone  riteneva  co- 
me ultima  tavola  di  salvezza,  al 
suo  naufragio,  era  ormai  per  lui 
perduta:  le  provincie  illiriche  era- 
no ritornate  nel  dominio  di  Fran- 
cesco I;  per  l'unione  della  Bavie- 
ra agli  alleati,  l'armata  del  regno 
italico  era  retroceduta  sull'Adige; 
il  general  Nugent  con  flottiglia 
austro-britannica  uscita  da  Trieste, 
faceva  uu'  utile  diversione  alle  foci 
del  Po,  occupando  Comacchio,  e 
dilatandosi  nella  Romagna  ;  Murat 
dovea  occupar  militarmente  tutta 
l'Italia  meridionale  sino  alla  destra 
del  Po,  e  già  avea  costretto  i  fran- 
cesi a  sgombrare  diversi  diparti- 
menti, avendo  fatto  il  suo  solenne 
ingresso  in  Roma  a'  24  gennaio, 
portandosi  ad  alloggiare  nel  palaz- 
zo   Farnese.   Firenze,    Ancona,    rd 


FRA 
altre  città  furono  occupate  dai  na- 
poletani, i  quali  uniti  a  Nugent  po- 
sero in  rotta  i  francesi  verso  il  Po  il 
primo  marzo,  quindi  Parma  e  Bo- 
logna vennero  evacuate  dai  mede- 
simi. Il  feld-maresciallo  Bellegarde 
comandante  supremo  dell'  armata 
austriaca  in  Italia,  passato  l'Adige,  at- 
taccò una  zuffa  sanguinosa,  valoro- 
samente sostenuta  da  ambo  le  par- 
ti, ed  il  vice-re  Eugenio  Beauhar- 
nais  che  comandava  l'armata  ita- 
liana e  francese,  fu  costretto  riti- 
rarsi sotto  la  fortezza  di  Mantova. 
Finalmente  Francesco  I  con  mani- 
festo de' 9  febbraio,  fece  pubblica- 
re da  Bellegarde  la  restaurazione 
dell'antiche  dinastie  de' loro  sovra- 
ni nati,  e  parlando  di  R.oma,  ecco 
come  si  espresse  :  »  Voi  vedrete  la 
città  immortale,  due  volte  la  pri- 
ma città  del  mondo,  cessare  di  es- 
sere la  seconda  d' un  impero  stra- 
niero, e  con  nuovo  lustro  restituir- 
si la  capitale  del  mondo  cristiano  ". 
Invasa  la  metà  della  Francia , 
perduta  pressoché  l'Italia,  niun  frut- 
to ricavando  Napoleone  dalle  propo- 
sizioni di  pace  rigettate  anco  dal  con- 
gresso di  Chatillon-sur-Seine,  e  ras- 
sodando gli  alleati  1'  unione  col 
trattato  di  Chaumont,  a' io  marzo 
fece  un  decreto  col  quale  restitui- 
va al  Papa  la  cos'i  detta  ventotte- 
sima divisione  militare,  cioè  i  due 
dipartimenti  di  Roma  e  del  Trasi- 
meno, ed  ordinò  a  Savona  che  Pio 
VII  fosse  posto  in  libertà,  e  scor- 
tato sino  agli  avamposti  nemici. 
In  esecuzione  di  ciò,  il  Papa  ai  •?."* 
marzo  fu  consegnato  dal  coloniiel- 
lo  Lagorse  e  dal  prefetto  del  dipar- 
timento al  prode  colonnello  Proha^ka 
del  reggimento  Radetzki,  alle  rive 
del  Taro,  ricevuto  con  giubilo 
dalle  schiere  unite  de^li  austriaci, 
n.i>.|jolctani ,    ed    inglesi.     Di    là    lu 


FU  A 
fiieao  alle  tile  degli  alleati,  e  ad 
una  specie  di  continuato  trionfo 
per  Panna  e  Modena  giunse  Pio 
Vii  a  Bologna.  Quivi  ebbe  lunghe 
conferenze  con  lord  Bentick,  che 
in  nome  dei  reggente  della  gran 
Bretagna  gli  oliVi  cinquantamila 
zecchini  pel  suo  viaggio  a  E-oma, 
e  col  re  di  Napoli  che  nel  1809 
avea  comandato  la  scalata  del  Qui- 
rinale, il  quale  cogli  attestati  della 
piìi  profonda  divozione  si  mostrò 
pronto  a  restituire  i  due  diparti- 
menti occupati  dalle  sue  truppe, 
chiedendo  al  Papa  che  stabilisse  i 
modi  e  le  persone  per  riceverne 
la  consegna.  Intanto  l'imperatore 
di  R.ussia  Alessandro  per  teiminar 
la  lotta  concepì  il  disegno  di  mar- 
ciare da  Troyes  a  Parigi,  in  quei 
giorni  che  Napoleone  se  n'era  al- 
lontanato per  assalir  alle  spalle  i 
collegati,  ed  intercettare  le  comu- 
nicazioni col  Reno,  calcolando  che 
la  metropoli  sdegnata  di  veder  ac- 
campati i  cosacchi  ne' suoi  dintor- 
ni, (àcesse  robusta  resistenza.  La 
battaglia  della  Rolhierej  ed  i  con- 
flitti di  Champ-Aubert,  di  Mont- 
Mirail,  di  Vauchamp,  di  Monte- 
rean  non  valsero  che  a  ritardare  di 
qualche  giorno  la  sua  rovinosa  ca- 
duta. L'esercito  poderoso  degli  al- 
leati avendo  posto  in  rotta  i  deboli 
corpi  de'  marescialli  Marmont,  e 
Mortier,  ed  espugnate  le  fortifica- 
zioni esteriori,  costrinse  Giuseppe 
Bonaparle,  lasciato  per  luogotenen- 
te del  fratello,  ad  abbandonare  la 
capitale  della  Francia,  ritirandosi 
l'imperatrice  Maria  Luisa  col  figlio, 
e  i  membri  della  reggenza  a  Blois. 
Indi  l'imperatore  Alessandro  offrì 
a  Parigi  una  generosa  capitolazio- 
ne, ed  avendo  dichiarato  che  i  so- 
vrani alleali  non  erano  in  guerra 
colia    Francia,  ma    col  solo  Napo- 


FRA  i35 

Icone,  la  città  aprì  le  porte  a'  3  i 
marzo,  festeggiando  l'ingresso  dei 
sovrani  alleati,  come  liberatori,  tra 
clamorosi  evviva  e  trasporti  di  gio- 
ia. Dopo  alcuni  colloqui  dell'im- 
peratore Alessandro,  del  re  di  Prus- 
sia Federico  Guglielmo  IH,  e  del 
generalissimo  principe  di  SchAVarzen- 
bergj  con  Talleyrand  ed  altri  princi- 
pali francesi,  restò  deciso,  che  chia- 
merebbesi  a  regnare  l'antica  dinastia 
Borbonica.  In  conseguenza  di  tale 
accordo,  il  senato  convocato  da 
Talleyrand  stabilì  prima  un  gover- 
no provvisorio,  del  quale  dichiarò 
capo  lo  stesso  Talleyrand,  a'  2  apri- 
le pronunciò  con  solenne  decreto 
Napoleone  decaduto  dal  trono,  al 
qual  decreto  tutti  i  corpi  dello  sta- 
to civili  e  militari  di  buon  grado 
e  prontamente  aderirono:  finalmen- 
te il  senato  con  un  senatus-coosul- 
to  de'6  aprile  proclamò  Luigi  X\  III 
re  di  Francia. 

Napoleone  al  primo  sentoie  di 
Parigi  in  pericolo,  era  ritornato 
precipitosamente  indietro,  e  giunse 
poco  distante  quantlo  la  città  avea 
capitolato,  onde  ritirossi  a  Foutai- 
nebleau:  qui  adoprò  indarno  tut- 
ti gli  sforzi  possibili  per  rianimar 
il  coraggio  de'  pochi  soldati  ri- 
mastigli, e  videsi  costretto  il  dì  i  i 
aprile  segnare  un  trattato  che  con- 
teneva la  propria  rinunzia  all'im- 
pero di  Francia  e  al  regno  d'I- 
talia, venendogli  concesso  per  luo- 
go di  suo  soggiorno  1'  isola  del- 
l' Elba  in  tutta  sovranità  e  proprie- 
tà, ed  un  assegno  (li  alcuni  milio- 
ni di  fianchi  per  sl',  e  pei  princi- 
pi di  sua  fauiigliii.  Nello  slesso 
giorno  per  trattalo  latto  a  Pa- 
rigi l'arciduchessa  Maria  Luisa  fu 
separata  dal  marito,  e  gli  fu  dato 
in  sovranità  ereditaria  il  ducalo  di 
Parma  e  Piacenza,  iiiMcnic  a!  ijglio 


j36  rr.  \ 

suo  il  principp  Fianrpscori'mspppp- 
Carlo-Aapoleone,  poi  duca  di  Reich- 
s^adt  ci  Uà  di  Boemia,  circolo  di 
Biinzlaii. 

Appena  si  propagò  l'abdicazione 
di  Napoleone,  subito  si  disciolse  la 
maccliina  di  sna  domina7Ìone  anco 
in  Italia  ,  indi  per  la  convenzione 
di  Schiavino  Rizzino  de'i6  aprile, 
ii  regno  italico  restò  per  sempre 
spento  ;  in  tal  rapido  modo  crol- 
])  il  grande  impero.  A'  12  aprile 
il  conte  d'Artois  Carlo  di  Borbone 
lece  il  suo  ingresso  a  Parigi  qua! 
luogotenente  del  re  suo  fratello  a 
piender  le  redini  del  governo  ;  e 
JNapoleone  a' 20  aprile  partì  da  Fon- 
ia mebleau  protetto  da  quattro  com- 
missari delle  quattro  potenze  allea- 
te, e  scortato  da  im  forte  drappel- 
lo di  gendarmi,  non  senza  perico- 
lo (li  restar  vittima  degli  oltraggi; 
travestito  montò  a  Frejus  in  un  bat- 
Icilo  inglese,  e  a'  2  maggio  appro- 
dò a  Portoferraio  e  all'  isola  asse- 
giialagli  nella  Toscana,  nello  stesso 
^irirno  che  Luigi  X\ill  fece  il  suo 
ingiTsso  a  Parigi,  tra  le  più  gran- 
di acclamazioni,  ove  immediatamen- 
te si  assise  sid  trono  de'  suoi  illu- 
stri maggiori.  V.  Tissot,  Histoire 
dea  gitprres  de  la  réi'olntìon  frnn- 
raise  depuis  i  792  juaqiià  1 8 1 5,  Pa- 
ris 1821  ;  e  Scgur,  Storia  di  Na- 
■pnleone  e  della  grande  annata,  Li- 
vorno iBiT;  non  che  Storia  della 
guerra  del  181  3,  18 14  e  ì8i 5  fra 
le  potenze  alleate  e  Napoleone  Bo- 
naparte,  h'wovno  1826;  l'opuscolo 
intitolato,  Privati  dispiaceri  di  Na- 
poleone Bonaparte  all'isola  di  s. 
F.lena ,  preceduti  dai  falli  istorici 
della  pili  alta  importanza,  il  tutto 
di  proprio  pugno  dì  Napoleone,  0 
scritto  sotto  la  sua  dettatura,  Pa- 
rigi 1824;  ed  Erasmo  Pistoiesi, 
Effemeridi    di    Napoleone,    Roma 


l'RA 
1828,  tomi  quattordici.  Contem- 
poraneamente seguì  la  liberazione 
di  quanti  erano  detenuti,  massime 
ecclesiastici,  nelle  prigioni  di  stalo 
per  la  causa  della  Chiesa  ,  ed  an- 
cora per  la  fedeltà  serbata  a'  pro- 
pri legittimi  sovrani.  Dopo  avere 
Pio  \1I  nominato  i  delegati  apo- 
stolici per  riassumere  il  possesso 
della  sovranità  temporale,  partì  di 
Bologna ,  ed  in  mezzo  ad  una  se- 
rie di  religiosi  indescrivibili  trionfi 
giunse  in  Roma  a'  24  maggio,  nel- 
la quale  fu  ricevuto  con  straordi- 
naria pompa  ed  universal  commo- 
zione di  tripudio  il  più  sincero, 
e  di  tenerezza  e  venerazione  filia- 
le. V.  Documenti  relativi  alle  con- 
testazioni insorte  fra  la  santa  Sede 
e  il  governo  francese,  stampati  nel 
i83'i  in  sei  volumi.  In  Italia  e  nel 
i8i4  già  era  stata  pubblicata  la 
Raccolta  di  documenti  aidentici  sul- 
le vertenze  insorte  fra  la  santa  Se- 
de e  il  governo  francese  nelVtisur- 
nazione  degli  slati  della  Chiesa 
dall'anno  i8o5  all'epoca  del  ri- 
torno del  santo  Padre  in  Roma. 
A'  So  dello  stesso  mese  di  maggio 
dell'anno  18  j  4,  ebbe  poi  luogo  in 
Parigi  il  trattalo  di  pace  tra  la 
Fr  uicia  e  le  potenze  alleate,  in  cui 
si  ristabilirono  i  limiti  della  monar- 
chia francese  come  esistevano  al 
primo  gennnio  dell'anno  ijCfT,  , 
e 'n  l'aggiunta  di  alcuni  cantoni  ai 
dip-utimenti  delle  Ardenne ,  della 
Mo>ella,  del  Basso-Reno,  dell'Aio , 
cioè  a  dire  di  Quievrain,  Philippe- 
ville,  INIariemburg,  Sarrelouis  e  Sar- 
i(  brnck,  della  fortezza  di  Landau  , 
del  paese  di  Gex  e  di  una  parte  della 
Savoia.  La  Francia  fu  confemialK 
nel  possesso  di  Avignone,  del  con- 
tado Yenaissino,  di  quello  di  Mont- 
bflliard  ,  e  di  tulli  i  distretti  ap- 
partenenti  un  tempo  all'Alemagna, 


FRA 
compresi  nella  frontiera  cletermina- 
tn.  Inoltre  la  Francia  rientrò  in 
possesso ,  ad  eccezione  di  Tabago  , 
di  s.  Lucia  e  dell'  isola  di  Francia 
colle  sue  dipendenze,  specialmente 
Rodriguez  e  le  Seichelles,  che  pas- 
sarono air  InghilteiTa ,  delle  co- 
lonie, pescagioni  e  stabilimenti  di 
ogni  genere,  che  la  Francia  stessa 
possedeva  il  primo  gennaio  1792  in 
America,  Asia  ed  Africa,  e  che  avea 
perduto  negli   ultimi  tempi. 

Luigi  XYIII  a' 4  giugno  del  me- 
desimo anno  18 1 4  die  alla  Fran- 
cia la  Carla  costituzionale,  nella 
quale  rilevasi  che  fra  tutte  la  na- 
zioni che  invocavano  dopo  la  re- 
staurazione le  paterne  cure  del  som- 
mo Pontefice,  prima  delle  altre  fu 
l;i  Francia;  dappoiché  Luigi  XVIII 
riichiarò  nella  Carta  religione  del- 
lo stato  la  cattolica  apostolica  e  ro- 
mana, ammettendo  però  la  libertà 
di  tutti  i  culti.  JNon  tardarono  a 
scoppiare  in  Francia  gravi  tumulti 
a  cagione  degli  ecclesiastici  che  non 
avevano  accettato  il  concordato,  e 
tiei  vescovi  per  esso  collocati  nelle 
sedi  arcivescovili  e  vescovili  ;  in 
questa  torbida  ed  inquieta  condi- 
zione della  Chiesa  gallicana,  delibe- 
rò Pio  VII  di  spedirvi  in  qualità 
di  nunzio  apostolico  monsignor  An- 
nibale della  Genga,  arcivescovo  di 
Tiro  in  parlibus ,  che  poi  il  suc- 
cesse nel  pontificato  col  nome  di 
Leone  XII ,  come  ancora  di  con- 
gratularsi con  Luigi  XVIII  pel  ri- 
torno della  di  lui  dinastia  al  tro- 
no di  Francia.  In  ricambio  il  re 
spedì  pei  devoti  uffizi  al  capo  del- 
la Chiesa  M.  de  Pressigiiy  vescovo 
di  s.  Malo  poi  arcivescovo  di  Be- 
sanzone,  al  quale  si  aggiunse  mon- 
signor Salamon  vescovo  in  parti- 
bus  d' Orlhosia  ,  contrario  al  con- 
cordato, edeslinalo  uditore  di  rota 


FRA  i37 

per  la  Francia  in  Roma ,  mentre 
n'era  degnamente  occupata  la  sede 
sino  dal  giugno  i8o4da  monsignor 
Isoard  poi  cardinale.  Avendo  i  no- 
vatori colle  più  scaltre  istigazioni 
procurata  prima  l'abolizione  de'  ge- 
suiti, poi  la  rovina  di  tutti  gì'  isti- 
tuti regolari  a  mezzo  di  Napoleo- 
ne, per  minare  più  facilmente  l'in- 
tiero edifizio  della  religione  catto- 
lica, per  ciò  Pio  VII  appena  tor- 
nato alla  sua  Sede  rivolse  le  sue 
sollecitudini  alla  restaurazione  de- 
gli ordini  regolari  ,  indi  a'  7  ago- 
sto pubblicò  la  bolla  Sollicitudo 
omnium  ecclesiaruni ,  colla  quale 
rimise  intieramente  nel  primiero 
sfato  la  veneranda  compagnia  di 
Gesù.  Appena  questa  ripristina- 
zione  si  conobbe  in  Francia,  ove 
il  breve  di  soppressione  emana- 
to da  Clemente  XIV  non  era  sta- 
to mai  promulgato,  subito  parec- 
chi antichi  gesuiti  con  intelligenza 
del  p.  generale  allora  dimorante  in 
Russia,  si  riunirono  ed  aprirono 
noviziato  ,  ed  andò  quindi  la  be- 
nemerita compagnia  ivi  crescendo 
con  case  anche  di  educazione,  os- 
sia piccoli  seminari?.  E  sebbene 
non  legalmente  riconosciuti  dal  go- 
verno, i  gesuiti  successivamente  fu- 
rono sempre  tollerali,  e  lasciati  o- 
perare  come  utili  ausiliari  de'  ve- 
scovi che  tuttora  li  proteggono. 
Soltanto  per  ordonance  de'  16  giu- 
gno 1828  venne  loro  tolta  l'edu- 
cazione della  gioventù  col  chiude- 
re otto  collegi  che  avevano  in  Fran- 
cia, senza  che  però  i  gesuiti  venis- 
sero in  quella  ordinanza  nominati, 
o  che  fossero  impediti  dal  conti- 
nuare ne' santi  ministeri  della  pre- 
dicazione, delle  missioni,  degli  spi- 
rituali esercizi  al  clero  ec.  E  qui 
noteremo  che  la  livoluzione  di  lu- 
glio  nel  i83o  non    cangiò  nulla   a 


i38  FRA 

questa  posizione  de'  gesuiti  in  Fran- 
cia ,  ove  continuarouo  a  moltipli- 
carsi sino  a  formare  due  distinte 
Provincie,  dando  eziandio  molti  sog- 
getti alle  missioni  estere  di  Ame- 
rica e  di  Asia,  ed  anche  in  Algeria. 
Appena  Luigi  XVIH  si  vide  sul 
trono  de'  suoi  antenati,  pochi  gior- 
ni dopo  il  suo  arrivo  a  Parigi  , 
nella  chiesa  di  Nostra  Signora  fe- 
ce celebrare  solenni  esequie  pel 
suo  fratello  Luigi  XVI  e  per  gli 
altri  principi  della  sua  sventurata 
famiglia.  Poscia  ai  2  di  settembre 
ebbe  luogo  altro  funebre  ullìzio 
agi'  illustri  confessori  della  fede  , 
trucidati  in  quel  giorno  al  Carmi- 
ne dalla  rabbia  de'  giacobini.  E.i- 
posando  ancora  le  mortali  spoglie  di 
Luigi  XVI  e  di  Maria  Antonietta 
nel  cimiterio  della  Maddalena,  sid- 
le  quali  aveva  sparso  lagrime  per- 
sino il  re  di  Prussia,  ed  appres- 
sandosi il  1 1  gennaio,  anniversario 
ferale  della  morte  di  sì  giusto  ed 
umano  re,  gli  avanzi  che,  siccome 
dicemmo,  avea  Luigi  XVllI  fatti  di- 
sotterrare, in  un  a  quelli  della  re- 
gina sua  cognata ,  questo  principe 
li  fece  porre  in  una  bara ,  onde 
venissero  trasportati  con  solenne 
cerimonia  in  detto  gioriìo  anniver- 
sario, in  s.  Dionigio  ne'  sepolcri  dei 
re  di  Francia.  La  superstite  figlia 
di  quei  monarchi  si  portò  a  ren- 
dere un  tributo  alle  ossa  de' suoi 
genitori,  col  prostrarsi  innanzi  alla 
bara,  versando  un  torrente  di  la- 
grime. Giunto  il  miserando  giorno 
21  gennaio  i8i5,  esso  fu  dichia- 
rato nefasto  e  di  lutto  per  tutta  la 
Francia  ,  restando  interdetti  tutti 
gli  spettacoli,  sospesi  i  pubblici  af- 
fari ,  ed  ordinato  che  in  tutte  le 
chiese  del  regno  si  celebrasseso  uf- 
fici funebri  come  in  s.  Dionigio. 
Indi  alle  ore  otto  della  mattina  il 


FRA 
conte  d' Artois  in  compagnia  dei 
due  suoi  figli  Luigi  duca  d'Angou- 
léme  e  Carlo  Ferdinando  duca  di 
Berry ,  recossi  nel  luogo  ov'  erano 
state  disotterrate  le  i-egie  ossa,  ac- 
quistato già  dalla  pietà  di  Descli- 
seau,  che  inoltre  avea  eretto  alle 
vittime  illustri  un  semplice  monu- 
mento ,  e  colà  pose  le  prime  pie- 
tre di  quello  ch'esservi  doveva  in- 
nalzato a  memoria  perpetua.  La 
bara  fu  posta  sopra  un  funebre 
carro ,  precedendo  i  tre  reali  per- 
sonaggi il  lugubre  convoglio ,  che 
in  mezzo  ai  reggimenti  schierati,  e 
ad  una  folla  immensa  di  popolo 
giunse  a  s.  Dionigio,  ov' ebbe  luo- 
go i  riti  espiatori,  e  la  tumulazio- 
ne. Frattanto  sino  dai  5  novem- 
bre 18  14  era  stato  aperto  in  Vien- 
na un  congresso,  in  cui  un  senato 
di  re  decidere  dovea  i  destini  d'Eu- 
ropa, risguardanti  pure  il  mondo  in- 
tero, per  regolare  il  politico  equi- 
librio j  laonde  venne  decretato  che 
si  restituissero  alla  santa  Sede  le 
Marche,  Camerino,  il  ducato  di  Be- 
nevento e  Pontecorvo  invase  da  Na- 
poleone ,  e  le  tre  legazioni  di  Bo- 
logna, Ferrara  e  Ravenna  dal  me- 
desimo tolte  alla  Chie-;a  colle  armate 
della  repubblica  francese.  Mentre  du- 
rava il  congresso,  aspirando  Napoleo- 
ne di  nuovo  alla  dominazione  della 
Francia,  d'accordo  co'suoi  partigiani 
esistenti  nel  regno,  salpò  dall'isola 
dell'Elba  con  novecento  uomini,  sbar- 
cò il  primo  marzo  18 15  a  Cannes, 
audacemente  e  senza  incontrare  dif- 
ficoltà entrò  in  Parigi  ai  10,  da 
dove  era  partito  la  notte  preceden- 
te Luigi  XVIII  per  Gand,  facendo 
la  via  di  Lilla.  L'  Europa  l'eslò  at- 
tonita in  sentir  Napoleone  nuova- 
mente nel  palazzo  delle  Tuilleries, 
e  tutta  fu  compresa  di  sdegno  pel 
temerario  avvenimento. 


nix 

Il  congresso  di  Vienna  con  una 
dichiarazione  protestò,  che  iStipoieo- 
ne  Bona  parte  si  era  da  sé  inedesl- 
ino  escluso  da  ogni  relazione  civi- 
le e  sociale,  e  che  come  perturba- 
tore della  pubblica  tranquillità  del 
mondo,  era  esposto  alla  pubblica 
vendetta.  1  più  formidabili  prepa- 
lativi  si  fecero  d'ambe  le  parti ,  e 
lo  storico  IJeeron  coniò  un  milio- 
ne cinquemila  quattrocento  com- 
battenti, che  da  ogni  parte  mar- 
ciarono sopra  la  Francia ,  per  in- 
frangere lo  scettro  dell'  usurpatore, 
foimando  a  tale  effetto  le  potenze 
una  nuova  coalizione.  Sospettando 
il  re  di  JNapoli  IMurat  sulle  dispo- 
sizioni del  congresso  di  Vienna  ri- 
guardo alla  sua  politica  esistenza, 
avido  di  continuare  nel  dominio  di 
Ancona,  delle  Marche,  di  Beneven- 
to e  Pontecorvo  non  ancora  resti- 
tuite alia  Chiesa,  d'accordo  con 
iVapoleone  suo  cognato,  ad  onta  del- 
la giurata  fede,  si  propose  il  con- 
quisto degli  stati  che  l'Austria  avea 
in  Italia.  A  lai  fine  domandò  a 
Pio  V  II  il  passaggio  delle  sue  Irup- 
{■e  ne  suoi  dominii,  ciò  eh' essen- 
flogli  denegato,  armata  mano  entrò 
nel  territorio  pontificio.  Allora  il 
Papa  non  valendo  esporre  la  sua 
persona  ,  partì  da  Roma,  che  lasciò 
mediante  una  giunta  di  stato,  e 
per     Firenze    si    portò    a    Genova. 

/^.  Relazione  dd  viaggio  di  Papa 
Pio  f^II  a  Genova  nella  primave- 
ra dcWannn  lijia,  e  del  suo  ri- 
torno in  F.otna ,  scritta  dal  cardi- 
nal   Bartolommeo    Pacca,    Orvieto 

i833.  I\Iurat  che  aveva  assuntoli 
fastoso    titolo    d'italico,    in    breve 

tempo  fu  conquiso  dalle  forze  del- 
l' Austria ,  e  fuggiasco  sulle  coste 
di  Provenza,  per  la  sua  folle  in- 
trapresa Napoleone  ricusò  di  ve- 
derlo,   onde    a'  17   giugno    i    Bor- 


FRA  iBg 

boni  furono     reintegrali  del    regno 
di  Napoli  ,   e    Ferdinando  IV    pre- 
se    il    nome    di    Ferdinando  I    re 
delle    due    Sicilie.     Frattanto    Na- 
poleone    avendo      fatto     compilare 
da    Beniamino  Constant    una    nuo- 
va   costituzione  ,     nel    campo    det- 
to di    maggio  ,   il  dì  primo  giugno 
giurò  sul   vangelo    di    osservare    il 
novello  atto  costituzionale,   mentre 
a'  7    di   dello  mese  Pio  VII  rientrò 
in  Pioma.    Avendo  Napoleone  colla 
sua  prodigiosa  attività  ordinato  un 
esercito  di   trentamila  veterani ,  a- 
prì  la    campagna    ed    ottenne  bril- 
lanti successi  colle  vittorie  di  Ligny  e 
di   Fieurus,  ma  nella  disastrosa  gior- 
nata diValerloo,  a' 18  giugno  cailde 
per  sempre,  e  la  sua  armata  fu  inte- 
ramente   distrutta   e  dispersa.  Piitor- 
nato  Napoleone  a  Parigi  abdicò  d; 
nuovo  dopo  un  regno  di  cento  giorni, 
indi  fuggì   nell'isola  d'Aix,  e  recato- 
si   a  Rochefort    si    rifugiò  a  bordo 
del  vascello  inglese  il  Bellerofonte, 
dandosi    volontariamente    in    mano 
degl'  inglesi,  centra  i  quali   per  die- 
ci anni    aveva    sollevato    il  mondo 
intero.    Gli  alleati  lo  considerarono 
come  loro   prigioniero,  onde  in  tal 
qualità,    e  malgrado    le  sue  rimo- 
stranze fu  dagl'  inglesi  rilegato  nel- 
l'isola di  s.  Elena  sull'Atlantico,  in 
uno  scoglio  dell'Africa,   fuori   d'o- 
gni   sociale    consorzio ,    dove    morì 
a'  5  maggio  182  i.   Da   ultimo,  co- 
me   dicemmo    al    voi.   XVII  ,    pag. 
263   del  Dizionario ,  la  Francia  ne 
onorò    grandemente    le    ceneri    che 
ottenne    dall'Inghilterra,  e  le  collocò 
in  Parigi   nella  chiesa  degl'  invalidi. 
F.   Vita    di  Napoleone    di   TValler 
Scott,  compendiata  da  un  letterato 
italiano.  Livorno    1827,  tomi  quat- 
tro. 

Gli    alleati    a'  7   luglio    occuparo- 
no di  nuovo  Parigi,    ed     a!   re  Lia- 


i4o  FRA 

gi  XVIII  il  giorno  appresso  resti- 
tuirono per  la  seconda  volta  il  ra- 
pito scettro.  Durante  i  primi  me- 
si che  seguirono  questa  seconda 
restaurazione,  si  formò  la  Santa 
alleanza  a'26  settembre  tra  gl'im- 
peratori d'Austria  e  di  Russia,  ed 
il  re  di  Prussia.  In  seguito  aven- 
do Gioachino  Marat  approdato 
alle  coste  delPantico  suo  regno,  fu 
preso  e  fucilato  a  Pizzo  ai  i3  ot- 
tobre. Segui  poscia  la  pace  gene- 
rale delle  potenze  alleate  colla  Fran- 
cia, e  fu  seguito  un  trattato  del 
20  novembre ,  in  forza  di  cui  la 
Francia  perdette  i  paesi  annessivi 
con  quello  del  3o  maggio  18 14 
summentovati,  e  1'  Isola  dell'Elba 
fu  donata  alla  Toscana,  laonde  si 
calcolò  che  la  Fi'ancia  perdette  col- 
r  ultimo  trattato  cinquecento  tren- 
taqiiattro  mila  anime  di  popolazio- 
ne. Stipulossi  pur  anco  un'indeniz- 
zazione  di  settecento  milioni  di 
franchi  agli  alleati,  e  la  occupazio- 
ne del  territorio  francese  in  alcu- 
ne fortezze  della  frontiera  per  tre 
anni,  da  cento  cinquanta  mila  uo- 
mini, la  quale  poi  ebbe  termine 
pel  congresso  d'Aix-la-Chapelle  del 
9  ottobre  18 18.  Inoltre  nel  con- 
gresso di  Vienna  si  modificò  la 
concessione  fatta  all'  arciduchessa, 
Maria  Luisa  e  suo  figlio  del  du- 
cato di  Parma  e  Piacenza,  in 
proprietà ,  lasciandosene  usufiut- 
tuaria  a  vita  la  sola  arciduchessa, 
con  libera  e  piena  sovranità,  ed 
alla  sua  morte  tornerà  in  potere 
dei  Borboni  già  duchi  di  quel  du- 
cato. Luigi  XVIII  colla  dolcezza  del 
pacifico  suo  regime,  giunse  in  bre- 
ve spazio  di  tempo,  a  spegnere  o- 
gni  sintomo  di  politica  oscillazione. 
Pio  VII  ricuperò  dalla  Francia  i 
monumenti  delle  belle  arti,  gli  ar- 
chivi, ec.  di   Roma,    al    modo  che 


FRA 
diciamo  a'rispettivi  luoghi.  In  se- 
guito Luigi  XVIII  per  riparare  i 
mali  prodotti  in  Francia  alla  reli- 
gione cattolica,  istituì  in  Parigi  u- 
na  commissione  ecclesiastica,  sotto 
la  presidenza  di  monsignor  Tal- 
leyrand  de  Perigord  antico  arcive- 
scovo di  Reims,  da  lui  dichiarato 
suo  grande  elemosiniere,  e  poi  fatto 
cardinnle  da  Pio  VII.  Dipoi  il  re 
con  sua  ordinanza  eresse  la  socie- 
tà de'preti  delle  missioni  di  Fran- 
cia, affinchè  sotto  l'autorità  dei 
vescovi  offrir  potesse  soccorso  alle 
case,  ed  alle  succursali  prive  de'lo- 
ro  pastori.  Non  solamente  nuovi 
istituti  nacquero  in  Francia  a  prò 
della  religione,  ma  si  fecero  rivi- 
vere diversi  degli  antichi ,  come 
la  congregazione  di  s.  Lazzaro  , 
quella  dello  Spirito  Santo,  si  be- 
nemerite delle  missioni  straniere, 
le  suore  della  croce,  i  religiosi  del- 
la Trappa,  ec.  Nell'anno  18 16  fe- 
cei'o  gran  rumore  in  Francia  le 
rivelazioni  di  Martin,  contadino 
della  Beauce  nella  diocesi  di 
Chartres,  che  fu  presentato  al  re. 
T^.  la  Relazione  degli  avi-enimend 
accaduti  a  Tommaso  Martin  agri- 
coltore di  Beauce  in  Francia , 
Bologna  1822  :  e  la  Relazione  con- 
cernente  gli  awenunenli  accaduti 
ad  un  agricoltore  della  Beauce 
in  Francia,  Imola  1822.  Dipoi 
Luigi  XVIII  Con  reale  munificen- 
za fece  fare  dei  restauri  alla  chie- 
sa della  celebre  abbazia  di  s.  Dio- 
nigio.  Ne  affidò  la  cura  a' quei 
vescovi  che  si  ritiravano  dalle  lo- 
ro diocesi,  ed  ai  preti,  che  il  go- 
verno manteneva,  dando  loro  un 
diploma  di  canonico.  Essendo  que- 
sta u-.sa  istituzione  laica,  dipoi  il 
regnante  Luigi  Filippo  si  è  rivolto 
ali.»  santa  Sede,  perchè  desse  al 
capitolo  di  s.    Dionigio   una  istitu- 


FRA 

zinne  canonica  ;  ordinando  a  s'i  hcl 
monumento  gotico  i  rt-slaini  della 
più  alta  impoiianza.  Aumentò  Lui- 
gi XVII!  gli  assegni  per  il  man- 
tenimeuto  dei  clero,  e  ne  rese  me- 
no disagiata  la  C(jndizione  dopo  la 
perdita  delle  sue  proprietà.  Nati  in 
Fi  ancia  de'tumulti  pel  concordato 
del  1 80  r  ,  esso  d' accordo  col  re 
fu  annullato  da  Pio  VII,  ed  in  ve- 
ce sostituto  il  concordalo  che  ri- 
portammo nel  volume  XVI  ,  pa- 
gina 4^  ^'^'  Dizionario,  il  quale 
fu  sottoscritto  in  Roma  agli  i  i 
giugno  1817.  Se  poi  il  concorda- 
lo avesse  il  suo  pieno  effètto  lo 
dicemmo  in  principio  di  questo 
articolo. 

La  natura  del  rimedio  usato  nel 
concordato  accusava  la  gravità  del 
male,  e  Dio  consolò  il  Pontefice  di 
poter  vedere  prima  di  morire  rior- 
dinate le  chiese  di  Francia  :  que- 
sto avvenimento  sì  lieto  al  pater- 
no di  lui  cuore  ,  successe  noi  nel 
1822,  nel  quale  anno  Luigi  XVIII 
potè  somministrare  i  fondi  neces- 
sari per  accrescere  il  numero  del- 
le diocesi,  senza  imporre  alcun  nuo- 
vo aggravio  a'  sudditi,  giacché  ri- 
sultavano da  pensioni  ecclesiastiche 
rimaste  vacanti  per  la  morte  di 
quelli  che  n'erano  i  possessori.  Fu 
bensì  adottato  il  principio,  che  un 
medesimo  dipartimento  aver  non 
potesse  più  d'  una  sola  sede  vesco- 
vile, e  su  questa  base  prontamente 
il  Pontefice  a'  io  ottobre  effettuò 
la  definitiva  circoscrizione  delle  dio- 
cesi, la  quale  anche  al  presente  ser- 
ve di  regola  al  clero  di  Francia. 
Quattordici  furono  stabilite  le  sedi 
arcivescovili,  cioè  Parigi,  Lione, 
Rohan,  Sens,  Reims,  Tours,  Bour- 
ges,  Alby,  Bordeaux,  Auch,  Tolo- 
losa,  Aix,  Besangon  ed  Avignone, 
rimanendo  il    titolo   delle    sedi  ar- 


FRA  i\i 

civescovili  di  Arles ,  di  Narbona  e 
di  Vienna  nel  Delfinato  rispettiva- 
mente annesse  alle  metropolitane 
di  Aix,  di  Tolosa  e  di  Lione.  Le 
sedi  vescovili  furono  recate  al  nu- 
mero di  sessantasei,  cosicché  le  no- 
vanta due  sedi  stabilite  pel  con- 
cordato del  1817  si  ridussero  al 
numero  di  ottanta.  Tale  circoscri- 
zione delle  diocesi  riuscì  diflitti  mol- 
lo più  vantaggiosa  al  bene  spiritua- 
le de'  fedeli,  che  non  era  stata  quel- 
la del  1801.  Svanito  per  siffatta 
guisa  ogni  pericolo  di  scisma ,  ri- 
fiorì la  pace  dopo  tante  turbolen- 
ze sopra  questa  illustre  e  copiosa 
porzione  del  gregge  cattolico ,  anzi 
di  tutte  la  più  numerosa.  I  politi- 
castri soli  continuarono  a  mormo- 
rare ,  a'  quali  fece  eco  l'abbate  de 
la  Roche- Aymont,  difensore  della 
picciola  chiesa,  i  cui  ostinati  segua- 
ci ritiraronsi  in  Inghilterra.  La  pub- 
blica derisione  punì  il  loro  orgo- 
glio, e  le  disposizioni  Sprovvide  di 
Pio  y\\  ne  faranno  benedir  sem- 
pre la  memoria  nelle  chiese  di  Fran- 
cia. F.  Ad  gallos  illos  dissidentes 
praeserliin  dioecesis  Pictai'iensis,  qui 
vulgo  and-coiicordalislat  apptUan- 
tur ,  Exhortalio  y  che  Leone  XII 
pubblicò  a'  2   luglio  1826. 

Fra'trionfl  che  la  religione  cat- 
tolica andava  ottenendo  nel  cristia- 
nissimo regno  di  Francia,  registre- 
remo le  ritrattazioni  di  Pietro  Lar- 
cher,  e  di  Giambattista  R.obinet  ; 
ed  alla  peste  delle  edizioni  econo- 
miche de'libri  filosofici  di  Rousseau 
e  di  Voltaire,  fu  opposto  il  zelo  del 
clero  e  la  società  cattolica  de'  buo- 
ni libri.  Intanto  per  la  terribile 
influenza  delle  società  segrete ,  la 
costituzione  delle  Cortes  fu  procla- 
mata nella  Spagna  ed  in  Porto- 
gallo. A'  i3  febbraio  1820  Luigi 
XVIII,  la  famiglia  reale,  e  la  Fran- 


i42  FRA 

eia,  pel  pugnale  dell'  esecrabile  Lou- 
vel,  pianse  l'assassinio  del  duca  Car- 
lo di  Beny,  secondogenito  del  con- 
te    d' Artois ,     lasciando     l'infelice 
principe  una  figlia  Luisa  Maria  Te- 
resa ,    e  la  vedova  figlia  di  Ferdi- 
nando I  re  delle  due  Sicilie  Caro- 
lina incinta,  che  a'  29  settembre  si 
sgravò  di   Enrico  Carlo  Ferdinando 
Malia  Dieudoniié,  duca  di  Bordeaux. 
11  visconte  di  Chateaubriand  ci  die- 
de le  Memorie  sopra  la  vila  e  mor- 
te del  duca  di  Berry,     pubblicate 
in  Roma  nel  1820.  Queste  memo- 
rie furono  riprodotte  nel  tom.   IV 
del  giornale    La    voce  della  ragio- 
ne, fascicolo    XXIV  de'  i5  maggio 
i833.  Abbiamo  ancora  d'Artois  le 
Memorie^  lettere  ec.   riguardanti  la 
vita  e  la  morte  del  duca  di  Ber- 
ry, Roma  1820.  Di  poi  nella  not- 
te  de'  IO  agosto    stava    per   iscop- 
piare  una  congiura,  tramata  dalle 
conventicole   delle    società    segrete , 
per  cui   due    reggimenti    di  soldati 
ribelli     mossero    per     impadronirsi 
delle  Tuilleries.   La  rivoluzione  che 
si    consumò    nella    Spagna    l' anno 
1821  produsse  il  congresso  di   Ve- 
rona ,    in     cui     la    Francia   si   uni 
alla    Russia ,     all'  Austria    ed     alla 
Prussia    onde    restituire    al    re    di 
Spagna  Ferdinando  VII  la  pienez- 
za del  suo    potere  ;    quindi  un'  ar- 
mata francese    comandata  dal  del- 
fino Luigi   duca   d'Angouléme  pas- 
sò la  Bidassoa  il  7  aprile  1828,  e 
terminò    la    campagna    colla    presa 
del  Trocadero    il  primo  settembre , 
con   che   il  re  di   Portogallo    pure 
ritornò    nel    suo    trono.    IVell'  anno 
precedente  le  sette  occulte  incitaro- 
no il    general   Berlon  ad    alzare  il 
vessillo    della  rivolta    in    Saumur  , 
aiutato  dai  così  detti  cavalieri  del- 
la libertà,    sbucati  fuori  dalla   set- 
ta de'  carbonari.   Intanto  l'immor- 


FRA 
tale  Pio  VII  nell'agosto  1828   pas- 
sò agii  eterni  riposi^  e  nel  seguen- 
te   mese    gli    successe    degnamenle 
Leone  XII,  il  quale  ebbe  il  confor- 
to di  veder  terminata  la   rivoluzio- 
ne di  Spagna,  per  opera  delle  vit- 
toriose armate   francesi,  capitanate 
dal  generalissimo  Luigi  duca  d'An- 
gouléme.   Di    poi    nell'anno    santo 
1825  benedì    il  Papa    lo    stocco  e 
berrettone  ducale,  e  siccome  a  prin- 
cipe benemerito   della  religione,  a 
mezzo  dell'ablegato  apostolico  mon- 
signor Lodovico    Ancaiani,    lo  fece 
presentare  in  Parigi  allo  stesso  du- 
ca d'Angouléme,  inviando  alla  du- 
chessa sua    moglie  il  martello  eoa 
il  quale  fece  l'apertura  della  por- 
ta santa,  ed  alla  duchessa  di  Ber- 
ry alcuni  divozionali.  Nell'anno  pre- 
cedente mori  pure  a'  i5  settembre 
Luigi  XVIII,  e  nel   giorno  medesi- 
mo   gli    successe     il    fratello    conte 
d'Artois,  che  prese  il  nome  di  Car- 
lo X ,    il  quale    si    fece    consagrare 
a'   29  maggio  1825  da   monsignor 
de  Latil  arcivescovo  di   R.eims  poi 
cardinale,  ed   una  magnifica  meda- 
glia ne    celebrò    la    solennità    della 
cerimonia  :    di  questa    medaglia  ne 
fece  battere  una  d'oro  di  una  gran- 
dezza inusitata,  ed  in  attestato  di 
benevolenza  e  soddisfazione   la  do- 
nò a  monsignor    Vincenzo    Macchi 
arcivescovo  di  Nisibi,  nunzio  apo- 
stolico  presso    di   lui.    Da   un    lato 
eravi    rappresentata    la     cerimonia 
dell'  incoronazione,  e  dall'altro  1  ef- 
fìgie   del  l'e  coronato  ,    mentre  sul 
contorno  Carlo  X   vi  fece  incidere 
queste  parole  :  Le  Rai  à  son  excel- 
lence  M.r  de  Macchi,  nonce  de  sa 
Saintété.  L'anima  grande  ed  insie- 
me   religiosa    di    Luigi  XVIII    ben 
si   appalesò   in  questa  risposta,  che 
die  a  Bonaparte  primo  console,  al- 
lorché  esso    con    grandi    promesse 


FRA 
cercava  di  carpire  la  di  lui  rinun- 
zia alla  corona.  "  Ignoro  i  disegni 
-•'  di  Dio  sopra  di  me  e  del  mio 
»  popolo  ,  ma  conosco  le  obbliga- 
"  zioni  che  mi  ha  imposto.  Crislia- 
"  no  ,  ne  adenìpirò  i  doveri  sino 
*'  all'ultimo  respiro;  figlio  di  s.  Lui- 
M  gi,  saprò  rispettarmi  anche  fra  le 
>»  catene;  successore  di  Francesco  I, 
»  io  voglio  poter  sempre  dire  con 
«  lui,  tutto  è  perduto  fuorché  l'o- 
»  nore  ".  Leone  XII  si  rivolse  al 
nuovo  re  Carlo  X  in  favore  del  ca- 
pitolo laleranense  e  della  loro  chie- 
sa mater  et  caput,  il  quale  aven- 
do dal  i599  al  1789  posseduta 
r  abbazia  di  Clairac  donatagli  da 
Enrico  IV,  quando  entrò  nel  grem- 
bo della  Chiesa  cattolica,  la  rivolu- 
zione repubblicana  avea  divorato  il 
dono,  e  le  rendite  eccedenti  la  som- 
ma di  sessantamila  franchi.  Il  re 
condiscese  alle  premure  del  Ponte- 
fice, e  stabiTi  annui  franchi  venti- 
quattro mila  in  compenso  del  per- 
duto al  capitolo  ;  ma  questo  dopo 
la  rivoluzione  del  i83o  di  tale  di- 
sposizione non  ne  ha  più  fruito. 

Sotto  Cnrio  X  cominciò  più  ac- 
canita la  lotta  de' due  partiti,  tra 
quelli  cioè  che  difendevano  la  po- 
testà regia ,  e  quelli  che  sostene- 
vano la  Carta  costituzionale ,  cioè 
il  partito  detto  allora:  realista ,  e 
quello  chiamato  costituzionale,  nel- 
r  invocare  ambedue  1'  esecuzione 
della  Carta,  il  primo  l'interpreta- 
va più  in  favore  dell'  autorità  re- 
gia, che  l'altro.  I  prelesi  difensori 
della  carta  costituzionale,  chiamati 
pure  liberali,  erano  ad  un  tempo 
nemici  del  regio  potere  e  del  cle- 
ro. E  la  sfrenata  libertà  della  stam- 
pa aggiunse  esca  ad  infiammar  la 
discordia.  Un  contrasto  presso  che 
eguale  divise  gli  animi  per  quan- 
to concerne  1'  autorità  della  Chiesa 


FRA 


irp 


cnUtjlica  :  gli  uni  donar  volevano 
qiioi  diritti  ch'essa  rifiuta,  gli  al- 
tri denigravano  tutto  col  nome  di 
ollramontanismo  ,  e  le  negavano 
persino  il  potere  di  cui  venne  inve- 
stila dal  suo  divino  fondatore.  Tra 
i  primi  segnalossi  eloquentemente, 
ma  senza  limite,  l' abbate  de  la 
Rlennais,  tra  i  secondi  Monllosier: 
essi  però  non  furono  i  capi  dei 
due  partiti,  come  taluno  scrisse.  Le 
regie  ordinanze  di  Carlo  X,  e  la 
paterna  voce  di  Leone  XII  diretta 
al  clero  di  Francia,  per  conciliare 
gli  spiriti  esacerbati,  erano  dirette 
a  fare  svanire  le  religiose  turbo- 
lenze :  ma  le  ordinanze  furono  una 
deplorabile  concessione  che  afflis- 
se tutti  i  vescovi  ed  i  buoni  cat- 
tolici ,  mentre  ebbero  gli  applausi 
dei  nemici  della  monarchia  e  del- 
la religione.  Di  queste  ordinanze , 
come  del  superbo  musaico  donato 
da  Leone  XII  a  Carlo  X,  e  degli 
arazzi  di  Gobelins  e  porcellane  di 
Sevres  che  questi  regalò  al  Papa, 
se  ne  parla  all'  articolo  Leone  XII 
[Vedi).  A'  17  aprile  iSaS  la  Fran- 
cia riconobbe  l' indipendenza  di  s. 
Domingo,  sotto  il  nome  di  repub- 
blica d' Haiti ,  col  patto  di  cento 
cinquanta  milioni  d'indennizzo  a 
favore  degli  antichi  coloni.  Nel  1826 
Leone  XII  pubblicò  cardinale  il 
nunzio  monsignor  Macchi ,  cui  il 
re  pose  formalmente  in  capo  la 
berretta  cardinalizia  :  successore  a 
questo  nunzio  fu  monsignor  Luigi 
Lambruschini  arcivescovo  di  Ge- 
nova, poi  nel  t83i  creato  cardina- 
le dal  Papa  che  regna,  ed  al  pre- 
sente segretario  di  stato.  Quando  i 
missionari  francesi  nell'  esercizio  del 
loro  infaticabile  zelo,  erano  da  al- 
cuni riguardati  per  fanatici  nell'e- 
rezione delle  croci ,  nel  dicembre 
1826  in   Francia   apparve   in  aria 


i44  FI'vA 

il  salutare  segno,  di  mirabile  gran- 
dezza, e  scintillante  di  luce,  cioè 
in  Mignc  presso  Poitiers,  come  nar- 
rammo nel  voi.  XVIII,  pag.  327 
del  Dizionario,  in  un  all'opinamen- 
to  di  Leone  XII.  Questo  magnani- 
mo Pontefice  terminò  i  suoi  gior- 
ni nel  febbraio  1 8-29 ,  ed  ebbe  in 
successore  il  cardinal  Castiglioni  , 
cbe  assunse  il  nome  di  Pio  P  III 
[Fedi),  il  quale  avea  risposto  in 
conclave  al  discorso  pronunzialo  al 
sagro  collegio  dall'ambasciatore  di 
Francia  il  visconte  di  Chateau- 
briand ,  in  nome  del  re  Carlo  X. 
IVel  suo  pontificato  scoppiò  in  Pa- 
rigi terribile  rivoluzione,  nelle  gior- 
nate dei  27,  28  e  29  luglio  i83o, 
mentre  a'  5  dello  stesso  mese  la 
Francia  avea  fatto  il  conquisto  di 
Algeri.  V.  il  Compendio  storico  ded- 
iti rivoluzione  di  Parigi  awenula 
negli  ultimi  di  luglio  i83o,  com- 
pilato da  un  italiano  (eslinionio  ocu- 
lare,llaì'ia  i83o. In  conseguenza  di  .s\ 
grande  politico  rivolgimento,  Carlo 
X  a'2  agosto  in  un  al  suo  figlio  Lui- 
gi duca  d'Angouléme  delfino ^  ab- 
dicò la  corona  di  Francia  in  favo- 
re d'  Enrico  V  duca  di  Bordeaux. 
Essendo  stato  dichiarato  il  duca 
d'Orleans  Luigi  Filippo  luogotenen- 
te generale  del  regno,  a'  7  agosto 
i  deputati  di  Francia  dichiarando 
vacante  questa  corona  ,  l'  olfrirono 
al  duca,  che  accettandola  ai  9  dello 
slesso  mese,  sotto  il  nome  di  Lui- 
gi Filippo  I,  fu  riconosciuto  per  re 
de'  francesi.  Finalmente  a'  16  ago- 
sto Carlo  X  col  suo  figlio  duca 
d'Angouléme,  la  duchessa  Maria 
Teresa  Carlotta  delfina,  e  i  nipoti 
Luisa  ed  Enrico,  usci  dalla  Fran- 
cia, passò  prima  in  Inghilterra,  poi 
in  Iscozia  o  Edimburgo,  dove  sog- 
giornò per  alcuni  mesi ,  da  dove 
iii    seguito    parti,  ritirandosi    negli 


FRA 
stati  austriaci ,  ove  poscia  morì  a 
Gorizia  a' 6  novembre  i836.  E 
qui  noteremo,  che  il  duca  di  Reicli- 
stadt ,  unico  figlio  di  Napoleone 
cessò  di  vivete  nei  medesimi  stati 
austriaci ,  ove  tuttora  risiede  la 
famiglia  reale  di  Carlo  X.  Nel  me- 
se di  giugno  poi  1844  è  morto  a 
Gorizia  il  duca  d^Angoulème,  do- 
po lunga  e  penosa  malattia,  sof- 
ferta con  edificante  e  pia  lassegna- 
zione  ;  ed  ecco  nuovo  argomento 
di  pianto  e  di  afflizione  alla  illu- 
tre  figlia  di  Luigi  XVI,  consor- 
te del  defunto.  A  Pio  VIII  suc- 
cesse il  regnante  Gregorio  XVI 
eh'  ebbe  la  gloria  dando  princi- 
pio ad  una  nuova  chiesa  africa- 
na, d'  erigere  Algeri  in  vescova- 
to j  ad  istanza  del  saggio  re  Lui- 
gi Filippo  I ,  prosperando  la  più 
bella  armonia  fra  il  potentissi- 
mo e  religiosissimo  regno  di  Fran- 
cia e  la  santa  Sede;  meritando- 
si il  venerando  e  zelante  clero 
r  ammirazione  della  Cbiesa  uni- 
versale ,  come  strettamente  uni- 
to alla  cattedra  di  s.  Pietro ,  e 
fervoroso  nella  difesa  della  reli- 
gione. Allorché  il  Pontefice  Grego- 
rio XVI  annoverò  meritamente  al 
sagro  collegio  monsignor  Lambru- 
schini,  destinò  incaricato  d'affari 
d.  Antonio  Garibaldi,  il  quale  fece 
poi  prelato  ed  interuunzio  aposto- 
lico, e  inviato  straordinajio  della 
santa  Sede  in  Parigi.  Questo  per- 
sonaggio è  ora  arcivescovo  di  Mi- 
ra e  nunzio  apostolico  di  Napoli , 
mentre  nunzio  di  Parigi  è  il  su- 
nominato  arcivescovo  di  Nicea  mon- 
signor Raffaele  Foruari.  Per  ciò  che 
riguarda  la  storia  delle  relazioni 
tra  la  Francia  e  la  santa  Sede, 
nei  pontificati  di  Leone  XII  e  Pio 
Vili,  preziose  notizie  ci  ha  date  il 
dotto  cav.  Artaud  di  Moutor,  nel- 


FRA 
le  Sìlorie    di  Leone  XII    e  di  Pio 

FUI. 

Per  ultimo  diremo  che  in  Fran- 
cia    furono    celebrali    un    numero 
grandissimo     di     concili     che     non 
manchiamo  riportare  ai  luoghi  ove 
si    tennero ,    e  che  essendovene  al- 
cuni, che  si  conoscono  sotto  il  no- 
ni*; esclusivo    di    Concili   di    Fran- 
cia, qui   ne  faremo  un  cenno.   Ve 
ne   fu  uno   nell'anno  806,   nel  qua- 
le Carlo  Magno    divise   il  suo  im- 
pero.  Regia   tom.  XX,  Labbé  tom. 
VII,  ed  Arduino  tom.   IV.   Nell'an- 
no 1002  ne    furono    tenuti  in  dif- 
ferenti   luoghi,   relativamente  al  di- 
giuno praticato  dalla  maggior  par- 
te (lei  fedeli ,    dall'  Ascensione  fino 
alle  Pentecoste  ;  all'  uso  che  aveva- 
no i   monaci  di  cantare  l'inno   Te 
Dcum,  nelle  tre  o  quattro  dome- 
niche precedenti   la  natività  di  Ge- 
sìi   Cristo,   e  durante  la  quaresima 
contro    1'  usanza    della    Chiesa  ro- 
mana;   sulla  celeljrazione  della   fe- 
sta dell' Annunziazione  nel  iS  mar- 
zo, e  sopra  altre  materie  ecclesia- 
stiche.   Regia    tom.  XXV,    Labbé 
tom.    IX,    ed    Arduino    tom.    VI. 
Altri   concili  si    tennero  nel    io3i, 
nei   quiili   lu  trattato    della  pace  e 
della  tranquillità   pubblica,  del   ri- 
spetto dovuto    alle  chiese,  ai   reli- 
giosi ed    alle    religiose.    Venne  al- 
tresì ordinata   l'astinenza  del   vino 
nel  venerdì  e  della    carne    nel  sa- 
I)atOj  e  si   trattarono  altre  materie. 
Labbé  tom.  IX,    e    Arduino    tom. 
VI.   Nel  1229  o   i23o  e  nel  i238 
furono  adunati   diversi    concili    in- 
torno le  guerre  del  reame.   Mansi 
tom.  II ,    e    Rinaldi   a    detto   anno 
I  280. 

FRANCIOTTI    Galeotto,   Car- 
dinale.   Galeotto    Franciotti,    detto 
anche  della   Rovere,  sortì  di  nobi- 
le famiglia  in  Lucca.  Soave  di  ma- 
VOL.    xxvii. 


FRA  145 

nicre,  innocente  di  costumi,  mira- 
bile  nel  sapere,  splendido  nel  trat- 
tare, si  acquistò  fino  da'  piìi  verdi 
anni   l'amore  e    la  slima    di    tutti. 
Giulio  II,  ch'eia  suo  zio,  quantun- 
que ei  si  fosse    per  età  giovanissi- 
mo,   non    dubitò    di    ascriverlo   al 
sacro    collegio    creandolo    cardinale 
a' 29     novembre     i5o3,    dell'ordi- 
ne de^  preti,  col  titolo  di  san  Pietro 
in  Vincoli ,    e    dopo  la  morte    del 
cardinal  Ascanio  Sforza,  gli  accor- 
dò la  carica   di  vicecancelliere.  Nel 
i5o3,  a  solo  titolo  di  commenda, 
ebbe  la  chiesa  di  Lucca,  nell'  anno 
seguente  quella  di  Renevento,  quin- 
di quella  di  Cremona,  e  nel    i5o8 
la    vescovile    di    Vicenza.    Ottenne 
ricche  abbazie, fra  le  quali  l'abbazia 
di  Nonantola,    e  quella   di  s.  Reni- 
gno  di  Fruttuaria.  Fu  legato  eziandio 
in  Rologua;  ma  la  rapida  carriera 
di    tanti  onori  fu    chiusa    da    una 
morte    immatura,  che  lo  rapì    nel 
i5o8,  quell'anno  stesso  in  cui  ve- 
nia promosso  alla  sede  di  Vicenza. 
Lo  pianse    molto  il    cardinal    Gio- 
vanni de' Medici,  che  fu  poi  Leone 
X;    e  lo    stesso  Giulio    II    ne    udì 
la  infausta  nuova  col  massimo  do- 
lore. Egli  lo  avea  già  visitato  più 
volte    nella    sua    malattia,    e  avea 
anche  intimalo  pubblicbe  preci  per 
la  salute    di  lui.    Fu  sepolto  nella 
Vaticana,  e  nel    1625    venne  tra- 
sferito nella  cappella  del  ss.  Sagra- 
mento,  presso  la  tomba  di  Sisto  IV. 
FRANCIOTTI  Marco  Antonio, 
Cardinale.    Marco  Antonio    Fran- 
ciotti, di  nobilissima  famiglia,    nac- 
que   in    Lucca    l'anno     1592.    La 
puerizia    di   lui    fu   un    saggio  ben 
sicuro    di    tutte    quelle    virtù    che 
poscia  lo  resero  specchio  della  re- 
ligiosa vita,  e    modello   di  santità. 
Dicesi  che  fanciullo  ancora,  giacen- 
do ammalato,  sorgesse  da  sé  a  pre- 
io 


i46  FRA 

gare,  aè  si  levasse  dall'orazione 
finché  non  ^  fosse  accorto  che  al- 
cuno sopraggi ugnea  a  discoprirlo. 
Studiò  le  lettere  nella  patria,  e  la 
giurisprudenza  nella  università  di 
Bologna;  dove  solo  bastò  a  tran- 
quillare un'  insurrezione  di  quella 
studiosa  gioventù.  Trasferitosi  po- 
scia in  Roma,  si  trattenne  da  pri- 
ma nello  studio  di  Giovanni  Bat- 
tista Spada  suo  concittadino,  quin- 
di meglio  addestratosi  nel  trattare 
gli  affari,  fu  ammesso  da  Paolo  V 
tra  i  protonotari  apostolici  parteci- 
panti, e  da  Gregorio  XV  spedito  go- 
vernatore di  Fabriano,  e  quindi  di 
Faenza,  impieghi  sostenuti  con  singo- 
lare saggezza  e  tanta  bontà  da  gua- 
dagnarsi l'animo  di  ciascheduno  di 
que'  cittadini.  Sotto  il  pontificato 
di  Urbano  Vili  venne  trasferito 
tra  i  cherici  di  camera  colla  pre- 
fettura dell'annona,  e  quindi  dichia- 
ratone uditore,  nella  qual  carica  mo- 
ritossi  dalla  curia  il  bel  titolo  di 
rt'llissimo  giudice.  Il  medesimo  Pon- 
tefice nel  concistoro  de'  28  novem- 
bre i633  lo  esaltò  al  cardinalato 
col  titolo  di  s. Clemente,  enei  gior- 
no stesso  lo  elesse  a  vescovo  di  Luc- 
ca e  legato  della  Romagna.  Ma  in 
tale  congiuntura  non  piacque  tan- 
to sul  principio  al  Papa,  avendo 
accordato  un  po' troppo  di  favore 
al  duca  di  Parma,  nemico  della 
Chiesa.  Si  trasferì  dappoi  alla  sua 
residenza  vescovile,  e  con  tutto  lo 
zelo  suggerito  da  fervida  carità,  si 
diede  a  visitar  le  parrocchie,  conso- 
lare gli  afflitti,  ristorare  la  disci- 
plina del  clero,  recandosi  eziandio 
nei  luoghi  più  pericolosi  e  scoscesi 
per  vedere  le  sue  pecorelle  abbando- 
nate e  disperse,  e  porger  loro  l'a- 
limento della  divina  parola.  Sorse- 
ro alcune  controversie  con  quella 
repubblica  sul  punto  di  giurisdizio- 


FRA 
ne,  e  sebbene  il  cardinale  avesse 
impiegato  ogni  mezzo  per  accomo- 
dare le  cose,  pure  dopo  d'essersi 
pacificale  le  parti,  ritornarono  a 
vivere  per  maniera  che  si  determi- 
nò di  rinunziare  la  diocesi,  e  riti- 
rarsi in  Roma.  Ivi  ebbe  la  protet- 
toria  dell'  ordine  cistcrciense,  e  fu 
ascritto  alle  principali  congregazio- 
ni, nelle  quali  ragionava  sempre 
con  tale  autoritìi,  che  la  maggior 
parte  dt' cardinali  non  dubitavano 
di  seguire  la  opinione  di  lui;  anzi 
lo  stesso  Innocenzo  X  negli  aflari 
più  ardui,  voleva  sentire  il  suo 
consiglio.  Cessò  di  vivere  in  Roma 
nel  1666,  e  fu  deposto  nella  chie- 
sa del  Gesù,  dove  si  vede  la  sua 
lapide  fregiata  delle  insegne  cardi- 
nalizie. Fu  il  cardinale  Franciolti  di 
una  vita  assai  raccolta  e  devola. 
Giovane  ancora,  superò  molti  as- 
salti preparatigli  dall'invidia  altrui, 
e  tali  vittorie  tutte  ascrivea  dipoi 
alla  protezione  di  Maria,  che  ono- 
rava con  ispecialissimo  culto.  Di- 
giunava sovente  sino  al  rigore;  usa- 
va di  flagellarsi  non  rade  volte  si- 
no all'effusione  del  sangue.  Cele- 
brava ogni  giorno  la  santa  messa, 
ed  occupa  vasi  per  due  ore  nel  medi- 
tare le  verità  eterne.  Era  eziandio 
molto  diligente  nell' intervenire  alle 
cappelle  papali,  ed  anzi  quale  ri- 
conoscimento il  Pontefice  gli  asse- 
gnò cinquecento  scudi  di  pensio- 
ne :  amava  la  giustizia  e  non  sof- 
feriva che  alcuno  gli  presentasse 
regali  per  qual  si  fosse  argomento. 
Dava  poi  abbondanti  elemosine,  e 
credesi  che  giugnesse  ad  esborsare 
per  tal  motivo  più  di  trentamila 
scudi.  Aveva  un  fino  criterio,  ed 
un  ingegno  chiaro  :  a  tutto  ciò  vi 
aggiugnea  un  animo  assai  corte- 
se e  gentile,  di  modo  che  veniva 
tarameule  da  tutti  amato. 


FRA 

FRANCO,  Cardinale  diacono  , 
sottoscrisse  al  decreto  pubblicato 
nel  I  087,  da  Benedetto  IX  nel  sinodo 
romano  a  favore  di  Villelmo,  ab- 
bate di  s.     Benigno  di  Fruttuaria. 

FRANCOAE,  Cardinale.  V.  Bo- 
nifacio "VII   Antipapa  XYII. 

FRASCONI  A  (di)  Brumose,  Car- 
dinale.   V.  Gregorio  V  Papa. 

FRANCS-MAgOJNS  o  Framas- 
SONI.    V.  Liberi  Muratori. 

FRANGIPANI  Latino,  Cardi- 
nale. Latino  Frangipani  Malabran- 
ca,  romano  ,  nipote  di  Nicolò  III 
per  linea  materna,  fu  adottato  nel- 
la famiglia  Orsini ,  e  sotto  i  mae- 
stri della  Sorbona  laureato  in  en- 
trambe le  leggi,  professò  nell'ordi- 
ne de'  predicatori.  Divenuto  prio- 
re del  convento  di  s.  Sabina  in 
Roma ,  e  definitole  del  capitolo 
provinciale  tenuto  in  Orvieto,  ven- 
ne eletto  da  Uibano  IV  inquisito- 
re generale  della  fede  ;  quindi  nel 
1278  a' 22  marzo,  fu  creato  da 
Nicolò  III  vescovo  cardinale  d'  O- 
stia  e  Velletri  e  arcivescovo  di 
Siponto.  Ma  riconosciuta  falsa  la 
novella  intorno  la  morte  del  le- 
gittimo possessore  di  questa  chie- 
sa ,  il  Frangipani  fu  costituito  pro- 
tettore di  essa.  Nell'assenza  del  Papa 
venne  trascelto  col  cardinale  Iacopo 
Colonna  a  vicario  di  R^oma ,  nel 
temporale  e  nello  spirituale,  po- 
scia legato  a  latere  in  Bologna 
e  Romagna,  e  vicario  di  Toscana. 
Biuscì  mirabilmente  nel  tranquilla- 
re i  tumulti  destatisi  in  Bologna 
e  Firenze,  ed  anzi  in  questa  città 
vi  lasciò  oltre  che  la  pace  i  più 
savi  regolamenti  per  mantenerla. 
Recatosi  dipoi  nella  Lombardia  e 
nel  Genovesato.  represse  la  serpeg- 
giante eresia,  punì  coloro  che  ave- 
vano perseguitati  gì'  inquisitori ,  e 
ricuperò  gli  usurpati  beni  della  Chie- 


FRA  147 

sa  romana.  I  Papi  Martino  IV, 
Onorio  IV,  e  Nicolò  IV  avea- 
no  di  lui  così  alta  opinione  che 
non  si  decidevano  mai  negli  affa- 
ri di  grande  rilievo  senza  pri- 
ma aver  udito  il  suo  parere.  Era 
poi  splendido  nell'  arricchire  le 
chiese  del  suo  ordine  ,  special- 
mente quella  sua  propria  di  san- 
ta Sabina,  al  convento  della  qua- 
le lasciò  una  ricca  biblioteca.  In  Fi- 
renze pose  ancora  la  prima  pietra 
della  chiesa  di  s.  Maria  Novella. 
Non  meno  però  sentiva  misericor- 
dia pei  poverelli:  oltre  alle  copio- 
se elemosine  che  fece  vivendo , 
in  morte  lasciò  eziandio  dei  fon- 
di per  sovvenire  le  loro  biso- 
gna. In  Viterbo  ebbe  a  sofferire 
qualche  violenza  per  parte  dei  cit- 
tadini ,  i  quali  attribuivano  a  lui 
il  ritardo  della  elezione  del  Pon- 
tefice. Nel  conclave  poi  tenutosi 
dopo  la  morte  del  Papa  Nicolò 
IVj  egli  fu  uno  di  que'  cardina- 
li che  propose  al  sacro  collegio  il 
solitario  Pietro  da  Morone,  che 
fu  infatti  eletto  Pontefice  col  no- 
me di  Celestino  V.  Questi  ad  e- 
sempio  de' nominati  suoi  predeces- 
sorij  in  lui  ripose  tutto  il  governo 
pontificio,  e  quando  mancò  di  vi- 
ta, effettuò  la  rinunzia  del  ponti- 
ficato che  meditava.  Compì  santa- 
mente i  suoi  giorni  in  Perugia  l'an- 
no 1294,6  fu  deposto  nella  sagrestia 
della  Minerva  ,  dal  qual  sito  venne 
poi  trasferito  al  destro  lato  dell'al- 
tare maggiore.  Molti  critici  autori, 
studiata  bene  la  cosa,  decisero  che 
il  Frangipani  sia  stato  autore  della 
Sequenza  Dies  irae  ec.  (Vedi)  che 
si  recita  nella  messa  de'  defunti. 
Dagli  scrittori  domenicani  è  contato 
fia  i  beati  del  loro  ordine,  aven- 
do Dio  a  sua  intercessione  opera- 
to de'  miracoli. 


i48  FRA 

FRANZONI   Iacopo,   Cardinale. 
Iacopo  Franzoni  d'illustre  famiglia 
genovese,    nacque    nel    1612.    JNel- 
l'elù  di  sedici  anni  si  dedicò  all'ec- 
clesiaslica     milizia  ,    quantunque    i 
suoi  avessero  formali  di  lui  ben  di- 
versi   disegni ,    e  corse    la  cairiera 
degli  studi    prima  a  Bologna,   po- 
scia  in   Perugia,   e  quindi    nuova- 
mente in  Bologna  ,  dove  si  dedicò 
alla   teologia.  R^icevutane  con  ono- 
re la  laurea,   si  recò  a  Roma  per 
affari  domestici,  ed  ivi  poi  fissò  la 
sua  dimora.  Urbano  Vili  nel  1689 
lo  fece    referendario  di   segnatura  , 
e  tre    anni    dopo    presidente    della 
camera ,    ne'  quali    uffici    spiegò    il 
suo   bel   talento,   ed    in  ispecie  la 
sua     aggiustatezza     nel    riferire    le 
cause.    Nel    i654    Innocenzo  X   lo 
elesse  chierico  dell'  anzidetta  came- 
ra colla    presidenza    delle    strade  e 
poi  delle  armi.  In  seguito  gli  con- 
ferì  il  grado  di   tesoriere ,  e  la  so- 
prai ntendenza    delle   galee   e    delle 
fortezze  marittime,  e  quindi  la  pre- 
fettura generale  delle  milizie  dello 
stato   ecclesiastico.    11    Franzoni    in 
tale    onorevole   incarico   esercitò  la 
giustizia  con   animo  il  più  fermo , 
ed   anzi  in    qualche   occasione  non 
dubitò  di  opporsi    anche  alle  viste 
del  suo  stesso  sovrane  Urbano  \I1I, 
che    avendogli    caldamente     racco- 
mandato    una    causa,     la     giudicò 
contro  la  di   lui  espettazione.  Il  Pa- 
pa volea    ricompensare  il  di  lui  va- 
lore col  decorarlo  della  sagra  porpo- 
ra ,  ed  affidargli  la  chiesa   di  Ferra- 
ra ;  ma  egli  costantemente  ne  doman- 
dò la  dispensa.   Alessandro  VII  per 
altro  volle    assegnargli  la  presiden- 
za di  Castel  sant'Angelo  in  luogo  di 
quella   delle    armi,  e    nel    i658  ai 
■?.c)    aprile  lo  creò  cardinale  dell'or- 
dine    de' diaconi,  assegnandogli   per 
diaconia    la  chiesa  di   s.    Maria  iu 


FRA 
Aquiro.  Indi  lo  confermò  nella  ca- 
rica, col  dichiararlo  pro-tesoriere, 
come  ancora  lo  fece  protettore  ilei 
monaci  silvestrini.  Lo  ascrisse  anco- 
ra alle  primarie  congregazioni  , 
e  lo  deputò  legato  in  Ferrara,  cit- 
tà da  lui  in  singoiar  maniera  fa- 
vorita ed  adornata  di  cospicue  fab- 
briche. Sei  anni  dopo  fu  promos- 
so al  vescovado  di  Canieiino  ,  do- 
ve tutto  ridusse  a  miglior  forma  e 
nella  disciplina  del  clero,  e  nel  co- 
stume del  popolo,  e  nella  recipro- 
ca armonia  de'  cittadini.  Apri  nel 
suo  palazzo  una  biblioteca,  celebrò 
per  due  voltt  il  sinodo,  e  ristaurò 
il  seminario  e  il  palazzo  episcopa- 
le. Eresse  ancora  una  cappella  nel- 
la sua  cattedrale  in  onore  di  s.  Car- 
lo Borromeo,  e  di  s.  Filippo  Neri,  vi 
assegnò  una  rendita,  e  introdusse 
nella  città  i  somaschi,  da  cui  tosto 
se  n'  ebbe  a  provare  il  felice  risul- 
tamento.  Dimessa  la  sua  diaconia , 
ebbe  da  Innocenzo  XI ,  nel  1687, 
il  vescovado  tusculano ,  ritenendo 
però  in  amministrazione  quello  di 
Camerino.  Ivi  celebrò  un  sinodo,  i 
cui  decreti  unitamente  a  quelli  del 
cardinale  Brancacci  furono  dati  al- 
la luce;  e  posseduta  quella  chiesa 
per  sei  anni,  fece  rinunzia  di  Ca- 
merino, e  passò  alla  sede  di  Por- 
to. Intervenne  a  cinque  conciavi  , 
cioè  quelli  di  Clemente  IX,  di 
Clemente  X,  d'Innocenzo  XI,  di  A- 
lessandro  Vili  e  d' Innocenzo  XII. 
Compi  la  mortale  sua  vita  nel  1(197, 
ed  ebbe  onorevole  sepolcro  nella 
chiesa    di  s.   Maria   in   Vallicella. 

FRASCATI  (Tusculan).  Città 
con  residenza  vescovile,  nello  stato 
pontificio,  governo  della  Coniai ca 
di  Roma,  posta  deliziosamente  sul 
pendio  d'una  collina  ,  che  gode  la 
veduta  del  mare,  la  prospettiva  di 
Roma,  quella  della    campagna  ro- 


FRA 
mana,  della  Sabina,  di  Tivoli,  e 
de'  monti  vicini.  La  fertilitù  del  ter- 
ritorio vi  trasse  eziandio  ad  accam- 
par sovente  gli  eserciti  romani 
nelle  guerre  cogli  equi,  ernici  e 
volsci  per  1'  abbondanza  de'  mezzi 
onde  sussistere,  per  l'eccellente  sa- 
lubrità dell'aria,  e  per  la  perenni- 
tà delle  sue  acque.  Circondata  di 
deliziose  case  di  campagna,  di  giar- 
dini, di  vigneti  ed  oliveli,  e  da 
amenissime  e  magnifiche  ville,  è 
assai  frequentata  dai  romani,  mas- 
sin)e  nella  stagione  estiva  ,  e  in 
ogni  tempo  dell'anno  dai  forestieri 
per  gl'importanti  avanzi  dell'anti- 
co Tusculo,  tanto  celebre  nelle  isto- 
rie, cospicuo  ed  antichissimo  mu- 
nicipio, dal  quale,  al  dire  di  Strabe- 
ne, i  romani  avevano  appreso  la 
scienza  del  governo,  come  molli  ri- 
ti e  costumanze,  ed  innanzi  che 
la  cittadinanza  romana  fosse  dive- 
nuta comune  ai  tusculani.  Non 
manca  di  belle  chiese  e  di  palaz- 
7Ì,  ed  oltre  quelli  delle  ville  di  cui 
palleremo,  sono  ornati  quasi  tutti  di 
giardini  ridenti.  Le  strade  sono  ret- 
tilinee, e  terminanti  per  lo  più  in 
luoghi,  ove  si  ammira  qualche  bel 
punto  di  vista.  11  passeggio  del  Po- 
merio è  incantevole,  ove  l' occhio 
si  spazia  all'  intorno  sul  mare,  sul- 
la vasta  sottoposta  pianura,  sulla 
selvosa  Fajola,  e  sui  colli  Ernici. 
Ha  diverse  belle  piazze  decorate  di 
fontane,  le  quali  sono  alimentate 
da  purissima  acqua,  quella  stessa 
che  Giulio  Cesare  portò  in  Roma, 
a  mezzo  di  numerosi  acquedotti , 
che  da  lui  per  disposizione  di  A- 
grippa  prese  il  nome  di  Acqua 
Giulia.  A  tale  ac(jua,  che  ha  la 
sua  sorgente  sotto  il  monistero  di 
Grottaferrata,  venne  supplita  (piel- 
la  che  sorge  sotto  il  monte  su  cui 
stava  posto  l'antico  castello  di  Al- 


FRA  i49 

gido,  e  perciò  denominata  ordina- 
riamente Algensiuna,  o  Algidcnse; 
ed  il  cardinal  Pietro  Aldubrandini, 
grato  dell'acqua  che  gli  aveva  con- 
dottato per  la  sua  villa  lo  zio  Cle- 
mente Vili,  come  si  legge  nel  dot- 
to Fea,  Storia  delle  acque  pag. 
i68,  e  del  dono  della  comunità  di 
Frascati  d'un  pezzo  di  strada  pub- 
blica che  intersecava  la  sua  villa , 
regalò  alla  medesima  comunità  per 
uso  pubblico  dieci  oncie  di  detta 
acqua,  alle  quali  dipoi  Paolo  V 
aggiunse  due  oncie  di  quella  ap- 
pellata Tepula,  per  un  amplissimo 
lavatore  pubblico,  del  quale  fu  quel 
Papa  pur  benemerito  per  due  gran- 
di strade  di  accesso  e  di  comuni- 
cazione con  Frascati.  Dal  medesi- 
n]o  Fea  si  rileva  che  l'acqua  chia- 
mata Crabra,  lasciata  dagli  anti- 
chi romani  per  uso  del  munici[JÌo 
tusculano,  e  x-ipristinata  dall'impe- 
ratore Traiano,  fu  favorita  per  l'au- 
mento a  comodo  della  popolazio- 
ne, da  Sisto  IV,  Paofo  III,  Pio  IV, 
Innocenzo  XI,  e  Benedetto  XIV. 
Tuttavolta  non  avendo  la  città  un 
tempo  molini,  la  detta  acqua  non 
era  sufficiente  a  muovere  le  maci- 
ne secondo  l'antico  metodo.  Però 
anni  addietro  provvide  a  tale  incon- 
veniente il  principe  d.  Francesco 
Borghese  Aldobrandini ,  dappoiché 
colla  direzione  del  celebre  architet- 
to e  profondo  letterato  cav.  Luigi 
Canina,  e  l'opera  del  valente  mec- 
canico Daner  di  Zurigo,  fece  co- 
struire presso  le  mura  della  ciltà 
una  macchina,  con  la  quale  i  frasca- 
tani  macinano  con  esilo  felicissimo. 
E  per  supplire  in  modo  più  ampio 
alia  mancanza  di  mole  a  grano  nel 
territorio  proprio  di  Frascati  ,  co- 
me altresì  per  favorire  l' industria 
nella  sua  pallia,  il  medesimo  prin- 
cipe d.  Francesco    Borghese    Aldu= 


i5o  FRA 

brandi ui  fece  aggiugnere  colla  di- 
rezione dello  stesso  architetto  un'al- 
tra mola  a  grano,  composta  da  una 
macchina  interani£nte  eseguita  col 
ferro  parte  fuso  e  parte  maleabilc 
con  metodo  il  più  adattato  alle  pra- 
tiche del  paese,  e  col  lavoro  di- 
retto dai  fratelli  Mazzocchi  abili 
artefici  dell'armeria  pontificia.  E  si 
è  da  una  tale  opera  che  si  diede 
principal  impulso  alla  introduzione 
negli  stati  pontificii  delle  macchine 
eseguite  col  feri'o  fuso  per  gli  usi 
più  necessari  delle  arti  diverse. 

Al  dire  però  dei  frascatani  sem- 
bra che  l'acqua  Giulia  non  abbia 
origine  sotto  il  castello  di  Grotta - 
ferrata,  perchè  allora  sarebbe  stato 
difficile  guidarla  a  Frascati,  rima- 
nendo le  ferriere  molto  più  basse. 
Laonde  i  frascatani  asseriscono,  che 
le  acque  che  alimentano  Frascati 
di  presente  sono  l'acqua  Algidtnse, 
che  il  comune  di  Frascati  ha  sem- 
pre posseduta,  ed  ultimamente  ri- 
vendicata, come  si  legge  dalla  la- 
pide posta  sulla  pubblica  fontana 
della  piazza  ;  acqua  che  viene  dal- 
le radici  dell'Algido,  da  quelle  pia- 
nure cioè  ove  il  cav.  Canina  pone 
il  Laciis  Regillus.  Inoltre  un'acqua, 
che  si  allacciò  quando  sterravansi 
alcune  forme  antiche,  presso  la  sa- 
lita di  s.  Antonio,  salendo  per  an- 
dare a  Marino ,  chiamata  volgar- 
mente Zitella.  L'altra  saluberrima, 
che  neppure  nelle  siccità  più  lun- 
ghe è  mancata  giammai,  scaturisce 
da  un  fonte  lungo  la  strada  che 
porta  a  Grottaferrata,  precisamente 
in  faccia  al  cancello  della  villa  Pal- 
lavicini. E  lontana  per  poco  dalla 
cittàj  ma  non  si  ritengono  i  cit- 
tadini e  i  forestieri  dal  discendervi 
a  prenderne,  perchè  veramente  la 
sua  purezza  compensa  quei  pochi 
passi  che  debbonsi  fare    per  giua- 


FRA 

gervi  ;  ed  è  allacciata    per  un    cu- 
nicolo   sotterraneo    non    molto  da 
lungi.    Potrebbe    Frascati    giovarsi 
dell'acqua  Angelosia,  che  sorge  nel- 
la pianura  detta  la  Pedica,  come- 
chè  ab  antiquo   concessagli.    E  un 
tempo  vi  si   provarono  i  frascatani 
con  molto  dispendio ,    né    vi    sono 
riusciti  ancora  per  la  difficoltà  in- 
contrata nella  natura  del  suolo  da 
forarsi,  per  praticarvi  i  pozzi  e  le 
forme;  ma  si  spera  che  dirigendo- 
si per  altra  via,  la  possano  far  go- 
dere   alla    città ,    che    ne    avrebbe 
grande  utile,  e  forse  anche   profit- 
to. Del  resto  il  bottino  che   ne  al- 
laccia le  vene  alla  sorgente  è  tutto 
costrutto ,    e    si    paga    dal  comune 
annuo    canone    per    il   terreno  oc- 
cupato, all'abbazia  di  Grottaferrata. 
Il  palazzo  vescovile  detto  la  roc' 
ca    dalla    sua    forma,     fu    così    ri- 
dotto dal  cardinal  duca    di  Yorck 
vescovo    di    Frascati,    il    quale    fu 
pure  grandemente  benemerito    del 
seminario  fabbricato  nel     lyoi,    e 
rinomato    per    fama    letteraria,  da 
lui  ampliato,  dotato  di  rendite,  ed 
arricchito  di  biblioteca;  esso  è  an- 
nesso alla  chiesa  del    Gesù,    ove  è 
rimarchevole  la  finta    cupola,  ope- 
ra del  valentissimo  architetto  e  pit- 
tore gesuita  p.  Pozzi,  e  vanta  alun- 
ni che  si  distinsero  per  sapere,  e  per 
ragguardevoli  dignità  ecclesiastiche, 
e  tra  quelli  che  furono  a'nostri  tem- 
pi esaltati  al  cardinalato,    nomine- 
remo a  cagion  d'onore  il    cardinal 
Ercole  Consalvi,  ed  i  cardinali  Giu- 
seppe della  Porta,  Antonio  Pallot- 
ta.  Luigi  del  Drago,  Lodovico  Gaz- 
zoli,  e  iViccola   Grimaldi,    i  tre  ul- 
timi de'  quali  sono  viventi.  Questo 
seminario    tuttora    fiorisce    per     le 
cure  del  eia   vescovo  e  conciltadiiio, 
il  cardinal  Lodovico  Micara  decano 
del  sagro  collegio  :  la  chiesa  è  de- 


FRA 

dicata  al  Pontefice  s.  Gregorio  I 
Magno,  e  vi  si  venera  un'immagine 
di  Maria  santissima  sotto  il  titolo  Re- 
fugiiun  peccatorunìy  ivi  collocata  dal 
missionario  p.  Baldinucci  gesuita  , 
e  coronata  dal  capitolo  vaticano. 
Onorano  inoltre  la  famiglia  del 
cardinal  Micara  i  di  lui  fratelli  p. 
Vincenzo  cappuccino,  lettore  in  fi- 
losofia e  teologia ,  ex  definitore 
provinciale,  e  postulalore  generale 
delle  cause  de'  santi  dell'  ordine , 
per  cui  ebbe  la  religiosa  consola- 
zione di  veder  sotto  di  lui  cano- 
nizzata s.  Veronica  Giuliani  cap- 
puccina nel  1839;  ed  il  cav.  Cle- 
mente che  ha  dato  alle  stampe  del- 
le tragedie,  e  un  progetto  per  mi- 
gliorare la  coltura  della  campagna 
romana.  Un  Clemente  Micara  fu 
vicario  generale  della  propria  pa- 
tria, arciprete  della  cattedrale,  dot- 
tore in  teologia,  ascritto  alla  ro- 
mana cittadinanza  nel  1649,  ^  ™oi'- 
to  esaminatore  sinodale  nel  1704. 
Di  Frascati  fu  egualmente  il  p. 
abbate  d.  Sergio  JMicara  superiore 
dell'abbazia  di  Casamari ,  che  per 
la  sua  pietà  e  sapere  meritò  la  sti- 
ma di  Leone  XII,  e  del  regnante 
Gregorio  XVI.  Fu  Leone  XII  che 
nel  concistoro  de'20  dicembre  1824 
creò  cardinale  il  p.  Lodovico  Mi- 
cara  ministro  generale  de'  cappuc- 
cini e  piedicatore  apostolico  :  quan- 
do poi  Leone  XII  lo  pubblicò  in 
concistoro  a'  i3  marzo  1826,  ec- 
co come  meritamente  si  espresse 
in  di  lui  lode,  nell'  allocuzione  che 
pronunziò  al  sacro  collegio,  w  Con 
"  qual  sagaci tà,  prudenza,  e  zelo 
«  di  regolar  disciplina  questo  uf- 
»  fizio  (di  ministro  generale)  egli 
!"  eserciti ,  voi  venerabili  fratelli , 
»  non  l'ignorate;  né  ignota  vi  è 
M  la  singolare  perizia  di  lui  nelle 
»   teologiche  dottrine;  e  oltre  a  ciò, 


FRA  i5i 

M  la  sacra  eloquenza  ndl'evange- 
M  lizzare  la  divina  parola  ne  am- 
"  miraste  voi  stessi,  tutte  le  volte 
»  che  per  ascoltarlo  vi  adunaste 
>»   nel  nostro  palazzo,  ec.  ". 

INIolto  è  rinomata  Frascati  per 
le  ville  moderne  che  la  circondano, 
le  quali  furono  erette  in  parte  nel 
secolo  XVI,  ma  principalmente  du- 
rante il  secolo  XVII,  incomincian- 
do dai  pontificali  di  Clemente  Vili 
Aldobrandini,  e  Paolo  V  Borghe- 
se, laonde  in  quello  d'Innocenzo  X 
la  villeggiatura  di  Frascati  pei  si- 
gnori romani  venne  in  gran  voga. 
Queste  nobili  ville  danno  un'  idea 
della  magnificenza  e  della  delizia 
delle  antiche,  di  cui  poi  parlere- 
mo, come  dell'antico  Tusculo,  e  si 
distinguono  per  vaste  e  sontuose 
fabbriche  a  tal  particolar  uso  de- 
stinate. Niun  luogo  o  città  vicino 
a  Roma  può  vantare  il  numero 
delle  ville  che  rendono  celebrità  a 
Frascati  ;  una  delle  piìi  antiche  vil- 
le di  Frascati  è  la  villa  Falconie- 
ri, limitrofa  delle  ville  Taverna  e 
Mondragone  :  ha  il  suo  principale 
ingresso  dalla  strada  denominata 
Gregoriana  in  onore  del  sommo 
Pontefice  regnante,  che  conduce  da 
Frascati  all'eremo  de'  camaldolesi, 
e  così  detta  perchè  è  quella  che 
percorre  il  Papa  allorquando  si  re- 
ca da  quei  l'eligiosi,  ed  a  tale  ef- 
fetto resa  come  al  presente  si  vede. 
La  villa  Falconieri  è  detta  anche 
Rufina  dal  suo  fondatore  Filippo 
Rufini  vescovo  sarniense,  che  mo- 
ri nel  pontificato  di  Paolo  IH  l'an- 
no 1548,  ed  è  sepolto  in  Roma 
nella  chiesa  di  s.  Giovanni  della 
Pigna.  Nel  secolo  seguente  divenne 
proprietà  de'  Falconieri,  che  anco- 
ra ne  sono  possessori.  Essi  fecero 
costruire  il  palazzo,  che  oggi  ivi  si 
Tede,   con  architettura    del    Borro- 


IJ2  FRA 

mini,  e  poscia  ornare  di  pitture  a 
fresco.   Carlo  Maratta   in   una  delle 
volte  dipinse  la  nascita  di  Venere, 
con  Nettuno  che  gli    offre    le    ric- 
chezze del  mare,    e    le  tre  Grazie 
che  sulla   spiaggia  l' attendono  per 
coronarla  di   fiori  ;    in  altre  stanze 
Ciro  Ferri  col  suo  pennello  vi  rap- 
presentò nelle   volte     le  stagioni,  e 
nelle  pareti  il  cav.  Pier  Leone  Ghez- 
zi,  che  mori  nel    i  ^55 ,  vi    effigiò 
varie  caricature,  in  cui  sono  molti 
ritratti   della  famiglia   Falconieri,  e 
de'  suoi  amici,  pitture    che    furono 
incise    daU'Osteriech   per  lo  spirito 
con  cui   le  eseguì   il  detto    artista  , 
che  in   tal  genere  di   lavori    parti- 
colarmente si  distinse.  Il  Cancellie- 
ri  nella  sua  Lettera  al  dottor  Ko- 
reff]  pag.    1 58,   riporta    l'iscrizione 
posta  sopra  un  ricettacolo  d'acrjua 
derivante  dalla  villa  superiore,  ed 
a    pag.     32  1    il    distico    sotto    una 
rupe  contigua  alla  fontana  rustica. 
Aggiunge  che  il  suo  edificatore  ot- 
tenne dal   cardinal  camerlengo    va- 
rie esenzioni   per  la  costruzione  di 
questa    bella    villa ,  che  secondo   il 
Galletti    sarebbe    stato    Alessandro 
Rufiiii  eletto  vescovo  di   Melfi,  che 
fece  trasportar    nell'  atrio    del    pa- 
lazzo de'  conservatori  di   Campido- 
glio le  statue  di  Cesare    e  di   Au- 
gusto,   e    che    morì    a'   27    luglio 
iSyg.  Paolo    III   spesso    si  recò  a 
villeggiare  in  questa   villa,  e  sicco- 
me egli    recinse    con    valide    mura 
la    città ,    nel    rovescio    d' una  sua 
medaglia  coniata   nel    1 55o,    e  de- 
scritta   da  Ridolfìno    Venuti ,    IVu- 
mism.   Roìii.   Pont.   n.    XXIX,    83, 
si  vede  Frascati   cinta  di  mura  con 
r  epigrafe  :   tusculo  best.  con  al  di 
sopra  scritto   rufi.\a,  ed    aggiunta- 
vi la  veduta  di    questa    villa.    An- 
che altri   Pontefici  onorarono  di  lo- 
ro presenza   la  villa   Falconieri,  ed 


FRA 
il   regnante  Gregorio    XVI    diverse 
volle,   nelle  annuali  gite    che    nel- 
l'ottobre suol   fare  all'eremo    degli 
cremili  camaldolesi    di    Monte  Co- 
rona,  non   molto  distante,   talvolta 
fu  ricevuto  decorosamente  dalla  no- 
bile  fcimiglia  proprietaria  della  vil- 
la, tale  altra  dal  cav.  Enrico  Engle- 
field  inglese,  suo  cameriere    segre- 
to di  spada  e  cappa    sopiaiinume- 
rario,  nobile  ospite  della   medesima. 
Villa  Mondragone.  Questa  è  su- 
perioi'e  in  vastità  di  fabbrica  a  tut- 
te   le    ville    erette    nei  dintorni  di 
Frascati,  però   trovasi    nel    teiri to- 
rio di  Monte-Porzio,    ma    al    pre- 
sente  non  esiste  più  la    forma    di 
villa,  e  solo  vi   resta    il    magnifico 
e  grandioso  palazzo,  che   edificò  il 
cardinal     Marco    Sittico    dei    conti 
d'Altemps,    nipote    di    Pio    IV  de 
Medici ,    siccome    figlio    di   sua  so- 
rella Chiara  dama   milanese,  e  che 
venne  di   molto  ingiandito  sotto  il 
pontificato  di   Paolo    V,    come   nel 
seguito  si  dimostra.  Reca    sorpresa 
la    vastità    di   questa    mole,    posta 
sulla  cima  del  colle,  e  che  domina 
tutta   la   sottoposta    campagna    sino 
a    R.oma  :    eccone    l'origine.    Tro- 
vandosi il  cardinale  in  Frascati  col 
Pontefice  Gregorio  XIII,  che  mol- 
to   ne    amava    il    soggiorno,  e  an- 
dando   insieme    a    diporto    per  gli 
ameni  colli,  giunto  su  questo  luo- 
go,   incantato    il    Papa    dalla    sor- 
prendente prospettiva  che    da   esso 
godevasi,  disse  con   trasp(jrto  ;     Oli 
quanto  starebbe  qui  btiic  una    vil- 
la!   Il    cardinale    senza  rispondere 
concepì  subito  il    magnanimo  divi- 
samento   d'eseguirne   il   desiderio,  e 
con    grandezza  d'animo  pronlameii- 
te    vi    [ccc    fabbricare    il    sontuoso 
palazzo,   ridusse   il   locale  a  viibi,  e 
per   il   primo   tempo  della   villcg:,'ia- 
turuj    ne    invitò    Gregorio    Xlli  a 


FR4 

goderne.  11  Papa  restò  amniiialo 
per  l'amorevolezza  ed  attività  del 
cardinale,  non  meno  che  per  la 
magnificenza  della  villa,  a  cui  il 
cardinale  die  il  nome  di  Mondra- 
gone,  ad  onore  del  Pontefice  che 
per  arme  gentilizia  aveva  un  mez- 
zo drago.  Si  vuole  per  altro,  che 
poscia  Gregorio  XIII  facesse  costrui- 
re la  parte  media  della  fabbrica  , 
indi  con  frequenza  l'abitò.  In  se- 
guito il  duca  Gio.  Angelo  Altemps 
vendè  a  Paolo  V  Borghese  la  vil- 
la, il  quale  dilettandosi  mollo  di 
essa  e  solendovi  portarsi  a  villeg- 
giare colla  sua  corte,  dispose  che 
servir  dovesse  di  villeggiatura  per 
sèj  e  pei  Papi  suoi  successori  in 
un  alla  corte  pontificia,  laonde  die- 
de opera  ad  ingrandirla,  e  si  ag- 
giunsero con  poco  ordine  nei  lati 
altre  fabbiiche,  colle  quali  si  rac- 
chiuse nel  mezzo  un  ampio  corti- 
le. Vi  ebbero  parte  nell'architet- 
tura Giovanni  Vansanzio  detto  il 
fiammingo,  e  Flaminio  Ponzio  che 
fece  costruire  il  portico.  Si  ammi- 
ra poi  di  particolare  un  portico 
interno,  che  dicesi  volgarmente  es- 
sere architettura  del  Vignola,  con 
tre  arcate  colonne  e  pilastri  ionici. 
Inoltre  Paolo  V  aveva  intenzione 
che  da  Roma  si  dovesse  giungete 
alla  villa,  per  una  strada  retta  di 
sole  sette  miglia,  fiancheggiata  di 
alberi,  ciò  che  la  di  lui  morte,  av- 
venuta nel  1621,  gì' impedì  man- 
dare ad  effetto,  locchè  sicuramen- 
te avrebbe  fatto,  come  qudlo  che 
passionalo  per  fabbricare ,  soleva 
ripetere  il  detto  di  Gregorio  XIII  : 
V  edificare  essere  una  carità  pub- 
blica, impiegando  le  braccia  di  tanti 
poveri  operai.  Qui  però  noteremo, 
sulla  volgare  tradizione  della  stra- 
da che  voleva  fare  Paolo  V,  da 
noi  pure    riportata,    siccome    ripe- 


FUA  i53 

tuta  da  parecchi  scrittori,  tutta- 
via ci  permelleremo  osservare  che 
sillatta  intenzione  di  fare  una  stra- 
da dalla  villa  Mondragone  in  linea 
retta  per  la  sola  estensione  di  set- 
te miglia  sino  a  Roma,  non  può 
ragionevolmente  approvarsi  ,  per- 
chè anche  se  si  fosse  potuta  tira- 
re una  strada  retta  a  traverso 
delle  frequenti  valli  e  colli  che 
s*  incontrano  e  dillicili  a  praticar- 
si in  rette  strade  qualunque  ,  non 
si  sarebbe  mai  potuta  fare  una 
strada  di  tal  brevità ,  giacché  in 
linea  retta  dalla  porta  s.  Giovanni 
alla  villa  Mondragone  non  sono 
meno  di  dodici  miglia,  secondo  al- 
cuni, altri  portano  però  opinione 
che  tal  calcolo  sia  troppo  in  ra- 
gione di  distanza.  La  vastità  del 
palazzo  si  può  argomentare  dalle 
sue  trecento  settantaquattro  fine- 
stre. Il  possesso  di  questa  villa  ven» 
ne  poscia  concesso  ai  principi  Bor- 
ghese coi  terreni  annessi  .  Ora 
di  questa  superba  villa,  de'  lunghi 
viali,  e  de'  suoi  deliziosi  giardini 
disegnati  da  Carlo  Rainaldi  ;  delle 
fontane  dell'acqua  Algida  condot- 
tavi da  Giovanni  Fontana,  variate 
ingegnosamente,  specialmente  quel- 
la delta  della  (ìirandola  ;  delle  sue 
eccellenti  pitture,  pregevoli  statue, 
e  marmi  di  ogni  sorta,  come  di 
altri  ornamenti,  altro  non  riman- 
gono che  le  muia  spogliate  d'ogni 
abbellimento,  e  queste  ancora  in 
cattivo  stato,  poco  restando  della 
sua  primitiva  imponente  bellezza. 
Il  Piazza  nella  sua  Gerarchia  car- 
dinalizia, a  pag.  2  55,  parlando  dei 
pregi  di  questa  villa,  dice  che  hi 
chiamata  Mondragone,  e  Monfe 
del  dragone,  perchè  fu  ampliala 
da  Paolo  V  nel  cui  stemma  ewi 
piu'e  il  dragone  ,  ed  il  p.  Eschi- 
nardi    atlerma,    che    nella    galleria 


i54  FRA 

davi  la  pittura  del   Carro   di    Mi- 
chelangelo Buonarroli. 

Pilla  Taverna.  Essa  è  con- 
giunta alla  villa  Mondragone,  si 
comprende  nel  territorio  di  Mon- 
te Porzio,  quantunque  si  stenda  si- 
no assai  da  vicino  alle  fabbriche 
della  città  di  Frascati,  sulla  falda 
del  colle.  Questa  villa  ebbe  origi- 
ne da  Ferdinando  Taverna  nobile 
milanese,  governatore  di  Roma,  co- 
me lo  era  stato  il  zio  Lodovico 
vescovo  di  Lodi;  nel  i6o4  fu  crea- 
to cardinale  da  Clemente  Vili,  e 
morì  nel  1620  in  Novara  di  cui 
l'avea  fatto  vescovo  Paolo  V  nel 
161  5.  IVel  suo  governatorato  aven- 
do dovuto  fare  eseguire  su  diversi 
nobili  romani  quelle  famose  giu- 
stizie, che  descrivemmo  all'articolo 
Clenwnte  Vili  [Fedi),  vedendosi 
perciò  in  Roma  mal  veduto,  in 
questo  luogo  edificò  la  villa  ed  il 
casino,  in  cui  si  ritirò  a  menarvi 
vita  parca  e  frugale.  Si  apprende 
dal  Ratti  ,  Della  famiglia  Sforza 
tomo  II,  pag.  36?,,  che  il  principe 
d.  Michele  Peretti  nipote  di  Sisto 
V,  nel  1614.  comprò  dal  cardinal 
Taverna  questa  villa  per  scudi  venti- 
mila. Indi  l'acquistò  il  cardinal  Sci- 
pione Borghese  nipote  di  Paolo  V, 
il  quale  vi  si  recò  colla  corte  spesso 
a  flipurto,  perchè  gli  riusciva  di- 
lettevole. Perciò  fu  detta  poscia  la 
villa  Borghesiana ,  anche  perchè 
tanto  il  Papa  che  il  cardinale  e 
la  famiglia,  maggiormente  l'amplia- 
rono, aggiungendovi  nuove  fabbri- 
che e  portici  nei  lati;  in  modo 
da  poter  servire  a  tutti  i  comodi 
della  villeggiatura  dei  principi  pro- 
prietari. La  magnificenza  del  pa- 
lazzo è  opera  dell'architetto  Girola- 
mo Rainaldi,  con  comoda  distri- 
buzione degli  ambienti  che  contiene, 
e    adatto  a   ricevervi   qunlmiqiie  so- 


FRA 
vrano  colla  sua  corte.  11  suo  interno 
è  ornato  particolarmente  di  tappez- 
zerie disposte  dal  celebre  monsignor 
Lodovico  Sergardi  ,  circa  la  metà 
del  secolo  passato ,  come  notò  il 
Cancellieri ,  nella  sua  Lettera  al 
dottor  Koreff  sopra  il  tarantismo 
e  aria  di  Roma ,  a  p.  i  36 ,  ove 
narra  tra  le  altre  cose  che  nel  1741 
l'onorò  Benedetto  XIV.  Le  pittu- 
re e  le  statue,  ed  altri  ornamenti 
che  la  decoravano ,  in  un  a'  suoi 
giardini,  fontane,  ed  altre  preroga- 
tive, la  resero  già  una  delle  più 
belle  di  Frascati, 

Villa  Sora  o  Boncompagni.  Nel- 
la parte  occidentale  di  Frascati, 
lungo  la  strada  proveniente  da  Ro- 
ma esiste  questa  villa,  già  cognita 
sotto  il  nome  di  villa  Sora,  nome 
d' un  ducato  della  famiglia  Bon- 
compagni, e  nome  che  conservano 
ancora  le  terre  poste  nella  parte 
opposta  dalla  strada  Romana,  ove 
trovasi  una  vasta  conserva  d' acqua, 
che  deve  avere  appartenuto  ad 
una  villa  antica  ,  della  quale  ri- 
mangono alcune  poche  tracce  nel 
luogo  stesso.  Tuttora  la  villa  cogli 
annessi  orti  Sora,  è  proprietà  dei 
duchi  Boncompagni  principi  di 
Piombino.  Il  citato  Piazza,  a  pa- 
gina 2  56,  dice  che  la  villa  Boa- 
compagna  fu  fondata  da  Gregorio 
XIII  Boncompagno  ,  dov' egli  più 
volte  dell'  anno  si  ritirò  a  diporto 
e  sollievo ,  quasi  alla  radice  del 
monte  sulla  via  Romana  ;  e  che 
ivi  il  Pontefice  vi  ricevè  ed  allog- 
giò per  alquanti  giorni ,  il  cardi- 
nal s.  Carlo  Borromeo,  quando  per 
l'ultima  volta  nel  1)83  si  portò 
in  Roma  alla  visita  de'  sagri  limi- 
ni ,  e  per  far  confermare  il  suo 
quarto  concilio  provinciale,  e  per 
ciavi  negozi  che  dovea  trattare 
con   la   santa   Sede,  dalla   quale  ri- 


FRA 
cevette  quanto  desiderava ,  e  1'  ap- 
provazione del  contrastato  concilio. 
11  p.  Eschinardì,  a  p.  264,  dice  che 
il  cav.  d'  Arpino  ornò  con  pitture 
il  palazzo. 

Filla  Pallavicini.  Contigua  alla 
suddetta  villa  verso  occidente  trovasi 
quella  ora  appartenente  al  patri- 
monio del  principe  Pallavicini ,  e 
che  è  col  nome  di  questo  prin- 
cipe distinta.  Prima  con  particola- 
re denominazione  chiamavasi  J^illa 
Bei  poggio ,  ed  appartenne  già  al 
duca  Strozzi ,  e  al  duca  di  Ceri. 
Il  Piazza  nella  Gerarchia  cardi- 
nalizia, a  pag.  2  56,  osserva  che 
questa  villa  posta  tra  la  Boncom- 
pagna  e  la  Lodovisia ,  dalla  fami- 
glia Ceri  passò  alla  famiglia  Bor- 
romeo ,  indi  a  monsignor  Ercole 
Visconti. 

Villa  Rocci.  Dalla  stessa  parte 
d'  occidente  vedesi  di  seguito  la 
villa  detta  primieramente  Arrigo- 
«e,  e  quindi  Rocci,  e  Varesi,  dal 
nome  dei  proprietari  che  la  pos- 
sedettero :  ora  è  suddivisa  in  tre 
proprietà ,  che  appartengono  alle 
nobili  famiglie  Cesarini,  Muti  ed 
Amadei.  Il  Piazza  a  p.  2  56  parla 
di  questa  villa,  e  la  chiama  Roccia 
Varesiana,  come  ripartita  allora 
tra  le  due  famiglie  E.occi  e  Varese,  le 
cui  antiche  e  moderne  magnificen- 
ze le  descrisse  il  p.  Rircher  nel 
suo  Latinm  :  il  Piazza  pubblicò  la 
sua  opera  in  Roma  nel  lyoS.  Pre- 
valse il  nome  di  Rocci  perchè  Ber- 
nardino R.0CCÌ  nobile  i-omano,  nel 
pontificato  di  Urbano  Vili  acqui- 
stò la  villa ,  e  la  rese  deliziosa  ; 
fu  creato  cardinale  da  Clemente  X 
nel  1675,  di  cui  e  del  predecesso- 
re Clemente  IX  era  stato  maggior- 
domo, e  perciò  governatore  di  Fra- 
scati, quindi  mori  in  questa  villa 
a^  2  novembre  del   1680:   nel  pa- 


F  R  A  1 55 

lazzo  della  villa  vi  è  il  suo  ritrat- 
to. Il  Nibby  ueìV  Analisi  storico' 
topografica- antiquaria  della  carta 
dt  dintorni  di  Roma,  ci  dà  erudi- 
te notizie  sulle  ville  di  Frascati,  e 
parlando  di  questa,  riporta  corretta 
la  lapide  già  prodotta  dal  Volpi 
nel  tom.  Vili  del  suo  Vetus  La- 
tinm ,  e  sovrastata  dal  busto  di 
Marco  Publicio  Unione;  indi  par- 
la dei  frammenti  di  antichità  in 
essa  esistenti,  del  monumento  sepol- 
crale di  Publio  Licinio  Filonico, 
e  Publio  Licinio  Demetrio,  fatto 
al  patrono,  e  di  altri  avanzi  di  an- 
tichità. Aggiunge  che  poco  distante 
è  la  vigna  già  dei  Bevilacqua  oggi 
Passerini  ;  indi  quella  che  fu  dei 
Rocci,  poi  de'  Varesi,  che  avendola 
comprata  il  cardinal  duca  di  Yorck 
vescovo  di  Frascati  pel  seminario 
vescovile,  ha  preso  il  nome  di  vi- 
gna del  seminario  ,  e  che  in  que- 
sta è  il  pianterreno  d'un  vastissi- 
mo fabbricato  antico  con  portico 
sostenuto  da  colonne,  parte  del- 
la villa  Lucullana  ,  che  il  volgo 
appella  le  grotte  del  seminario.  In 
quanto  alla  villa  Rocci  ed  a  quella 
porzione  spettante  ai  Cesarini ,  e 
perciò  chiamata  villa  Cesarini  , 
leggo  nei  Diari  di  Roma  ,  e  nella 
mentovata  Lettera  del  Cancellieri 
le  notizie  che  qui  accennerò.  Aven- 
do monsignor  Angelo  Cesarini  ve- 
scovo di  Milevi  in  partihus ,  ben 
affetto  dell'  encomiato  cardinal  ve- 
scovo, ridotto  la  sua  porzione  della 
villa  Rocci  piacevole  e  deliziosa 
(egli  mori  nel  18  io,  ed  è  sepolto 
in  Roma  nella  chiesa  di  s.  Maria 
in  Vallicella  dei  filippini),  a'  14 
ottobre  1802  il  Pontefice  Pio  VII, 
in  compagnia  del  re  di  Sardegna 
Emanuele  IV,  e  del  cardinal  ve- 
scovo, onorò  di  persona  la  \\\[h, 
ricevuto  ossequiosamente    dal    pie- 


i56  FRA 

letto  proprietà  rio ,  e  ne  girò  tutte 
le  parti  ;  e  iiell'aiino  seguente  a'  3 
ottobre  il  inedcsiino  Papa  si  recò 
a  pranzo  dal  cardinal  vescovo  in 
questa  villa.  Nel  i8o4  poi  portan- 
dosi il  cardinale  e  il  prelato  a  fa- 
re un  omaggio  a  Pio  VII  nella 
pontincia  villeggiatura  di  Castel 
Gandolfo  (Pedi),  ed  incontratolo 
per  istrada ,  il  Papa  fece  scendere 
dalla  sua  carrozza  il  maggiordomo 
e  il  maestro  di  camera,  e  vi  fece 
ascendere  i  due  personaggi.  Final- 
mente alli  17  di  ottobre  i8o5 
Pio  VII  tornò  alla  villa  Cesari  ni , 
ove  fu  ricevuto  dal  cardinal  ve- 
scovo e  dal  prelato  proprietario, 
il  quale  portò  seco  in  carrozza  in 
un  al  maggiordomo  nel  recarsi  a 
visitare  il  re  di  Sardegna  alla  vil- 
la Piccolomini  ;  poscia  tornò  alla 
villa  Cesarini  a  desinare  ,  ammet- 
tendo alla  sua  tavola  il  cardinale 
e  monsignor  Cesarini  con  altri  die- 
ciolto  commensali. 

Fìlla  Conti.  Superiormente  alla 
villa  Rocci  sta  la  magnifica  ed  ame- 
na villa  Conti,  per  la  vastità  dei 
giardini  che  vi  sono  annessi,  con 
fontane ,  in  piani  di  diversa  altez- 
za, ciascuno  corrispondente  ai  di- 
versi piani  del  palazzo.  Essa  fu 
fabbricata  nel  pontificato  di  Gre- 
gorio XV  Lodovisi ,  dalla  sua  fa- 
miglia, e  perciò  chiamata  Ludovi- 
sia  :  il  Papa  vi  andò  spesso  a  di- 
porto, piacendogli  il  soggiorno  che 
domina  la  vista  del  mare ,  ed  è 
filma  che  vi  tenesse  un  concistoro. 
Di[)oi  acquistò  la  villa  il  duca  di 
Poli  Conti ,  donde  prese  il  nome 
che  gli  è  rimasto,  e  poscia  fu  ere- 
ditata dalla  nobilissima  famiglia 
Sforza -Cesa  ri  ni ,  che  a'giorni  nostri, 
come  dicemmo  al  voi.  XVII,  pa- 
gina 81  del  Dizionario,  fu  cedu- 
ta  pc;-   convenzione   a    d.    Marino 


FRA 

Torlonla  duca  di  P)racciano  e  di 
Poli,  che  ora  n'  è  proprietario.  Uà 
un'  iscrizione  ivi  esistente  si  rileva 
che  ael  i8a6  il  duca  d.  Salvatf)re 
Sforza-Cesarini-Conti  ripristinò  ed 
aumentò  l'acqua  della  villa.  Il  ca- 
sino di  questa  villa  non  presenta 
cosa  degna  di  osservazione,  tranne 
alcuni  quadri  di  moderni  autori 
ivi  raccolti  dall'  odierno  duca  pro- 
prietario. Alcune  rovine  antiche 
sparse  per  la  via  hanno  fatto  cre- 
dere ,  che  sino  a  questo  luogo  si 
estendesse  la  villa  di  Lucullo,  ciò 
eh' è  incerto,  e  difficile  a  potersi 
provare.  La  parte  superiore  della 
villa,  alla  quale  si  ascende  per  va- 
rie grandiose  scale,  si  compone  di 
un  bosco  di  alberi  altissimi  inter- 
secato da  spaziosi  viali,  e  che  pre- 
senta vedute  superbe. 

Filla  Montalto.  A  maggior  ele- 
vazione dell'anzidetta  villa  s'innal- 
za questa  ,  volgarmente  chiamata 
Acqiiai'iva,  perchè  eretta  dalcaidi- 
nal  Ottavio  A  equa  vi  va  il  seniore, 
promosso  a  tal  dignità  nel  i  19 1 
da  Gregorio  XIV,  e  Montalto  per 
averla  perfezionata  il  cardinal  Ales- 
sandro Damasceni  Peretti  di  Mon- 
talto, degno  nipote  di  Sisto  V,  così 
anticamente  fu  chiamata  la  villa 
dal  nome  de'  primi  suoi  proprieta- 
ri; fu  anche  dei  Borghese,  ma 
poscia  per  essere  passata  in  pos- 
sesso degli  Odescalchi  duchi  di 
Bracciano,  si  disse  pur  villa  Brac- 
ciano, ed  ora  del  collegio  urbano 
di  propaganda  fide,  che  nella  sta- 
gione autunnale  vi  manda  a  vil- 
leggiare gli  alunni  banditori  del 
vangelo.  Essa  è  situata  sul  ciglio 
di  un  colle,  e  sembra  edificata  sul- 
le rovine  di  un  casino  antico  ;  di 
fianco  al  viale  che  vi  conduce  da 
Frascati  veggonsi  nel  salirvi  sostru- 
zioni di    opera    reticolala  di  lava , 


FRA 
come  quelle  tic-Ila  villa  Belvedere , 
di  cui  parleremo.  Il  Piazza,  a  p.  256, 
magnificando  la  sonluosità  di  que- 
sta villa  ,  la  dice  iiigrandila  dal 
Pontefice  Sisto  V,  quindi  dalla  sua 
famiglia  Peretti  passala  alla  vSavel- 
]i  che  ne  ereditò  le  fortune ,  dai 
quali  ne  fece  acquisto  d.  Livio  O- 
descalchi  nipote  d'  Innocenzo  XI , 
e  che  fu  creduta  da  alcuni  parte 
della  famosa  villa  di  Cicerone , 
coni'  è  di  sentimento  il  Cluverio. 
Dell'architettura  e  pitture  di  que- 
sta villa,  dell'acquisto  fattone  dal- 
la congregazione  cardinalizia  di 
propaganda  Jìdt  dalla  casa  Ode- 
scalchi  con  patto  rediinendi ,  delle 
visite  fatte  in  essa  dai  regnante 
Gregorio  XVI  ,  e  di  altre  cose  che 
la  riguardano,  già  ne  abbiamo  par- 
lato al  voi.  XIV,  p.  232  e  233  del 
Dizionario.  A  voler  aggiungere  al- 
cun'altra  più  dettagliala  nozione , 
qui  duerno,  che  nella  sala  principale 
eiano  alcuni  quadri  della  scuola 
del  Piubens;  che  nella  stanza  che 
segue,  le  pitture  a  fresco  sono  del- 
la scuola  del  Domenichino,  ed  il 
quadro  che  rappresenta  un  quadro 
campestre  si  vuole  che  sia  pro- 
priamente del  Domenichino.  Nella 
camera  annessa,  la  di  cui  volta  è 
ornata  di  pitture  arabesche  a  chia- 
ro-scuro ,  sono  cinque  piccoli  qua- 
dri coloriti  dallo  stesso  Domenichi- 
no; in  quel  di  mezzo  è  figurato  il 
profeta  Elia  sul  carro  nell'  alto  di 
separarsi  da  Eliseo;  siegue  quello 
che  rappresenta  Sansone,  che  si  re- 
ca sulle  spalle  le  porte  di  Gaza  ; 
vengono  poscia  rappresentati  gli 
esploratori  che  tornano  dalla  ter- 
ra promessa  ;  succedono  quindi  una 
veduta  ,  e  sopra  la  finestra  il  pro- 
spetto del  casino  quale  esisteva  ai 
tempi  del  Domenichino.  Tornando 
alla  sala    si  entra    iu    una   camera 


FRA  i:j7 

dove  la  volta  fu  dipinta  da  Anni- 
bale Caracci ,  che  vi  rappresentò 
la  Notte  personificata  sul  carro  con 
due  fanciulli  in  braccio,  l'uno  bian- 
co di  colorCj  l'altro  nero;  sieguo- 
no  la  Nolte,  Lucifero ,  ed  Espcro 
con  face  alzata  in  una  mano ,  ed 
una  rovesciata  nell'  altra ,  per  de- 
notare il  loro  diverso  officio,  vale 
a  dire  il  primo  di  precedere  il 
giorno ,  il  secondo  la  notte  :  dopo 
Lucifero,  si  vede  l'Aurora  nel  car- 
ro, ancor  essa  con  face,  che  illu- 
mina il  mondo:  finalmente  in  due 
quadri  laterali  sono  effigiati  Mer- 
curio e  Diana.  Nella  seguente  ca- 
mera la  volta  è  decorata  con  ara- 
beschi ,  opera  del  Zuccari ,  e  nel- 
l'altro piano  sono  delle  vaghe  pro- 
spettive dipinte  dal  Pennini. 

Villa  Belvedere  o  Aldohrandìni. 
Al  lato  orientale  di  questa  villa,  e 
soprastante  alla  città  di  Frascati, 
maestosa  si  eleva  la  piìi  amena  di 
tutte  le  anzidette  ville,  qual  è  quel- 
la che  porta  il  nome  di  Belvedere 
in  correspettività  della  bella  vedu- 
ta che  ivi  si  gode,  e  di  Aldohran- 
dini  dal  caidinal  Pietro  nipote  di 
Clemente  Vili,  che  ne  fu  il  gene- 
roso fondatore,  di  cui  premettere- 
mo qualche  altro  cenno  biografico, 
olire  quello  dato  al  suo  articolo,  e 
in  quelli  che  lo  riguardano,  come 
parlando  della  chiesa  de'  ss.  Vin- 
cenzo ed  Anastasio  alle  tre  fonta- 
ne di  cui  fu  abbate;  della  chiesa 
di  s.  Nicolò  in  Carcere  eh'  ebbe  in 
diaconia  ;  del  ducato  di  Ferrara , 
del  quale  fu  nominalo  primo  le- 
gato, quando  ritornò  al  pieno  do- 
minio della  santa  Sede  ;  della  ba- 
silica di  s.  Maria  in  Trastevere  di 
cui  fu  benefico  titolare  :  come  par- 
lando di  altre  chiese,  cappelle,  mo- 
nasteri e  luoghi  pii  di  Roma,  ove 
sovente    s' incontrano    le    memorie 


i58  FRA 

di-Ile  beneficenze  di  cui  fu  largo. 
Educato  dai  filippini,  il  fondatore 
di  questi  s.  Filippo  gli  predisse  ben- 
ché giovinetto  la  dignità  cardina- 
lizia a  cui  l'esaltò  lo  zio,  che  poi 
l'ordinò  sacerdote  nel  santuario  di 
Loreto.  Dotato  di  talento  solido , 
vivo  e  penetrante,  fjuantuntjue  po- 
co si  fosse  appi-ofondito  nelle  let- 
tere, colla  sua  avvedutezza  seppe 
maneggiare  i  più  difHcili  affari  ,  e 
discernere  la  forza  degli  argomen- 
ti ,  bilanciare  le  ragioni  favorevoli 
dalle  contrarie,  e  scioglierne  le  dif- 
ficoltà; di  modo  che  sembrò  nato 
fatto  per  sostenere  la  mole  degli 
affari  d'alta  importanza,  di  cui  nel 
lungo  e  glorioso  pontificato  dello 
zio  venne  incaricato.  Sebbene  la 
sua  figura  e  la  sua  voce  non  fos- 
sero tali  da  imprimere  negli  animi 
gran  concetto  di  lui;  egli  suppliva 
nondimeno  al  difetto  della  natura 
con  la  buona  grazia ,  colla  genti- 
lezza del  tratto,  mista  a  dignitoso 
contegno,  e  con  l'animo  grande  e 
generoso;  affabilità  e  cortesia,  che 
<limostrò  in  ogni  emergente,  come 
quello  che. non  perde  mai  di  co- 
raggio. Favori  i  letterati  con  co- 
piosi sussidi,  con  promoverli  ai  pri- 
mari uffìzi  ,  e  se  ecclesiastici  alle 
pili  cospicue  dignità  della  Chiesa. 
11  celebre  Torquato  Tasso  gli  de- 
dicò i  sei  libri  de'  suoi  discorsi  so- 
pra il  poema  eroico ,  ed  egli  cor- 
rispose da  mecenate  :  tuttavolta  l'A- 
midenio,  scrittore  contemporaneo, 
nel  rendere  giustizia  alle  virtù  del 
cardinale ,  non  lascia  limarcare  i 
difetti,  propri  dell'umanità,  come 
il  fasto  e  l'alterigia  che  lo  rese 
mal  veduto  a  que'  medesimi  car- 
dinali che  dovevano  a  lui  la  loro 
esaltazione.  Nel  trattare  con  Lu- 
crezia duchessa  di  Urbino,  sorella  di 
Alfonso  11  duca  di   Ferrara  {Vedi) 


FRA 

la  cessione  di  quel  ducato,  se  ne 
guadagnò  talmente  la  benevolenza, 
che  in  morte  a  preferenza  de'  suoi 
stretti  parenti  lo  istituì  suo  erede 
universale.  Spedito  legato  in  Fian- 
cia  ad  Enrico  IV,  impedì  la  guer- 
ra che  slava  per  iscoppiare  col  du- 
ca di  Savoia,  riconciliandoli  ;  e  pas- 
sando per  Fuenze  benedì  le  nozze 
contratte  dal  detto  re  con  Maria 
de'  Medici.  Nella  funesta  inondazio- 
ne del  Tevere,  di  persona  si  por- 
tò a  soccorrce  quelli  assediati  nel- 
le case  dall'acqua;  e  nell'anno  san- 
to di  frequente  lavò  i  piedi  ai  pel- 
legiini,  e  li  servì  a  mensa  ;  in  Car- 
pinete eresse  la  chiesa  e  il  conven- 
to ai  riformati  ,  e  neh'  eremo  dei 
camaldolesi  di  Frascati  edificò  l'in- 
fermeria ,  avendo  sempre  disposto 
l'animo  a  dar  limosine  ai  bisogno- 
si. Fatto  arcivescovo  di  Ravenna 
dallo  zio,  v'  introdusse  i  teatini,  e- 
resse  la  pia  casa  delle  convertite , 
ne  visitò  la  diocesi,  celebrò  due  si- 
nodi ,  ed  accrebbe  quella  mensa. 
Intervenne  all'elezione  di  Leone  XI, 
e  promosse  quella  di  Paolo  V,  ma 
sotto  di  questi  decaduto  dall'anti- 
ca autorità  si  ritirò  in  Ravenna, 
ove  ebbe  qualche  dispiacere  dal  sa- 
tirico cardinal  legato  Bonifacio  Cae- 
tani  romano ,  da  dove  ritornò  in 
Roma  per  l' elezione  di  Gregorio 
XV  ;  morì  nella  notte  in  cui  ter- 
minò il  conclave,  e  fu  sepolto  nella 
cappella  gentilizia  ,  in  chiesa  di  s. 
IMaria  sopra  Minerva. 

Nell'anno  i6o3  il  cardinal  Pie- 
tro Aldobrandmi  edificò  questa  vil- 
la nobilissima  con  architettura  di 
Giacomo  della  Porta  ,  e  fu  1'  ulti- 
ma opera  sua,  poiché  tornando  un 
giorno  da  questa  villa  a  Roma  col 
cardinale,  giunto  alla  porta  s.  Gio- 
vanni venne  meno ,  e  poco  dopo 
morì,  come  narra   il   Milizia.   L'ar- 


FRA  FRA  i59 
clìilettura  é  semplice  ed  impoiion-  nato  ^  fu  di  poi  verso  l'anno  5^7 
te;  il  nome  del  fondatore  della  di  nostra  era  rovinato  da  A/ilige 
villa  si  legge  in  varie  parti  ;  sulla  re  de'  goti,  quindi  risarcito  da  Be- 
fòntana  dirimpetto  al  cancello  pr-in-  lisario.  Manomessi  gli  acquedotti 
cipale  in  lettere  auree  di  mosaico,  dai  successivi  barbari,  molte  acque 
essendovi  sotto  da  una  parte  quel-  restarono  derelitte  ,  fra  le  quali  la 
lo  pure  di  Clemente  \  III,  sull'ar-  suddetta  acqua  Giulia,  che  fino  ai 
chitrave  del  balcone,  oltre  l' iscri-  tempi  di  Clemente  Vili  scorreva 
zione  posta  nell'emiciclo,  incontro  lungo  il  fosso  de'Ladroni  nella  te- 
alla  facciata  orientale  del  palazzo,  nuta  della  Molara.  Questo  gran 
Giovanni  Fontana  fu  incaricato  dei  Papa  per  compensare  il  cardinal 
lavori  idraulici,  ed  egli  vi  condus-  Pietro  xMdobrandini  suo  nipote,  cbe 
se  l'acqua  del  monte  Algido,  la  senza  spargimento  di  sangue  avea 
quale  poi  fu  mandata,  come  diceni-  effettuatola  ricupera  del  ducato  di 
mo,  in  parte  alla  città  di  Frascati  e  Ferrara,  non  solo  in  premio  con- 
ad  alcune  sue  ville:  Orazio  Olivieri  tribui  all'erezione  di  questa  villa,  ma 
tibiutino,  ingegnere  di  quella  villa  per  renderla  più  decorosa  comprò 
d'Este,  perfezionò  i  giuochi  d' ac-  dal  pupillo  Altemps  figlio  del  car- 
qua.  Il  mentovato  Fea  nella  sua  dinal  Sittico  la  delta  acqua,  essen- 
importanfe  opera,  S/oria  delle  ac-  do  allora  egli  padrone  della  tenu- 
(]iie,  riporta  il  moto-proprio  di  Cle-  ta  della  Molara,  poi  acquistata  dal- 
mente  Vili  del  primo  ottobre  i6o3,  la  casa  Borghese  unitamente  al  la- 
col  quale  concesse  al  nipote  la  detta  tifondo  di  Pantano  coi  due  pae- 
acqua  per  la  villa,  racconta  come  si  di  Monte-Porzio  e  Monte-Com- 
d.  Olimpia  Aldobrandini  tolse  l'ac-  patri,  per  il  prezzo  di  scudi  trecen- 
qua  proveniente  da  questa  villa  tomila,  circa  l'anno  i6i4-  H  car- 
alla  città  di  Frascati,  e  descrive  in  dinal  Pietro  Aldobrandini  si  servi 
compendio  le  ragioni  della  contro-  dell'antico  acquedotto  per  condur- 
versia  che  la  comunità  di  Frasca-  »'e  le  memorate  acque  nella  sua 
ti  sostenne  col  principe  Aldobran-  villa,  dalla  sorgente  fino  all'osteria 
dini  intorno  alla  proprietà  libera  della  Molara ,  e  precisamente  nel 
dell'acqua,  che  ivi  serve  alle  pub-  luogo  detto  Formello,  ove  fu  eret- 
bliche  fontane,  e  ad  altri  usi  del-  ta  una  piccola  fonte.  Da  questo 
la  città,  con  diverse  notizie  riguar-  punto  poi  divergendo  verso  le  co- 
danti  questa  villa.  Non  si  deve  pe-  ste  della  Molara,  vi  fece  dal  Fon- 
rò  occultare  che  l' acqua  Giulia  tana  costruire  un  nuovo  magnifico 
allacciata  .nel  campo  Lucullano  al  acquedotto,  che  l'esegui  prontamen- 
Xll  miglio  lungi  da  Roma,  ebbe  poi  te  in  termine  di  vm  anno  e  mez- 
comune  l'acquedotto  con  le  acque  zo,  cioè  nel  i6o4-  Una  porzione  di 
Tepida  e  Marcia  nel  sito  ove  per  dette  acque  della  quantità  di  qui- 
questa  ultima  il  re  Anco  Marzio  natie  dodici, segregate  nel  chiusino 
eresse  l'acquedotto,  ove  si  divide  che  si  vede  alla  Molara  nel  luogo 
la  via  Tusculana  dalla  Latina.  L'ac-  detto  la  Valle  della  grotta,  dove 
quedotto  fu  in  prima  rovinato  dai  vi  fece  costruire  Paolo  V  altro  ma- 
marsicani  l'anno  di  Roma  628  ,  e  gnifìco  acquedotto,  che  mette  alla 
diroccato  nel  667  per  la  guerra  villa  Mondragone  per  introdurvi 
sociale.  Dopo  essere    stato  riprisli-  queste   acque   come    al  presente  si 


i6o  FRA 

vede.  Quali  acque  dopo  di  avere 
servito  all'  uso  delie  ville  Aldobran- 
tlini  e  Mondragone,  e  specialmen- 
te dopo  aver  figuralo  nella  prima, 
vengono  concesse  dai  principi  pro- 
prietari ai  cittadini  di  Frascati,  ed 
ai  possessori  delle  ville  sottoposte  , 
le  (juali  quasi  tutte  attingono  da 
queste  abbondantissime  acque.  Nel- 
l'acquedotto in  oltre  dell'acqua  Giu- 
lia si  scaricava  ancora  l'acqua  Cra- 
bra,  la  cui  sorgente  era  presso  la 
Giulia.  Il  grande  acquedotto  che 
dai  confini  della  Molara  procede 
sino  alle  falde  di  Monte-Cave,  sem- 
bra che  sia  stato  quello  dell'  ac- 
qua   Crabra. 

Il  palazzo  è  situato  sopra  un  ri- 
piano   amenissimo,    che  guarda  la 
pianura    verso    il    mare ,    retto  da 
posteriori  sostruzioni.    Nelle  came- 
re del  primo  piano  nobile  di  que- 
sto palazzo,  che  sono  a  livello  col- 
la  villa ,    le  volte   sono    ornate    di 
belle  pitture  del   cav.  d'Arpino ,   il 
quale  ivi  effigiò  diverse  storie  del 
Testamento  vecchio  a  richiesta  del 
cardinale:  queste  sono   nelle  came- 
re a  destra  del  salone  centrale ,  e 
rappresentano  la  morte  di   Sisara  ; 
Davidde    ed  Abigaille;    il  precetto 
d'  Iddio  ad   Adamo,  la   trasgressio- 
ne di   questo,  e  la  pena;   la   morte 
di  Golia  ;    e    finalmente    Giuditta. 
Dirimpetto  al  palazzo,  verso  il  mon- 
te ,  donde  non    poteva  avervi  una 
veduta   estesa,  Giacomo  della  Por- 
la di  consenso  con  Giovanni  Fon- 
tana immaginò    un    grande  emici- 
clo con    due    grandi    ale.    Il  corpo 
principale  della  detta  acqua  algeu- 
ziana  cade  sopra  gradini,  e  forma 
una  gran  peschiera  ed  un  euripo  : 
si   narra  clie   l'architetto,  seguendo 
le  idee  capricciose  de'  cinesi  che  so- 
gliono sc(jlpire    nel    sasso    vivo  dei 
monti  le  figure   umane ,   nel  monte 


FRA 

ideò    farvi    scolpire    una    mnscliera 
gigantesca,  per  denotar   la  grandez- 
za e  potenza  della  casa   Aldobran- 
diiii,  della  di   cui  famiglia   può  ve- 
deisi   Eugenio  Ganiurrini   nell' /v/o- 
ria    genealogica    {Itile   famiglie  to- 
scane   ed    umhre ,    Firenze     1668. 
Al    lato    di    questo    emiciclo    verso 
mezzodì  è  una    sala    chiamata   del 
Parnaso ,    perchè  in  essa  è  efligia- 
to  in  rilievo    quel    monte  colle  fi- 
gure di  Apollo,  delle  Muse,  e  del 
cavallo    Pegaso ,    dove    l' acqua    fa 
suonare   un  organo:  prima  con  in- 
gegnoso    meccanismo    idraulico     si 
producevano   vari  suoni  cogli  stru- 
menti che   Apollo   e  le  Muse  han- 
no nelle  mani.    Questa   camera  fu 
un    tempo    una    vera    pinacoteca  , 
[ìoichè  fu    tutta    adorna    di  quadri 
a  buon  fresco  del  celebre  Domeni- 
co Zampieri  cognominato  il  Dome- 
nichino ,   che  vi   rappresentò    varie 
storie  di  Apollo,    intorno  alle  qua- 
li il  Viola  dipinse  il  paesaggio.  Ora 
cpieste  pitture  ivi  più  non  esistono, 
giacche    venendo  a  soffrire    per  la 
lunidità,  furono   tiasportate  in   Ro- 
ma; e  servirà  di  memoria  l'indicar 
qui   come  erano  state  disposte.  So- 
pra  la   porta    era  il   fatto  di   Mar- 
sia  ;  dai   lati  da    un  canto  era  sta- 
to  rappresentato    il   castigo   di  Mi- 
da,  dall'altro  Mercurio  che  invola- 
va l'armento  d'Admeto;  dopo  que- 
sto  fatto    era    rappresentata    la  fa- 
vola della    costruzione    delle    mura 
di   Troia  coll'assistenza  di  Apollo  e 
di  Nettuno;  nell'altra   mano  era  la 
morte  della   ninfa  Coronide,  e  di- 
rimpetto Dafne  trasformata  in  lau- 
ro :   accanto  alla  favola  di  Coroni- 
de era  la  metamorfosi  di  Ciparisso, 
ed   incontro   Apollo  che  uccideva  il 
serpente     Pitone     si    vedeva    pure 
una  caricatura    fatta  per  deprime- 
re un   povero  nano.    11  semicircolo 


FRA. 
o  ninfeo  diiimpelto  al  palazzo,  vol- 
garmente chiamato  il  teatro,  è  or- 
nato di  pilastri  d'ordine  ionico,  e 
ili  colonne  di  ordine  composito  :  i 
pilastri  sono  di  tufo  tusculano,  del- 
le colonne  quattordici  sono  di  gra- 
nitello  bigio,  e  quattro  di  gnuiito 
rosso.  Questo  ninfeo  o  emiciclo  or- 
nalissimo  pei  stucchi,  musaici,  fon- 
tane e  statue,  ha  varie  grandi  nic- 
chie all'intorno,  che  danno  luogo 
ad  altrettante  fontane,  in  quello  di 
mezzo  è  rappresentato  Ercole,  che 
aiuta  Atlante  a  sostenere  il  mon- 
do. Nella  nicchia  a  destra  è  un 
centauro  in  atto  di  suonare  la  trom- 
ba, ed  incontro  un  ciclope  che  suo- 
na la  siringa.  L'acqua  dopo  aver 
fatto  mostra  di  sé  nella  caduta  che 
sovrasta  in  alto  l'antiteatro,  e  che 
con  quello  forma  prospettiva,  vie- 
ne a  dar  vita  a  queste  fontane  e 
ad  una  quantità  di  giuochi  assai 
bizzarri  e  sorprendenti.  Dal  ghjho 
escono  innumerabili  zampilli  ,  il 
centauro  manda  dalla  sua  tromba 
un  suono  spaventevole,  mentre  dal- 
la siringa  del  ciclope  esce  un  suo- 
no  pastorale.  Una  grande  fontana 
nel  centro  della  piazza ,  fra  tanti 
gettiti  ne  ha  uno  maggiore ,  che 
produce  l' effetto  dello  scoppio  di 
varie  artiglierie  :  un  giorno  questo 
emiciclo  era  ornato  di  statue.  Un 
"viale  amenissimo  traversa  questa 
villa  nella  parte  superiore  e  con- 
duce presso  ai  cappuccini  ed  alla 
villa  Piufìnella;  un  altro  raggiun- 
ge la  via  pubblica,  quasi  incontro 
al  cancello  della  villa  del  collegio 
urbano,  e  per  questo,  sotto  gli  al- 
beri che  l'adornano,  trovansi  i  ru- 
deri della  sostruzione  di  una  villa 
romana,  informi,  forse  parte  di 
quella  medesima ,  sulla  quale  fu 
edificato  il  castello  primitivo  di 
Frascati. 

VOL.   xxvit. 


FRA  .0, 

Di  questa  villa  ne  fa  un'  elegan- 
te descrizione  il  Piazza  a  pag.  2j  j, 
e  la  chiamvi  la  regina  delle  ville  _; 
dice  che  più  volte  vi  fu  a  diporti» 
Clemente  YIII,  come  ancora  molli 
grandi  personaggi,  ivi  trattati  splen- 
didamente dai  principi  proprietari. 
Ne  restò  padrona  d.  Olunpia  Ai- 
dubrandini  figlia  di  Giangioigio 
principe  di  Rossano,  superstite  di 
sì  illustre  casa,  la  quale  in  pi-iuie 
nozze  si  sposò  a  d.  Paolo  Borghese 
principe  di  'Sulmona  pronipote  di 
Paolo  V,  e  poi  a  d.  Camillo  Pam- 
phily  nipote  d'  binocenzo  X.  Colla 
sua  morte  accaduta  nel  i68r  tras- 
ferì parte  delle  sue  ricchezze  degli 
Aldobrandini,  cioè  la  primogenitu- 
ra col  principato  di  Rossano  alla 
casa  Borghese  ,  e  la  secondogcni- 
tura  con  questa  \\\\à  alla  casa  Pam- 
phily.  L' Eschinardi  nella  Descri- 
zione di  Roma  e  deWagro  ramat- 
ilo ,  dice  che  il  principe  d.  Gio. 
Battista  Pamphily,  verso  il  declinar 
del  secolo  XVII,  circondò  tutta  la 
villa  di  muro  con  vasto  giro,  in- 
cludendovi boschi  e  prati  per  quan- 
tità di  bestie  da  caccia  ;  migliorò 
i  giuochi  d'acqua  con  nuove  sin- 
fonie ,  e  con  esempio  di  singoiar 
modestia  fece  cuoprire  industriosa- 
mente tuttociò  che  poteva  offeiKle- 
re  l'onestà.  Mentre  della  villa  ne 
era  proprietaria  la  famiglia  Pam- 
phily, il  principe  sentendo  che  Be- 
nedetto XIV  nel  giugno  1 746  vo- 
leva portarsi  a  vedere  la  nuova 
fabbrica  de' gesuiti  alla  Rufinella, 
offrì  questa  villa  per  comodo  di 
desinarvi  in  un  a  tutto  il  pontifì- 
cio corteggio,  di  che  si  occupò  il 
maggiordomo.  Nel  mercoledì  25 
giugno  Benedetto  XIV  coi  cardina- 
li Valenti  e  Colonna  vi  si  portò  , 
ed  il  numero  45o3  del  Diario  di 
lìofua  ne  fa  la  descrizione.  Eslia- 
1 1 


ì62  FRA 

ta  la  linea  Pamphily  nel  i  7G0  nel- 
la primogenitura  vi  entrò  la  flimi- 
glia  Doria,  e  nella  secondogeni- 
tura  di  casa  Patnphily-Aldobrandi- 
ni,  nel  1 796  successe  il  secondoge- 
nito di  casa  Borghese  d.  Paolo  Ma- 
ria Pio,  che  ereditò  la  villa  Bel- 
Tedere,  e  prese  il  nome  e  lo  stem- 
ma Aldobrandini.  Dai  Diari  di  Ro- 
ma numeri  7527  e  753o  si  legge, 
che  Clemente  XIII  martedì  i  otto- 
bre 1765  si  portò  a  desinare  in 
questa  villa ,  avendo  imbandito  le 
mense  il  maggiordomo  monsignor 
Bufalini.  Inoltre  la  villa  ed  il  pa- 
lazzo fu  onorato  dalla  presenza  del 
regnante  Pontefice  Gregorio  X\  I 
a'  i4  ottobre  i834,  che  ammirò  i 
nobili  lestauri  ed  abbellimenti  fat- 
ti dal  piincipe  d.  Francesco  Bor- 
ghese-Aldobrandini ,  il  quale  tro- 
vando che  l'acqua  algeuziana,  che 
rende  maggiormente  amena  ed  am- 
mirabile la  villa,  era  in  gran  par- 
te perduta ,  a  mezzo  della  perizia 
del  lodato  cav.  Luigi  Canina  la  ri- 
cuperò ,  onde  fu  pure  ridotta  a 
servire  ad  utili  usi  in  benefizio  del- 
la città  di  Frascati  per  lodevoli 
ordinazioni  dello  stesso  principe. 
Merita  una  speciale  considerazione 
il  ristabilimento  della  ricca  cappel- 
la esistente  nel  lato  orientale  del 
suddetto  emiciclo,  a  decoro  del- 
la quale  si  ammirano  pregiate  pit- 
ture a  fresco  e  a  olio  eseguite 
per  disposizioni  del  medesimo  prin- 
cipe d.  Francesco  dal  professore 
Alessandro  cav.  Capalti,  e  da  Pie- 
tro Gagliardi.  Passando  questi  a 
miglior  vita  nel  iSSg,  la  secondo- 
genitura  Borghese ,  ossia  le  pro- 
prietà degli  Aldobrandini  passaro- 
no in  quella  di  d.  Camillo ,  che 
avendone  assunto  il  cognome  e  lo 
stemma,  divenne  signore  del  patri- 
monio della  medesima,  così  di  que- 


FKA 
sta  superba  villa,  come  del  palaz- 
zo e  villa  di  Roma,  di  che  se  ne 
tratta  all'  articolo  Ville  di  Roma 
[felli).  Qui  noteremo  che  il  prin- 
cipe d.  Camillo  Aldobrandini  a'  9 
agosto  1841  si  sposò  con  la  prin- 
cipessa d.  Maria-Flora-Paolina  del- 
la serenissima  già  sovrana  casa 
d'  Aremberg  ,  dal  fjuale  matrimo- 
nio a'  14  aprile  1843  nacque  la 
principessa  d.  Ohmpia- Adelaide- 
Prosperiaa  -  Maria  •  Camilla-Leonar- 
da;  ed  ai  19  maggio  i844  la  piin- 
cipessa  Maria  -  Ludmilla  :  servino 
questi  cenni  in  aggiunta  agli  arti- 
coli Aldobrandini  famiglia,  e  Bor- 
ghese famiglia  [Vedi).  Oltre  i  ci- 
tati autori,  scrissero  della  villa  Al- 
dobrandini, Jos.  Castalionis,  Tasca- 
laiium  Aldohrandinwn,  Urbeveteri 
1621;  Villa  Aldobrandìna  Tuscu- 
lana  ,  et  varii  illius  hortoruni  ',  et 
fontium  prospectus  a  Dominico  Bar- 
riere dicatus  Lud.  XIV  au,  i  ;  Can- 
cellieri nella  sua  Lettera  sul  taran- 
tismo a  pag.  162,  e  p.  283  e  284, 
ove  riporta  le  vaghissime  descrizio- 
ni delle  pitture  del  Domenichino  , 
fatte  dal  Bellori  e  dal  Passeri;  il 
Nibby  nel  tom.  Ili,  p.  346  e  seg. 
della  sua  Analisi  de'  dintorni  di 
Roma,   ed   altri   scrittori. 

Villa  Piccoloniini.  Alquanto  più 
verso  oriente  e  presso  la  città  di 
Frascati,  esiste  tale  villa  nel  luogo 
denominato  già  della  Croce,  poi  s. 
Angelo,  onde  è  pur  detta  villetta 
di  s.  Angelo,  la  quale  appartenne 
già  ai  Bonanij  indi  al  duca  Mario 
Mattei,  quindi  al  duca  di  Manto- 
va e  Monferrato  Ferdinando  Gon- 
zaga già  cardinale  di  s.  Chiesa, 
dal  quale  nel  1617  l'acquistò  Ro- 
berto Primi  nobile  pisano,  la  cui 
figlia  Caterina  essendo  maritata  ad 
un  Piccolomiui,  la  villa  colla  uni- 
ta chiesa  di   s.    Michele  arcangelo. 


FRA 
e  sua  dipendenza,  restò  propiietìi 
«Iella  nobile  famiglia  Piccolomini. 
Questa  villa  oltre  il  teiTeno  si  com- 
pone di  un  gran  casino,  e  di  un 
casinetto  che  ricorda  il  celeberrimo 
cardinal  Baronio,  il  quale  ritirossi 
in  esso,  mentre  n'  era  proprietario 
il  Mattei,  onde  compilare  la  gran- 
de opera  degli  Annali  ecclesiastici, 
come  si  legge  nella  iscrizione  po- 
sta sulla  faccia  rivolta  a  nord- 
ovest; ivi  fu  assalito  dall'ultima  ma- 
lattia, che  troncò  poi  i  preziosi 
suoi  giorni  in  Roma  a'  3o  giugno 
1607,  secondo  il  citato  Cancellieri, 
a  pag.  242,  che  inoltre  narra  ave- 
re il  cardinale  fatto  sovrapporre  nel 
luogo  ove  ristrettamente  abitava, 
questo  detto  sentenzioso:  Morituro 
satis.  Dimorando  in  questa  villa 
il  re  di  Sardegna  Emmanuele  IV, 
fu  visitato  a' 17  ottobre  i8o5  dal 
Pontefice  Pio  VII.  La  villa  è  divi- 
sa dal  detto  casinetto  chiamato 
y  Eremo,  e  dal  gran  casino,  ed  es- 
sendone di  tutto  proprietario  il  ba- 
rone Giuseppe  Testa  Piccolomini, 
cavallerizzo  maggiore  del  Papa  che 
regna,  da  ultimo  ha  alienato  in  fa- 
vore del  cav.  De  Mehlem  segreta- 
rio della  reale  legazione  di  Bavie- 
ra in  Roma,  la  parte  grande  e  il 
maggior  casino  della  villa,  riserban- 
dosi r  altra  porzione  col  casino  de- 
nominato \  Eremo. 

Villa  Rufina  o  Rufinella.  Supe- 
riormente a  tutte  le  indicate  ville  s'in- 
nalza questa,  che  per  essere  situata 
più  da  vicino  all'  antico  Tusculo  di- 
cesi Tusciilana,  e  per  aver  apparte- 
nuto nel  suo  primo  stabilimento  alla 
villa  Rufina  di  sopra  indicata,  e 
fondata  da  monsignor  Filippo  Ru- 
fini  vescovo  sarniense  sotto  il  Pon- 
tificato di  Paolo  III,  come  attesta 
Teodoro  Amideiiio,  venne  denomi- 
nata Rullnella,  forse  anche  perchè 


FRA  i63 

minore  della  prima,  nome  che  con- 
serva tuttora  quantunque  sia  pas- 
sata in  diverse  proprietà.  Avverte 
il  eh.  cav.  Canina,  Descrizione  del- 
l'antico  Tusculo  pag.  64,  che  la 
Rufinella  in  tale  primo  stabilimen- 
to non  doveva  essere  di  una  gran- 
de vastità,  e  doveva  avere  soltanto 
una  piccola  fabbrica  dipendente  dalla 
gran  villa  della  R^ufina.  Non  deve 
tacersi,  che  monsignor  Galletti  a 
pag.  220  delle  Memorie  del  car- 
dinal Passionei,  narra  che  Ales- 
sandro Rufini  eletto  vescovo  di  Mel- 
fi, fece  la  villa  della  Rufina  e  della 
Rufinella,  siccome  abbiamo  accenna- 
to di  sopra,  parlando  della  prima, 
ora  Falconieri.  Sulle  ville  Rufina 
e  Rufinella  da  Niccola  Ratti,  Della 
famiglia  Sforza,  parte  I,  si  x-ileva- 
no  queste  notizie.  Che  Mark»  I 
Sforza  conte  di  Santa  Fiora  agli 
I  I  di  luglio  1587  comprò  dal  car- 
dinal Francesco  Sforza  suo  nipote 
la  villa  Rufinella  per  quattiomila 
scudi,  per  istromento  stipulato  dal 
notaro  Bruto  A.  C.  ;  il  quale  cardi- 
nale, siccome  amorevole  dei  cappuc- 
cini, a  quelli  di  Frascati  donò  un 
orto  ed  altri  terreni  spettanti  a 
questa  villa  della  R.ufinella  ;  e  che 
Paolo  I  Sforza  fratello  di  Mario 
I,  e  marchese  di  Proceno,  nel  1587 
vendè  la  villa  Rufina  al  cardinal 
Gio.  Vincenzo  Gonzaga  per  quat- 
tromila trecento  scudi,  per  rogito 
di  detto  notaro  fatto  in  Roma.  Da 
queste  narrazioni  si  rileva ,  che  gli 
Sforza  furono  un  tempo  signori 
delle  due  ville  Rufina  e  Rufinella, 
notizie  che  il  Cancellieri  riporta  più 
genericamente  nella  succitata  Lette- 
ra, e  nel  Mercato  a  pag.  245,  no- 
ta a.  Dipoi  la  Rufinella  passò  in 
proprietà  del  cardinal  Giambattista 
Deti  fiorentino,  parente  della  ma- 
dre di  Clemente  Vili  che   l'esaltò 


i64  FRA 

Bel  1599;  egli  ampliò  la  villa,  vi 
abitò  mollo  tempo,  e  morì  decano 
del  sagro  collegio  nel  i63o,  nella 
fresca  età  d'anni  ^S.  Passò  quindi 
la  villa  in  proprietà  dei  Sacchetti, 
nobile  famiglia  fiorentina  ch'ebbe 
due  cardinali,  Giulio  creato  nel 
1626  da  Urbano  Vili  e  morto  nel 
i663,  ed  Urbano  creato  nel  1681 
da  Innocenzo  XI  e  morto  nel  l'jo^. 
Però  deve  avvertirsi  che  la  villa 
del  cardinal  Deti,  da  questi  venne  in 
potere  del  cardinal  Ippolito  Aldo- 
brandiui  suo  parente,  il  quale  aven- 
do in  morte  dichiarato  erede  la 
principessa  di  Rossano  d.  Olimpia 
Aldobrandini,  questa  nel  1689  ven- 
dè la  villa  della  Rufinella  al  mar- 
chese Matteo  Sacchetti  seniore,  che 
l'acquistò  con  parte  della  villa  di 
Belvedere  per  la  somma  di  otto- 
mila trecento  scudi,  si  in  nome 
proprio  che  dei  fratelli  cardinal 
Giulioj  e  marchese  Alessandro.  Per 
confini  furono  stabiliti  il  fosso,  co- 
minciando dal  ca':;celIo  contiguo  al 
convento  de' cappuccini,  fino  al  can- 
cello che  va  verso  la  Molara.  Il 
Piazza  che  stampò  la  memorata 
sua  opera  nel  ricordato  anno  lyoS, 
celebra  la  villa  Rufinella  che  chia- 
ma pure  Sacchetta,  e  la  dice  da 
questa  fimiglia  fabbricata.  Ciò  non 
si  può  dire,  per  quanto  è  stato  nar- 
rato, bensì  che  la  medesima  la  do- 
Tette  in  qualche  parte  ingrandire, 
ed  adornare  con  giardini  partico- 
lari, come  si  dimostra  delineata  nel- 
le tavole  prospettiche  inserite  nella 
grande  descrizione  del  Lazio  del 
p.  Kircherio.  In  seguito  la  villa 
divenne  acquisto  dei  gesuiti,  per 
uso  de' loro  religiosi  studenti  nel 
collegio  romano,  a' quali  la  vendet- 
te colle  sue  adiacenze  nel  1740 
il  marchese  IMatteo  Sacchetti  giu- 
piore,  autorizzato  con  breve  di  Cle- 


FRA 
mente  XII,  pel  prezzo  di  scudi 
tredicimila  trecento,  appunto  piagli 
abbellimenti  e  bonifici  che  i  Sacchet- 
ti aveano  fatto  alla  villa.  Indi  i 
gesuiti  vi  fecero  maggiormente  am- 
pliare la  fabbrica  con  architettura 
di  Luigi  Vanvitelli,  la  quale  aia- 
pliazione  ebbe  principio  verso  l'an- 
no 1742;  e  per  prevalersi  del  ma- 
teriale occorrente  alla  costruzione 
di  essa,  furono  distrutte  le  reliquie 
di  una  grande  villa  antica  che 
esistevano  vicino,  e  che  si  trovaro- 
no adorne  di  preziosissime  opere, 
delle  quali  fa  erudita  menzione  nel- 
la citata  opera  sul  Tuscitlo  il  cav. 
Canina.  Narra  il  Cancellieri,  nella 
precitata  Lettera,  a  pag.  SjS  ,  che 
l'architetto  Vanvitelli,  nella  fonta- 
na al  di  sotto  del  terrapieno  ove 
si  eleva  il  palazzo,  immaginò  uu 
drago  in  atto  di  sofiiare  contro  uno 
scoglio,  per  rappresentare  con  que- 
sto artificioso  emblema  parte  dello 
stemma  di  Paolo  V,  autore  del- 
l'ingrandimento della  villa  IMondra- 
gone,  quasi  geloso  della  Rufinella. 
ISel  I74'3  mentre  Benedetto  XIV 
era  nella  villeggiatura  di  Castel 
Gandolfo,  bramoso  di  veder  la  nuo- 
va fabbrica  che  i  gesuiti  facevano 
alla  Rufinella,  mercoledì  25  mag- 
gio vi  si  portò  coi  cardinali  Valen- 
ti, e  Colonna ,  e  con  la  sua  cor- 
te. Venne  ivi  ricevuto  dai  cardi- 
nali Accora mboni  vescovo  di  Fra- 
scati ,  e  Borghese  ch'era  a  vil- 
la Taverna,  dal  magistrato  della 
città,  dal  p.  generale  de'  gesuiti,  e 
da  molti  suoi  religiosi.  Andò  subi- 
to ad  orare  in  cappella,  ove  di 
monsignor  crocifero  fu  celebrata 
la  messa,  dopo  la  quale  il  Papa 
passò  ad  osservare  la  fabbrica,  e 
giunto  nella  sala  ov'  erano  pre[>a- 
lati  i  rinfreschi,  vide  il  suo  semi- 
busto   innalzato    sopra    il    porlone 


FU  A 
che  guarda  in  Inori,  con  analoga 
Ì!»crizione,  e  poscia  passò  a  villa 
Aldoiarandini.  Dipoi  in  questa  villa 
si  ritirarono  gl'innocenti  gesuiti, 
elle  nel  17^9  avevano  dovuto  ab- 
bandonare il  Portogallo,  come  si 
legge  nei  commentari  del  dotto  p. 
Cordala   gesuita. 

Divenuta  la  Rufinella  nel  i''73 
proprietà  delia  camera  apostolica 
per  le  note  vicende  della  beneme- 
rita compagnia  di  Gesù,  indi  nel 
1  790  la  die  in  enfiteusi  per  picco- 
lo canone  a  certo  Pavesi.  Rescissa 
retifìteiisi  ne  tu  per  chiiogratb 
pontificio  di  Pio  Vii  del  mese  di 
giugno  1804  consentita  la  vendita 
al  principe  lanciano  Bonaparte,  fra- 
tello di  JVapoloone  divenuto  allora 
imperatore  de' francesi,  il  quale  la 
rese  in  ogni  modo  amena  con  nuo- 
vi viali  e  giardini,  e  1'  ampliò  mag- 
giormente con  1'  acquisto  di  terre- 
ni. Si  fecero  din';inle  il  possesso  di 
questo  principe  diversi  scavi  preci- 
samente nella  parte  occupata  dal- 
Ja  antica  città  ,  che  fruttarono 
bensì  diverse  opere  di  pregio  qua- 
li il  cav.  Canina  dimostra  nella 
terza  parte  dell'  encomiata  sua  ope- 
l'a,  e  già  illustrale  dal  eh.  Giusep- 
pe Antonio  Guattani  nel  tom.  Ili 
delle  sue  inteiessanti  Memorie  en- 
ciclop.  sulle  anlichilà  e  belle  arti. 
pag.  129,  ed  anche  colla  descrizio- 
ne degli  scavi,  e  degli  oggetti  rinve- 
nuti nei  numeri  27,  28  e  29  dei 
Diari  di  Roma  del  1808.  Osserva 
però  il  cav.  Canina  che  tali  scavi 
recarono  poi  maggiori  danni  alle 
reliquie  di  quelle  antiche  fabbriche, 
perchè  furono  per  più  gran  parte 
sconvolte  e  distrutte  per  frugare 
con  maggior  risparmio  di  lavoro; 
rimasero  quasi  soli  intatti  i  gradi 
inferiori  della  cavea  del  teatro,  per- 
chè   non    potevansi    facilmente   di- 


FRA  i65 

struggere.  Nel  mese  di  dicembre 
1820  passò  questa  villa  con  tutte 
le  sue  attinenze  alla  proprietà  del- 
la duchessa  di  Chabhus  MuiÌm  An- 
na, e  dopo  la  sua  morte  fece  par- 
te del  patrimonio  del  re  Carlo 
Felice  di  Sardegna,  ed  in  fine  ven- 
ne in  eredità  al!  i  regina  Maria 
Cristina  di  Ini  consorte.  Araraini- 
strando  il  marchese  Luigi  Biondi, 
letterato  di  assai  chiaro  nome,  i 
beni  di  Roma  dei  medesimo  patri- 
monio, fece  eseguire  con  ninggior 
intelligenza  e  più  amore  delle  co- 
se antiche,  diversi  scavi  nel  luogo 
occupato  dall'antica  cittii  tusculana, 
ove  discopri  le  principali  vie  che 
mettevano  a  tale  municipio,  e  pre- 
cisamente quella  proveniente  dalla 
via  Labicana  colla  colonna  deno- 
tante il  quindicesimo  miglio.  Tor- 
narono alla  luce  dai  medesimi  sca- 
vi alcune  opere  di  scultura  e  pit- 
tur.i  antica  di  ragguardevole  pre- 
gio, le  quali  si  vedono  incise  egre- 
giamente neir  opera  del  cav.  Cani- 
na in  diverse  tavole,  e  trasportate 
in  adornamento  del  reale  castello 
d'Agliè,  JUudiiim,  altra  proprietà 
della  regina  Ilaria  Cristina,  negli 
stati  sardi  nella  provincia  d'Ivrea, 
ov'  è  una  insigne  chiesa  collegiata, 
ed  un  palazzo  magnifico  che  con- 
tiene una  biblioteca  importante,  ed 
un  ampio  e  delizioso  giardino  con 
bellissima  fontana  adorna  di  statue: 
il  sito  poi  del  palazzo,  ove  la  re- 
gina ha  fatto  collocare  i  pregevoli 
oggetti  rinvenuti  ne'  predetti  scavi, 
ha  giustamente  denominato  Galle' 
ria  Tusculana.  È  con  eguale  com- 
mendevole amore  delle  antichità, 
ed  anche  per  illustrare  e  restitui- 
re un  qualche  decoro  a  s\  rinoma- 
to luogo,  che  la  regina  Maria  Cri- 
stina ordinò  uieritamente  al  cava- 
liere Luigi  Canina,  che  si  continuas- 


sero  non  solo  i  clissolterramenti  del- 
le reliquie  tusculane,  ma  si  faces- 
sero pure  i  pili  necessari  lavori 
per  maggiormente  conservarli,  ed 
ancora  si  riponessero  al  loro  posto 
quelle  pietre,  che  si  trovarono  smos- 
se negli  antecedenti  scavi,  come 
ne  offre  chiara  prova  il  totale  sco- 
primento e  ristauro  delle  reliquie 
appartenenti  al  teatro  eh'  è  uno 
de' monumenti  più  interessanti  del- 
l'antico Tusculo;  alle  quali  onore- 
voli incumbenze  il  dotto  cavaliere 
ha  corrisposto  con  meraviglioso  suc- 
cesso, com'è  ampiamente  dimostra- 
to nella  sua  laboriosa  ed  interes- 
santissima opera  di  cui  è  autore, 
e  che  porta  questo  titolo:  Descri- 
zione dell'  antico  Tusculo,  Ptoma 
dai  tipi  dello  stesso  Canina  1841, 
edizione  veramente  magnifica  e  re- 
gia ,  eseguita  con  perizia  e  splen- 
didezza non  comune,  e  dedicata 
al  co.  Filiberto  Avogadro  di  Colo- 
biano,  insignito  de' più  distinti  or- 
dini cavallereschi,  gentiluomo  di 
camera  del  re  di  Sardegna,  e  ca- 
valiere d'onore,  conservatore  gene- 
rale della  casa  della  regina  Maria 
Cristina. 

Questa  villa  onorata  per  tre  anni 
continui  in  tempo  di  villeggiatura 
dalla  sullodata  regina,  che  durante 
tal  soggiorno  ebbe  la  soddisfazione 
di  vedere  eseguite  le  ordinate  esca- 
vazioni, che  hanno  recato  gran  be- 
neficio alla  storia  dell'insigne  luo- 
go, ed  alle  arti  per  la  discoperta 
degli  antichi  edifizi  ,  e  per  le  pre- 
ziose opere  rinvenute,  fu  pure  due 
volte  onorata  dalla  presenza  del 
Papa  regnante  Gregorio  XVI.  La 
prima  fu  a'  10  ottobre  i838,  quan- 
do si  recò  a  visitarvi  la  regina 
Maria  Cristina  ,  con  la  quale  orò 
nella  cappella  del  palazzo,  e  poscia 
s'intrattenne  nel  suo  appartamento 


FRA 

in  colloquio  ammettendo  al  bacio 
del  piede  tutta  la  real  corte.  Li 
seconda  fu  agli  8  ottobre  iSSg  nel 
rinnovare  il  Pontefice  alla  pia  so- 
vrana altra  benigna  visita,  essendo 
ivi  ricevuto  con  segni  del  maggior 
rispetto  e  venerazione.  Presso  in- 
vito fattogli  dalla  regina  il  Ponte- 
fice si  degnò  quindi  montare  in 
un  nobile  legno  nuovo ,  apposita- 
mente da  essa  fatto  preparare ,  e 
poscia  in  compagnia  della  stessa 
regina  e  delle  rispettive  corti  pon- 
tificia e  regia ,  il  Papa  si  portò  ad 
osservare  i  menzionati  scavi ,  ve- 
dendo con  piacere  gli  avanzi  del- 
l' antica  città ,  e  vari  oggetti  rin- 
venuti ,  disposti  in  un  padiglione 
elegantemente  costrutto,  in  un  ad 
un  sopratavolino  composto  vaga- 
mente di  differenti  bellissimi  mar- 
mi di  vari  colori,  ivi  rinvenuti  ed 
uniti  a  forma  di  elegante  musaico, 
e  dalla  regina  offerto  al  Pontefice 
che  ne  aggradì  il  presente.  Vide 
ancora  il  Pontefice  la  marmoi'ea 
iscrizione  eretta  dalla  regina  nella 
parte  media  superiore  della  cavea 
dell'  antico  teatro  tusculano  a  pe- 
renne memoria  del  suo  importante 
scuoprimento ,  e  della  visita  fatta 
agli  scavi  stessi  dal  sommo  Pon- 
tefice, cui  ebbe  l'onore  il  cav.  Cani- 
na di  descriverne  le  parti  e  i  pregi, 
e  ne  riportò  giuste  congratulazio- 
ni. Il  palazzo  della  villa  è  osser- 
vabile per  la  sua  bella  architet- 
tura ,  adattata  a  fornire  l' abita- 
zione a  molte  persone ,  ed  ha  un 
vasto  e  bel  salone.  Nel  portico 
che  precede  l' ingresso  veggonsi  col- 
locati vari  monumenti  antichi  rin- 
venuti negli  accennati  scavi  fatti 
all'antico  Tusculo  dagli  ultimi  due 
reali  possessori  della  villa,  entro  il 
cui  dominio  rimane  buona  parte 
dell'antica  città.    Vi    si   veggono  le 


FRA 
statue  togate  di  Gneo  Vetincio,  e 
di  Marco  Valerio,  e  varie  basi  di 
pietra  albana  indigena  ancor  essa 
del  suolo  tusculano ,  dove  sono 
scolpiti  i  nomi  di  Telemaco,  di 
Oreste,  di  Quinto  Cecilio  Metello, 
del  poeta  Difilo,  di  Marco  Fulvio 
ÌVobiliore,  i  quali  personaggi  aven- 
do tutti  relazione  con  la  storia  del 
Tusculo,  ebbero  erette  le  immagini 
nel  teatro  tusculano  dove  furono 
rinvenute  le  suddette  basi.  Da  que- 
sto palazzo  godesi  una  delle  piìi 
superbe  vedute  di  Roma,  e  della 
campagna  all'  intorno  sino  al  ma- 
re; ed  il  diligente  e  dotto  Nibby 
riporta  a  pag.  35 1  e  seg.  le  lapidi 
in  marmo  raccolte  nel  palazzo ,  e 
provenienti  dai  ridetti  scavi,  come 
dei  menzionati  Marco  Fulvio  No- 
biliore,  console  vincitore  dell'  Eto- 
lia;  di  Difilo  poeta  e  scrittore  di 
tragedie;  di  Marco  Cordio  R.ufo 
pretore,  proconsole  ed  edile ,  per 
purgar  i  monumenti  sagri  ;  di  Mar- 
co Tusculanio  Amianto  ,  maestro 
cdituo  di  Castore  e  Polluce,  e  de- 
gli augusta!!  ;  e  di  Flavia  Ta- 
rentina. 

Il  governo  di  Frascati,  di  cui  è 
capoluogo  colla  unione  dell' appo- 
diato  villaggio,  che  contiene  la  ce- 
lebre abbazia  di  Grolla  ferrata 
(fedi),  comprende  le  comuni  di 
Monte  Porzio,  di  Monte  Compatri, 
di  Rocca  di  Papa,  e  di  Rocca  Prio- 
ra, e  di  questi  daremo  un  cenno , 
coir  autorità  del  Piazza  e  del  Nib- 
by ,  e  di  altri  autori  ,  innanzi  di 
parlare  dell'  antico  Tusculo  ,  delle 
notizie  storiche  dell'  odierno  Fra- 
scati, e  del  suo  vescovato  subur- 
bicario. 

Monte  Porzio.  Terra  della  Co- 
marca  di  Roma  (  P^edi  )  ,  posta 
quindici  miglia  fuori  di  porta  san 
Giovanni  nel    distretto    di    Roma , 


FRA  167 

nel  governo  e  diocesi  di  Frascati. 
Essa  è  situata  sopra  un  colle  ame- 
nissimo  scoperto  verso  settentrione 
ed  oriente ,  dove  gode  una  bella 
veduta  della  Campagna  di  Roma  , 
e  della  catena  degli  Apennini  che 
la  coronano.  Nell'andare  a  questa 
terra  da  Frascati,  alla  metà  della 
strada  nel  sito  denominato  le  Cap- 
pcllette  si  veggono  costruzioni  ma- 
gnifiche a  nicchioni  ,  che  danno 
origine  al  nome  volgare  della  con- 
trada ,  le  quali  appartengono  ad 
una  villa  delle  tante  che  cuopri- 
vano  i  colli  tusculani  ;  incerto  è  il 
nome  della  villa,  forse  potè  essere 
di  Catone  il  giovane  che  si  uccise 
in  Utica.  Il  nome  di  questo  villag- 
gio è  dei  tempi  bassi,  e  viene  no- 
minato Monleni  Porculi  in  una 
bolla  dell'anno  1074  di  s.  Gregorio 
VII  a  favore  del  monastero  di  s. 
Paolo  fuori  delle  mura  di  Roma, 
essendo  allora  possidenza  di  quel 
monastero.  Nella  cronaca  Cassinen- 
se si  ricorda  una  chiesa  di  s.  Anto- 
nino in  Montem  Porculo  territorio 
tusculano  ;  in  quella  di  Sicardo, 
parlandosi  della  disfatta  che  i  ro- 
mani riportarono  nel  1167  dai 
tusculani  uniti  ai  tedeschi,  dicesi 
che  r  incontro  seguì  apud  Montem 
Portiuni,  quindi  è  chiaro  che  il 
luogo  già  nel  secolo  XI  chiama- 
vasi  Mons  Porculi,  o  Porculus  .; 
laonde  non  è  improbabile  che  lo 
avesse  sino  dai  tempi  antichi  per 
la  villa  che  ivi  ebbero  i  Porzii  os- 
sia i  Catonij  e  perciò  corruzione 
di  31ons  Porcii  o  Porcius,  Ma  la 
terra  non  sorse  se  non  nel  ponti- 
ficato di  Gregorio  XIII,  il  perchè 
sulla  porta  veggonsi  i  draghi,  stem- 
ma gentilizio  di  quel  Papa  ;  e  la 
cliiesa  principale  e  parrocchiale  in 
memoria  del  suo  nome  pontificio 
è  dedicata  a  s.  Gregorio  I  Magno, 


I  ()0 


[■  n  A 


come  pine  fi   s.   Aiiloiiino  martire, 
Hiitico  piDleltoi-e  del  luogo.   Fu  egli 
che  lo  fabbricò,    e  dotò    di  conve- 
niente entrata,    come    narra  il  No- 
vaes  nella    sua   vita  :    per  le  bene- 
ficenze fatte    da    Gregorio  XIII    a 
IMonte    Porzio,    racconta    il  Piazza, 
che  nella  visita  ch'egli   vi  fece  in- 
dusse il  clero    ed  il  popolo  a  cele- 
brare a  quel  Pontefice  per  suffra- 
gio  un  annuo  anniversario.  Questa 
chiesa  ch'è  il  principale  edifizio  del 
luogo  fu  riedificata    dall'  architetto 
Rinaldi  con  cinque  altari  dalle  fùn- 
damenta    verso    l'anno     1666    dal 
principe  Giovanni  Battista  Borgh.-se 
.'"ignore  della    terra,  provvedendola 
di  sagre   suppellettili,  con  comoda  e 
contigua  abitazione  per  l'arciprete; 
ed  un  secolo  dopo  fu  ampliata  dal 
principe  Marc'Antonio  avo  del  prin- 
cipe attuale,  e  consagrata  di  nuovo 
il  primo  giugno  1766  dal  cardinale 
Enrico    Stuart    detto     il     duca     di 
Yorck  vescovo  di  Frascati.  Nell'al- 
tare della  crociata  a  sinistra  di  chi 
entra,    conservasi    il     corpo    di     s. 
Laconilla,  trovato    nelle  catacombe 
di   Ciriaca  l'anno  1^83  con  la  iscri- 
zione   originale.    Il  quadro  dell'  al- 
tare maggiore  lo.  dipinse    Giaciuto 
Brandi  ;    Ciro    Ferri    vi  dipinse  il 
•s.    Antonio;     Gaetano    Lapis    il  s. 
Antonino   martire^    mentre  Filippo 
Lauri   colori   altri   quadri  delle  cap- 
pelle.  Il  detto  cardinal  vescovo  sta- 
bili in  questa  terra  le  maestre  pie. 
In   oltre  il   Piazza  dice  che  al    suo 
tempo  v'erano  le    seguenti  chiese: 
quella   o  ampio  oratorio  de'ss.  Car- 
lo e  Filippo   della  confraternita  del 
ss.   Sagramento;    quella  di  s.    Vito 
alle    falde    della    terra,    già    antico 
oratorio    ove    si    raccoglievano    gli 
abitanti  prima    che  fosse  eretta  la 
chiesa   parrocchiale,  con  divota  im- 
magine della   Beata  Vergine:   quel- 


FRA 
la  di  s.  Maria  del  Tavolaccio,  chiesa 
rurale  che   vuoisi   edificata  sulle  ro- 
vine della   villa   di   Lucullo,   o    me- 
glio   dei     Porzi  ,    e    cosi    detta   dal 
cognome  del    patrono  della  chiesa, 
e  legatario  d'una  messa  nelle  feste; 
e  quella  di  s.  Carlo  detta  del  Pan- 
tano, chiesa   rurale    fabbricata   dal- 
l'innata  pietà  de'principi  Borghese, 
a    benelìcio    de' pastori    ed    agiicol- 
tori.   Monte  Porzio  fu  onorato  del- 
la  presenza  di    vari  sommi   Ponte- 
fici, come  di  Gregorio  XIII,  Paolo 
V  ed  altri;    e  nel     1827   lo  fu  da 
quella  di  Leone  XII,  lunedi  29  ot- 
tobre.   Preceduto  dai    prelati  mag- 
giordomo ,    e    maestro    di    camera, 
il   Papa   vi  giunse  tra  il  suono  del- 
le   campane,    lo   sparo    de'mortari, 
e   le  acclamazioni   dell'esultante  po- 
polazione.  Fu  ricevuto  il  Pontefice 
dal   magistrato,    e    dopo  essersi   al- 
quanto riposato    nel    casino  di  vil- 
leggiatura   del    collegio    inglese    di 
Puoma    si    recò    nella    chiesa    di    s. 
Gregorio  Magno  all'adorazione  del 
ss.  Sagramento  precedentemente  es- 
posto, col  quale  l'arciprete  comparti 
la  benedizione.   Indi    Leone  XII  o- 
norò    di    sua    presenza    la    casa    di 
Pietro    Venturini,    ove    ammise    al 
bacio     del     piede     parecchie     delle 
principali   famiglie  del  paese,  e  dal 
balcone  della   medesima  casa  com- 
partì   la   benedizione    apostolica  al- 
l'altollato    popolo    concorso    anche 
dai  vicini  paesi.    R.estituitosi  il  Papa 
al    collegio    ammise    benignamente 
alla  propria  mensa  monsignor  Pie- 
tro Agostino  Baines  vescovo  di  Siga 
in  partibns  e  vicario  apostolico  del 
distretto   occidentale    d'  Inghilterra, 
i  prelati   del   suo  seguito,    il  retto- 
re, e  gli  alunni  del  collegio,    oltre 
d.    Raffaele    Fornari    professore    di 
teologia  del   medesimo,  al   presente 
arcivescovo    di    Nicea,    e  nunzio  di 


FRA 

j-'rnncia  :  nel  iestitiiir>i  a  Roma  iì 
Papa,  passando  per  Frascati  si  de- 
gnò visitare  il  cardinale  Burtoloineo 
Pacca,  il  quale  Irovavasi  colà  per 
diporto  alloggiando  nell'episcopio. 
Da  ultimo  a  comodo  della  popola- 
zione è  stata  eretta  una  graziosa 
fontana  incontro  all'  ingresso  del 
paese.  Nella  pubblica  piazza,  sopra 
la  fronte  della  casa  Venturini,  il 
suddetto  Pietro  eresse  una  marmo- 
rea iscrizione  per  celebrare  l'onore 
compartitogli  dal  Pontelice  Leone 
XII.  Altrettanto  fece  il  rettore  del 
pollegio  inglese  d.  P\.oberto  GradAvel, 
poi  vescovo  di  Lidtla  in  partihwi 
o  vicario  apostolico  del  distretto 
meridionale  di  Londra,  nel  refet- 
torio della  detta  casa  del  collegio, 
la  quale  è  di  antica  proprietà  del 
medesimo. 

Monte  Coinpntrì.  Terra  clie  ap- 
partiene alla  principesca  famiglia 
Boighese,  posta  entro  i  limili  della 
Comarca  di  Roma,  dipendente  dal 
governo  e  dalla  diocesi  di  Frasca- 
ti, diecisette  miglia  distante  dalla 
riietropoli,  pesta  in  amena  situa- 
zione, che  domina  incantevoli  ve- 
dute. Il  Piazza  lo  chiama  Monte  elei 
Compili,  31ons  Compatrum ,  cioè 
luogo  di  ritiro  ovvero  soggiorno  di 
villeggiatura,  ed  aggiunge  che  nel 
luogo  anticamente  esistevano  delizie 
magnifiche,  già  proprietà  degli  An- 
nibaldi  della  IMolara,  dei  Colonne- 
si,  degli  Altemps ,  celebrando  le 
munificenze  esercitatevi  dagli  attua- 
li signori.  La  denominazione  di 
questa  terra  vuoisi  pure  spiegare, 
per  luogo  ove  quelli  che  ivi  si  ri- 
tiravano, concludevano  e  compi- 
vano le  cose  del  governo;  giacché 
per  l'aincnilà  del  sito,  e  per  le 
ville  che  ivi  erano,  essendo  fre- 
quentata dai  piimaii  magistrati  di 
iioma,    elle    ap^iellali    padri    della 


FRA  169 

patria,  ed  anche  compadri,  forse  ne 
prese  il  nome  il  monte,  dicendosi 
anche  Mons  Compatrum.  D.  Luigi 
Nardi  nel  suo  libro,  Dei  Compiti, 
feste  e  giuochi  compitali  degli  an- 
tichi, illustrando  l'etimologia  della 
parola  Compito,  cita  una  disserta- 
zione dell' ab.  Francesco  Antonio 
Vitale,  che  ha  per  titolo:  De  op- 
pido  Lahici  disserlalio,  cjua  origo 
eliam,  ntque  compendiosa  hisloria 
oppidi  Monlis  Compiti  i^Monte  Com- 
patro  oggidì)  inLatio  de.scribitur,  Ro- 
mae  Salomoni  1778.  E  chi  sa  che 
qualche  tempio  Compitale  eretto 
presso  il  Tuscolo,  non  abbia  dato 
il  nome  a  questo  luogo?  Il  Nibby 
è  d' opinione  che  la  terra  si  for- 
masse dopo  la  rovina  del  Tusculo 
fatta  dai  romani  nel  1191,  seb- 
bene se  ne  faccia  anlerior  menzio- 
ne fino  dall'anno  1090  nel  Chro- 
nicon  Sublacense ;  ma  siccome  tro- 
vasi insieme  con  altre  terre  di  ori- 
gine certamente  posteriore  alla  ro- 
vina «li  Tusculo,  apparisce  eviden- 
te la  interpolazione,  su  di  che  par- 
leremo dicendo  rpii  appresso  qual- 
che cosa  del  famigerato  castello 
della  Molara.  Il  palazzo  con  la  tor- 
re del  principe  Borghese,  è  nel 
punto  più  elevato  della  terra.  Al 
tempo  del  Piazza  esistevano  queste 
chiese:  la  parrocchiale  dedicata  al- 
l'Assunzione della  B.  Vergine  eret- 
ta con  magnifica  architettura,  con 
cinque  altari,  e  con  rendite  e  sagre 
suppellettili  donate  dalla  generosità 
del  cardinal  Scipione  Borghese  nipote 
di  Paolo  V  ;  essa  ha  una  compa- 
gnia del  ss.  Sagramento  proprieta- 
ria del  vicino  aritico  ed  ampio 
01  a  torio.  La  chiesa  di  s.  Silvestro 
con  convento  dei  i-eligiosi  carmeli- 
tani scalzi  della  provincia  romana, 
memorabile  per  diverse  co<:e.  Vuoi- 
si   che  quivi    si    rifugiassero    molli 


»7o  FRA 

de' primitivi  cristiani  fuggenti  la 
persecuzione  de'romani  gentili,  trat- 
tivi dall'eminenza  del  sito,  ch'è  sul- 
la punta  che  dirama  dal  dorso 
tusculano,  e  perciò  è  costante  fa- 
ma, che  vi  si  recasse  il  Pontefice 
s.  Silvestro  I  a  visitarvi  e  confor- 
tarvi i  cristiani  rifugiati,  e  mini- 
strasse loro  i  sagramenti.  e  poscia 
a  suo  onore  vi  fosse  eretta  una 
chiesa  o  cappella,  che  soggiacque 
alla  distruzione  operata  dai  romani 
nei  Tusculo.  L' istorico  dell'ordine 
de' carmelitani  scalzi  della  congre- 
gazione d'Italia  fa  un  cenno  delia 
tradizione  continuata  dai  tempi  di 
s.  Silvestro  I  fino  all'  epoca  nella 
quale  egli  scriveva.  Non  è  vei-o, 
come  dice  il  Piazza,  che  l' antica 
chiesa  o  cappella  dalla  sua  oscuri- 
tà la  traessero  alcuni  compagni  di 
s.  Francesco.  E  però  indubitato 
che  in  esso  monte  vi  abbia  esistito 
un  convento  di  francescani,  anzi 
era  una  delle  sette  custodie  della 
provincia  romana,  e  dalla  parte  che 
guarda  Monte  Porzio  alla  distanza 
di  mezzo  miglio  dall'odierna  chie- 
sa si  vedono  rudtri,  che  danno 
luogo  a  supporre,  che  fosse  il  sa- 
gro l'ecesso  minoritico.  L'annalista 
Vadingo  ed  altri  raccontano  che 
bramosi  alcuni  di  vivere  solitari 
l'elessero  per  dimora,  erigendovi 
un  convento  ove  fiorirono  esem- 
plarissimi  religiosi,  fra'quali  meri- 
tano menzione  Angelo  di  Monte- 
leone,  Piinaldo  da  Rieti,  e  Santo 
da  Parma  quivi  sepolti,  anzi  vi 
fu  pure  il  b.  Bernardone,  altro 
compagno  di  s.  Francesco.  Il  luogo 
poi  ove  sono  al  presente  i  carme- 
litani scalzi,  fu  già  de'  canonici  re- 
golari lateranensi ,  dato  loro  nel 
i448  dagli  Annibaldeschi  già  ba- 
roni di  Monte  Coinpalri,  essendo 
la  chiesa  dedicala  a  s.  Silvestro  ed 


FRA. 

il  monastero  luogo  di  noviziato. 
In  progresso  i  canonici  l'assegnaro- 
no il  locale  e  fondi  alla  santa  Se- 
de, che  lo  ridusse  a  commenda 
secolare,  e  successivamente  venne 
conferita  a  diversi  cardinali,  i  qua- 
li resero  più  comoda  l'abitazione, 
e  sovente  fu  onorata  dai  Papi. 
Ultimo  abbate  ne  fu  d.  Tommaso 
d'Avalos,  il  quale  spontaneamente 
la  rassegnò  a  Clemente  Vili  per- 
chè vi  fosse  eretto  un  convento  di 
carmelitani  scalzi  :  ed  ecco  come 
poi  ne  fa  il  racconto  Bartolomeo 
Piazza.  Mentre  per  le  vicende  dei 
tempi  il  convento  era  stato  abban- 
donato. Clemente  Vili  con  breve 
de' 1 7  aprile  i6o5,  a  mediazione 
del  cardinal  Baronio  (  che  afferma 
la  tradizione  di  s.  Silvestro^  e  che, 
per  la  salubrità,  dice  che  la  terra 
era  servita  più  volte  di  diporto  ad 
altri  Papi  ),  e  del  prelato  Tomma- 
so d'Avalos  o  d'Avila,  lo  concesse 
col  territorio  annesso  al  ven.  Pie- 
tro della  Madre  di  Dio  carmelitano 
scalzo,  per  innocente  solitario  sol- 
lievo de'suoi  religiosi.  In  principio 
servì  il  convento  all'educazione  ed 
istruzione  de' missionari  dell'ordine 
del  collegio  di  s.  Pancrazio  di  Ro- 
ma, di  che  tenemmo  proposito  al 
volume  X,  pag.  69  del  Dizionario. 
Qui  i  carmelitani  scalzi  celebraro- 
no nel  161  I  il  terzo  capitolo  ge- 
nerale, in  cui  fu  eletto  preposi  to 
generale  il  mentovato  dottissimo 
e  ven.  p.  Giovanni  di  Gesù  Maria 
di  Calahorra,  predicatore  apostoli- 
co, e  confessore  del  conclave  :  e  vi 
furono  esaminate  e  stabilite  le  co- 
stituzioni della  riforma  carmelitana. 
11  corpo  del  ven.  p.  Giovanni  di 
Gesù  Maria  ivi  si  venera  ancora 
incorrotto,  palpabile,  e  del  colorito 
del  dattilo;  evvi  pure  una  somi- 
gliante  immagine    della    fondatrice 


FRA 

della    riforma    s.   Teresa,    copia    di 
quella  fatta  eseguire  dal  re  di  Spa- 
gna Filippo  II  furtivamente  mentre 
parlava  con  quella  santa.   I  carme- 
litani scalzi  avendo  trovato  la  pic- 
cola  chiesa,    e  tutto   il    fabbricato 
affatto  in  rovina,    nuovamente  edi- 
ficarono dai  fondamenti  una  nuova 
chiesa  e  convento,  che  tuttora   esi- 
ste ;    asserendo  il    Mattei    che  usa- 
rono della  pietra  tusculana,  diversa 
dal  silice  tusculano,  di  cui  parla  il 
Corsi.    La    chiesa    è    in    forma    di 
croce  greca;   le  pitture  che  la  de- 
corano sono    tutte  del   pennello  di 
fr.  Luca  fiammingo,  laico  carmeli- 
tano scalzo,  professore  assai   cogni- 
to,   e    specialmente    rinomato     pel 
suo   stile  grandioso,    pei    panneggi, 
e  pel  fuoco    de' suoi    molti  dipinti. 
Nell'oratorio    domestico    vi    è     un 
dipinto  mirabile  di  Gherardo  delle 
Notti,    rappresentante  s.    Giuseppe 
al    travaglio  di  fabro    di  legname, 
e  Gesù  fanciullo  che  con  un  moc- 
colo   acceso  gli    fa  lume.    Da    una 
lapide  esistente  nel  claustro,  si  ap- 
prende che  in  questo  luogo  il   ve» 
scovo  Vida,  già    canonico    regolare 
lateranense,    compi    il    suo    celebre 
poema    latino,    la    Cristiade.  Dipoi 
Paolo  V,  Urbano  Vili,   ed  Alessan- 
dro VII  cinsero  il  convento  e  l'omi- 
torio  di  mura.  Nel  recinto  del  con- 
vento   vi    fu     rinchiuso     il  bel  pa- 
lazzo edificato    con  sua    villa     dai 
cardinali    Gambara   e  Pisano,  nel- 
•  la    cappella     del    quale     si    conser- 
vava    una    divotissima     immagine 
della     Beata     Vergine     tenente     in 
braccio  il  santo    bambino;    laonde 
essendo  il    popolo  impedito    di  ac- 
cedervi  liberamente  a  visitarla,    fu 
dai    religiosi   collocata    l' immagine 
fuori  della  clausura,   poco   distante 
da    un    castagno   vecchio,    per    cui 
prese  allora  il    nome    di    Madonna 


FRA  17, 

del  Castagno ,  e  crescendo  la  di- 
vozione verso  di  essa  vi  fu  eretta 
una  cappelletta  ed  ivi  trasferita. 
Nel  visitarla  Paolo  V  concesse  qua- 
ranta giorni  d' indulgenza  a  chi 
facesse  altrettanto,  ciò  che  confer- 
mò Urbano  VIII.  L'altra  chiesa  di 
cui  parla  il  Piazza,  è  s.  Maria 
della  Molara,  o  della  Morula,  cosi 
detta  perchè  vicina  al  luogo  del 
celebre  ed  antichissimo  castello  del- 
la Molara,  di  cui  ci  permetteremo 
un  cenno,  chiesa  di  juspatronato 
della  famiglia  Borghese. 

Il  castello  della  Molara  o  Mola- 
ria  Roboraria  diruto  del  secolo  XIII, 
situato    nella    valle    che    separa    il 
dorso  tusculano  dal  gruppo  de'mon- 
ti  Albani,  quasi  dirimpetto  alla  cit- 
tadella di  Tusculo,   al  XV    miglio 
della  via  Latina,    corrispondente  a 
circa  quattordici  fuori  della  porta  s. 
Giovanni.  Il  suo  nome  derivò  da  una 
cava  di  pietre  molari,  che  si   vede 
ancora  sotto  il  castello  a  nord-ovest, 
e  si  formò  il  castello  dopo  l'abban- 
dono   della  stazione  Roboraria,    la 
quale  fu  così  detta  dal  bosco  di  quer- 
cie,  robora,  presso  cui  trovavasi,  e 
formavano  la  selva  Algidense,  nota 
nei  bassi   tempi  col  nome  di  Sili'a 
Algiarìs.  Esso  è  sopra  un  colle  iso- 
lato di  lava  basaltica  a  destra  della 
via,  e  conserva  ancora  le  vestigia  del 
recinto  fortificato,  con  torri  roton- 
de e  quadrale  di  costruzione  sara- 
cinesca   del    secolo    XIII,    formata 
con  piccoli   parallelepipedi    di  tuia 
e  di  lava.  Nella  parte  più  alta  era 
la  rocca,  e  verso  occidente  la  chiesa, 
della  quale    rimangono   ancora    gli 
avanzi.   Il  sito  è  di   tale  importanza 
nello  stretto  della  valle  già  detta  Al- 
bana, che  probabilmente  non  fu  tra- 
scurato dai   conti   tusculani  durante 
la  loro  potenza,  dappoiché  nel  Cliro- 
lucoti  Sublaceiise,  anno  i  ogo,  narrasi 


P72  FRA 

come  Agapito  conte  tiisciilano  ebbe 
due  figlie,  una  ne  die    in  moglie  ad 
Oddone  Frangipani,   alla   quale   la- 
sciò castra  M areni,  Turricellae.,  moti- 
tis  Alba/li  et  Nemoris  et  suani  par- 
teni  castri  Mofitis  Conipairi,  l'altra 
poi  la  maritò  ad  Annibale  Annibal- 
di,  a  cui  lasciò    castra    Arcis  Pe- 
riiiriae,    Montis  Porculi  et    Mola- 
riae.  V.  il  JVerini,  De  tempio  et  eoe- 
nobio  ss.  Bonifacii  et  Alesii  p.  i  '8; 
nia  quel  documento  non   va  esente 
da  gravi  dubbi  d'interpolazione  per 
(\nQ  castra  Marcai  ec,  sebbene  non 
si  ponga  affatto  in  questione  il  do- 
minio degli  Annibaldi  o  Annibalde- 
schi,  pi-eclarissima  e  potente  famiglia 
romana, sopra  questo  castello,!  qua- 
li perciò  ebbero   il  nome   di  signori 
della  Molara.  Certo  è  cbe  le   rovi- 
ne superstiti  presentano  in  tutte  le 
parti  la  costruzione  del  secolo  XI IF, 
e  che  non   prima  di  quell'epoca  se 
ne  hanno  documenti  sicuri:   tutta- 
volta  il  Piazza  dice  ap.  274,  che  do- 
po la  rovina  del  Tusculo,  in  questo 
castello    si    rifugiarono     molti     dei 
suoi  abitanti  graziati  della  vita   da 
Celestino    III.    La    prima    memoria 
che  il  jVibby  rinvenne  è  del  1234, 
quando    Riccardo     degli    Annibaldi 
diacono     di     s.   xAngelOj    che    avea 
comprato  il  castello,  e  n'era   in  pos- 
sesso, vi  accolse  il  Papa  Innocenzo 
IV  con    molta    magnificenza,    indi 
Carlo    d'Angiò    che     Clemente    IV 
nel    1266    investì    del    regno    delle 
due   Sicilie;  e  nella  spedizione    che 
perciò    fece     il    re,  onde     toglierlo 
dalle  mani    di  3Ianfredi,    il    cardi- 
nale lo  accompagnò  a  proprie  spe- 
se.  Oltre  quanto  dicemmo  di  que- 
sto cardinale  alla  sua  biografia,  qui 
aggiungeremo,     ch'egli    costruì    le 
fabbriche,  e  le    mura  che  oggi  ivi 
si    veggono    diroccale    del     castello 
che  sino  al  secolo  decimoquinto  ri- 


FRA 
mase  proprietà    di  sua    nobilissima 
famiglia,  e  che  scrisse    una    esposi- 
zione sulla  regola  di   s.    Benedetto. 
Inoltre  il  cardinal   Riccardo   goden- 
do  della   pili   intima   amicizia   di   s. 
Tommaso  d'Aquino,    una    volta   lo 
condusse    in    questo    suo    feudo    a 
passare   le  feste  di  Natale  in  di  vo- 
ta   solitudine.     Capitati    in     questa 
occasione  nel  castello    due    ricchis- 
simi  ebrei    assai    versati    nelle    lo- 
ro scienze,    il    cardinale   Annibaldi 
volle    che     in     sua   presenza  dispu- 
tassero   con    s.   Tommaso,    il  qua- 
le in    due  giorni,  prima  colla  effi- 
cacia   delle     orazioni,  poi  colla  for- 
za degli  argomenti    e    delle    ragio- 
ni ,    li    convinse    e    convertì   al  cri- 
stianesimo, battezzandoli   nella  chie- 
sa del  castello  nella  vigilia  del  Na- 
tale :   questo  avvenimento  con  qual- 
che   diffusione    lo    narra    anche    il 
Piazza    a    pag.   272.     Tolomeo   da 
Lucca    poi   racconta ,    che    fu    testi- 
monio oculare    della    guarigione    i- 
stantanea  operata    da    s.   Tommaso 
in  questo  luogo,  sul  suo  compagno 
Raimondo  malato    di  febbre    conti- 
nua.  Si  legge  nel   tom.   III,  p.  296 
della   Storia  de  sommi  Pontéfici    di 
Novaes,    che    morendo    il    cardinal 
Riccardo  nel     1275,  dopo  trentotto 
anni   di  glorioso  cardinalato,    lasciò 
a'  suoi  eredi  oltre    il    castello   della 
Mùlara,  i  castelli  di    Rocca  di    Pa- 
pa,   Campngnano,  s.  Lorenzo,  Mon- 
tefìaaello  ,     Castel      Gerusalemme  , 
Monte  Cotnpatri,  e  Fusinano.    Que- 
ste signorie  per    molti  anni    furono 
contrastate  tra  i    suoi  eredi,    finché 
Bonifacio   Vili  ne  compose    le  ver- 
tenze a' 2    maggio    1296. 

Vivente  il  cardinal  Riccardo,  nel 
1263  o  1263  Urbano  IV  creò  car- 
dinale il  suo  parente  Annibale  An- 
nibaldeschi  della  Molara,  che  Cle- 
mente IV    spedì  legato    a    Carlo    X 


FRA 
re  di   Sicilia  con    altri    cardinali,  e 
ben   lo  meritava  per    la  dottrina  e 
pregi  che  indicammo  nel    suo  arti- 
colo: questo  cardinale  universalmen- 
te rispettato  per  la  sua  pietà,   pro- 
fonda  umiltà,  generosità  co'  poveri, 
e  pudicizia  singolare,    morì    in  Or- 
vieto nel    1272    e  fu  sepolto    nella 
chiesa  del  suo  ordine    domenicano, 
da  lui  edificata    dai  fondamenti  in- 
sieme   al  convento.    JNel    18^28    agli 
I  I    di  giugno    essendo  stato    il    ca- 
stelio   della    Molara    occupato    dalle 
genti  di  Roberto  re  di  Napoli,  do- 
vette arrendersi  dopo  qualche  gior- 
no di  assedio,  per   mancanza  di   vi- 
veri,   ai   romani,    ed    alle  truppe  di 
Lodovico  il  Bavaro.  Dipoi  nella  bat- 
taglia    contro     il     famoso    Cola    di 
Rienzo,    fu  ferito    ed    ucciso  Nicolò 
degli    Annibaldi    signore    della  Mo- 
lara nel   i35r.   Antonio  Ricchi  nella 
Beggia  dt  volsci    a  p.  23  i,  dice  che 
Urbano   V    creò  cardinale    fr.    Elia 
degli  Annibaldi  della    famiglia    ro- 
mana Annibaldense,  che  dall'ordine 
de'  minori    fu     elevato    al    governo 
della     chiesa     uticense,     morto     in 
Sulmona    nel     1867.    Sul    principio 
del    secolo    seguente,    e    nel     i4o5 
a'  i5  aprile,  che    fu    il    mercoledì 
santo,  cominciò  ad   uscire  in  cam- 
pagna l'esercito  del   popolo     roma- 
no, contro   i   figli  di  Tebaldo  della 
Molara,  e  si  accampò   presso    que- 
sto castello,  diede  il  guasto  a  molte 
terre    intorno    al    medesimo    ed    a 
quello  di  R.occa  di  Papa,   e  vi  ri- 
mase undici  giorni.  11  Pontefice  In- 
nocenzo VII   spedì  alle    parli    bel- 
ligeranti come  ambasciatore,  il  prio- 
re di  s.   Maria  Aventino,  onde  fos- 
se mediatore  fra  i  romani  ed  i  si- 
gnori della  Molara  ;    ma    questi  si 
condusse  in   modo  che  ritornato  in 
R-oma  gli  fu  tagliata  la  testa,  e  fu 
sepolto  iu  s,  Pietro  :   tuttavolta  k 


FRA  173 

pace  si  conchiuse  nel  gioino  di  s. 
Marco.  Nel  medesimo  anno  a'  1 2 
maggio  ovvero  a'  12  giugno  Inno- 
cenzo VII  creò  cardinale  diacono 
di  s.  Angelo,  Pietro  Stefanesco  de- 
gli Annibaldi  signori  della  Molara, 
principalissima  famiglia  romana  del 
rione  di  Trastevere,  protonotario 
apostolico ,  che  per  la  grande  ri- 
putazione che  godeva  presso  i  suoi 
concittadini,  li  placò  quando  seguì 
la  strage  di  alcuni  suoi  magnati , 
che  si  credeva  operata  con  intelli- 
genza del  Papa.  Avendolo  Grego- 
rio XII  nella  sua  assenza  fatto  le- 
gato di  Roma  colla  provisione  di  cin- 
quecento scudi  al  mese,  egli  la  con- 
segnò poi  o  per  necessità  o  per  sicu- 
rezza, e  di  concerto  col  Papa,  in  un 
alle  fortezze  più  importanti  dello 
stato  ecclesiastico,  a  Ladislao  re  di 
Napoli.  Quindi  riuscì  accetto  tal- 
mente ad  Alessandro  V,  che  ne 
riportò  per  sua  madre  Costanza 
l'assegno  di  quaranta  fiorini  al  me- 
se di  beni  di  Chiesa.  Quindi  Gio- 
vanni XXIIl  avendo  ciò  approva- 
to, r  incaricò  poscia  della  legazio- 
ne di  Napoli  per  inlionizzarvi  Lo- 
dovico d'Angiò,  in  luogo  del  ribelle 
Ladislao,  e  decoroUo  del  vicariato 
temporale  di  Roma  e  dello  stato 
pontifìcio ,  con  quattrocento  scudi 
al  mese;  nella  qual  città  morì  iu 
fresca  età  nel  i4'7)  dopo  aver  con 
generale  soddisfazione  disimpegnato 
il  grave  suo  ufìizio,  e  fu  sepolto 
nella  basilica  di  s.  Maria  in  Tras- 
tevere presso  r  altare  de'  ss.  Filip- 
po e  Giacomo,  in  magnifico  avella 
di  marmo  lavorato  alla  gotica.  Al- 
tre sue  notizie  le  riportammo  alla 
sua  biografìa.  Dal  p.  Casimiro  da 
Roma,  Memorie  islorìche  dei  coti' 
venti  della  provincia  romana  pag, 
igS,  abbiamo,  che  nel  i4i2  Ric- 
cardo delia  Molara  toke  Ncmi    ed 


174  FRA 

Alenano  ai  Colonnesi,  onde  fu  da 
Giovanni  XXIII  fatto  imprigiona- 
re, ed  obbligato  a  restituire  tali 
dominii,  e  che  più  tardi  essendo 
divenuto  Nemi  proprietà  de'  cister- 
ciensi,  Riccardo  tornò  ad  occupar- 
lo nel  1420,  indi  Io  restituì  in  ap- 
presso. Lo  stesso  p.  Casimiro  nelle 
Memorie  istoricìie  della  chiesa  e 
com'ento  di  s.  Maria  d' Araceli 
parla  degli  individui  ivi  sepolti  del- 
le famiglie  Aunibaldi,  Molara,  e  Si- 
nibaldi  che  sembia  derivata  dagli 
Annibaldi.  Nel  144'  dichiarò  Eu- 
genio IV  che  il  castello  di  Monte 
Porzio,  spettava  a  JValdo  della  Mo- 
lara, per  successione  di  Tebaldo  de 
Annibaldis  domicello  romano.  Nei 
commentari  di  Pio  II  si  legge  che 
del  castello  della  Molara  n'era  si- 
gnore Gentile;  e  i' Amidenio  dice 
che  la  famiglia  che  portò  il  cognome 
di  Molara  è  un  ramo  della  Anni- 
baldesca.  Il  castello  della  Molara 
nel  corso  del  secolo  XV  fu  abban- 
donato, e  a  poco  a  poco  andò  in 
rovina.  Di  vari  personaggi  degli 
Annibaldi  della  Molara,  che  inter- 
vennero nelle  cavalcate  dei  solenni 
possessi  dei  Papi,  se  ne  leggono  le 
notizie  nella  Storia  de'  possessi  del 
Cancellieri.  Il  lenimento  annesso  al- 
la Molara,  appartiene  sino  dal  se- 
colo XVII  ai  Borghese,  e  confina 
coi  territorii  di  Monte  Porzio,  Mon- 
te Compatri,  Rocca  di  Papa,  e 
Frascati.  Il  Ricchi  nella  sua  Reggia 
de'  volsci,  tratta  pure  del  castello 
della  Molara  a  pag.  226  e  seg.,  e 
degli  Annibaldi,  dicendo  che  da  si 
illustre  famiglia  fiorirono  pure  la 
b.  Teodora  monaca  di  s.  Lucia  in 
Foligno,  e  d.  Vittoria  della  Rlola- 
ra  che  con  indulto  di  Paolo  HI 
uscì  dal  monistero  di  Campo  Mar- 
zo, per  fondar  quello  di  s.  Lucia 
in  Selce,  al  quale  s.  Pio  V  unì  tre 


FRA 

altri  monistcri.  A'  suoi  tempi  era- 
no viventi  monsignor  Pietro,  Gio- 
vanni e  Cesare  fratelli  degli  Anni- 
baldi  della  Molara  :  l'opera  del  Ric- 
chi fu  stampata   nel    1  7  i  3. 

Rocca  di  Papa.  Terra  della  Co- 
marca  di  Roma,  posta  sull'orlo  me- 
ridionale dell'  antichissimo  cratere 
del  monte  Albano  oggi  Cavo,  in 
clima  quasi  sempre  freddo ,  circa 
sedici  miglia  lungi  dalla  capitale 
per  la  strada  di  Marino.  La  pros- 
simità della  cima  del  monte  Alba- 
no, e  della  pianura  che  si  apre  a 
pie  di  essa,  e  che  fu  il  gran  cra- 
tere che  versò  le'  correnti  di  la- 
va di  Acqua  Acetosa,  Capo  di  Bo- 
ve, Borghetto  ec,  pianura  oggi  no- 
ta col  nome  di  Campo  di  Anniba- 
le, non  poteva  trascurarsi  dagli  an- 
tichi, ed  evidentemente  rimane  ivi 
il  nucleo  di  un'arce  romana,  che 
Arx  Albana  dissero,  come  quella 
che  era  eretta  sul  ciglio  del  mon- 
te Albano  immediatamente  sotto- 
posto. La  rocca  de'  romani  era  sta- 
ta preceduta  dalla  città  latina  di 
Fabia ,  che  qual  colonia  romana 
esisteva  ai  tempi  di  Plinio,  il  qua- 
le ricorda  fra  i  popoli  latini  an- 
cora i  Fabienses  in  tnonle  Albaiioj 
e  non  è  difficile  che  dal  nome  di 
Fabia  corrotto  in  Fapia  o  Papia 
derivi  la  moderna  denominazione 
di  Rocca  di  Papa  ;  questa  die  l'o- 
rigine alla  tribù  di  questo  nome. 
Della  rocca  attuale  la  prima  me- 
moria è  nella  cronaca  di  Fossanuo- 
va  riportata  dall' Ughelli  nel  t.  X 
dell'  Italia  sacra,  e  dal  Muratori, 
nel  t.  VII,  p.  ^j 5  Rerum  ital.  script. , 
nella  quale  si  legge  come  il  Pon- 
tefice Lucio  111  del  1181,  porta- 
tosi in  Lombardia,  mandò  il  conte 
Bertoldo  luogotenente  imperiale  di 
Federico  I,  a  difesa  della  città  di 
Tusculo  contro  i  romani    ed  a  ri- 


FRA 
prendere  Bocca  di  Papa ,    Roccani 
de  Papa,  clie  egli  con  astuzia  espu- 
gnò, e  nel  tempo  slesso  fece  alcu- 
ne prede  sui  bestiami  dei  romani: 
questo  documento  dimostra  che  al- 
lora questa  terra  si  chiamava  Roc- 
ca di  Papa,  e  che    dipendeva    di- 
rettamente   dal    Papa.     Nel    secolo 
XIII  però,  come  la  terra  ora  cit- 
tà di  Marino,  venne  nella  signoria 
degli  Orsini  che  la  ritennero    fino 
al  pontificato  di  Martino    V    (  ec- 
cettuato, quel  tempo  che  la    signo- 
reggiarono gli   Annibaldi  della  Mo- 
lara,  come  si    è    detto  piti  sopra  ), 
verso    l'anno     14^4    divenne  pro- 
prietà della  famiglia  di  quel  Papa 
Colonna  ,  che    ancora    la    ritiene  . 
Trovandosi   in  Rocca    di     Papa    il 
Pontefice  Pio  II  nel    i46o,  emanò 
il  breve  col    quale  concesse    indul- 
genza   a  chi  visitasse  la    chiesa  di 
Colombario  non  lungi    da    Monte- 
santo  nel  Piceno,  nel    giorno    della 
festa  del  b.   Girio  de'  conti  Lunedi 
della  Linguadoca,    il    di  cui  corpo 
ivi    si    venera ,  come  abbiamo  dal 
Novaes,  Storia  de'  Pontefici,  tomo 
XIV,  pag.    loo.  Della   visita    fatta 
da  Pio    II    a    Rocca  di  Papa,  ne 
tratta  egli  stesso  ne'  suoi  Commen- 
tari.   Nel    1484  Rocca  di  Papa  fu 
occupata  dagli    Orsini,    ed    invano 
Nicolò    Caetani    tentò   di    entrarvi. 
Monsignor  Borgia    nella    Storia  di 
Felletri,  riporta  il  breve    emanato 
nel   1482  da    Sisto   IV,   e  diretto 
ai  'velletrani,  nel  quale  ordina  loro 
di  prendere  la  terra    di   Ardea ,    e 
Rocca    di  Papa    occupate    dai  Co- 
lonnesi.  Il  Petrini  nelle  sue  Memo- 
rie Prenestine,  a  pag.    208,  narra 
che  nella  guerra  tra    Paolo    III,  e 
i  Colonnesi  a  cagione  del  sale,  Roc- 
ca di  Papa  fu  attaccata  ;   e  che  il 
prenestino  capitano  Lauro,  insieme 
con  altri  sei  capitani,  fu  incaricato 


FRA  175 

da  Ascanio  Colonna  di  liberare  Roc- 
ca di  Papa  dalle  truppe  pontifìcie, 
onde  segui  un  fatto  d' armi    tra  i 
due  eserciti  presso  Monte    Compa- 
tro.  Sotto  il  pontificato    di    Paolo 
IV,  nella  guerra    del     i  SSy    tra  i 
Caraffeschi,  ed  il  duca  d'Alba  co- 
mandante l'esercito   di    Filippo    li 
re  di  Spagna,  i  Colonnesi  tenendo 
le  parti  del  duca  uscirono  da  R.oc- 
ca  di  Papa,  onde  predare  i  bestia- 
mi nel  territorio  di  Velletri,    e  vi 
riuscirono.   I  velletrani  allora  pre- 
se le  armi,  dopo  varii  successi  per- 
vennero finalmente  ad  impadronir- 
sene per  penuria  di  viveri.  All'ar- 
ticolo  Colonna  famiglia  [P'edi),  si 
disse  che  successo  nel  pontificato  a 
Paolo  IV  il  Pontefice  Pio  IV,  que- 
sti restituì  ai  Colonnesi  i   loro  be- 
ni ,    e    li    assolvette   dalle  censure. 
Del  preteso  Campo    di  Annibale  il 
Nibby  ne  ragionò   nel   tora.  I,  pag. 
I  I  o  delia  sua  Analisi,  air  articolo 
Albano  Monte  o  Monte    Cavo,  ed 
ivi    notò    essere    stato    piuttosto  il 
luogo  dove  celebravansi  le  ferie  la- 
tine, e  facevasi  la  distribuzione  del* 
le    carni    delle    vittime    immolale. 
Certo    si    è    che    su  quel  monte  i 
romani  nella  scorreria  di  Annibale 
contro  Roma  posero  un  forte  pre- 
sidio, onde  poter  dominare  le  due 
vie  Latina  ed  Appia,  che    solcava- 
no le  sue   falde   orientale    ed  occi- 
dentale.  Altri  parlando    di    questa 
pianura,  nel  negare   che    Annibale 
vi  si  accampasse,    spiegano    la    de- 
nominazione di  Campi  d' Annibale, 
per  quel  campo  che  quivi    ebbero 
i  romani  contro  il  condottiero  del- 
l'esercito cartaginese,  in  custodia  di 
Roma,  ed  a  guardia  del  tempio  di 
Giove  Laziale.  La  via  che  fece  An- 
nibale quando  mosse  le  armi  con- 
tro Roma,  i  territori!  che  traversò, 
e    il   luogo    ove   pose   gli  alloggia- 


176  FRA 

menli,  lo  si  dice  in  appresso  par- 
landosi dell'antico  Tusculo.  Ora  in 
mezzo  di  questa  bella  piaiiuia  so- 
no le  conserve  della  neve,  le  quali 
provvedono  Roma  in  quasi  tutto 
l'anno.  La  superba  veduta  che  si 
gode  da  Rocca  di  Papa  rende  a- 
meno  il  suo  soggiorno,  quantunque 
sia  il  luogo  dirupato  ed  alpestre. 
Il  Piazza  a  pag.  277  con  eru- 
dizione discorre  di  Rocca  di  Papa, 
ed  opina  che  fosse  cos'i  chiamata  o 
pei'chè  un  Papa  vi  facesse  l'antica 
rocca  su  la  cima  dell'abitato,  assai 
forte  con  grossi  bastioni  e  mura, 
o  perchè,  come  vuole  il  p.  Rirclier, 
quivi  fosse  detenuto  un  Papa,  ov- 
vero, com'è  più  probabile,  perchè 
fosse  di  nuovo  rimessa  nel  pristmo 
stato  all'occasione  che  Celestino  III 
avendo  permessa  la  demolizione  del- 
l'antico Tusculo,  proibì  di  molestar- 
ne gli  abitanti,  i  quali  quivi  rifecero 
il  castello  anticamente  famoso,  e 
perciò  detto  Rocca  di  Papa,  nome 
per  altro  che  già  aveva  sotto  Lu- 
cio 111.  Osserva  ancora  che  alcuni 
dicono  chiamarsi  la  terra  R.occa  di 
Papa,  perchè  la  rocca  fu  edificata, 
o  ristorata  da  Papa  Paolo  HI,  e 
che  chiamossi  ancora  Forum  populi, 
perchè  ivi  si  celebravano  le  fèrie 
dette  laziali,  alle  quali  concorre- 
vano i  popoli  del  Lazio.  Par- 
la poi  della  chiesa  di  san  Pietro 
Nolasco  situata  a  piedi  del  paese, 
altra  volta  s.  Maria  delle  Imma- 
gini, con  piccolo  convento  allora  di 
moderna  fabbrica  per  essere  stato 
incominciato  da  fr.  Paolo  Leoni  re- 
ligioso della  Mercede ,  morto  nel 
1 590 ,  il  quale  eresse  pure  una 
cappel letta,  che  resta  sotto  il  coro 
dell'odierna  chiesa.  Indi  vi  furono 
stabiliti  religiosi  mercedari  del  ri- 
scatto; ma  essendo  ridotti  a  poco 
numero,  e  il  convento  quasi   lovi- 


FRA 
nato,  allorquando  Alessandra  VII 
portandosi  a  Monte  Cavo,  per  l'an- 
tica strada  dentro  il  castagneto  si- 
no alla  sommità  del  monte  benis- 
simo conservata,  e  da  lui  ripurga- 
ta, onde  la  percorse  in  carrozza,  ad 
istanza  del  cardinal  Girolamo  Co- 
lonna si  fermò  a  Rocca  di  Papa  ed 
ivi  pranzò.  Allora  a  vantaggio  del- 
la popolazione  dispose  che  vi  fos- 
sero collocati  altri  religiosi  spaguuuli 
del  medesimo  ordine,  ma  della  più 
stretta  osservanza ,  a'  quali  il  .sa- 
cerdote romano  Giovanni  Aspa  au- 
mentò il  convento,  il  quale  fu  pu- 
re ingrandito  da  d.  Giuseppe  A- 
chè,  come  fu  ampliata  con  tre  al- 
tari la  chiesa,  che  ancora  esiste 
col  convento,  non  però  i  religiosi, 
che  nel  1809,  nelle  note  vicende, 
dovettero  lasciarlo.  La  chiesa  serve 
per  parrocchia  tumulante,  e  la  com- 
pagnia ivi  eretta  nel  1820  dal  ve- 
scovo cardinal  Pacca  ne  ha  la  cu- 
ra. Nel  convento  vi  abita  il  par- 
roco, e  vi  potrebbero  dimorare  co- 
modamente quindici  religiosi.  Nel 
1754  si  terminò  la  chiesa  arcipre- 
tale  e  parrocchiale,  la  quale  per 
cattiva  costruzione  cadde,  e  rovinò 
nel  181 4-  Quindi  nel  1817  s'in- 
cominciò a  riedificarla,  concorren- 
dovi la  generosità  del  Pontefice  Pio 
VII,  ad  istanza  del  vescovo  cardi- 
nal Pacca,  laonde  si  vide  coperta 
dopo  dieci  anni.  La  nuova  chiesi 
arcipretale  fabbricata  con  architet- 
tura del  cav.  Domenico  .Palmucci, 
e  compita  dall'  architetto  Pietro 
Bracci ,  è  dedicala  alla  Beata  \  er- 
gine assunta  in  cielo,  il  cui  inter- 
no fu  con  eleganti  pitture  ed  or- 
nati dal  pittore  figurista  Giuseppe 
della  Valle  abbellita,  e  dall'orna- 
tista faentino  Paolo  Panzavolta: 
per  la  sua  perizia  il  catino  di  fi- 
gura   elitlica    comparisce    di    tutto 


FRA 
sesto  ;  mirabile  è  la  cappella  del 
ss.  Salvatore  ricca  di  belle  doratu- 
re, e  un  quadro  di  Gesù  che  vuoisi 
opera  di  Giulio  Romano,  o  meglio 
di  Pierin  del  Vaga.  Ivi  riposano 
solfo  l'altare  le  ossa  di  s.  Eutro- 
pia martire,  e  vi  si  leggono  due 
memorie  sepolcrali  della  famiglia 
SauLuvetti  cui  appartiene  la  cap- 
pella :  nella  medesima  è  venerata 
un'  immagine  di  Maria  Addolora- 
ta, dipinta  in  modo  che  muove  a 
divozione.  Sotto  l' altare  maggiore 
poi  si  venerano  le  ossa  del  mar- 
tire s.  Leonzio,  in  elegante  urna: 
la  cap])ella  del  ss.  Rosario  la  di- 
pinse il  pittore  Alessandro  Manto- 
vani. 11  quadro  della  cappella  del- 
l'Assunta è  del  Corrado,  donato 
dal  vescovo  cardinal  Pietro  Otto- 
boni:  e  quello  di  s.  Antonio  abba- 
te lo  colorì  il  Garzi.  Il  Panzavol- 
ta  dipinse  pure  il  casino  dei  Bot- 
ti, l'abitazione  del  quale  con  quel- 
le dei  Tojetti  ,  dei  Vitali ,  e  del 
principe  Doria  Pamphily,  sono  le 
principali  del  paese.  Dalla  parte  di 
mezzogiorno  un  miglio  circa  distan- 
te da  questa  terra,  procedendo  per 
piano  e  piacevole  passeggio  di  stra- 
da carrozzabile  si  trova  il  celebre 
santuario  detto  la  Madonna  del 
Tufo,  con  sua  eremitica  casa  com- 
posta di  quattro  camere  sotterra- 
nee, e  grotte  per  servigio  degli  abi- 
tanti. Di  questa  chiesa  che  nel  1592 
fu  unita  a  quella  parrocchiale  dal 
vescovo  cardinal  Galli,  se  ne  igno- 
ra l'origine;  bensì  si  conosce  il 
prodigio  da  cui  derivò  l'erezione. 
Distaccandosi  un  duro  e  smisura- 
to sasso  dalla  più  erta  cima  del 
monte  ove  si  unisce  al  monte  Ca- 
vi, e  precipitandosi  rapidamente  al 
basso,  un  passeggiero  che  al  di  sot- 
to transitava,  vedendo  la  sua  im- 
minente rovina  di  restarne  schiac- 
VOL.    xxvit. 


FRA  177 

ciato,  con  fiducia  invocò  il  poten- 
tissimo nome  di  Maria  santissima. 
Vide  subito  all'  istante  arrestarsi  la 
precipitante  rupe,  anzi  divisa  in 
due  parti  apparve  nel  mezzo  ima 
divota  effigie  della  beata  Vergine, 
la  quale  ora  si  venera  dentro  una 
vaga  cappella  in  mezzo  della  chie- 
sa, sotto  l'ombra  di  amene  e  ver- 
di piante,  nel  cui  dorso  si  ammi- 
ra parte  della  rupe,  su  cui  posa  la 
parte  opposta  della  cappella.  Nel 
1 792  il  pio  principe  d.  Andrea 
Doria  Pamphily  accrebbe  la  chie- 
sa con  facciata;  e  poscia  nel  18 ro 
fu  anche  aumentata  dalla  parte 
opposta,  con  l'elemosine  de'  fedeli, 
e  fu  eretto  pure  un  altare  in  onore 
di  s.  Filippo  Neri.  Dipoi  a'  1 7  a- 
gosto  i83o  Pio  Vili,  già  vescovo 
tusculano  ,  con  breve  apostolico 
l'arricchì  d'indulgenze,  e  concesse 
l'altare  privilegiato,  come  quello  di 
s.  Lorenzo  fuori  le  mura  di  Roma. 
Anche  il  regnante  Gregorio  XVI 
è  stato  largo  d'indulgenze  con  que- 
sto santuario.  La  chiesa  è  decolla- 
ta da  pitture  a  chiaro  scuro  ,  con 
quadri  rappresentanti  la  caduta  del 
gran  masso,  ed   altre  figure. 

Rocca  Priora  ,  Corbio.  Terra 
della  Comarca  e  distretto  di  Ro- 
ma, distante  da  questa  città  dieci- 
sette miglia,  e  posta  sopra  l'ul- 
tima punta  del  dorso  tusculano, 
nel  limite  dell'agro  latino  verso  i 
volsci,  confinando  da  un  lato  col- 
le terre  di  Labico ,  dall'altro  con 
quelle  di  Tusculo  e  di  Algido.  In- 
certa è  r  origine  del  suo  nome  mo- 
derno ,  ed  il  Piazza  ed  il  Nib- 
by  non  la  credono  anteriore  all'  e- 
poca  della  distruzione  del  Tusculo 
fatta  dai  romani  ,  come  più  volte 
si  è  detto,  nel  1191.  Però  siccome 
vedonsi  sparsi  per  questa  terra  mol- 
ti rocchi  di  colonne  di  marmo  e 
12 


178  FRA 

di  granilo  ndoperati  in  usi  moder- 
ni ,  sopra  tutti  massi  quadrilateri 
di  peperino,  impiegati  nelle  mura, 
è  cìiiaro  che  ne'  tempi  romani  vi 
fu  almeno  una  villa  ,  e  ne'  tempi 
piìt  antichi  una  qualche  città  lati- 
na, la  quale  si  suppone  Corbio.  Li- 
vio descrivendo  la  impresa  di  Co- 
riolano  contro  i  romani,  dice  che 
quell'esule  dopo  aver  preso  Satri- 
co,  Longula,  Polusca  e  Corioli,  si 
rivolse  a  Lavinio  e  l'occupò;  indi 
fece  altrettanto  con  Corbione,  Vi- 
tellia,  Trebia,  Lavico  e  Pedo,  e  fi- 
nalmente si  accampò  alle  fosse 
Cluilie.  Or  conoscendosi  che  Vitel- 
lia  era  Valmontone  ora  città,  La- 
bico  alla  Colonna ,  Pedo  a  Galli- 
cano, ne  segue  che  Corbione,  che 
fu  la  prima  dopo  Lavinio  ad  esse- 
re presa,  era  la  prima  nella  dire- 
zione in  cui  stanno  le  città  pre- 
dette. Narrando  Dionisio  la  mossa 
generale  de'  latini  per  rimettere  i 
Tarquini  sul  trono  di  Roma  ,  di- 
ce che  la  prima  loro  operazione  fu 
d'impadronirsi  di  un  forte  castel- 
lo presidiato  dai  romani,  chiamato 
Corbione ,  e  dopo  aver  tagliato  a 
pezzi  la  guarnigione  ne  fecero  un 
centro  di  operazioni  dal  quale  usci- 
rono a  predare  e  devastare  le  ter- 
re dei  romani,  circostanza  che  non 
sembra  potersi  verificare ,  se  non 
nel  punto  di  Rocca  Priora,  poiché  i 
latini  in  quella  guerra  non  oltre- 
passarono il  territorio  tusculano,  es- 
sendo terminata  colla  battaglia  di 
Regillo,  che  comandata  pei  roma- 
ni dal  dittatore  Postumio ,  e  pei 
latini  dai  Tarquini  e  da  Mamilio 
tusculano,  questi  vi  furono  vinti  dai 
primi  l'anno  di  Roma  25j.  Dal- 
l'altro canto  di  là  poterono  esten- 
dere le  loro  devastazioni  alle  tene 
dei  romani  ,  poste  sulla  falda  del 
monte  Albano,  che  domina   la   val- 


FRA 
le  della  Molara.  Il  medesimo  Dio- 
nisio dando  un'altra  direzione  alla 
scori'eria  di  Coriolano,  soggiunge 
che  dopo  aver  preso  Pedo,  partì 
la  mattina  seguente  di  là  sul  far 
del  giorno,  e  condusse  l'esercito  a 
Corbione,  che  immediatamente  si 
arrese ,  e  da  Corbione  a  Corioli  , 
tutto  inducendo  a  ritenere  che  Cor- 
bio fosse  a  Rocca  Priora.  Tale  opi- 
nione si  conferma  dal  racconto  di 
Livio,  dicendo  che  Quinzio  dopo 
la  vittoria  riportata  sopra  Clelio 
Gracco  nella  valle  Albana  sotto 
Tusculo,  si  fece  rendere  Corbione 
che  era  stata  occupata  dagli  equi; 
e  che  sul  principio  dell'anno  229 
di  Roma,  mentre  erano  sul  punto 
di  scoppiare  nuove  discordie,  ven- 
ne l'annunzio  in  Roma  che  gli  e- 
qui  all'improvviso  di  notte  eransi 
impadroniti  di  Corbione,  ed  erasi 
perduto  il  presidio  che  ivi  i  roma- 
ni avevano,  onde  fu  ordinato  dal 
senato ,  che  si  levasse  un  eseicito 
subitamente,  e  si  mandasse  nell'Al- 
gido; per  cui  si  vede  che  Corbio- 
ne era  vicino  all'Algido,  ora  di- 
rimpetto a  Rocca  Priora  è  la  pim- 
ta  imboschita  di  quel  monte  famo- 
so. Aggiunge  Livio,  che  gli  equi 
dopo  aver  tagliato  a  pezzi  il  pre- 
sidio di  Corbione,  presero  Ortona 
ossia  Artena,  la  quale  corrisponde 
a  Monte  Fortino,  terra  alla  quale 
si  va  direttamente  da  Rocca  Prio- 
ra per  la  gola  dell'Algido  :  in  tal 
circostanza  lo  stesso  storico  nota 
come  il  console  Orazio  Pulvillo  die 
battaglia  agli  equi  nelF  Algido ,  li 
discacciò  da  esso,  così  da  Ortona  e 
Corbione,  smantellando  questa  ter 
ra  in  pena  di  aver  tradito  il  pre- 
sidio romano;  così  finì  questa  terra 
latina,  essendosi  distrutte  le  case  fino 
dalie  fondamenta  l'anno  299  di 
Roma,    45^  avanti  l'era   volpaie. 


FRA 
Dopo  tale  distruzione  negli  ulti- 
mi tempi  della  repubblica  ,  come 
di  tante  altre  città  primitive  av- 
venne, si  formò  nel  suo  sito  ima 
qualche  villa  romana,  e  nella  de- 
cadenza dell'  imperio  a  questa  sa- 
rà succeduto  un  villaggio,  rima- 
sto estinto  anch'esso;  ma  dopo  la 
memorata  distruzione  del  Tusculo 
formossi  una  nuova  terra,  la  qua- 
le forse  per  essere  stata  la  prima 
a  sorgere  in  cjueste  parti,  e  fonda- 
ta dai  primari  abitanti  del  Tuscu- 
lo prese  tal  nome:  altri  furono 
di  sentimento  che  a  cagione  di  sua 
favorevole  situazione  venendo  tra  i 
luoghi  circostanti  al  distrutto  Tu- 
sculo prescelto  a  villeggiatura  di 
l'emani  personaggi  ne  derivasse  la 
denominazione  La  rocca  che  vi 
edificarono  esiste,  ed  è  forte.  Roc- 
ca Priora  nel  secolo  XIV  fu  occu- 
pata dai  Savelli,  e  perciò  neh  4^6, 
andò  soggetta  con  altre  terre  loro 
come  Borghefto,  Castel  Gandolfo, 
Albano  e  Savello,  ad  essere  sac- 
cheggiata dal  legato  pontificio  di 
Eugenio  IV,  Giuliano  Pvicci  arcive- 
scovo di  Pisa.  Ai  Savelli  si  attri- 
buisce il  ristoramento  della  rocca, 
e  le  leggi  e  statuto  municipale. 
Mentre  n'erano  signori  i  Savelli, 
vi  si  recò  il  Papa  Pio  II  ,  prove- 
niente da  s.  Maria  di  Palazzuolo, 
della  quale  parlammo  all'  articolo 
Albano  [Vedi).  Il  Pontefice  allog- 
giò nel  palazzo  de'  Colonnesi  di 
Odoardo  duca  di  Marsi,  che  ne  lo 
aveva  pregato,  e  vi  fece  soggiorno 
per  alcuni  giorni ,  e  ne  parla  lo 
stesso  Pio  II  ne'  suoi  Commentari. 
Nel  Ratti ,  Della  famiglia  Sforza 
tom.  II,  pag.  341,  si  legge  che  Si- 
sto V  eresse  in  marchesato  Rocca 
Priora,  stabilendo  che  questo  fosse 
U  titolo  dei  primogeniti  della  po- 
tente e  nobilissima  casa  Savelli,  vi- 


FRA  179 

venie  li  loro  rispettivo  padre,  e 
volle  che  nel  ducato  di  Castel  Gan- 
dolfo e  marchesato  di  Rocca  Prio- 
ra fossero  compresi  i  loro  rispetti- 
vi territorii,  la  metà  di  Albano  e 
di  Poggio  Catino;  ma  nell'anno 
1^97  Clemente  Vili  volle  che  Roc- 
ca Priora  si  vendesse  alla  camera 
apostolica,  per  cui  il  Piazza  a  pag. 
275  dice  che  il  suo  governo  si  con- 
feriva dal  commissario  della  stessa 
camera  apostolica  ,  ed  aggiunge 
varie  opinioni  sull'origine  del  no- 
me della  terra  ,  ripugnando  erro- 
neamente a  concedergli  le  preroga- 
tive del  celebre  Algido  illustre  co- 
Ionia  romana ,  che  piuttosto  attri- 
buisce a  Rocca  di  Papa  non  a  Roc- 
ca Priora,  dal  quale  è  distante  il 
monte  tre  miglia  e  mezzo,  dando- 
ne erudite  notizie  il  Nibby  nel  tom. 
1,  pag.  123  e  seg.  Egli  lo  chiama 
Algidiim  oppidum,  Algidus  mons , 
e  Cava  dell' J glia.  Ai  dire  del 
Piazza,  la  camera  apostolica  entrò 
in  possesso  di  Fiocca  Priora  nel 
pontificato  di  Paolo  V,  il  quale  vi 
si  recò  a  prenderlo,  abitando  nella 
casa  della  famiglia  Ratti.  Scrisse  il 
Nibby  che  il  lago  Regillo  celebre 
per  la  vittoria  riportata  dai  ro- 
mani sopra  i  latini  guidati  dai  Tar- 
quini  e  da  Mamilio  tusculano,  non 
era  quello  che  è  rasente  la  strada 
della  Colonna  e  nel  monte  Falcone, 
come  molti  ritennei'o,  ma  piuttosto 
nel  cratere  di  Pantano  Secco,  e  per- 
ciò vedersi  tra  Frascati  e  Monte 
Porzio.  Non  esistendo  più  alcun  lago 
tra  Frascati  e  Monte  Porzio ,  non 
può  ammettersi  la  opinione  del 
dottissimo  Nibby,  ad  onta  di  quan- 
to sciive  parlando  del  lago  Regil- 
lo, nel  situare  cioè  tra  i  detti  due 
luoghi  ,  come  dice  a  pag.  299 ,  il 
lago  Regillo  cotanto  rinomato.  D'al- 
tronde   tutte    le   descrizioni   che  si 


i8o  FRA 

hanno  degli  antichi  sciiltori  sul 
medesimo  lago  tendono  a  farlo  co- 
noscere in  un  luogo  chiuso  tra  alti 
monti  nell'agro  tusculano  e  sotto  il 
castello  di  Corbio  ,  le  quali  circo- 
stanze non  si  trovano  concordare 
altro  che  nel  luogo  ora  occupato 
dai  laghi  della  Cave  effettivamente 
corrispondente  sotto  Rocca  Priora, 
ove  stava  il  suddetto  castello  di 
Corbio. 

La  chiesa  principale  di  Rocca 
Priora  è  a  tre  navate  divise  da 
colonne  ottangolari ,  con  capitelli 
corinti  dei  tempi  bassi.  Il  Piazza 
dice  che  la  chiesa  parrocchiale  è 
dedicata  alla  gloriosa  Assunzione  in 
cielo  della  Beata  Vergine,  posta  in 
cima  alla  terra  ,  di  antichissima 
struttura  con  sei  altari,  uno  de' qua- 
li dedicalo  a  s.  Rocco,  a  cagione  di 
essere  slata  la  terra  preservata  dalla 
pestilenza  che  flagellò  i  castelli  vici- 
ni. Discorre  pure  della  chiesa  di 
s.  Maria  della  Neve,  poco  distante 
dalla  terra,  di  ragione  della  com- 
pagnia del  ss.  Sagramento.  Le  ca- 
se di  Rocca  Priora  mostrano  la  co- 
struzione saracinesca  del  secoloXlII. 
Dalla  spianata  sotto  il  vecchio  pa- 
lazzo baronale  si  gode  una  veduta 
magnifica  de'  monti  Lepini  verso 
oriente,  come  pure  di  tutta  la  val- 
le degli  ernici  e  di  altri  luoghi,  ciò 
che  forma  un  quadro  imponente. 
L'avvocato  d.  Carlo  Fea  nella  Sto- 
ria delle  acque  antiche,  tratta  del- 
l'acqua delta  Algidosa  o  Alidosa  , 
anticamente  Giulia,  che  veniva  in 
Pioma  dal  monte  Algido,  che  rac- 
colta alle  sue  radici  ,  dai  piani  di 
Rocca  Priora  è  condotta  in  gran 
parte  alla  villa  in  questa  città;  dice 
che  tali  acque  e  suoi  condotti  an- 
tichi furono  dichiarati  proprietà 
del  governo  da  Clemente  Vili ,  e 
che  tali  acque  sono  ancora  oggidì 


FRA 
eccellenti.  Devesi  però  avvertire  che 
il  eh.  Fea  confuse  l' acqua  detta 
Algenziana  o  Algidense,  che  ha  la 
sorgente  sotto  Rocca  Priora,  con 
la  Giulia  che  si  determina  da  Fron- 
tino essere  stata  allacciata  presso 
al  XII  miglio  della  via  Latina,  cor- 
rispondente precisamente  nel  luogo 
ora  distinto  col  nome  di  ponte  de- 
gli Squarciarelli  vicino  a  Grotta- 
ferrata,  ed  alla  distanza  di  più  di 
dieci  miglia  dalle  suddette  sorgen- 
ti dell'acqua  Algidense.  JNè  poi  si 
hanno  notizie  che  la  detta  acqua 
sia  stata  condotta  sino  in  R^oma, 
come  venne  asserito  dal  medesimo 
Fea.  Veggasi  il  Ricchi  nella  sua 
Reggia  de"  volscì,  il  quale  a  pag. 
82  e  seg.  parla  di  Montefortino , 
che  dice  succeduto  all'  antico  ca- 
stello Corbione.  Del  castello  o  ter- 
ra poi  della  Colonna,  l'antico  La- 
hico  (Vedi),  posto  nella  diocesi  di 
Frascati,  ne  parlammo  al  voi.  XIV, 
pag.  280  e  28  r  del  Dizionario: 
il  Piazza  ne  tratta  a  pag.  268,  e 
dice  che  la  chiesa  parrocchiale  fu 
dedicata  a  s.  Nicola  arcivescovo  di 
Mira;  e  l'altra  poco  distante  dal- 
la terra,  venne  eretta  sotto  l' invo- 
cazione di  Maria  Vergine,  e  poi  in- 
titolala ai  ss.  Sebastiano  e  Rocco , 
perchè  gli  abitanti  a  loro  inter- 
cessione furono  preservati  dalla  pe- 
ste. Ora  passiamo  compendiosamen- 
te a  dire  dell' aulico  Tusculo ,  del- 
l' odierno  Frascati  e  del  suo  vesco- 
vato suburbicario. 

Tusculum  antico,  si  rinomato 
nei  tempi  anteromani  per  la  cele- 
brità del  suo  fondatore,  nelle  pri- 
me età  di  "Roma  per  la  sua  for- 
tezza, e  nell'epoche  di  maggior  pro- 
sperità dei  romani  per  le  sue  de- 
liziose ville,  venne  tolto  dall'oscu- 
rità in  cui  giaceva  da  più  secoli, 
col  mezzo  de' memorati  sterraraen- 


FRA 
li  impresi  a'tioshi  giorni  ad  ese- 
guire con  ordinalo  metodo  per  co- 
mando di  Carlo  Felice  re  di  Sar- 
degna ,  e  continuati  dalla  regina 
sua  consorte  Maria  Cristina  di  Bor- 
bone, coir  opera  del  marchese  Lui- 
gi Biondi ,  e  principalmente  con 
quella  dell'  esimio  architetto  cav. 
Luigi  Canina,  che  inoltre  fu  dalla 
regina  incaricato  della  illustrazione 
e  descrizione  di  tutto  ciò  ch'era 
relativo  all'antica  città  di  Tusculo, 
come  delle  più  rinomate  opere  rin- 
venute negli  sterramenti  fatti ,  lo 
che  eseguì  nella  sullodata  opera , 
della  quale  poco  potrò  profittare 
a  cagione  de'ristretti  limiti  di  que- 
sto articolo.  Tuscaluni  fu  dunque 
lina  delle  città  più  illustri  de'  tem- 
pi antichi ,  ed  una  delle  più  rag- 
guardevoli nel  medio  evo  fino  alla 
sua  distruzione  totale.  Il  clima  suo 
temperato,  e  la  situazione  amenis- 
sima  attrassero  ne'  tempi  antichi  , 
come  ne'  moderni  le  persone  dovi- 
ziose e  potenti  ,  che  popolarono  il 
suo  territorio  di  ville  sontuose,  co- 
me delle  moderne  superstiti  abbia- 
mo brevemente  discorso.  In  quan- 
to all'etimologia  del  suo  nome  Tu- 
sculuni,  tra  le  varie  opinioni  che 
Festo  compendiò ,  sembra  doversi 
appigliare  a  quella  con  cui  si  crede 
esser  derivato  da  vocabolo  greco 
denotante  un  luogo  acuminato,  ossia 
tanto  elevato  nel  d'intorno  ,  eh'  era 
di  diflicile  accesso  ;  in  fatti  osservan- 
dosi la  forma  della  stessa  sommità 
del  colle  tusculano,  si  trova  preci- 
samente per  sua  natura  inaccessi- 
bile. Vedendosi  poi  distinta  questa 
città  comunemente  dai  latini  col 
nome  Tuscnlwn  in  vece  di  Tu- 
sctilus,  conferma  in  certo  modo  es- 
sersi dedotto  precisamente  dalla 
singolarità  del  luogo,  e  non  dalla 
derivazione    di  altro    nome  j    ed  il 


FR  \  i8i 

Canina  lo  chiama  sempre  il  Tu- 
sculo ,  come  per  denotare  il  colle 
forte,  in  vece  di  dire  semplicemen- 
te Tusculo.  Di  alcune  etimologie 
del  nome  Tusculo  ne  parla  anche 
il  Malici  nelle  Memorie  isLoriche 
dell'  antico  Tusculo  a  pag.  8  e  seg. 
Il  Tusculo  era  distante  quindici  mi- 
glia da  Roma ,  ossia  cento  venti 
stadi  ;  ma  fra  la  città  antica  e  la 
moderna  Frascati  sono  duemila  tre- 
cento passi  di  differenza ,  poiché 
Frascati  è  circa  dodici  miglia  di- 
stante da  Roma  per  la  porta  s.  Gio- 
vanni. 

Fu  tradizione  comune  presso  gli 
antichi,  che  la  città  di  Tusculo  fos- 
se fondata  da  Telegono  creduto  fi- 
glio di  Ulisse  e  di  Circe,  quindi  i 
poeti  designarono  il  Tusculo  col 
nome  di  Telegoni  moenia ,  dicen- 
dosi pure  Telegoni  muros  le  mura 
di  Tusculo,  Telegoni  juga  parrici- 
dae,  e  Circaea  moenia  il  giogo  tu- 
sculano, ec.  Altri  dicono  essere  sta- 
to il  fondatore  un  Telegono  pio- 
veniente  dal  luogo  denominato  Cir- 
ceo, presso  il  castello  di  s.  Felice 
[Fedi).  Si  vuole  che  lo  stabilimento 
del  Tusculo  sia  accaduto  precisa- 
mente intorno  una  generazione  dopo 
l'eccidio  di  Troia,  allorché  si  rifugia- 
rono in  queste  contrade  molti  pro- 
fughi greci ,  e  forse  lo  stesso  Ulis- 
se. Presso  i  tusculani  ed  i  romani 
fu  ritenuta  per  certa  tal  tradizione, 
che  la  celebrarono  in  vari  monu- 
menti. Ai  primi  abitatori,  che  dal- 
la inaccessibilità  del  luogo  si  dis- 
sero tusculani  ,  e  che  dimoravano 
in  abitazioni  di  rustica  struttura  e 
non  cinte  di  mura,  narrano  diver- 
si scrittori  che  si  venne  ad  unire  il 
tanto  rinomato  Telegono  vero ,  o 
sedicente  figlio  di  Ulisse,  dopo  cioè 
la  venuta  di  Enea  troiano  in  que- 
ste regioni ,  e  dopo  la   guerra  che 


i82  FRA 

questo    eroe    ebbe   a  sostenere   coi 
popoli     abitalori     delle     medesime 
lene.  Quindi  si  raccoata  come  Te 
legono  insinuasse  ai    primitivi  abi- 
tanti di  cingere  il  luogo  con  vtili- 
de  mura,  nella  parte  supeinore  del 
colle  tusculano ,    che    venne  poscia 
ridotta  a    servire   di    arce   o  citta- 
della del  Tusculo  edificato  poi  nel 
piano    sottoposto.    Allora    il    luogo 
si  venne   a   costituire   in  forma  di 
città ,    ed  in  essa   dovette  natural- 
mente   accrescere    la    popolazione. 
Dopo  la  morte  di  Telegono  rima- 
se il  Tusculo  senza  alcun  capo  di- 
stinto,  e  reggendosi    colle    proprie 
leggi    stabilite    dal   suo   fondatore , 
senza    collegarsi    con    alcuna  delle 
città  circonvicine  ,  in  progresso  per- 
dette alquanto  nell'  incivilimento  e 
nella    goduta   prosperità  ;    per    cui 
allorquando  il  re  Latino-Silvio  as- 
sunse   il   governo  di    Alba-Lunga , 
tra  le  diverse  colonie  spedite  nelle 
vicine    città,    si  annovera    pure    il 
Tusculo  .•    queste  colonie  o  stabili- 
menti, siccome  i  piìi  antichi,  si  de- 
notarono col  nome  di   prischi   lati- 
ni, per    distinguerli    da    quelli  che 
si  fissarono  dopo  lo  stabilimento  di 
Roma.  Di  poi    come    le  altre  città 
del   Lazio    anche  questa    riacquistò 
la  sua  indipendenza  dopo  la  distru- 
zione di  Alba,  già  capitale  dell'an- 
tico Lazio,    eseguita  per  ordine  di 
Tullio    Ostilio    terzo    re  di    Roma. 
Da  queir  epoca    il  Tusculo   si  res- 
se a  modo  di   repubblica,   sotto  la 
presidenza  di  un  dittatore;   ed  è  a 
credere  che  successivamente  si  ac- 
crescessero i  comodi    e  le  cose  ne- 
cessarie al  mantenimento  della  po- 
polazione che  gradatamente  si  au- 
mentava, COSI  i  suoi  abbellimenti  ;  le 
acque  si  raccolsero    con  quelle  fil- 
trazioni che  gemevano  a   piedi  del 
lato    settentrionale    di    quel    piano 


FRA 
sottoposto  alla  stessa  sommità  ,  in 
cui  venne  poscia  protratta  la  cit- 
tà. Alla  bontà  dell'aria  propria  del 
luogo ,  e  a  quella  delle  acque  si 
aggiunse  un  fertile  territorio ,  che 
forse  si  sarà  ingrandito  dopo  l' e- 
sterminio  di  Alba- Lunga. 

L'ultimo  e  settimo  re  di  Roma 
Tarquinio  il  Superbo,  aspirando  al 
dominio  di  tutto  il  Lazio,  e  divenuto 
signore  assoluto  di  Roma,  cercò  di 
guadagnarsi  i  latini,  stringendo  vin- 
coli di  ospitalità  e  di   parentela   coi 
primari  personaggi  di  quella  nazione. 
Non  isfugg\    all'accorto    tiranno   la 
grande  influenza  che  sopra  tutti  gli 
altri  latini    avea    Ottavio    Mamilio 
tusculano,  il  quale  credevasi  discen- 
dente di   Ulisse  e  di  Circe,  e   per- 
ciò gli  die  in  moglie  la  figlia,   ma- 
trimonio   che  gli  procacciò    paren- 
tele ed    amicizie  importanti.    Que- 
sta parentela  di  Mamilio  con  Tar- 
quinio fu  una    delle    cause    princi- 
pali della  guerra  latina;  dappoiché 
il  re  Tarquinio,  dopo    essere  stato 
discacciato  da  Roma,  avendo  inva- 
no tentato    di  ritornarvi    coli'  assi- 
stenza   degli    etruschi    condotti    da 
Porsenna,  ritirossi  a  Tusculo  pres- 
so   il  suo    genero ,    e    si    guadagnò  • 
r  amicizia    de'  tusculauij  già   tenuti 
in  mastsìior  considerazione   dcijli  al- 
tri  popoli  del   Lazio  antico,  e    che 
perciò  avevano  grande  influenza  nel- 
le vertenze  che  accadevano  tra  es- 
si. In  questo  tempo  i  tusculani  ven- 
nero ammessi   nel  novero  de'  popo- 
li   che    partecipavano    de'  sagri  tìzi, 
che  furono  in  allora  stabiliti  a  ce- 
lebrarsi ogni  anno  sul  monte  Alba- 
no, e  nel  piano    mentovato   di  so- 
pra ricevevano  la  parte  delle  carni 
che    loro  di   diritto  spettava.   Colla 
protezione  del  re  Tarquinio  i  tuscu- 
lani acquistarono   maggior  conside- 
razione  presso  gli  altri    popoli    del 


FRA 
Lazio,  ed  accrebbero  il  loro  sta- 
to e  proprietà  sotto  il  medesimo 
Tarqiiinio.  Ivi,  mentre  cercò  di  di- 
strarre 1  attenzione  de' romani  cul- 
la mossa  de'  sabini,  il  re  tramò  la 
famosa  lega  latina  nella  quale  eti- 
traruuo  trenta  comuni  ;  l' eserci- 
to collegato  [tee  centro  in  Tusculo, 
e  di  là  si  laccolse  presso  il  lago 
Fiegillo  nel  territorio  tusculano  . 
Mamilio  condusse  l' esercito  della 
lega,  con  Sesto  Tarquinio  (prim* 
avea  comandato  quello  composto 
priucipaluienle  degli  aiitemnati  e 
de' camerini  );  ma  avendo  il  ditta- 
tore romano  Poslumio  occupato  il 
sito  che  si  frappone  tra  il  lago  ed 
il  Tusculo  j  intercettando  cosi  al 
campo  latino  i  viveri  e  le  comu- 
nicazioni, segui  la  battaglia  eli'  es- 
sendo fittale  ai  latini,  il  loro  stes- 
so capitano  Mauiilio  peri  pev  le 
mani  di  Tito  Erminio,  e  con  lui 
venne  fatta  la  strage  di  molti  mi- 
liti ,  mentre  di  quarantamila  fanti 
e  tremila  cavalli  ,  neppure  dieci- 
mila tornarono  salvi  alle  loro  case. 
La  pace  che  segui  quella  guerra 
fu  strettamente  mantenuta  dai  tu- 
sculaui,  a  segno  che  l'anno  289  o 
290  di  Roma  le  loro  terre  ven- 
nero saccheggiate  dai  volsci  e  da- 
gli equi  nemici  de'  romani.  Il  lo- 
ro attaccamento  per  questi  non  ap- 
parve più  sincero  ne'  tusculani,  se 
non  neir  anno  294,  allorché  Appio 
Erdonio  sabino  occupò  per  sorpre- 
sa il  Campidoglio  con  4^00  uomi- 
ni lu  parte  esuli ,  in  parte  servi. 
In  quella  notte  stessa  si  seppe  a 
Tusculo  la  notizia  di  questa  occu- 
pazione ,  e  Lucio  Mamilio,  che  al- 
lora era  dittatore  di  Tubculo,  con- 
vocò immediatamente  il  senato  tu- 
sculano, e  caldamente  parlò  a  fa- 
vore di  Roma  ;  quindi  furono  di- 
atiibuite  le  aimj,  ed  i  tusculam  di 


FRA  i83 

buon  mattino  si  trovarono  in  Ro- 
ma, dove  come  alleati  vennero  ac- 
colti. Fatto  centro  nel  foro  Roma- 
no, assalirono  insieme  col  console 
Valerio  alla  testa  dei  romani ,  le 
genti  di  Erdonio j  ed  espugnarono 
il  Campidoglio,  e  finita  l'impresa 
ebbero  dai  romani  pubblici  ringra- 
ziamenti, che  furono  fatti  al  ditta- 
tore ed  al  senato  di  Tusculo. 

L'anno  seguente  avvenne  a  Tu- 
sculo un  caso  affatto  simile,  dappoi- 
ché mentre  i  romani  con  l' eserci- 
to erano  accampati  presso  d'Anzio, 
gli  equi  col  fiore  della  gioventù  al- 
l' improvviso  di  notte  si  diressero 
a  Tusculo,  e  ne  occuparono  la  roc- 
ca. Ne  corse  tosto  la  nuova  a  Ro- 
ma,  e  da  Roma  volò  ad  Anzio, 
per  volere  dei  consoli  ad  onta  del- 
la opposizione  dei  tribuni ,  perchè 
i  tusculani  fossero  prontamente  aiu- 
tati come  narra  Dionisio.  Allora 
Fabio  che  comandava  l'esercito  lo 
mosse  immediatamente  verso  il  Tu- 
sculo, ed  una  parte  ne  destinò  a 
riprendere  la  rocca,  col  resto  assah 
il  campo  degli  equi  ;  ma  non  fu 
così  pronta  la  resa  di  quelli  che 
si  erano  impadroniti  della  rocca. 
Dopo  vari  mesi,  stretti  dalla  fame 
capitolarono,  furono  passati  dai  tu- 
sculani nudi  ed  inermi  sotto  il  gio- 
go, e  raggiunti  mentre  traversava- 
no r  Algido  dal  console  romano 
Quinto  Fabio  Vibulanio ,  vennero 
tutti  tagliati  a  pezzi.  Nell'anno  ap- 
presso gli  equi  sotto  la  condotta 
di  Gracco  Clelio  scorsero  prima 
l'agro  labicaiio,  e  poscia  il  tuscu- 
lano, e  carichi  di  prede  si  accam- 
parono nell'Algido.  Il  senato  roma- 
no spedi  a  loro  legati  per  quere- 
larsi Quinto  Fabio ,  Publio  Volu- 
mnio  ed  Aulo  Postumio:  il  coman- 
dante degli  equi  li  ricevette  con 
insolenza  ,    ed     iionicaiueute    disse 


i84  FI^A 

loto  di    esporre  i  comandi    del  se- 
nato romano  ad  una  quercia  o  fag- 
gio, che  grande  sovrastava  alla  sua 
tenda  ,    che    frattanto    egU  avrebbe 
fatto  altre    cose.    Giunte  in  Roma 
tali    notizie    fu    eletto    a    dittatore 
Tito  Quinzio  Cincinnato,  che  scon- 
fìsse gli  equi,  e   fatto  prigione  an- 
che Gracco  lo  fece  passare  insieme 
cogli   altri    ignominiosameute    sotto 
il    giogo.    Egli  ne    riportò    l'onore 
del  trionfo  ,  ed  i  romani  con  uni- 
versale    approvazione     accordarono 
a  Lucio    Mamilio    dittatore   tuscu- 
lano    la    cittadinanza    romana  ,  in 
benemerenza    dell'  impegno  che  a- 
vea  mostrato  nella  occupazione  del 
Campidoglio.   Irrequieti  sempre  gli 
equi,  nell'anno  3oo   tornarono  ad 
infestare  l'agro    tusculano;    venuti 
da    Tusculo     messi    apportatori    di 
tali  notizie  al  senato  romano,  que- 
sti ordinò  ai  due  consoli   di  anda- 
re ad  affrontarli.    1  consoli  li  rag- 
giunsero   neir  Algido  ,   ed    uccisero 
loro  settemila   uomini,  fugarono  il 
rimanente  ,  e  riportarono  un  forte 
bottino,  che  fu   venduto  a  vantag- 
gio   dell'   erario    pubblico.     Cinque 
anni  dopo  vennero  gli  equi  di  nuo- 
vo ad  infestare    le    terre  de'  tuscu- 
lani  ,   e    si    attendarono  all'Algido, 
loro  campo  ordinario.   Questo   fat- 
to   scosse    altamente    i    decemviri  , 
che  allora  reggevano  Roma,  e  par- 
ticolarmente assunsero  il   comando 
di  questa    spedizione    Marco    Cor- 
nelio, Lucio  Minucio ,  Tito  Anto- 
nio ,  Cesone  Duillio   e  Marco  Ser- 
gio. Ma  i  romani  riportarono  una 
rotta    terribile  a  segno  ,  che  i  sol- 
dati superstiti   rimasti   privi  di  tut- 
to si   Volsero  a  Tusculo   imploran- 
do il  soccorso    de'loro    alleati,  che 
subito    lo    concessero     amichevol- 
mente. 

Queste    continuate    testimonianze 


FRA 
di   attaccamento  per  parte  dei  tu- 
sculani,    furono  ricambiate  con   al- 
trettanta fiducia  per  parte  dei   ro- 
mani. Correndo  l'anno  336,   venu- 
ti   i  labicani    in  forte    sospetto    di 
aver    stretto  lega    cogli  equi,  i  ro- 
mani diedero  ai    tusculani  la  cura 
di  sorvegliarli,  e  scopertasi  nell'an- 
nc  seguente  questa  alleanza,  fu  di- 
chiarata ai  labicani  la  guerra,  do- 
po che  si  seppe  che  i  labicani  avea- 
iio  prese    le  armi,  ed  insieme  col- 
r  esercito  degli  equi  dato  il  guasto 
al    territorio  tusculano,    eransi  ac- 
campati nell'Algido.  L'esercito  ro- 
mano vittima  della   dissensione  dei 
capi,  andato  ad  attaccarli    fu   scon- 
fitto; i  capitani,  i   luogotenenti,  e  il 
nerbo  dell'esercito   si  ritirò  a    Tu- 
sculo,   il    rimanente   si    sparpagliò. 
Scollo  però  a  dittatore  Quinto  Ser- 
vilio   Pi'isco,  ristabih   gli  affari,    ed 
in  otto  giorni  mise  in  rotta  i  ne- 
mici, e  s' impadronì   di  Labico  stes- 
so.  Nell'anno   373  i  tusculani  uni- 
ti ai  gubini    ed    ai   labicani  porta- 
rono reclami  al  senato  romano  con- 
tro i   jìi'eneslini,  accusandoli   di  gua- 
sti   dati  alle  loro  terre,    ma   il  se- 
nato    non     vi    volle    prestar    fede. 
Quale   però   fu    la  sorpresa   di   Ca- 
millo r  anno  seguente,   allorché  fra 
i    prigionieri    fatti  sopra    i    volsci, 
alcuni   tusculani    ancora  gli   furono 
presentati,  i  quali    interrogati   con- 
fessarono   aver    prese    le  armi   per 
pubblico  consiglio.  Allora  il  senato 
romano    vedendo    che    i    tusculani 
aveano  abbandonato  l'antica  allean- 
za, ordinò  a  Furio  Camillo  di   far- 
gli  guerra;  ma  i  tusculani  oppose- 
ro    ima    pace    costante,    vedendosi 
impotenti  resisteie  alle  forze  roma- 
ne: dappoiché  entrati  i  romani  sul 
loro    territorio,    non    solo    i    lavori 
cam[)e>tri    tranquillamente  dai    tu- 
sculani   si    proseguivano,    ma  ogni 


FRA 
{giorno  tanto  dalla  città  che  dai 
campi  portarono  all'esercito  vitto- 
vaglie  di  ogni  genere.  Avendo  quin- 
di Camillo  posto  il  campo  innanzi 
alle  porte  della  città,  le  trovò  aper- 
te, ed  entrato  in  essa  trovò  tutti 
tranquilli,  ed  intenti  ai  lavori  ed 
alle  scuole,  senza  apparenza  alcuna 
di  guerra,  onde  convocato  il  sena- 
to l'invitò  a  spedire  in  Roma  de- 
putati per  la  concordia.  Per  tal 
contegno  il  senato  romano  ricevè 
la  deputazione  tusculana  col  ditta- 
tore nella  curia  Ostilia,  non  solo 
confermò  i  trattati  esistenti  coi  tu- 
sculani,  ma  poco  dopo  li  aggregò 
alla  cittadinanza  romana,  favore  as- 
sai raro  a  quell'epoca,  poi  con  sag- 
gia politica  divenuto  più  comune. 
1  tusculani  conservarono  le  proprie 
leggi  coi  diritti  concessi  ai  munici- 
pi, in  un  ai  propri  magistrati,  e 
come  nei  tempi  antichi  senatori  e 
consoli.  Più  tardi,  quando  furono 
compresi  tra  i  cittadini  romani, 
ubbidirono  alle  leggi  di  Roma,  se- 
guendone pure  le  costumanze. 

Non  passarono  molti  anni  dopo 
questa  riconciliazione  perfetta  dei 
tusculani  coi  romani,  che  i  latini 
nell'anno  878  incendiando  Satrico_, 
meno  il  tempio  di  Matuta,  rivolse- 
ro il  loro  sdegno  contro  il  Tusculo, 
perchè  il  comune  distaccatosi  dalla 
lega  latina  erasi  alleato  coi  romani, 
ed  anche  perchè  in  certa  guisa  era 
divenuto  parte  di  Roma  nelì'aver 
accettato  il  diritto  di  cittadinanza. 
All' improvviso  i  latini,  essendo  aper- 
te le  porte  di  Tusculo,  penetraro- 
no nella  città  e  se  ne  impadroni- 
rono tranne  la  rocca,  dov'eransi 
ritirati  i  cittadini  colle  mogli  e  i  fi- 
gli. Avvisati  da  loro  i  romani  del- 
l'avvenimento, spedirono  un  eserci- 
to in  soccorso  di  Tusculo,  coman- 
dato   da    Lucio    Quinzio,    e  Servio 


FRA  iSS 

Sulpicio  tribuni  militari.  I  romani 
assediarono  i  latini,  mentr'essi  fa- 
cevano altrettanto  colla  cittadella, 
e  trovandosi  attaccati  disopra  dai 
tusculani,  e  di  sotto  dai  romani 
non  poterono  resistere:  la  città  fu 
presa  dai  romani  colle  scale  abbat- 
tendone le  porte,  ed  i  vincitori  fe- 
cero man  bassa  de'  latini,  senza  che 
uno  scampasse  dall'  eccidio  ;  , dalle 
narraziont  di  questo  avvenimento 
rilevasi,  come  il  Tusculo  fosse  re^ 
cinto  da  doppie  mura,  le  une  in^ 
torno  alla  città  ch'ebbe  il  nome 
di  oppiduni,  e  le  altre  intorno  al- 
la rocca  o  cittadella  denominata 
arx.  Dipoi  a  Servio  fu  coniata  una 
medaglia  d'oro,  nella  quale  da  un 
lato  sono  le  teste  dei  Dioscuri  Ca- 
store e  Polluce,  numi  de'tusculaoi, 
e  nel  rovescio  è  una  città  sulla  cui 
porta  si  legge  tuscul.  Circa  un  an- 
no dopo  i  veli  terni  si  mossero  ad 
assalire  il  Tusculo,  ma  dovettero 
ritirarsi  in  fretta,  perchè  i  roma- 
ni spedirono  un  esercito  a  soccor- 
rere la  città,  indi  passarono  ad  as- 
sediar Velitrae.  Il  Tusculo  rimase 
in  pace  sino  all'  anno  305,  allor- 
ché i  galli,  dopo  il  fatto  glorioso 
di  Tito  Manlio  al  ponte  Salario, 
ritiratisi  nelle  terre  de'  tiburtini,  e 
stretta  seco  loro  alleanza,  fecero 
una  scorreria  nella  Campania:  re- 
duci da  quella  commisero  orribili 
devastazioni  nei  terri  torli  labicano, 
tusculano,  ed  albano  e  gabino;  ma 
costretti  a  ripiegar  verso  Roma  dal 
dittatore  Quinto  Servilio  Aliala,  ri- 
portarono una  disfatta  solenne  non 
lungi  dalla  porta  Collina.  Dopo 
tanti  tratti  di  attaccamento,  dopa 
tante  riprove  di  fedeltà  per  parte 
de' tusculani,  e  di  affezione  leale 
per  parte  dei  romani,  sembra  in- 
credibile che  i  tusculani  entrassero 
nella  famosa  lega  latina,  tramate»  ^ 


i86  FRA 

datino  di  Roiiiii,  e  tiolo  può  oon- 
gcttuiai;>i  che  qneslo  partito  sia  sta- 
to preso  per  tjualche  motivo  lu- 
gcnte.  Essendo  gli  eserciti  in  vi- 
sta, provocato  il  giovane  Tito  Man- 
lio da  Gemino  Mettio  o  Mezio  co 
mandante  della  cavalleria  tusculana, 
trasgredì  il  comando  consolare  del 
padre,  e  sebbene  vincitore  fu  vit- 
tima della  disciplina  militare  e 
della  rigidezza  paterna,  clie  lo  fe- 
ce decapitare  da  un  littore.  La  guer- 
ja  finì  coir  intero  soggiogamento 
del  Lazio,  nel  famoso  senatus  con- 
sulto che  distinse  in  varie  catego- 
rie i  comuni  che  vi  avevano  pre- 
so parte,  i  tusculani  per  la  prote- 
zione che  godevano  del  console  Lu- 
cio Furio  di  famiglia  tusculana, 
furono  trattati  con  maggior  clemen- 
za, poiché  la  loro  ribellione  piut- 
tosto fu  aggiudicala  a  danno  di 
pochi  intriganti  che  l'avevano  mos- 
sa, di  quello  che  dell' intero  comu- 
ne, al  quale  fu  perfino  conservato 
il  diritto  di  cittadinanza  romana 
che  antecedentemente  aveva  con- 
seguito. 

Nell'anno  4'7  ^^^^e  luogo  l'as- 
sestamento delle  cose  latine;  indi 
nel  4^'  sorse  contro  de' tusculani 
il  tribuno  della  plebe  Marco  Fla- 
\io,  accusandoli  dinanzi  al  popcilo 
di  aver  fornito  ai  veliterni  ed  ai 
pri vernati  i  mezzi  di  far  la  guerra 
ai  romani.  Probabilmente  ciò  fu 
una  nera  calunnia  :  il  popolo  tu- 
sculano  si  recò  tutto  intero  a  Ro- 
ma colle  donne  e  coi  fanciulli,  e 
prese  l'abito  dei  rei  onde  muove- 
re a  compassione;  implorò  il  favo- 
re delle  Iribìj,  per  esser  levati  da 
questa  taccia,  senza  entrar  nel  me- 
rito dell'accusa.  Questo  solo  spet- 
tacolo commosse  i  romani^  e  tut- 
te le  tribù  abrogarono  la  legge 
proposta  dal   tribuno,    ad  eccezione 


FRA 

della  Poliia,  la  quale  fu  di  pare- 
re, che  quelli  entrati  nella  puber- 
tà, dopo  essere  stati  battuti  venis- 
sero uccisi,  e  le  donne  e  i  fanciul- 
li secondo  le  leggi  di  guerra  fosse- 
ro venduti  all'asta.  Riferisce  Livio, 
donde  il  Nibby  trasse  questi  rac- 
conti, che  la  memoria  di  questa 
intenzione  della  tribù  Follia  rima- 
se talmente  impressa  nella  mente 
de'  tusculani,  che  fino  agli  ultimi 
tempi  della  repubblica  ninno  della 
tribù  Papiria,  alla  quale  era  ascrit- 
to il  Tusculo,  volò  a  favore  dei 
candidati  della  PoUia;  ed  è  da  no- 
tarsi, che  molta  influenza  avevano 
i  tusculani  nelle  votazioni  della  tri- 
bù Papiria  ,  alla  quale  erano  ascrit- 
ti dopo  la  loro  aggregazione  alla 
cittadinanza  di  Roma:  la  tribù  Papi- 
ria  era  una  delle  dieciselte  tribù  ru- 
stiche stabilite  da  Servio  Tullio  sesto 
re  di  Roma,  in  vece  delle  quattro 
primieramente  stabilite,  la  quale  co- 
me la  tribù  Pupi nia  pure  annoverata 
tra  esse  da  detto  re,  avevano  le  terre 
limitrofe  al  Tusculo.  Dopo  il  suddet- 
to fallo  non  trovasi  memoria  nel- 
la storia  antica  di  alcun  avveni- 
mento singolare  sul  Tusculo,  il 
quale  rimase  poi  sempre  un  muni- 
cipio fedele  del  popolo  romano,  e 
come  tale  die  personaggi  illustri 
all'antica  Roma;  dappoiché  varie 
famiglie  celebri  traevano  di  là  l'o- 
rigine, come  la  memorata  Mami- 
lia,  la  Porcia  che  produsse  i  due 
Caloni,  la  Fulvia  o  Furia,  la  Co- 
runcania,  la  Giuvenzia,  e  la  Fon- 
teia.  L'anno  54 1  il  cartaginese 
Annibale  nella  sua  spedizione  con- 
tro Roma,  nel  rivolgersi  verso 
questa  dalla  Campania,  seguendo 
la  via  Latina,  traversali  i  territori! 
di  Frosinone,  Ferentino  ed  Anagni 
entrò  in  quello  di  Labico,  quindi 
per  la  gola  dell'Algido  tentò  d'jm- 


FRA. 
padronirsi  del  Tusculo  ;  Ina  non  es- 
sendo ricevuto  nelle  uiura,  conti- 
nuò il  caaimiuo  a  deàtra  del  Tu- 
sculo  e  discese  veiso  Gabii,  posciei 
venne  a  porre  gli  alloggiamenti  nel- 
1,1  tribù  Pupinia  alla  distanza  di 
otto  miglia  da  Romii.  llcav.  Canina, 
che  nel  descrivere  l'antico  Tusculo 
riporta  tutte  le  testimonianze  degli 
storici  con  uu  dettaglio  ed  erudi- 
zione mirabile,  considerando  che  ì 
romani  per  impedire  il  ritorno  di 
Annibale  dalla  Campania,  che  solo 
con  più  facilità  poteva  effettuarsi 
per  la  via  Latina,  si  accinsero  a 
fortificare  i  due  monti  che  più  al- 
ti s'innalzano  dall'una  e  dall'al- 
tra parte  nella  stessa  viaj  e  che 
venendo  dichiarato  da  Livio,  che  a 
tale  oggetto  furono  spediti  presidii 
sul  monte  Albano,  porta  opinione 
che  debbasi  considerare  essersi  altret- 
tanto effettuato  nel  Tusculo,  e  che 
conseguentemente  negli  scritti  ori- 
ginali di  Livio  sia  stata  registrata 
nella  descrizione  dei  preparativi  fat- 
ti in  tale  occasione  dai  romani, 
unitamente  al  monte  Albano,  l'ar- 
ce tusculana,  e  non  l' esulana,  co- 
me si  legge  in  alcuni  codici,  per  le 
giuste  ragioni  che  riporta,  massi- 
me per  essex'e  perita  Esula  tra  le 
città  latine,  come  afferma  Plinio. 
Tuttavolta  nel  territorio  i  tuscula- 
ni  soffrirono  devastazioni  per  par- 
te dei  cartaginesi. 

Nelle  terribili  guerre  civili,  che 
ebbero  luogo  verso  il  fine  del  go- 
verno della  repubblica  romana,  do- 
vette il  Tusculo  soffrire  le  stesse 
disgrazie  a  cui  andarono  soggette 
Roma,  e  le  città  circonvicine.  Nel- 
la guerra  di  Siila  seguendo  i  tu- 
sculani  il  partito  di  Mario,  il  lo- 
ro territorio  fu  assegnato  secondo 
la  misura  fittane  per  ordine  del 
medesimo  Siila  :  in  quella  occasio- 


FRA  187 

ne  le  mura  originali  vetmero  re- 
staurate, come  pure  nella  guerra 
di  Pompeo.  Sulla  line  della  re- 
pubblica, e  ne'primi  tempi  dell'im- 
pero, il  Tusculo  fu  il  soggiorno 
favorito  de'più  ricchi  romani,  che 
edificarono  nel  suo  territorio  ville 
splendidissime  ad  esempio  di  quel- 
la che  antecedentemente  vi  aveva 
eretta  Lucullo,  oltre  quelle  fab- 
bricate dagli  stessi  più  facoltosi  tu- 
sculani ,  onde  il  Tusculo  si  rese 
pure  insigne  per  tali  ville.  Sono 
particolarmente  celebri  oltre  la  lu- 
cullana  e  la  catoniana,  quella  di 
Tullio  Cicerone ,  di  Quinto  suo 
fratello,  di  Marco  Bruto,  di  Quinto 
Ortensio,  di  Tito  Anicio,  di  Balbo, 
di  Cesare ,  di  Lucio  Crasso ,  di 
Quinto  Metello,  di  Aulo  Gabinio 
ec,  ricordale  da  Cicerone  stesso  e 
da  Plinio,  non  che  la  vastissima 
villa  di  Marco  Scauro  vicina  al 
Tusculo,  che  poi  fu  incendiata  dai 
suoi  servi.  Descrivendo  Strabene  il 
Tusculo  ai  tempi  dell'imperatore 
Tiberio,  il  cui  regno  incominciò 
l'anno  i4  dopo  la  nascita  di  Ge- 
sù Cnsto,  dice  che  veniva  ornato 
d'intorno  dalle  ville,  e  specialmen- 
te dalla  parte  di  Roma ,  dove  la 
falda  era  fertile,  bene  irrigala  ed 
in  alcuni  luoghi  sensibilmente  emi- 
nente, e  conteneva  edifizi  imperiali 
sontuosissimi,  cioè  le  ville  di  Lu- 
cullo e  di  Cicerone,  ch'erano  di- 
venute parti  del  demanio  imperia- 
le. Vi  ebbe  pure  una  villa  la  gen- 
te Sulpicia,  la  quale  divenne  do- 
po Galba  anch'essa  fondo  imperia- 
le. In  quanto  alla  villa  tusculana 
di  Cicerone,  ch'ebbe  egli  nelle  vi- 
cinanze della  città  di  Tusculo,  sap- 
piamo, eh'  era  amenissima  nell'in- 
trinseco, ed  in  una  situazione  as- 
sai deliziosa;  che  venne  ivi  ispira- 
to di    molti  concetti     fllosolici;  che 


|88  FRA 

per  trasporto  di  parzialità  volle 
iicoidarla  ai  posteri  intitolando 
Questioni  Tuscidane  \  cinque  li- 
bri che  ivi  compose  ;  che  cotal  sa- 
piente romano  la  di  cui  gloria  non 
potrà  mai  ecclissarsi  da  verun  al- 
tro genio,  trattò  in  questa  opera  : 
1."  del  disprezzo  della  morte;  2." 
del  coraggio  nel  sopportare  i  do- 
lori; 3.°  del  modo  di  alleviare  l'a- 
cerbità dei  mali;  4-"  delle  passioni; 
5."  del  bene  che  si  ritrae  dalla 
virtù.  Quindi  è  perciò  che  non 
deve  recare  meraviglia,  se  la  si- 
tuazione ,  e  la  casa  che  dette  tan- 
ta vaghezza  di  piacere  a  quel  ce- 
lebre moralista,  oratore,  militare, 
politico,  i  di  cui  fasti  attraversan- 
do i  secoli  si  serhai'ono  memo- 
randi sino  a  noi ,  se  eccitare  do- 
vette sempre  invidia  e  cuiùosità 
d'indagare  i  precisi  punti  ove  sur- 
se,  e  le  topografiche  particolarità, 
sia  stata  lo  scopo  delle  ricer- 
che di  tutti  i  tempi.  I  dotti  che 
ne  trattarono  si  divisero  in  due 
classi  :  caposcuola  dei  primi  è  il 
monaco  basiliano  Sciommari  che 
la  colloca  a  Grottaferrata,  a  cui 
poscia  succedette  il  Cardoni,  altro 
monaco  dello  slesso  ordine;  gli 
altri  col  gesuita  Ziizzeri  la  pose- 
ro sull'alto  del  colle  tusculano  en- 
tro la  villa  della  Rufinella  .  Il 
Nibby  studiosissimo  convince  il  p. 
Zuzzeri,  che  la  villa  tusculana  di 
Cicerone  stava  sul  monte  prossima 
al  TusGulo  in  una  falda,  benché 
altri  la  credettero  nelle  basse  pen- 
dici del  monte,  o  nella  valle  di 
Grottaferrata,  luogo  ancor  celebre 
per  l'abbazia  de'basili;uii  ;  quindi 
crede  potersi  con  sicurezza  dire  che 
il  sito  della  villa  Tulliana  sia  den- 
tro l'odierna  villa  della  Rufinella, 
e  che  qiiiilla  di  Gabinio  fu  nel 
juogo    dove  è    ora  la  villa    Falco- 


/ 

FRA 

nieri  o  Rufina,  vicina  a  quella 
della  Rufiniìlla  che  in  origine  ne 
faceva  parte.  Tuttavolta  va  letto 
l'erudito  ed  interessante  discorso 
del  eh.  cav.  Gaspare  Servi  inti- 
tolato: Cenni  su  Grotta  Ferrata  ^ 
ed  intorno  al  luogo,  ove  sembra 
che  fosse  la  villa  di  Cicerone,  Ro- 
ma i8i4  per  1{»  stampe  del  Mo- 
naldi.  Egli  tratta  espressamente 
della  villa  di  Cicerone  a  pag.  19 
e  seg. ,  ove  riporta  gravi  e  dot- 
ti argomenti  per  istabilirla  presso 
Grottaferrata. 

La  villa  di  Cicerone  in  origine 
fu  di  Siila,  come  apertamente  af- 
ferma Plinio  :  in  questa  villa  Ci- 
cerone spese  molto,  come  nell'  al- 
tra sua  villa  di  Pompei,  per  cui 
si  caricò  di  debiti  pel  diletto  che 
ne  ritraeva,  sebbene  inferiore  alla 
magnifica  villa  di  Gabinio,  che  Ci- 
cerone chiamò  raagnificentissima. 
Da  lui  si  rileva  che  la  propria  vil- 
la aveva  due  ginnasi ,  un  piccolo 
atrio  ,  un  portichetto  ,  un  bagno  , 
un  viale  coperto  ,  ed  un  orologio 
solare.  Uno  dei  ginnasi  era  sulla 
parte  superiore  della  villa,  al  quale 
Cicerone  avea  dato  il  nome  di  Li- 
ceo ad  imitazione  di  quello  famo- 
so di  Atene,  e  come  quello  desti- 
nato particolarmente  al  passeggio. 
Ivi  era  solito  di  passeggiare  e  dis- 
putare prima  del  mezzodì  come 
Aristotile  nel  liceo  di  Atene,  sicco- 
me egli  medesimo  nelle  Tusculane 
afferma  :  ivi  era  pure  una  biblio- 
teca da  lui  ricordata.  L'altro  gin- 
nasio ad  onore  di  Platone  fu  da 
lui  denominato  V Accademia,  e  que- 
sto era  nella  parte  inferiore  della 
villa,  e  ad  imitazione  del  giardino 
di  questo  nome  presso  Atene;  an- 
che questo  era  ombroso,  come  a- 
perto  era  il  Liceo.  Ornavano  i  due 
licei   armi  di  marmo  pcutelico  culle 


FRA 
teste  di  bronzo,  statue  megaiiche  ec. 
Questa  villa  veniva  fornita  di  ac- 
qua dall'acquedotto  della  Crabra  , 
dalla  quale  molte  altre  terre  erano 
fornite  intorno  al  Tusculo,  e  a  tut- 
to il  municipio  tusculano.  Della 
villa  di  Cicerone,  delle  reliquie  che 
ad  essa  si  attribuiscono,  ampia- 
mente ne  discorre  il  Canina  nella 
sua  opera,  come  di  quanto  risguar- 
da  le  delizie  LucuUane.  Queste  fu- 
rono rinomatissime  per  la  loro  son- 
tuosità e  grandezza,  delizie  che  e- 
rano  specialmente  adattate  al  sog- 
giorno di  estate,  come  lo  fece  co- 
noscere Plutarco  nel  dire  che  Lu- 
cullo  aveva  vicino  al  Tusculo  abi- 
tazioni di  campagna,  e  specole  che 
dominavano  tutto  il  dintorno,  con 
portici  e  passeggi  lunghissimi.  Tro- 
vandosi in  queste  delizie  un  gior- 
no Pompeo,  rimproverò  Liicullo, 
perchè  avendo  disposto  la  sua  vil- 
la per  l'estate,  l'avea  resa  poi  ina- 
bitabile nell'inverno;  ma  Lucullo 
sorridendo  l'ispose,  che  Pompeo  cre- 
deva così  che  egli  avesse  minor  in- 
telletto della  gru,  perchè  secondo 
le  stagioni  non  sapesse  cangiare  le 
abitazioni.  Di  là  dalla  piazza  di 
Frascati  verso  oriente,  a  destra  del- 
la strada  che  conduce  direttamen- 
te ai  cappuccini,  ed  alla  villa  del- 
la Piufinella,  è  il  rudere  di  un  se- 
polcro di  forma  rotonda  che  il 
volgo  chiama  di  Lucullo;  ed  ab- 
biamo da  Plutarco  che  il  popolo 
romano  decretò  dare  a  Lucullo  se- 
poltura pubblica  nel  campo  Mar- 
zio, come  a  Siila,  e  che  il  di  lui 
amantissimo  fratello  ottenne  di  ren- 
dergli gli  ultimi  onori  nella  villa 
tusculana.  Or  supponendo  che  que- 
sto sia  veramente  il  sepolcro  di 
Lucullo,  ne  seguirebbe  che  la  villa 
antica,  sulla  quale  formossi  la  cit- 
tà di   Frascati   nel  secolo  XIII,   sa- 


FRA  i8() 

rebbe  anche  essa  di  Lucullo,  la  quale 
come  è  d'altronde  noto  conteneva 
più  fabbriche  che  terre,  onde  per 
testimonianza  di  Plinio  era  mag- 
giore la  parte  che  aveasi  da  sco- 
pare, di  quella  che  si  aveva  da 
lavorare,  secondo  il  motteggio  dato 
a  Lucullo  dai  censori.  Degli  avanzi 
e  ruderi  della  villa  di  Lucullo,  non 
solo  ve  ne  sono  nella  città ,  ma 
anche  nelle  ville  Aldobrandini,  Con- 
ti, Montalto,  Pallavicini,  Rocci,  Pas- 
serini ec.  Delle  ville  antiche  tu- 
sculane  ne  tratta  il  Mattei  a  pag. 
43  e  seg.  delle  sue  Memorie  iifo- 
rìchej  come  ancora  a  pag.  58  e 
seg. 

Allorché  si  estese  il  dominio  ro- 
mano sotto  il  governo  degli  impe- 
ratori nelle  piìi  lontane    regioni,  e 
divenne    Roma    maggiormente    do- 
viziosa, si   trova  soltanto  fatta  men- 
ziode  del  Tusculo  come    un  luogo 
di  delizia  nel  quale  si  diportavano 
a   villeggiare  i  più    ricchi    romani, 
e  non    più    come    una  città,  ossia 
municipio,  importante  per    la    sua 
situazione  e  fortezza.    Così  seguen- 
do quanto  avvenne  pure  in  Pioma, 
si   protrassero  le    abitazioni    molto 
al  di  fuori  della  città,  ovvero  del- 
l'oppido,  conservando  però  sempre 
queste    mura    nella    loro    integrità, 
come    quelle    altresì  della    rocca  o 
cittadella.   Successe  per  questa  pro- 
trazione di  abitato,  che    si    edifica- 
rono le  posteriori  fabbriche  in  tut- 
to il  dintorno  della  città,    e   pre- 
cisamente lungo  le  vie  che  mette- 
vano alla  medesima  ov'erano  i  se- 
polcri   degli    antenati  :    questo  au- 
mento di  abitato  «bbe  il  nome  di 
suburbano  tusculano,    che  compre- 
se il  luogo  denominato  Come.  L'im- 
peratore Augusto  beneficò  i  tuscu- 
lani,   ed  a  mediazione    di    Antonia 
Augusta  ancor  più  Tiberio,  al  cui 


190  FRA 

tempo  le  ville  di  Luciillo  e  «li  Ci- 
cerone erano  divenute  dominio  im- 
periale ed  abitate  dagli  imperatori, 
per  cui  Strabene  visitando  questi 
luoghi  descrive  come  j)rnsperava  al- 
loia  il  Tiisculo,  dicendo  che  le  suo 
bellissime  ville  erano  edificale  a 
guisa  di  reggie.  In  queste  i  [irinci- 
pi  dell'impero  e  i  piìi  doviziosi  ro- 
mani recavansi  a  diporto  in  tem- 
po di  estate,  a  godere  dell'aria  mi- 
gliore che  si  potesse  respirare  nei 
dintorni  di  Pioma,  come  venne  in- 
dicato da  Seneca,  il  quale  osservò 
che  in  egual  modo  si  praticava  in 
Tibur.  Inoltre  Tiberio  si  fece  edi- 
ficare una  magnifica  villa  nel  Tu- 
sciilo,  come  sontuose  erano  tutte 
le  delizie  di  questo  piincipe.  Nel 
principio  dell'epoca  imperiale  si 
dovette  costruire  il  teatro  entro  la 
città  del  Tusci.lo,  del  quale  «iman- 
gono  ragguardevoli  rovine.  Anche 
Nerone  frequentò  le  ville  del  Tu- 
sculo;  e  Galba  soleva  passare  l'e- 
state nella  sua  villa  tusculana,  ri- 
conoscendosi il  Tusculo  come  luo- 
go fiesco,  e  perciò  celebrato  da 
Stazio  insieme  a  Preneste,  al  bo- 
sco frigido  di  Diana,  all'Algido,  ed 
a  Tibur  tutti  luoghi  freschi.  Tra 
le  ville  di  Plinio  il  giovane  si  no- 
vera la  tusculana.  Dopo  che  in 
Roma  fu  edificato  il  grande  anfi- 
teatro Flavio,  detto  poi  il  Colosseo, 
diversi  se  ne  fabbricarono  nelle 
Provincie,  ed  il  simile  fece  il  Tu- 
sculo, proporzionato  alla  popolazio- 
ne stabilita  nel  municipio,  tra  le 
più  nobili  abitazioni  fuori  le  mu- 
ra della  città,  con  ricettacoli  per 
le  fiere  destinate  agli  spettacoli,  di 
cui  sussistono  le  tracce  Dopo  la 
traslocazione  della  sede  imperiale 
in  Bisanzio,  operata  da  Costantino, 
probabilmente  il  municipio  soffrì  la 
stessa  sorte  che  Roma,  e  perciò  deb 


FRA 
bono  essere  state,  nelle  frequenti  in- 
vasioni dei  popoli  settentrionali,  de- 
vastate tutte  le  fabbriche  ch'eransi 
erotte  nei  tempi  prosperi  dell'impero 
fuori  i  recinti  delle  mura,  ed  ancora 
molle  di  quelle  stesse  che  sfavano 
p(')ste  entro  la  prima  cinta,  ov'era  la 
città,  ossia  l'oppido;  laonde  può 
congetturarsi  che  alla  caduta  del- 
l' impero  occidentale,  nel  regno  dei 
goli,  all'epoca  della  guerra  giusti- 
nianea, e  delle  scorrerie  de'  longo- 
bardi, j  tusculani  si  riducessero  ad 
abitare  la  sola  parte  più  elevata 
del  Tusculo,  rocca  o  cittadella  pri- 
mitiva, per  porsi  al  sicuro  dalle 
aggressioni  nemiche.  Così  il  Tuscu- 
lo ritornò  ad  essere  ristretto  nei 
limiti  che  furono  fissati  nel  suo 
primo  stabilimento,  abbandonando 
alla  devastazione  le  sue  tante  son- 
tuose ed  amene  ville  ed  i  vetusti 
monumenti  che  lo  avevano  reso  il- 
lustre e  celebrato  nelle  età  ante- 
riori. 

Però  il  Tusculo  neU'  indicata  sua 
ristrettezza ,  dopo  di  essere  slato 
posseduto  in  particolare  dalla  fami- 
glia Ottavia,  ebbe  nei  susseguenti 
secoli  per  alcun  tempo  somma 
preponderanza  ,  ed  anche  sul  do- 
minio di  Roma  stessa.  L'indicato 
particolar  possedimento  narrasi  che 
fu  tenuto  primieramente  nel  sesto 
secolo  da  Tertullo  patrizio  roma- 
no della  famiglia  Ottavia,  che  lo 
concesse  con  altre  terre  all'abbazia 
di  s.  Benedetto  di  Subiaco ,  per 
avere  il  suo  figlio  s.  Placido  nel- 
l'anno 52  1  professata  la  regola  di 
s.  Benedetto,  come  si  contesta  da 
quanto  si  legge  scolpito  su  di  una 
colonna  posta  nell'atrio  di  quell  in- 
signe monistero  di  s.  Scolastica:  la 
qual  concessione  venne  confermata 
dall'imperatore  Giustiniano  I  e  poi 
da  Teodora  sua  moglie  parente  di 


FRA 

Tcrtiillo,  e  poscia  pure  tì.Tl  Ponle- 
fìce  s.  Gregorio  1,  altro  parente  tli 
Tertullo,  come  rilevasi  da  altri  do- 
cumenti risguardanti  la  suddetta 
abbayia.  Dipoi  quando  nel  Gì  ì  Sti- 
licone  prese  Roma  e  travagliò  i 
luoghi  circonvicini,  compreso  il  Tu- 
scnlo ,  il  quale  con  infeudazioiie 
dell'abbate  di  Monte  Cassino,  giu- 
sta il  costume  di  quei  tempi ,  si 
restituì  dopo  alcun  tempo  alla  an- 
zidetta famiglia  Ottavia,  e  quindi 
passò  sotto  il  diretto  dominio  dei 
conti  che  si  dissero  tusculani  dal 
luogo  stesso  in  cui  ebbero  il  do- 
minio, e  che  si  resero  assai  insigni 
nella  storia  di  quei  tempi  per  il 
potere  che  ebbero  sulla  fiizione  do- 
minatrice dj  Roma,  e  per  due  se- 
coli con  maggior  dominio  ed  in- 
fluenza. 

Prima  di  parlare  dello  splen- 
dore cui  risalì  il  Tusculo  per  i 
signori  che  vi  esercitarono  il  po- 
tere, noteremo  che  nel  pontificato 
di  s.  Gregorio  II,  l'anno  ySo,  il 
ducato  romano  si  sottopose  al  do- 
minio temporale  de'  Papi,  con  set- 
te città  della  Campania ,  sottraen- 
dosi da  quello  dell  imperatore  gre- 
co l'empio  Leone  1' Is,-i urico  dis- 
prezzatore  delle  sagre  immagini,  e 
perciò  scomunicato  solennemente. 
Ora  in  questo  avvenimento  le  for- 
me dell'  amministrazione  rimasero 
le  medesime,  e  si  andarono  mo- 
dellando con  quelle  degli  altri  stati 
d'Italia  retti  dai  longobardi;  laon- 
de conti,  Cotììiles,  chiamaronsi  co- 
me dicemmo  all'articolo  Conte  (Ve- 
(ìì),  i  governatori  e  rettori  che  dal- 
la metropoli  si  spedivano  nelle  cit- 
tà e  nelle  terre  ch'erano  iaime- 
diatamente  soggette,  come  a  quel- 
r  epoca  era  il  Tusculo,  nella  stes- 
sa guisa  che  trovansi  ricordali  nei 
documenti    i    conti    di    Tivoli ,    di 


FRA  .91 

Monticelli  ce,  così  dicasi  de'  conti 
1  usculani,  Coll'andare  de'tempi,  e 
per  le  vicende  di  que'  secoli  que- 
sti conti  divennero  permanenti ,  e 
finirono  col  farsi  signori  de'  luoghi, 
de'  quali  in  origine  non  erano  al- 
tro che  amministratori.  Fra  que- 
sti conti  nel  disfretto  dì  Roma,  e 
ne'  secoli  IX,  X,  XI  e  XII,  si  dis- 
tinsero talmente  i  conti  Tusculani, 
a  segno  di  usurparsi  il  governo  di 
Roma ,  e  talvolta  quasi  disporre 
colla  loro  fazione  del  pontificato, 
quando  ne' comizi  dell'elezione  in- 
terveniva il  clero',  il  popolo,  i  ma- 
gistrati e  l'esercito;  il  perchè  dal- 
l'anno qo4  all'anno  io58  si  con- 
tano sette  Papi  di  loro  fìuuiglia, 
olire  tre  eletti  a  di  loro  influenza. 
Se  la  famiglia  Conti  discenda  dai 
conti  del  Tusculo,  e  se  in  questo 
signoreggiò  la  famiglia  Colonna,  lo 
dicemmo  a  quegli  articoli.  iSecon- 
do  il  Mattei,  per  legittima  discen- 
denza della  famiglia  Ottavia  passò 
il  dominio  del  Tusculo  in  Teodo- 
ro, duca  e  principe  nobilissimo,  e 
da  esso  in  Alberto  suo  figliuolo  che 
fu  marchese  di  Toscana,  e  fratello 
del  Pontefice  Adriano  I,  che  vuoi- 
si della  famiglia  Colonna,  e  morto 
nell'anno  795. 

I  conti  Tusculani  fino  dall'anno 
878  si  mostrano  potenti  nella  storia 
di  Roma  de'tempi  bassi,  ed  alla  te- 
sta della  (azione  tedesca,  del  senato  o 
consiglio  comunale  di  Roma,  (piando 
appoggiarono  le  mire  di  Carloman- 
no,  e  piestarono  mano  forte  a  Lam- 
berto duca  di  Spoleto,  e  ad  Adal- 
berto I,  marchese  e  duca  di  To- 
scana, dal  Pontefice  Giovanni  VIIT 
condannati  come  predatori  delle 
città  della  Chiesa  romana.  Allora 
i  conti  Tusculani  insieme  coi  primari 
nobili  romani,  mal  soffrendo  quel 
Papa,  insorsero  contro   di   lui  e   lo 


192                   FRA  FRA 
misero  in  carcere.   Il  citato   Maltei  gii.  A  quest'epoca  i  conti    Tnsciila- 
dice  che  dal  suikletto   Alberto  passò  ni   pervennero  alla  signoria    di   Ro- 
il  Tusculo  in   potere   di    Benedetto  ma     per     le     arti     dell'   avvenente 
ed  Alberto  o  Alberico.   Gli  amici  di  Teodora,  dama  intrigantissima  e  po- 
Giovanni    Vili     Io    liberarono,     ed  lente,  e    madre    di   due    altre    fem- 
egli    si    rifugiò    in    Francia,    donde  mine    egualmente    belle,    disoneste, 
poi    tornò    in  Roma    accompagnato  ed   influenti,  cioè  Maria  Marozia,  e 
dal  conte  Rosone  che  avea  adotta-  Teodora  II,  dame  romane  come  la 
to    per  figlio,    e  difensore    del    suo  madre.  INIarozia,  che  pur  si  disse  se- 
stato.     Alla     sua     morte     avvenuta  natrice    romana    sposò    Alberico  1, 
nell  anno    882,  non  senza    sospetto  conte    tusculano,  marchese  di  Game- 
di  veleno,  al  dire  degli  annali   Fui-  rino  e  console  romano.   La    possan- 
densi,  la  fazione  de'conti  Tusculani  za    di     questi     coniugi  ,     le    avanie 
portò  al  pontificio   soglio  IMarino  I  che    commisero  nei     pontificati    di 
da  Gallese,  che  altri  chiamano  Mar-  Landò,  e  di  Giovanni  X,  stancaro- 
tino    II     da    IMontefiascone ,    perso-  no  il  popolo  romano,  che  non    po- 
naggio    illuminato  e  di   gran    pietà,  tendo  più  sopportarli  insorse  feroce- 
che   li  assolvette    dalle  censure    ec-  mente  contro  di    loro,   li    cacciò  da 
clesiasliche.    Morto  questi  neir884,  Roma,  e  mise  a  morte    Alberico   I. 
i  conti    Tusculani  fecero    cadere  la  II   loro  figlio    Alberico  II,    soste- 
elezione   del  successore     in  Adriano  nuto  dalla  sua  fazione  tornò  a   do- 
III,  romano,  encomiato  per  viitìi  e  minare  in  Roma,   cioè  prima  o  do- 
zelo,    che    il    Mattei   dice    figlio     di  pò    l'esaltazione    al    pontificato    del 
Alberico,  o  meglio  di  Benedetto  se-  suo  fratello  Giovanni  XI,    nel  981; 
condo  il  Novaes.   Gli  successe  Stefa-  mentre    la     madre    in    altre    nozze 
no    V,    detto     VI,  indi     Formoso,  erasi  maritata  con  Ugo  re    d'Italia, 
Bonifacio   VI,  Stefano   VII,   e   Ro-  invaghito  più  della  signoria  di  Pro- 
mano alla    cui    morte   nell'    898    i  ina,  che  della  sua  avvenenza.   Que- 
coiiti  Tusculani  fecero  di   tutto  per-  sta    unione    poco    durò,    ritirandosi 
che  divenisse  Papa  il  cardinal   Ser-  da  lui    Marozia   gravemente    disgu- 
gio    della   loro    famiglia,  giacché    il  stata,    per    lo  schiaffo    che  Ugo    die 
Mattei  lo    dichiara    figlio  di    Bene-  ad   Alberico  II  suo   figlio,  per  aver- 
detto,  in  un  al  Novaes;  ma  in  vece  gli  dato  di   mala  grazia  l'acqua  al- 
venne  posto  sulla  cattedra  apostoli-  le  mani:   va  anzi   avvertito,  che  Al- 
ca Teodoro   II,  ch'ebbe  a  successori  berico  II    era    pur   genero    di  Ugo, 
Giovanni  IX,  Benedetto  IV,  Leone  per    aver    sposato     la    di    lui    figlia 
V,  e  Cristoforo  intruso  nel  goS.  In-  Alda,     morta  la  quale    si  congiunse 
tanto  lottando  i  capi    delle  due  fa-  in  matrimonio  con  Stefania  senatn- 
zioni    preponderanti    in    Roma     in  ce  romana,  che    fece  ristorare  l'an- 
queir  infelicissimo    secolo  ,  per    cui  tico  colotmato  della  chiesa  di  s.  Eu- 
nacquero  scandali  orrendi,   prevalse  stachio  di  Roma,  perchè  questo  san- 
quclla    de'    conti    Tusculani,    onde  to  veniva    risguardato    per    parente 
richiamato    dalla    Toscana  il    cardi-  del  suo  marito.    Frattanto   Marozia 
nai   Sergio,    che    da    sette    anni     vi  ed  Alberico    II    imposero  sull'animo 
si   era  rifugiato,  fu  elevato  al   pon-  del    Pontefice,  e  lungo  tempo  lo  ten- 
tificato  col   nome  di   Sergio  III,  ma  nero    prigione.     Talmente     Alberico 
se   ne  mostrò    indegno   e  mori    nel  II    fu   possente   in    Roma,   che    ne 


FRA 

fu  riguardato  il  principe,  per  cui 
ne' documenti  di  que' tristi  tempi 
si  legge  la  formola  che  usava  nei 
suoi  diplomi;  Alberico  per  la  gra- 
zia del  Signore  umile  principe  e  di 
lutti  i  romani  senatore.  Tale  è  quel- 
lo dei  944  riportato  dall'  Ughelli, 
Italia  sacra  tora.  I  ^  pag.  1 099. 
Battè  ancora  monete  in  Roma,  e 
due  se  ne  vedono  nel  Vignoli,  nel 
suo  trattato  delle  Monete  pontificie 
a  pag.  71,  forse  coniate  nel  ponti- 
ficato di  Agapito  II,  che  governò  la 
Chiesa  dal  946  al  gSG.  La  pri- 
ma ha  nel  diritto  un  protome  che 
si  crede  di  quel  Papa  coll'epigrafe 
intorno  agapitus  pa  -|-,  e  nel  suo 
rovescio  albebicus;  e  nell'altra  nel 
mezzo  il  monogramma  agaps  per 
agapitus  con  nel  contorno  aleeri- 
cus  -}-,  e  nel  suo  rovescio  la  pro- 
tome  di  s.  Pietro  con  la  cori'ispon- 
dente  epigrafe  scs  Petrus. 

Queste  due  monete  o  medaglie, 
le  ha  riprodotte  il  Canina  nella  ta- 
vola II,  colle  altre  delle  epoche  ante- 
riori riguardanti  il  Tusculo.  Non  si 
deve  tacere  che  il  Mattei  a  p.  i/\5 
riporta  tal  moneta  dopo  di  aver 
parlato  di  Adriano  III,  già  Agapito, 
secondo  lui  figlio  del  conte  tuscu- 
lano  Alberico  dello  anche  Alberto 
come  si  narrò  di  sopra.  Anzi  scri- 
vendo egli  che  la  figlia  di  Tertul- 
k).  Silvia  Proba,  si  sposò  con  II- 
duino  Marzio  duca  di  Milano,  al  di- 
re del  Porcacchi  nel  lib.  3,  della 
famiglia  Malaspina,  essa  fu  madre 
di  Ancio  Marzio,  che  lasciato  que- 
sto cognome  prese  quello  di  Mala- 
spina,  ed  è  perciò  che  il  medesimo 
Porcacchi  riporta  una  medaglia  di 
tal  famiglia  che  asserisce  essere  dei 
conti  Tusculani  con  l'effigie  in  ambe 
le  parti  :  in  una  si  legge  in  giro: 
albericus  tusciae  marchio,  nell'altra 

ADAIBERTUS      TUSCIAE     MABCHSO,     ed     il 
VOI.     XWIt, 


B'RA  193 

Mattei  la  riprodusse  a  pag.  146. 
11  Tusculo  sotto  la  protezione  di  Ai- 
berico II,  e  degli  altri  conti  Tuscu- 
lani dovette  acquistare  un  qualche 
splendore  e  prosperità,  ma  non  si 
venne  però  ad  aggiungere,  come  os- 
serva il  nominato  autore,  alcun  de- 
coro nelle  fabbriche,  perciocché  quei 
signori  si  tennero  più  di  frequente 
ad  abitare  in  Roma  nella  contrada 
di  via  Lata,  ove  ebbero  molto  po- 
tere sul  dominio,  e  d'altronde  le 
antiche  fabbriche  tusculane  dovet- 
tero essere  state  pure  in  gran  par- 
te rovinate,  né  si  conoscono  esser- 
sene edificate  altre  di  nuovo.  E  da 
credere  però  che  venissero  ridotte 
abitabili  quelle  che  si  trovarono  in 
minor  rovina,  onde  supplire  ai  bi- 
sogni della  popolazione  che  dovette 
riunirsi  in  quel  luogo  sotto  la  pro- 
tezione di  SI  potenti  signori,  i  quali 
avevano  per  istemma  un'aquila  co- 
ronata, ch'è  pur  quello  della  fami- 
glia Conti. 

Giovanni  XI  de'  conti  Tusculani 
morì  nel  986  vittima  dell'  ambizio- 
ne di  Marozia,  e  della  crudeltà  di 
suo  fratello  Alberico  II  ,  che  gli 
fece  dare  in  successore  Leone  VII, 
benché  ripugnante.  Amante  della 
pace  s'interpose  per  quella  pure  di 
Ugo  re  d' Italia,  con  Alberico  II 
principe  di  Roma,  come  lo  chiama- 
no gli  storici.  Morendo  nel  989 
gli  successe  Stefano  Vili  detto  IX, 
che  odiato  da  Alberico  li  tiranno 
di  Roma,  e  dai  fautori  di  lui  , 
perché  godeva  la  benevolenza  di 
Ottone  I  re  di  Germania,  fu  da 
essi  bruttamente  maltrattato  nel 
volto,  il  perchè  non  osò  di  farsi 
più  vedere  in  pubblico.  Tuttavol- 
la  avendo  l'abbate  s.  Odilone,  per 
comando  di  Papa  Leone  VII  sta- 
bilita la  pace  tra  il  re  Ugo,  ed 
Alberico  II  principe  di  Roma,  ed 
i3 


T94  FRA 

essa  venendo  poscia  rotta,  Stefano 
IX  per    ristabilirla  chiamò  in  Ro- 
ma l'abbate,  il  quale  prima  di  giun- 
gervi morì    in  Tours,    ed  il  Papa 
terminò    i    suoi    giorni    nel    943 , 
succedendogli  Marino  II  ossia  IMar- 
tino  III  ,    e     poi     Agapito  II.    Nel 
suo    pontificato,    e    nell'anno  954 
morì  Alberico  II,  dopo  ventitré  an- 
ni   di     principato,  laonde    sembra 
che    desso    incominciasse    dall'esal- 
tazione al  papato    di    suo    fratello 
Giovanni  XI.   Lasciò  oltre  Costan- 
tino e  Deodato  detto    pure  Deus- 
dedit    e    Lamberto,    un    figlio   im- 
pubere di   nome    Ottaviano  diaco- 
no   cardinale,    che    nel    906    alla 
morte    di  Agapito    II    fu    eletto  o 
piuttosto    ad    insinuazione    dei    ro- 
mani si  fece  Pontefice,    e    prese  il 
nome  di  Giovanni  XII:   la  Chiesa 
per  evitare    un    funesto    scisma   lo 
venerò  per  tale.  Qutsto   Papa  chia- 
mò in  Italia  il  re  Ottone  I,  e  lo 
coronò     in    Roma    imperatore    nel 
962,  e  per  il  primo   passò  l'impe- 
rio ai  tedeschi,  onde  opporlo  all'im- 
peratore   Berengario,   ed  al  suo  fi- 
glio Adalberto:   il  suo  funesto  pon- 
tificato si  descrive  alla  sua  biogra- 
fia, ed   ebbe    termine  nel    964.  Il 
conte  Costantino,  altro  figlio  di   Al- 
berico li,  prese  in  moglie  Suburra, 
dalla   quale    nacque     Agapito,    che 
premorì   al    padre,    ed    Enìilia  che 
fu  maritata  al  duca  Stefano  Colonna, 
e     portò     in     dote   Palestrina    con 
molti  terreni    del    contado  tuscula- 
no.   Il  suo  fratello  Deusdedit    con- 
tinuò la   linea  de'  conti  Tusculani, 
secondo    l'albero    genealogico   dato 
da    Cosmo   della    Rena  :  di  lui    fu 
figlio  Gregorio    I  ch'ebbe  due  so- 
relle, Maria  ed  Emilia,  e  quest'ul- 
tima  prese    per    marito    Giovanni 
Caelauo.   Intanto  l'anno    972   col- 
coU'assistenza  e   col  favore  de'con- 


FR  A 

ti    Tusculani,    sempre    potentissmii 
in  Roma,  fu  eletto  Papa  Dono  11. 
Dal  conte  Giegorio  I  nacquero  Ro- 
mano,   Alberico   Ili  ,    e    Benedetto 
o   meglio    Giovanni.   Questi    essen- 
do cardinale    vescovo   di   Porto,  fu 
eletto   Papa  col  nome  di   Benedet- 
to Vili,  nel    1012,  e   morendo   nel 
1024  gli  successe  suo  fratello    Ro- 
mano da    laico    che  era,  e    perciò 
il  primo  che  salì  al  pontificato  sen- 
za alcun  ordine  sagro;  prese  il  no- 
me di  Giovanni  XIX  detto  XX,  e 
cessò  di    vivere  nel    io33.    Menile 
era     conte  tusculano    ossia    signore 
di    Tusculo    Gregorio  I,    i  monaci 
basdiani   greci   fuggendo  dalla   Ma- 
gna Grecia  o  Calabria  le  scorrerie 
de'saraceni,  ebbero  da  lui  ricovero 
nel  teiritorio  tusculano,  e  fondaro- 
no  l'abbazia  di    Grottaferrata    sot- 
to la  condotta  dei  ss.    Milo  e  Bar- 
tolomeo,    che  poi    divenne  celebre 
e  potente  ,    come  dicevi  al  suo  ar- 
ticolo. 

Da  Aiberico  HI  conte  tuscula- 
no e  console  romano,  maritato  al- 
la sorella  del  Papa  Giovanni  XV 
detto  XVI,  che  arricchì  i  suoi  pa- 
renti, discesero  Gregorio  li.  Guido 
o  Guidone,  e  Teofilatlo  suoi  figli; 
l'ultimo  essendo  diacono  cardinale 
e  nipote  dei  due  precedenti  Pon- 
tefici,  nello  stesso  anno  io'^3  in 
giovanile  età  fu  innalzato  al  pon- 
tificato, mercè  la  gran  somma  di 
denaro  che  al  popolo  gittò  suo  pa- 
dre, la  Chiesa  tuttavia  lo  ricevette 
per  legittimo  Pontefice,  col  nome 
di  Benedetto  IX.  Continuando  que- 
sti nelle  sue  dissolutezze  fu  depo- 
sto dai  romani  nel  1087,  noa  nel- 
l'anno seguente  per  l'intervenzione 
dell'  imperatore  Contado  il  venne 
ripristinato  nelk  dignità;  indi  nel 
1044  insorte  in  Roma  due  pos- 
senti fazioni  de' conti  Tusculani,  e 


FRA 

di    Tolomeo    console  romnno,    per 
opera    di   questo  ultimo  Benedetto 
IX  per    la  sua  nullità  e    condotta 
il    primo    maggio  fu  espulso    dalla 
città,  ed  intruso  in  vece  nella  sede 
pontificia   Silvestro  III.  Dopo  quat- 
tro  mesi    Benedetto    IX    fu    rista- 
bilito in  Roma    nel  potere,   venen- 
do cacciato    l'invasore.  Passato  al- 
trettanto tempo  simoniacamente  Be- 
nedetto   IX,    vedendosi    a     fronte 
nuovi  travagli,    cede  il    pontificato 
a    Gregorio  \  I ,    cui    successe    nel 
1046  Clemente  II,  alla  cui   morte 
Benedetto    IX    tornò  a    rioccupare 
la  cattedra  pontificia,  ed  alla  mor- 
te   di    s.    Leone   IX    nel    io54  di 
nuovo  perturbò  i    sagri  comizii,  e 
vuoisi    che    morisse    a    quell'epoca; 
altri  lo   dicono  uscito  di   vita   Fan- 
ne   106)    penitente  nell'abbazia  di 
Grotlaferrata  presso  il  Tusculo,  né 
mancano    racconti    favolosi   che     il 
monaco   basiliano    Piacentini   egre- 
giamente confutò.   Secondo  il   Mat- 
tei,  dal  conte    Alberico  III  nacque 
anche   Pietro  da  cui  derivò  Ottone 
padre  di   Agapito  IV,  il  quale  pre- 
morendo al  genitore  fu  causa  che 
molte  altre  famiglie  romane  acqui- 
stassero il  titolo  di  conti  tusculani, 
massime  perchè  due  figlie  di  Aga- 
pito furono  maritate,  una  coi  Fran- 
gipani colla  dote  di  Nemi,   Marino 
ed  altri  luoghi  circonvicini;    l'altra 
cogli    Annibaldi  e    la  dote    di  Ca- 
stel-Gerusalemme, Monte  Compatri 
ed  altri  luoghi   del  contado  tuscu- 
lano.  Dal    suddetto    Guido  o  Gui- 
done conte  tusculano  e  da  Emilia, 
che  altri    chiamano    Valeria,  figlia 
del    conte  di    Galera,  nacque  Gio- 
vanni che    divenne  cardinal    vesco- 
vo   di    Velletri,    e  nel   io58    a'3o 
marzo    usurpossi  il  pontificato    col 
nome  di  Benedetto  X,  fiancheggia- 
to dallo  zio  Gregorio  II  conte  tu- 


FRA  19" 

sculano  e    lateranense,  e  da  Gerar- 
do conte    galerense ,    o  di    Galera, 
che  avevano  assunto  la  potestà  dei 
patrizi,  non    che  dai    capi    o  capi- 
tani   del     popolo.    Adunati  i    sagri 
comizi  a'  28  dicembre  di  detto  an- 
no,  fu    sublimato    alla  sedia  di    s. 
Pietro  il    Papa  Nicolò  II,    che  nel 
concilio  di  Sutri   nel  gennaio    io5g 
depose    l' antipapa    Benedetto  X,  e 
fu    mandato    in    esilio   a    Velletri , 
come  si  ha  dal  Theulì,  Teatro  isto- 
rico  di  Vdletri,    ove    a    pag.    188 
e     seg.    discorre    della     discendenza 
de'conli   Tusculani.  Il  suddetto  con- 
te tusculano    Gregorio  II,  sdegnato 
della  deposizione  del  nipote,  si  ribel- 
lò   contro    il     legittimo    Nicolò    II 
con    Gerardo    conte    di    Galera,    e 
con  altri  signori  del  distretto  di  Ro- 
ma, prenestini  e    nomenlani   attirò 
la    prima    invasione  de'  normanni , 
che  di    recente    eransi  annidati    in 
Italia  dalla  parte  meridionale,  e  che 
furono  chiamati   a  soccorso  di  quel 
Papa.    Il     Ceconi    nella    Storia    di 
Palestriiia,  a  pag.  287,  dice  che  Be- 
nedetto X     fece    cardinale    Ranieri 
abbate  benedettino,  che  alcuni  fanno 
vescovo  di  Palestrina,  i  baroni   del- 
la   quale    essendo   parenti    de'  coa- 
ti tusculani,  ad    essi     si    unirono  , 
ma  pagarono  la    pena  di  loro  fel- 
lonia. JNel    1060   i  normanni  inva- 
sero   e    devastarono    barbaramente 
le  terre  tusculane,  e  quelle  de'pre- 
nestini,  nomentani,  ed    altri  ribelli 
del  Pontefice;    indi    passato  il  Ta- 
velle i    normanni    devastarono  Ga- 
lera   e    tutte  le    castella  del    conte 
Gerardo  fino  a  Sutri.  Il  comandan- 
te de'normanni  Roberto  Guiscardo 
duca  di   Calabria,  per  dette  impre- 
se, e    per    aver   anche  vinto  i    no- 
mentani fu  detto  Nomenlano.   Tut- 
tavolta    la    città     del    Tusculo  non 
soffrì  alcun    danno,  ed  anzi    pochi 


196  FRA 

anni  dopo  sotto  il  pontificato  di 
Alessandro  II,  ch'era  successo  a  Ni- 
colò II,  come  a  luogo  sulubre  ed 
in  pace  col  Pontefice,  si  conosce 
essersi  diportato  a  villeggiare  il 
cardinal  Giovanni  camerlengo  di 
quel  Papa,  per  guarire  dalle  febri 
ed  istabilirsi  in  salute;  laonde  può 
credersi  che  il  Tusculo  a  quell'e- 
poca fosse  in  istato  ^i  ragguarde- 
vole prosperità.  Da  questo  luogo 
il  cardinal  scrisse  ad  Alessandro 
II  perchè  si  degnasse  di  portarsi 
a  visitarlo,  probabilmente  avendo 
da  comunicargli  cose,  che  non  o- 
sava  alTìdare  ad   altri. 

I  Colonnesi  possederono  diversi 
castelli  vicino  al  Tusculo,  e  Pietro 
Colonna  eresse  e  dotò  il  moniste- 
ro  della  ss.  Trinità,  che  diede  in 
tempo  di  Alessandro  II  a'  monaci 
benedettini:  nell' istromento  ripor- 
tato dal  p.  Gattula  nel  suo  Cro- 
nico Cassinese^  si  legge  questo  Pie- 
tro intitolato  signore  del  castello 
della  Colonna  ,  console,  senatore 
romano ,  e  signore  del  Tusculo. 
Ciò  deve  forse  intendersi  per  una 
parte  di  esso ,  giacché  i  conti  Tu- 
sculani,  come  diremo,  sussistevano 
ed  erano  potenti,  e  secondo  alcuni 
storici  della  famiglia  Conti  che 
da  essi  li  fanno  derivare,  si  fanno 
discendenti  della  romana  antica  fa- 
miglia Giulia  Anicia  ossia  Otta- 
\iana,  che  vedemmo  di  sopra  pos- 
seditrice  particolare  del  Tusculo  con 
somma  preponderanza,  dopo  l'epo- 
ca della  decadenza  del  romano  im- 
perio. Intanto  i  tusculani  dovette- 
ro seguire  la  fazione  dei  loro  con- 
ti nelle  varie  vicende  che  accadde- 
ro sotto  i  pontificati  di  s.  Grego- 
rio YII  che  nel  1078  era  succe- 
duto ad  Alessandro  II,  e  di  Vitto- 
re III,  Urbano  II,  e  Pasquale  II.  Del 
conte   tusculano  Gregorio  II  sovra 


FRA 

indicato,  fu  figlio  Tolomeo  I  che 
fece  gran  figura  nel  primo  perio- 
do del  secolo  XII,  narrando  Pan- 
dolfo  Pisano  che  avendo  il  Pon- 
tefice Pasquale  II  determinato  di 
partire  da  Roma  per  mettersi  di 
concerto  coi  normanni  signori  del- 
la Puglia,  lasciò  al  vescovo  labi- 
cano  le  necessarie  facoltà  per  gli 
afiàri  ecclesiastici,  die  a  Pier  Leo- 
ne Frangipani  la  cura  delle  cose 
di  Roma,  a  Tolomeo  I  conte  tu- 
sculano l'amministrazione  di  tutti 
i  patrimoni  esterni  della  Chiesa 
romana,  ed  a  Gualfredo  suo  nipo- 
te il  comando  delle  milizie.  Ma 
Pasquale  II,  nel  suo  ritorno  a  Ro- 
ma fu  avvertito  essere  tutte  le  co- 
se sossopra,  la  città  in  preda  ai 
tumulti,  Preneste ,  Anagni,  il  Tu- 
sculo e  tutta  la  Sabina  in  rinvol- 
ta, e  di  questa  gran  defezione  au- 
tore e  sostegno  principale  Tolomeo 
I  conte  del  Tusculo,  collegato  con 
Pietro  della  Colonna  abbate  di  Far- 
fa,  cui  avea  aiutato  a  ricuperare 
Cave.  Seppe  ancora  il  Pontefice 
che  Alba ,  e  la  provincia  di  Ma- 
rittima per  la  loro  fedeltà  erano 
segno  di  preda  ai  rivoltosi,  e  che 
Tolomeo  I,  che  probabilmente  am- 
biva signoreggiare  queste  mosse , 
avea  fatto  spargere  la  voce  che 
Pasquale  II  non  poteva  tornare  in 
Roma.  Laonde  il  Papa  udendo  tut- 
to questo  sconvolgimento,  chiamò 
in  soccorso  Riccardo  di  Aquila 
duca  Caetano  signore  di  Nepi , 
che  nel  giungere  in  Roma  gli  ser- 
vì di  scorta  e  di  scudo,  ed  in  po- 
co tempo  ricuperò  le  cose  perdute. 
In  quei  tempi  di  discordia  e  di 
disordine,  anche  per  le  gravi  ver- 
tenze tra  il  sacerdozio  e  l' impero 
per  le  pretensioni  dell'imperatore 
Enrico  V  alle  investiture  ecclesia- 
stiche, ad  uno  sconvolgimento    ne 


FRA 
succedeva  altro,  e  precario  era  lo  sta- 
to di    tranquillità,    perchè    agitato 
dalle  fazioni  dei  grandi.  Nel   1116 
gravissimi  tumulti  avvennero  in  Ro- 
ma per  la  morte  di  Pietro  de'  Pier- 
leoni  de'  Frangipani  prefetto  della 
città,  e  per  la  elezione  del  nuovo; 
il  perchè  Pasquale    li    si  vide  co- 
stretto   ritirarsi   in    Albano,   come 
avverso  alla  fazione  che  voleva  por- 
tare il  figlio  del  defunto  alla  pre- 
fettura, mentre  egli  favoriva  quel- 
la di  altro  Pietro  Pierleone,  che  am- 
biva quel  cospicuo  grado,  d'altron- 
de   divoto     della  Sede    apostolica. 
Pierleone  era  appoggialo  dal  conte 
lusculano   Tolomeo    I ,   la  potenza 
del  quale  in  fine   lo   fece  prevale- 
re,   ed    il  Papa,    sedati  i  tumulti , 
premiò  l'appoggio  dei  conti  Tuscu- 
lani  coir  infeudare  a  Tolomeo  I  il 
castello  di  Aricia,  ed  agli  altri  ca- 
valieri romani  quantità  d'oro  e  di 
argento.  Questo  conte  donò  ai  be- 
nedettini molti  beni,   fra'  quali   la 
chiesa    di  Gerusalemme    nel    terri- 
torio tusculano.  Nel    seguente    an- 
no   1 1  1 7  Enrico  V  si    mosse    alla 
volta  di  Roma  per  prendere  la  co- 
rona imperiale,  ed  il  Papa  per  cau- 
tela si  recò  a  Monte  Cassino  :  l'im- 
peratore nel  giungere  in  Roma  ri- 
guardò tale  assenza  di  Pasquale  II, 
come  un  atto  ostile,   onde  si  rivol- 
se a  guadagnar  l'animo  de'  nobili 
romani ,    e    fra    questi    conoscendo 
l'alfezione  che  avevano  costantemen- 
te mostrata  per  la  parte    tedesca  i 
conti  Tusculani,  e  l'influenza  ch'essi 
avevano  negli  affari  di  Roma,  vol- 
le porli  più  strettamente    nel    suo 
partito  col  dare  Berta  sua  figlia  in 
moglie    a    Tolomeo    li    figlio    del 
conte  regnante.   Oltre  a  molti  doni 
che    gli    fece ,    Enrico  V  confermò 
in  perpetuo,  con  autorità  imperia- 
le, a  lui  ed  ai    suoi    eredi    tutti  i 


FRA  197 

feudi  e  le  possidenze,  che  avevano 
i  suoi  parenti,  e  il  conte  Giegorio 
11  suo  avo.  Questo  fatto  mosse  na- 
turalmente il  risentimento  del  Pa- 
pa, il  quale  tornato  in  Roma  dopo 
la  partenza  dell'imperatore,  aiutato 
dai  normanni  feudatari  della  santa 
Sede  per  la  Sicilia,  e  da  una  gran 
parte  del  ducato  napoletano,  mos- 
se guerra  a  Tolomeo  1  :  questi  pe- 
rò si  difese  assai   bene,    avendo  ia 
suo  aiuto  i  tedeschi  che    gli    avea 
lasciato  Enrico  V,  e  ne   usci    vit- 
torioso, avendo  fine  la  guerra  col- 
la concordia  stipulata  tra  Tolomeo 
I  e  Pasquale  li.  A  questi  nel  1 1 18 
successe  Gelasio  II,  che  per  la  ri- 
bellione dei  Frangipani  seguaci  del- 
l'imperatore,  fu  costretto   a  fuggi- 
re in  Francia    ove   mori   e   venne 
eletto    Calisto    II    che  die  termine 
alla  controversia   delle    investiture. 
Contro  il  placito  de'  Frangipani  nel 
1124  Onorio  li  salì  al  pontificato 
che  confermò  l'elezione  dell'impe- 
ratore Lotario  II,  e  nel  iiSoébbe 
a  successore  Innocenzo    II,   contro 
il  quale  insorse  l'antipapa  Anacle- 
to II,  che  essendo  sostenuto  da  tutti 
i  principali  romani,  tranne  i  Fran- 
gipani, sembra  che  i  conti  Tuscu- 
lani pure  ne  seguissero  le  parti. 

Al  conte  Tolomeo  1  successe  il 
figlio  Tolomeo  II;  indi  nel  ii37 
portandosi  con  un  esercito  in  Ro- 
ma Lotario  II  in  aiuto  del  Papa 
legittimo,  il  conte  Tolomeo  II  gU 
andò  incontro,  essendo  allora  duca 
e  console  romano,  non  che  ditta- 
tore tusculano  come  lo  chiama  la 
cronaca  cassi nese.  Tolomeo  II  pre- 
stò il  giuramento  di  fedeltà  all'im- 
peratore, gli  die  in  ostaggio  Regi- 
nolfo  suo  figlio,  confermandogli  al- 
lora Lotario  li  le  possidenze  e  feu- 
di ereditari.  Sino  dal  ii3o  i  tu- 
sculani, i  prenestini,    i  tiburtìni,  e 


198  FRA 

gli  albanesi  ripugnando  di  pagare 
i  dazi  imposti  loro  dal  popolo  ro- 
hiano  a  favore  delia  camera  del 
Campidoglio,  protestarono  di  non 
riconoscere  per  signore  che  il  solo 
Papa.  Quindi  successivamente  nac- 
quero vari  tumulti  in  Roma  onde 
ristabilire  l'antica  repubblica,  cre- 
dendo i  romani  Innocenzo  II  fa- 
vorevole ai  nominati  popoli  che  si 
ricusavano  pagar  le  imposte.  Nel 
I  iBy  il  duca  Stefano  Colonna  con 
millecinquecento  cavalli  porse  aiu- 
to ai  tusculani,  che  combatterono 
i  romani  e  ne  uccisero  molti  ;  onde 
i  romani  in  vendetta  ne  danneggiaro- 
no i  territorii.  Quindi  racconta  il 
Cecconi  nella  Storia  di  Palestrina 
a  pag.  247^  che  Lotario  II  aiutò  il 
Papa  Innocenzo  II  contro  i  tuscu- 
lani, gli  albani,  e  i  tiburtini  alleati 
di  Roggiero  duca  di  Puglia ,  con 
tremila  soldati  sotto  il  comando  di 
Enrico  suo  genero,  il  quale  sotto- 
mise alla  dominazione  pontifìcia 
Albano,  Palestrina  e  tutta  la  Cam- 
pagna. Nel  I  i4i  i  romani  si  ri- 
bellarono ad  Innocenzo  II,  perchè 
impediva  loro  la  distruzione  di  Ti- 
voli, restituendo  all'antica  autorità 
il  senato  ;  però  in  tale  frangente  i 
conti  Tusculani  seguirono  il  partito 
del  Papa,  che  scomunicò  i  romani 
ribelli,  li  privò  d'intervenire  all'e- 
lezione de'  Pontefici  e  di  altri  pri- 
vilegi che  allora  godevano,  e  mo- 
rendo di  dolore  nel  1 143  ebbe  in 
successore  Celestino  II,  senza  che  vi 
potessero  intervenire  i  romani  per 
il  decretato  da  Innocenzo  II.  E  qui 
noteremo,  che  nell' antipapato  di 
Anacleto  II ,  successe  Vittore  III 
per  circa  tre  mesi,  ed  essendo  egli 
della  famiglia  Conti,  probabilmen- 
te sarà  stato  dei  signori  del  Tuscu- 
lo.  11  breve  pontificato  di  Celesti- 
no II  fu  rimpiazzato  coH'esaltazio- 


FRA 

ne  di  Lucio  II,  senza  l' intervento 
del  popolo  romano,  sotto  il  qual« 
i  romani  inaspriti  per  tal  priva- 
zione, tornarono  a  ribellarsi  col  re- 
staurare l'antiche  dignità  senatoria, 
e  di  patrizio ,  al  quale  volevano 
che  ubbidissero  i  popoli  circonvi- 
cini, che  coi  tusculani  presero  le 
armi  ;  mentre  in  R.oma  erano  sos- 
sopra  i  romani  per  sostenere  le  lo- 
ro pretensioni  ed  imporre  al  Pa- 
pa, laonde  volendo  Lucio  II  cac- 
ciarli dal  Campidoglio,  morì  nel- 
l'assalto ferito  da  pietre  1'  anno 
1145.  Eugenio  III  fu  il  suo  degno 
successore,  ma  subito  si  vide  co- 
stretto a  fuggire  da  Roma  per  le 
ribellioni,  accresciute  dall'eretico  Ar- 
naldo da  Brescia,  nemico  della  so- 
vranità temporale  de'  Papi.  Euge- 
nio 111  si  ritirò  in  Francia  onore- 
volmente accollo  dal  re  Luigi  VII, 
indi  ritornando  nel  .suo  stato  nel 
1 149  passò  nel  Tusculo,  ove  assi- 
stito dalle  truppe  di  tutte  le  città 
del  Lazio,  che  nella  maggior  par- 
te erano  contrarie  al  nuovo  ordine 
di  cose,  e  dalle  truppe  di  Roggie- 
ro re  di  Sicilia,  pervenne  a  forza- 
re i  romani  e  gli  arnaldisti  alla 
pace  che  fu  conchiu.sa  in  Tusculo, 
con  paltò  espresso  che  Tivoli  non 
fosse  distrutto,  come  i  romani  pre- 
tendevano. R.itornato  in  R.oma  ver- 
so il  fì'ne  di  detto  anno,  nel  se- 
guente per  nuovi  tumulti  ne  parti, 
dimorando  nella  campagna  Roma- 
na, indi  nel  ii5i  passò  il  Ponte- 
fice nel  Tusculo.  Durante  il  sog- 
giorno di  Eugenio  III  in  questa 
città  vi  ricevette  il  re  di  Francia 
Luigi  VII,  reduce  dalla  crociala  di 
Terrasanta,  e  vi  fu  visitato  dall'an- 
tico suo  maestro  s.  Bernardo  ab- 
bate di  Chiaravalle;  questo  santo 
fu  il  mediatore  della  pace  tra  il 
Papa  ed  i  romani.  Tanto  narrano 


FRA 
il  Ciacconio  ed  il  Mattel  a  pag. 
60  e  i55,  il  quale  aggiunge  che 
dal  Tusculo  Eugenio  III  datò  la 
sua  lettera  a  Corrado  IV  re  dei 
E'omanì. 

In  detto  anno,  e  nel  Tusculo  il 
cardinal  Oddone  Colonna  figlio  di 
Pietro  cedette  per  contratto  di  per- 
muta al  Papa  ed  alla  santa  Sede 
i  diritti  che  avea  della  metà  del 
diretto  dominio  dello  slesso  Tuscu- 
lo, con  atto  conservatoci  da  Cen- 
cio Camerario  ;  diritti  che  proce- 
devano dai  matrimoni  che  aveano 
legato  fino  dal  secolo  XI  la  casa 
Colonna,  a  quella  de'  conti  Tuscu- 
lani.  Continuando  Eugenio  III  a 
dimorare  nel  Tuscuìo,  nel  i  i5i 
acquistò  i  diritti  che  Oddone  Fran- 
gipani aveva  sul  Tusculo,  come  ap- 
parisce da  altro  istromento  regi- 
strato dal  suddetto  Cencio  Came- 
rario, e  riportato  intero  dal  me- 
desimo Maltei  a  pag.  i56,  in  r.u 
alla  quietanza  in  cui  apparisce  che 
Eugenio  III  comprò  da  Oddo  Fran- 
gipani le  ragioni  che  aveva  sul  Tu- 
sculo. Da  queste  circostanze  ben  si 
conosce  avere  il  Tusculo  prospe- 
rato sotto  il  pontificato  di  Euge- 
nio III,  ed  il  senato  con  tutto  il 
popolo  romano,  vedendo  la  prote- 
zione e  l'affetto  che  portava  quel 
venerando  Pontefice  alla  città  del 
Tusculo,  fece  a  lui  dono  del  do- 
minio sulla  stessa  città  che  godeva 
Roma,  leggendosene  l'atto  presso  il 
Mattei  a  pag.  160.  Così  il  Tuscu- 
lo passò  per  intero  nel  pieno  do- 
minio della  santa  Sede,  acquisto  im- 
portante per  la  fortezza  naturale 
del  luogo,  e  per  la  sua  vicinanza 
a  Roma  ;  ed  i  conti  Tusculani  che 
successero  dopo  la  morte  di  Tolo- 
meo II,  avvenuta  a'  24  febbraio 
I  I  53,  quali  furoiìo  Gionata  e  Rai- 
none,  dovettei'o  godere  il  diritto  di 


FRA  »99 

dominio  sulla  metà  soltanto  del 
Tusculo,  della  quale  R.ainone  die- 
de poscia  facoltà  al  Pontefice  A- 
driano  IV  di  prenderne  il  posses- 
so s'  egli  avesse  mancato  di  fedel- 
tà verso  la  Sede  apastolica,  ed  al- 
l'opposto gli  venisse  concesso  in  sua 
vita  il  dominio  dell'altra  metà  che 
godeva  il  Papa,  come  si  dimostra 
con  un  atto  pubblicato  dal  Zaz- 
zera, dandosi  per  sicurezza  ai  mi- 
nistri pontificii  due  fortezze  vicino 
a  Roma.  Narra  poi  il  Mattei,  nel- 
le Memorie  istoriche,  loco  citato, 
che  Adriano  IV,  dopo  avere  inco- 
ronato r  imperatore  Federico  I,  si 
ritirò  da  Roma  nel  Tusculo ,  e  lo 
stimò  suo  sicuro  asilo  allorché  dai 
romani  veniva  perseguitalo  a  sol- 
levazione di  Arnaldo  pel  ristabili- 
mento dell'antico  senato ,  il  quale 
settario  fu  poi  punito  dallo  stesso 
prefetto  di  Roma  col  fuoco.  Va  qui 
avverUto  che  il  suddetto  conte  To- 
lomeo II  ebbe  due  figli,  Gionata  e 
Giordano  :  dal  primo  nacque  il  ri- 
cordato Rainone,  da  altri  conosciuto 
col  nomedi  Reginoldo  o  Reginolfo, 
che  gli  successe  nella  signoria  del 
Tusculo.  Giordano  poi  ebbe  altri  be- 
ni, e  particolarmente  la  signoria  di 
Gavignano,  e  fra  questi  beni  un  ca- 
sale presso  Lariano,  che  i  suoi  fi- 
gli Giovanni  ,  Tolomeo  ,  Giordano 
ed  Andrea  vendettero  a  Roggiero 
primicero  della  chiesa  di  Velletri  per 
settanta  lire  provisine.  Da  questo 
secondo  ramo  de'  conti  Tusculani, 
il  quale  essendo  signore  di  Gavi- 
gnano potè  ben  essere  lo  stipite 
de'  conti  di  Segni ,  che  dopo  la 
distruzione  del  Tusculo  cominciò 
ad  apparire,  uscirono  quei  Pon- 
tefici, cardinali^  ed  altri  personag- 
gi che  riportammo  al  più  volte 
citato  articolo  Conti  Famiglia ,  Di 
Gionata  abbiamo  l'atto  di  coufede- 


200  FRA 

razione  fatta  con  Adriano  IV,  che 
il  Mattei  riporta  a  pag.  162,  se- 
condo il  convenuto  di  sopra  nar- 
rato. 

Nel  II 59  morì  Adriano  IV,  e 
fu  eletto  renitente  Alessandro  III: 
insorse  contro  di  lui  funesto  scisma, 
dappoiché  il  cardinal  Ottaviano  ro- 
mano del  monte  Celio  de'  conti  di 
s.  Eustachio,  che  diversi  storici  di- 
cono della  famiglia  de'  conti  Tu- 
sculani,  e  certamente  parente  di  es- 
si, venne  fatto  antipapa,  e  prese  il 
nome  di  Vittore  IV.  Lo  consacra- 
rono Ubaldo  di  Prato  vescovo  di 
Ferentino,  ed  Incmaro  cardinale  ve- 
scovo tusculano,  che  dopo  aver  da- 
to il  voto  ne'  comizi  del  vaticano 
ad  Alessandro  III  l'avea  abbando- 
nato. Il  vero  Papa  fu  costretto  a 
fuggire  in  Francia,  ove  scomunicò 
J' imperatore  e  i  suoi  fautori,  ed 
il  falso  Vittore  IV  venne  sostenu- 
to dalla  sua  fazione,  e  dalle  armi 
dell'imperatore  Federico  I,  che  a- 
vea  assoldato  al  suo  servizio  An- 
gelo de'  Prefetti  di  Vico  parente 
de'  conti  del  Tusculo.  Fu  notato  di 
sopra,  che  i  conti  Tusculani  erano 
del  partito  tedesco  ed  imperiale,  il 
quale  fu  da  loro  costantemente  te- 
nuto; ed  i  fatti  finora  ricordati 
dimostrano  pure,  che  si  trovaro- 
no sovente  in  collisione  col  gover- 
no municipale  di  Roma  ;  quindi 
ne'  romani  nacque  un  odio  contro 
di  loro,  come  contro  diversi  altri 
comuni  vicini  più  potenti,  come  di 
Tibur  ossia  Tivoli,  ed  Albano,  coi 
quali  i  conti  Tusculani  più  volte 
furono  in  lega.  Questo  odio  non 
potè  più  contenersi ,  e  scoppiò  fi- 
nalmente in  una  guerra  aperta  l'an- 
no 1167.  Avanti  di  progredire  in 
questo  racconto,  si  deve  premette- 
re, che  Alessandro  III  si  ritirò  tal- 
volta   nel  Tusculo,  e    lo  conferma 


FRA 

il  Mattei,  ove  nel  venerdì  avanti 
la  quarta  domenica  di  quaresima 
celebrò  la  messa  nella  chiesa  cat- 
tedrale ,  ed  ove  trattò  molti  nego- 
zi, scrisse  a  vari  principi,  ed  ema- 
nò molte  bolle,  in  tempo  cioè  che 
lo  scisma  incominciato  dall'  anti- 
papa Vittore  IV ,  continuato  dal 
suo  successore  Pasquale  III  antipa- 
pa, tuttora  veniva  prolungato  dal- 
l'altro pseudo-pontefice  Calisto  III, 
il  quale  come  i  due  predecessori 
contendeva  il  pontificato  al  legitti- 
mo Alessandro  III.  Nel  detto  anno 
I  167  dunque  il  popolo  romano 
venendo  governato  dai  Banderesi 
[Fedi),  e  malcontento  degli  alba- 
nesi, prenestini,  tiburtini,  sutrini, 
nepesini ,  e  dei  tusculani,  sì  per- 
chè adei'ivano  ai  tedeschi  sosteni- 
tori col  loro  imperatore  Federico 
I,  come  ancora  perchè  non  paga- 
vano le  tasse  loro  imposte,  deci- 
se di  volersi  vendicare.  Crescen- 
do gli  urti  il  popolo  slesso  nel 
mese  di  maggio,  allorché  le  messi 
cominciavano  a  biancheggiare,  uscì 
da  Roma,  malgrado  la  proibizione 
di  Alessandro  III,  contro  Rainone 
in  allora  signore  del  Tusculo.  I 
romani  in  numero  di  circa  trenta 
mila  penetrati  nel  territorio  tuscula- 
no, non  solo  diedero  il  guasto  alle 
vigne,  alle  biade,  ed  alle  piantagio- 
ni del  popolo  tusculano  loro  ne- 
mico, ma  assalirono  la  città  stessa, 
e  ne  batterono  le  mura. 

Il  conte  Rainone  prevedendo  di 
non  potere  solo  alla  lunga  resiste- 
re contro  tanta  forza,  mandò  a 
chiedere  soccorso  all'  imperatore 
Federico  I,  che  allora  era  attenda- 
to presso  ad  Ancona.  Questi  spedì 
in  soccorso  di  Rainone  uno  stuolo 
di  soldati  forti  di  circa  mille  bra- 
banzoni,  altri  dicono  mille  trecento 
alemanni  collettizii,    e  quei  perso- 


FRA 
naggì  che  nomina  il  Mattei  a  pag. 
171,  sotto  il  comando  di  Rinaldo 
arcivescovo   di    Colonia,    e  di   Cri- 
stiano arcivescovo  di  Magonza,  che 
difendessero   ì  tusculani,   e   rintuz- 
zassero l'ardire  de'romani  ch'erano 
ritornati  alla  divozione  di  Alessan- 
dro   III.     Giunto    questo    soccorso 
nel  Tusculo,    e  vedendo  che  i  ro- 
mani,   sebbene   superiori    di    gran 
lunga  di  numero,   ei-ano  male  ad- 
destrati alla  guerra,  si  rincorarono, 
e  decisero  di  venire  immediatamen- 
te alle  mani.    Dicesi  che  i  romani 
si    accampassero    a    Monte  Porzio, 
ed  il    luogo  della   battaglia    vuoisi 
che    fosse    allora    denominato    ad 
Porcos    o   Prata  Porcii,    e   poscia 
detta  Petra  Porcii,  ove  i  seguenti 
nomi,    che    si    conservano,    cioè   il 
Padiglione,  Torre  dello  Stinco,  Cam- 
po   bruno,    e  Valle    dei    morti,    si 
attribuiscono  a  quanto  avvenne  in 
quella  battaglia.  I  duci  dei  romani 
furono    il    conte     Ercole     Orsini  , 
Pandolfo  Savelli ,  Ettore  ed   Oddo 
Frangipani,  e  Matteo  Rossi-Orsini. 
Era    circa    l' ora    di    nona    de'  29 
maggio,    lunedi   di  Pentecoste,  al- 
lorché attaccarono  la  zuffa  con  urli 
barbarici  ;  nel  primo  urto  i  roma- 
ni credendosi    presi  di  mezzo,    so- 
praffatti da  timor  panico,  ed  atterri- 
ti da  un'  imboscata  cedettero,   e  si 
sbaragliarono   per    le    campagne   e 
valli   adiacenti,    e   ne  fu  fatta  tale 
stiage,    che  appena  di  tanta  gente 
salvossi  la  terza  parte.  Diversi  sono 
i  racconti  di  tale  perdita  :  si  dice, 
che    vi    morirono    quattromila    ro- 
mani,   ed  altrettanti    restarono  fe- 
riti ;    altri  scrissero   che    gli    uccisi 
furono  dodicimila,    ma  più  proba- 
bilmente   soli    mille    duecento    per 
l' iscrizione  che   fu  posta  nella  pa- 
triarcale basilica  di  s.  Lorenzo  fuo- 
ri le   mura  di  Roma,   ove   diconsi 


FRA  201 

essere   stati    sepolti.    Avvi    inoltre 
opinione  che    venissero   i    cadaveri 
tumulati  presso  la  chiesa  di  s.  Ste- 
fano forse  al  Celio,   in  un   podere 
che  fu  di  s.  Demetrio,  con  epigra- 
fe   che    dice   esservi    sepolti    1 196 
individui.     Si     narra     ancora     che 
de'  romani  ne  morirono  due  mila, 
e  tre  mila  furono  fatti  prigionieri, 
i    quali    furono    inviati  a  Viterbo. 
Finalmente  fu  detto,  che  tornati  il 
di  seguente  i  romani  nel    Tusculo 
per  dar    sepoltura    ai  morti,    dopo 
essere  stati  respinti,    i  loro    nemici 
si  piegarono  a  permetterglielo,  col- 
la condizione  umiliante,  che  si  con- 
tassero i  cadaveri    ed  i  prigioni,    i 
quali  si  fecero  ascendere  a  quindici 
mila  ;  numero  sicuramente  esagera- 
to. Certo  è  chei  rimasugli  di  quell'e- 
sercito dopo  aver  perduto  lo  sten- 
dardo, riparatisi  in  Roma  misero  la 
città  in  tale  costernazione  che  adu- 
nossi  un    consiglio  per    provvedere 
immediatamente  alla'  sicurezza  del- 
la   città,    ed  al    risarcimento    delle 
mura.  Frattanto  i  vincitori    unitisi 
coi  tiburtini,    cogli  albanesi,  e  con 
altri   popoli  della  Campagna,    e  di 
altre  comuni  vicine  a  Roma,  si  mi- 
sero   a  demolire    le  torri    del    cir- 
condario, e  dare  il  guasto  alle  ter- 
re, ed  assediarono  la  città.    L'im- 
peratore che  si  era  venuto  avvici- 
nando a  Roma  ,   udita  la  sconfìtta 
toccata    ai    romani ,     attendossì    a 
monte    Mario,    che  allora    dicevasi 
monte  Malo,  e  di  là  assalì  la  città 
Leonina,  per  vendicarsi  del  Ponte- 
fice che  lo  avea  deposto    e  scomu- 
nicato. Il  Pontefice  Alessandro  III 
che  trovavasi   nel  Laterano,  ricove- 
rossi  coi  cardinali,  e  colle  loro  fa- 
miglie    nelle     case     fortificate    dei 
Frangipani   presso  alla  chiesa  di  s. 
Maria    Nuova,  la     prossima     torre 
Cartularia,    ed    il   vicino  Colosseo, 


202  FRA. 

e  quindi  fuggì,  ed  irabarcossi  sulle 
galere  del  re  di  Sicilia;  indi  Fe- 
derico I  si  fece  nuovamente  coro- 
nare in  s.  Pietro,  dall'antipapa 
Pasquale  III.  Tuttavolla  la  man- 
canza de'  viveri,  o  l'  aria  malsana 
dei  dintorni  di  Roma,  ed  il  conta- 
gio che  per  le  pioggie  si  sviluppò, 
costrinsero  ben  presto  gli  assedianti 
a  ritirarsi  ;  ed  allora  i  romani  in- 
viperiti anco  dal  modo  cui  erano 
trattati  i  prigioni,  corsero  a  dare 
il  guasto  alle  terre  degli  albanesi, 
e  con  r  aiuto  di  Guglielmo  re  di 
Sicilia,  presero  Albano  j  e  lo  di- 
strussero ;  e  rivoltisi  di  nuovo  con- 
tro il  Tusculo,  non  potendo  pren- 
derlo, dierono  per  qualche  tempo 
tregua  alle  loro  scorrerie,  rovinan- 
do i  palazzi  che  i  conti  Tusculani 
e  i  Colonnesi  avevano  in  Roma  , 
dichiarandoli  ribelli.  Questi  ultimi 
fatti  sembrano  provare,  che  la  lo- 
ro perdita  fu  assai  limitata  in  pro- 
porzione agli  esagerati  racconti  del- 
le cronache:  però  molti  prigionie- 
ri morirono  dai  patimenti  ,  gli  al- 
tri furono  riscattati.  11  Villani  dice 
che  i  romani  attribuendo  la  loro 
sconfitta  ad  un  tradimento  dei  Co- 
lonnesi, li  cacciarono  da  Roma,  e 
distrussero  l'Agosta,  già  mausoleo 
di  Augusto,  che  avevano  ridotto  a 
fortezza ,  come  dichiarammo  nel 
voi.  XIV,  pag.  278  e  281  del  Di- 
zionario, ed  altrove;  il  Maltei  ri- 
porta a  pag.  171  e  seg.  i  dettagli 
dèi  suddetti  combattimenti,  ed  ag- 
giunge che  dipoi  fu  stabilito  di 
celebrarsi  ogni  anno  dai  tuscula- 
ni a'  29  maggio  una  processione 
dalla  confiaternita  della  Madre  di 
Dio  delle  scuole  pie,  in  memoria 
della  liberazione  del  Tusculo.  Ciò 
pelò  non  può  ammettersi,  giacché 
il  p.  Enrico  Orlandi,  nelle  Notizie 
isioriche  di  Maria  ss,  delle  scuole 


FRA 

pie  ec.  del  1773,  al  e.  V,  ove  trat- 
ta della  istituzione  della  solenne 
processione  nel  secondo  giorno  di 
Pentecoste  tutt'altro  dice.  K.  V  o- 
puscolo,  Notizie  storiche  del  cente- 
nario, che  in  Frascati  si  celebra 
in  onore  della  Madonna  delle  scuo- 
le pie,  §  VI,  p.  5,  stampate  in  Ro- 
ma nel    18 17   da  Contedini. 

Dopo  la  descritta  battaglia  non  si 
trova  più  menzione  di  Rainone  o 
Regi  noi  fo  conte  tusculano,  ma  sib- 
bene  di  Gionata  suo  fratello,  il  qua- 
le secondo  Romualdo  salernitano  in- 
vitò l'anno  dopo  la  rotta,  cioè  nel 
1168,  il  Papa  Alessandro  III  a 
venire  nel  Tusculo,  e  pose  questa 
città  sotto  la  sua  protezione,  facen- 
do un  trattato  di  concambio ,  che 
acremente  dispiacque  ai  romani.  II 
cardinal  d'  Aragona  nella  vita  di 
quel  Pontefice  narra  diversamente 
questo  fatto,  dicendo  che  mentre 
Alessandro  III  stava  a  Veroli,  es- 
sendo ritornato  nel  1170  da  Be- 
nevento, il  conte  Gionata  vedendo 
di  non  potere  resistere  alla  lunga 
agli  assalti  dei  romani ,  cedette  a 
Giovanni  prefetto  di  Roma  la  città 
del  Tusculo  ,  e  n'  ebbe  in  cambio 
Monlefiascone,  e  Borgo  s.  Flavia- 
uo:  la  metà  di  queste  terre  era  di 
dominio  diretto  della  Chiesa  roma- 
na, come  Io  era  pure  per  la  ces- 
sione di  Oddone  Colonna  la  metà 
del  Tusculo;  quindi  il  Papa  sde- 
gnossi  di  questa  alienazione.  Dal- 
l'altro canto  i  romani  non  furono 
neppur  essi  contenti,  perchè  Tu- 
sculo evitasse  cos\  la  pena  che  si 
erano  prefissi  d' imporgli,  e  corsero 
ad  assalire  quella  città  a  segno, 
che  Giovanni  slesso  che  l'avea  oc- 
cupata, si  vide  costretto  a  fuggire. 
Que'  di  Montefiascone  non  volen- 
do intendere  questo  trattato  (  il 
borgo  di  s.  Fiaviauo  conteneva   la 


FRA 
principale  chiesa  di  Monlefìasco- 
ne,  e  poi  fu  distrutto),  cacciarono 
il  signore  del  Tusculo ,  che  cercò 
di  rientrare  nella  sua  terra  j  ma  i 
tusculani ,  vedendo  come  li  avea 
vilmente  abbandonati,  non  solo  non 
gli  dierono  ricetto  dentro  le  mu- 
ra, ma  lo  bandirono  dal  territorio. 
Allora  fu  che  si  portò  dal  Ponte- 
fice, e  gli  cedette  tutte  le  ragioni 
e  diritti  che  avea  sopra  il  Tuscu- 
lo ;  i  suoi  feudatari  lo  avevano 
prevenuto ,  facendo  una  donazione 
e  sottomissione  spontanea  della  loro 
città  ad  Alessandro  III ,  la  quale 
egli  confermò ,  e  così  il  Tusculo 
rientrò  direttamente  nell'intero  do- 
minio della  santa  Sede.  L'anonimo 
cassinese  poi,  pone  la  ricupera  del 
Tusculo  per  parte  del  Pontefice 
l'anno  1170,  aggiungendo  che  ivi 
Alessandro  III  stesso  portossi  re- 
duce da  Benevento,  e  confermò  il 
dì  dell'  Epifania  in  abbate  cassine- 
se Domenico.  Però  il  Matlei  dice 
a  pag.  180  che  Gionata  e  Piaino- 
ne  cedettero  il  Tusculo  per  Mon- 
tefìascone,  ed  il  castello  di  Fiano 
all'antipapa  Calisto  III;  ma  non 
ebbe  effetto  perchè  né  i  tusculani, 
né  quelli  di  Montefìascone  vollero 
aderire  allo  scisma.  E  che  allora 
Rainone  vedendosi  cacciato  dai  tu- 
sculani, si  portò  a  Vei'oli  a'  piedi 
di  Alessandro  III,  gli  cedette  le  sue 
ragioni  sul  Tusculo ,  e  fu  invece 
dichiarato  principe  di  Montefìasco- 
ne e  Toscanella .  Dacché  questa 
città  tornò  in  potere  della  Chiesa, 
divenne  la  residenza  favorita  di  A- 
lessandro  III,  dopo  di  essere  stato 
concesso  ai  conti  Tusculani  il  pos- 
sesso di  altre  terre  invece  di  quelle 
del  Tusculo.  11  Papa  vi  si  recò  a 
prenderne  possesso,  e  vi  fu  accollo 
con  sommo  onore  e  riverenza;  il 
senato  gli  presentò  le  chiavi    della 


FRA  ao3 

città  e  giurò  perpetua  fedeltà  sui 
santi  evangeli ,  con  gran  rancore 
de'  romani. 

Soggiornò  Alessandro  III  diver- 
so tempo  nel  Tusculo,  ove  fece  di- 
versi decreti ,  de'  quali  se  ne  con- 
serva la  memoria  nelle  croniche 
di  que'  tempi  ,  e  ne  fa  pur  men- 
zione il  Mattei  ed  altri  storici.  Ivi 
nel  iiyi  il  Papa  ricevette  gli  am- 
basciatori spediti  da  Enrico  II  re 
d'  Inghilterra  per  persuaderlo  di 
non  aver  egli  presa  parte  all'  ucci- 
sione di  s.  Tommaso  arcivescovo  di 
Cantorbery,  onde  il  Pontefice  spe- 
dì i  suoi  legati  ia  Inghilterra.  Nel 
seguente  anno  dopo  aver  trattato 
più  volte  coi  senatori  di  Roma, 
convenne  Alessandro  III  di  fare  at- 
terrare le  tnura  del  Tusculo  ;  ma 
non  essendo  per  inganno  de'  roma- 
ni quel  Pontefice  licevulo  in  Ro- 
ma (  altri  dicono  che  vi  entrò  fra 
le  acclamazioni  del  popolo,  ed  il 
Pagi  aggiunge,  non  prima  de' 6 
giugno  II  72),  com' erasi  convenu- 
to in  compenso  della  suddetta  di- 
struzione, ia  quale  col  consenso  dei 
tusculani  si  elfettuò  ;  ma  vedendo 
il  Papa  la  frode  de' romani,  ordi- 
nò che  si  fortificassero  le  torri  den- 
to la  città  presso  le  case;  e  poscia 
si  circondò  la  città  del  Tusculo  di 
larghe  profonde  fòsse,  e  si  ristabi- 
lirono le  mura.  Rainone  eh'  erasi 
trattenuto  nel  Tusculo  in  compa- 
gnia del  Papa ,  temè  che  i  roma- 
ni potessero  efi'ettuarne  la  presa  ; 
se  ne  allontanò ,  consegnando  ad 
Alessandro  HI  il  castello  d'  Algido, 
da  cui  fu  dichiarato  capitano  di 
s.  Chiesa,  e  mandato  a  Monte-Pul- 
ciano.  Dimorando  Alessandro  IH 
nel  Tusculo,  a'  29  agosto  1177 
l'antipapa  Calisto  111,  avendo  ab- 
bandonato il  monte  Albano  dove 
si  era  ritirato ,  si  presentò  pentito 


2o4  FRA 

al  vero  Papa  che  lo  ritenne  nella 
curia,  ed    onorificamente   alla    sua 
mensa,  facendo    poi  il  rinunziante 
antipapa  rettore  di  Benevento,  ove 
mori    a'  29  agosto  1  i  78.    In  que- 
st'anno Alessandro  III    villeggiando 
nel  Tusculo  fece  la  sua  quinta  pro- 
mozione di    cardinali    forse  nel  di- 
cembre; e  tra  i  sette  cardinali  ivi 
da  lui  creati ,   vi  fu  Pietro  di  Pa- 
via monaco  benedettino,  poscia  ve- 
scovo   tusculano  e  vicario    di    Lu- 
cio III  in  Roma  sino  al  ritorno  di 
Clemente  III   in    quella    città.    Nel 
Tusculo  pure  Alessandro  III,  dopo 
la  pace  fatta  con  Federico  I  segnò 
il  decreto  pel  concilio  generale  da 
tenersi  in  Roma    l'anno  seguente, 
e    fu    il    lateranense  III.    Alla   sua 
morte  nel  i  1 8 1   gli  successe  Lucio 
III  in  Velletri  suo  vescovato  (  do- 
po essersi  ritirato  al  Tusculo,   e  di 
aver  dichiarato  suo  vicario  in  Ro- 
ma il  vescovo  ),  ove  ritornò  subito 
per  le  dissidenze  de'  romani.  Que- 
sti in  fatti  avendo  riassunto  il  pro- 
getto   di    vendicarsi    coi    tusculani 
della  disfatta  riportala  colla  distru- 
zione del  Tusculo,  il  primo  luglio 
I  i83  vi  si  portarono  ad  attaccar- 
lo.   Trovandosi    però    non    lontano 
l'arcivescovo  di  Colonia  o  di  Ma- 
gonza  cancelliere  dell'imperio,  con 
un  esercito  di    tedeschi,  lo  condus- 
se egli  ad  insinuazione  del  Ponte- 
fice   a    soccorrere    i  tusculani ,    ed 
uscito    con    essi    dalla    città    contro 
r  esercito  romano,  e  non  avendolo 
raggiunto,  perchè  nel  sapere  i  ro- 
mani di  sua  venuta,   partirono,  si 
vendicò  col  dare  il  guasto  alle  lo- 
ro terre,  onde  i  romani  avvelenan- 
do le  acque   di  alcune   fonti,  mo- 
rirono diversi  tusculani  e  tedeschi  ; 
indi  nel    seguente    agosto  l' arcive- 
scovo   morì  in    Tusculo ,    e  fu  ivi 
sepolto.  I  romani  nel  11 84  torna- 


FRA 
rono  nell'aprile  o  nel  maggio  ad 
assalire  il  Tusculo,  e  a  dare  il 
guasto  alle  terre  dalla  città  dipen- 
denti; ma  difendendosi  i  tusculani 
con  valore  allontanarono  i  loro  ne- 
mici, i  quali  passarono  a  devastare 
Preneste ,  Paliano  ed  il  Serrone. 
Frattanto  essendo  passato  Lucio  III 
in  Verona,  vi  morì  nel  1 185,  e  fu 
eletto  Urbano  III,  che  per  le  per- 
turbazioni de'  romani  non  si  recò 
in  Roma  ,  morendo  in  Ferrara  nel 
1187.  Quivi  gli  fu  dato  a  succes- 
sore Gregorio  VIII,  che  portandosi 
a  Pisa,  con  meno  di  due  mesi  di 
pontificato  terminò  i  suoi  giorni. 

A'  20  dicembre  1187  il  cardi- 
nal Paolino  Scolari  romano,  vesco- 
vo di  Palestrina,  fu  in  Pisa  crea- 
to Papa ,  e  prese  il  nome  di  Cle- 
mente III  con  gran  tripudio  dei 
romani  suoi  concittadini ,  i  quali 
dopo  cinquant'anni  di  discordie, 
vennero  nel  1188  con  lui  a  con- 
cordia, mediante  nove  articoli  giu- 
rati da  ambedue  le  parti,  come  si 
hanno  da  Cencio  Camerario  e  da 
altri  ;  il  Mattei  li  riporta  a  pag, 
1 88  :  essendosi  convenuto  per  ul- 
timo ,  tra  il  senato  romano  ed  il 
Papa,  che  questi  dovesse  permette- 
re che  in  quell'anno  medesimo  si 
spianasse  e  demolisse  il  Tusculo 
con  le  sue  mura,  e  con  le  princi- 
pali fabbriche  che  esistevano  in 
tale  città  e  nel  suo  suburbano  ;  che 
il  territorio  e  gli  abitanti  passassero 
sotto  il  dominio  della  santa  Chie- 
sa romana,  e  che  Clemente  III  con- 
correrebbe all'  impresa,  aiutando  il 
popolo  romano.  E  degno  di  osserva- 
zione, che  in  questo  trattato  di  con- 
cordia la  data  è  così  espressa  :  A- 
cluni  XLIIII  anno  senatus  indictio' 
ne  VI  mense  maii  die  ultima  ius' 
su  senalorum  consiliarìorum,  ec.,  se- 
gno che  il  senato   di  Roma  conti- 


FRA 
nuava  negli  atti  a  seguire  la  data 
della  riforma  fatta  nel  governo  ad 
insinuazione  di  Arnaldo  da  Brescia. 
Venuti  i  tusculani  in  cognizione  di 
tali  accordi  trepidarono  per  la  lo- 
ro futura  sorte  ,  onde  spedirono 
ambasciatori  all'  imperatore  Fede- 
rico I ,  perehè  li  proteggesse  come 
avea  fatto  in  altri  incontri.  L' im- 
peratore promise  loro  soccorsi ,  ma 
indi  a  poco  morendo  gli  successe 
suo  figlio  Enrico  VI.  Si  vuole  che 
questo  assumesse  la  protezione  dei 
tusculani ,  che  anzi  v'  inviasse  un 
presidio  imperiale,  per  cui  i  roma- 
ni non  poterono  effettuare  la  sta- 
bilita distruzione  del  Tusculo.  In- 
tanto Clemente  III  invitò  il  nuovo 
imperatore  in  Roma  per  ricevere 
dalle  sue  mani  la  corona  e  l' in- 
vestitura dei  regni  di  Napoli  e  Si- 
cilia, col  patto  di  conservare  i  pri- 
vilegi del  popolo  romano,  di  ri- 
spettare i  domini!  della  Chiesa,  e 
di  restituirle  quanto  il  padre  gli 
avea  tolto.  Mentre  Enrico  VI  si 
disponeva  al  viaggio  di  Roma,  mo- 
rì Clemente  IH  ,  ed  a'  3o  marzo 
ligi  fu  eletto  Celestino  III  Orsi- 
ni romano,  con  gran  dispiacere  dei 
tusculani ,  perchè  la  famiglia  del 
nuovo  Papa  nelle  passate  guerre  si 
era  mostrata  loro  nemica  per  a- 
mor  patrio. 

Enrico  VI  portandosi  a  Roma 
fu  incontrato  da  un'  ambascieria  di 
tusculani,  acciò  si  movesse  a  com- 
passione di  loro,  e  gli  mandasse  il 
desiderato  presidio ,  per  cui  spedi 
al  Tusculo  alcune  compagnie  di 
tedeschi.  Avvisati  di  ciò  i  romani 
cominciarono  a  tumultuare  contro 
l'imperatore,  e  ricorsero  al  Papa 
pregandolo  a  differire  la  di  lui  co- 
ronazione, finché  avesse  lasciato  li- 
bero il  Tusculo  alla  Chiesa.  Giun- 
to Enrico  VI  alle  porte  di  Roma, 


FRA  2o5 

i  romani  gli  si  fecero  incontro,  e 
gli  dissero:  »  Fac  nobis  justitiam 
«  de  castellis  tuis ,  quae  sunt  in 
»  Tusculano,  quia  sine  intermissio- 
M  ne  nos  inquietare  non  cessant; 
>»  et  erimus  prò  te  ad  Dominum 
»  Papam,  ut  coronam  imperii  ca- 
«  put  tuum  imponat".  Dispiacque 
all'  imperatore  queste  rimostranze  , 
e  neir  incertezza  di  risolvere  se 
contentarli  o  conservar  la  prote- 
zione ai  tusculani,  prevalse  il  con- 
siglio di  lasciare  il  Tusculo  nelle 
mani  di  Celestino  III,  soddisfacen- 
do così  i  romani ,  senza  mancare 
del  tutto  alle  promesse  fatte  ai  tu- 
sculani ,  che  per  altro  restarono 
malcontenti,  e  si  mostrarono  aper- 
tamente contrari  di  soggettarsi  al 
Papa.  Questi  usò  le  necessarie  di- 
ligenze per  umiliarli  ,  e  vedendoli 
ostinati,  dichiarò  i  tusculani  ribel- 
li alla  Chiesa ,  e  come  tali  li  ab- 
bandonò all'  arbitrio  e  discrezione 
de'  romani  loro  nemici,  e  secondo 
il  Piazza  colla  condizione,  salva  la 
vita.  Frattanto  Enrico  VI  fece  se- 
gretamente sapere  a'  suoi  coman- 
danti che  presidiavano  il  Tusculo  , 
come  nella  notte  precedente  a'  12 
aprile  si  sarebbe  portato  al  Tuscu- 
lo l'esercito  romano,  e  perciò  non 
facessero  veruna  resistenza,  anzi  si 
unissero  al  medesimo  aprendo  lo- 
ro le  porte  della  città.  Similmente 
dal  senato  di  Roma  si  fece  inten- 
dere ai  tivolesi ,  che  nella  notte 
medesima  si  trovassero  radunati 
sotto  il  Tusculo,  ove  si  sarebbero 
uniti  coi  romani  come  seguì.  Arri- 
vati i  due  eserciti  al  Tusculo,  i  te- 
deschi che  custodivano  le  porte 
della  città,  uccisi  i  pochi  tuscula- 
ni che  ivi  erano  a  difenderle,  le 
aprirono  ai  romani.  Allora  questi 
a  stormo  si  dispersero  per  la  cit- 
tà ,    ed   assalirono   i   cittadini   che 


2o6  FRA 

ignoravano  la  loro  venuta;  ne  ucci- 
sero molti,  altri  mutilarono,  altri  ac- 
cecarono, il  resto  fuggì  nelle  terre 
vicine.  Dopo  di  avere  i  romani 
saccheggiata  la  misera  città,  spia- 
narono le  fabbriche  ,  le  chiese ,  sì 
fuori  che  dentro  la  città,  la  qua- 
le in  un  alla  cittadella  ,  o  rocca 
compitamente  diroccarono,  e  vuoi- 
si che  cogli  avanzi  delle  pietre  dei 
distrulli  edifizi  restaurassero  il  Cam- 
pidoglio di  Roma  che  ne  abbiso- 
gnava; terminarono  la  strage  col- 
r  appiccare  il  fuoco  al  Tusculo.  In 
tal  guisa  a'  12  aprile  1191,  nel  ve- 
nerdì santo,  fu  distrutta  la  nobile 
ed  antica  città  di  Tusculo,  che  per 
lo  spazio  di  i34o  anni  circa  erasi 
governata  a  modo  di  repubblica , 
ed  era  stata  rocca  inespugnabile 
de'  potenti  conti  Tuscnlani.  Così 
narra  la  distruzione  del  Tusculo 
il  tusculano  d.  Domenico  Barnaba 
Maltei,  nelle  Memorie  {storiche  del- 
l' antico  Tusculo  oggi  Frascati,  de- 
dicate ai  conservatori  e  consiglieri 
di  questa  città,  e  pubblicate  in  R,o- 
ma  nel  ryi  i  colle  stampe  del  Bua- 
gni.  Il  cav.  Canina  a  pag.  12  e  seg. 
ci  dà  erudite  notizie  bibliografiche 
delle  opere  e  degli  autori  che  trat- 
tarono dell'  antico  Tusculo. 

In  quanto  al  giorno  preciso  del- 
l' eccidio  del  Tusculo  gli  altri  scrit- 
tori sono  discrepanti,  dichiarando- 
lo tutti  nel  mese  di  aprile,  ed  al- 
cuno al  primo  gioino  di  esso.  Il 
IVovaes  nella  vita  di  Celestino  III, 
dice  che  a' i5  aprile,  primo  gior- 
no dopo  Pasqua,  il  Papa  incoronò 
Enrico  VI,  il  quale  rilasciandogli 
il  Tusculo,  nel  seguente  martedì 
l'abbandonò  ai  romani  che  barba- 
ramente lo  distrussero.  Conviene 
su  quest'epoca  l'annalista  Rinaldi, 
ed  aggiunge  averlo  meritato  per 
gì'  ignominiosi  trattamenti  fatti  per 


FRA 

r  addietro  dai  conti  Tusculani  alla 
Sc(\g.  apostolica.  Narra  inoltre  che 
ciò  seguì  con  molta  misericordia, 
poiché  sebbene  non  restasse  pietra 
sopra  pietra,  salvi  ne  furono  gli 
abitanti  che  si  fecero  uscire  inno- 
cui; e  che  per  coltivare  i  loro  ter- 
reni, si  ritirarono  alla  Molara,  a 
Rocca  di  Papa,  a  B^occa  Spergiura 
detta  poi  con  miglior  vocabolo  Roc- 
ca Priora,  al  castello  di  s.  Cesario 
poco  lungi  da  Grottaferrata  ,  ed 
alili  ne' sobborghi  dell' esterminata 
città,  ne'  quali  fu  trasportata  la 
sede  episcopale;  il  quale  luogo  vol- 
garmente si  dice  Frascati,  così  chia- 
mato perchè  furono  tagliati  rami 
d'  alberi  per  cuoprire  le  capanne,  le 
rustiche  abitazioni,  ed  i  tuguri  fat- 
ti di  legno  per  abitazione  dei  tu- 
scolani  ivi  stabilitisi.  Altri  dico- 
no che  i  tusculani  scampati  dal- 
l'eccidio, parte  si  ricoverarono  nel- 
le vicine  terre,  e  molli  annida- 
ronsi  intorno  alle  chiese  di  s.  Se- 
bastiano raarlire,  e  di  s.  Maria 
nella  pendice  del  monte  rivolta  a 
Roma,  nella  contrada  nominata 
Frascata,  donde  ebbe  origine  la 
moderna  città  di  Frascati.  Non  so- 
lo il  cav.  Canina  ed  il  Nibby  ri- 
portano tali  volgari  opinioni  sul- 
l'origine del  nome  della  città,  raa 
osservano  che  il  luogo  ove  si  rico- 
vrarono  i  profughi  tusculani  già 
denotavasi  collo  stesso  vocabolo 
molto  tempo  avanti  per  più  di  tre 
secoli,  e  più  volte  si  ricorda  da- 
gli scrittori  dei  tempi  bassi,  con  la 
distinzione  di  Frascata. 

Anastasio  Bibliotecario  nella  vi- 
ta di  s.  Leone  IV,  che  fu  assunto 
al  pontificato  l'anno  84?,  diceche 
quel  Papa  fece  nella  chiesa  di  s. 
Sebastiano  quae  ponitur  in  Frasca- 
la  un  canestro  di  argento  purissi- 
mo, ec;  e  siccome  riporta    il  Nib- 


FRA 

by  che  a  s.  Sebastiano  appunto  è 
dedicato  il  duomo  vecchio  di  Fra- 
scati, ancora  esistente,  dobbiamo 
notare,  che  il  duomo  vecchio  di 
Frascati  non  a  s.  Sebastiano  è  de- 
dicato, ma  alla  beata  Vergine  as- 
sunta in  cielo,  e  la  chiesa  distin- 
guasi con  questo  nome,  s.  Maria 
del  Vivano,  forse  dalla  tradizione 
che  ivi  fosse  il  vivario  di  Lucullo. 
Più  sotto  lo  stesso  Anastasio  ricor- 
da una  chiesa  di  s.  Maria,  quae 
ponilur  in  Frascata,  da  lui  pure 
arricchita  di  doni.  E  nella  vita  di 
Benedetto  III,  che  nell'anno  855 
successe  a  s.  Leone  IV,  si  nomina 
di  nuovo  la  basilica  di  s.  Sebastia- 
no quae  ponitur  in  loco  qui  voca- 
tur  Frascata.  È  positivo  che  Fra- 
scarium,  nome  derivante  da  frasca, 
indica  un  luogo  arbitstis  consitus, 
e  trovasi  usato  in  una  carta  del 
ioo3  riferita  dall'  Ughelli,  come 
notò  il  Diicange,  oltre  vari  esem- 
pi dallo  stesso  Ducange  citati.  Da 
ciò  vuoisi  derivato  al  luogo  quel 
vocabolo  dalla  particolare  verdura 
di  frasche  ch'esisteva  in  quel  me- 
desimo sito.  Considerandosi  poi  es- 
servi stala  in  quella  località  una 
grande  villa  antica,  forse  contempo- 
ranea all'epoca  d'Augusto,  delia 
quale  se  ne  dovevano  conservare 
ragguardevoli  rovine  nel  tempo  in 
cui  i  tusculani  vi  si  fissarono,  co- 
me tuttora  ne  appariscono  tracce 
sotto  l'angolo  settentrionale  della 
moderna  città  di  Frascati  ivi  sta- 
bilita, sembra  doversi  credere  con 
più  di  probabilità  che  l'indicato 
nome  si  sia  derivato  nei  tempi 
anche  più  antichi  dei  sovrallegati, 
da  quello  che  avea  la  villa  stessa. 
Questa  derivazione  può  appropriar- 
si soltanto  al  nome  di  Fabiana, 
che  potè  aver  dato  la  villa  dei 
Fabii,  come  in  certo  modo  si  com- 


FRA 


307 


prova  con  un'aulica  iscrizione  in 
memoria  di  Fabia  Antusa,  che  e- 
sisteva  nella  chiesa  di  s.  Rocco  in- 
nalzata al  disopra  delle  suddette 
rovine,  il  qual  nome  poi  per  cor- 
ruzione potè  cambiarsi  in  quello 
di  Frascata,  opinione  per  altro  da 
non  potersi  contestare  con  altri 
documenti.  Qualunque  poi  sia  la 
vera  derivazione  del  nome  eh'  eb- 
be quel  luogo,  sempre  si  conosce 
che  ivi  primieramente  esisteva  una 
grande  villa,  ed  avanti  allo  stabili- 
mento dell'  abitato  distinto  col  no- 
me di  Frascati  eranvi  le  chiese  di 
s.  Sebastiano  e  di  s.  Maria,  che 
dicevansi  in  Frascata  alla  metà 
del  secolo  IX  per  la  circostanza  di 
essere  coperta  di  arbusti  la  contra- 
da, la  denominazione  della  quale 
si  comunicò  alla  nuova  città  che 
dopo  la  distruzione  di  Tusculo  ivi 
formossi.  11  tratto  di  Frascati  poi, 
circoscritto  entro  i  limiti  di  via  di 
porta  Granara,  della  piazza  prin- 
cipale, detta  piazza  di  s.  Pietro', 
della  piazza  Spinetta  ,  così  deno- 
minata per  una  famiglia  di  que- 
sto nome,  e  di  via  Saponara,  è 
in  tutta  la  città  di  Frascati  il 
solo  che  presenti  case  dei  secoli 
Xlll,  XIV,  e  XV;  nel  rimanen- 
te della  città  le  case  sono  tutte 
d' un'epoca  più  recente.  Però  fa 
d'  uopo  ritenere  che  gli  abitanti 
del  Tusculo  scampati  dall'eccidio 
del  1191  a  poco  a  poco  si  anni- 
dassero sopra  le  rovine  della  men- 
zionata villa  antica,  profittando  del- 
le superstiti  sue  sostruzioni,  ed  al- 
zando i  ripari  nel  secolo  XIV. 

Una  parte  del  territorio  tuscu- 
lano  fu  occupata  dopo  tali  vicen- 
de da  un  tal  Giovanni  figlio  di 
Pierleone  di  Ranieri,  la  quale  ven- 
ne reclamata  dal  Papa  Innocenzo 
III    circa  l'anno     1210:  Giovanni 


ao8  FRA 

non    volle    restituirla    allegando   di 
averla  avuta  dal  suo  immediato  pre- 
decessore Celestino  III;  il  Papa  pe- 
rò insistette,    e  lo  scomunicò,  onde 
quegli  si  vide  forzato  a  restituirla, 
e  cos'i  venne  assoluto.  Questo  aned- 
doto riferito  da  uno  dei  biografi  di 
quel  Papa,  Bernardo  Guidone,  mo- 
stra   che  nella    catastrofe  del    Tu- 
sculo  le  terre  vennero    da  Celesti- 
no   III    distribuite    a  diversi.    Più 
sotto   il  medesimo    biografo  narra, 
che    Innocenzo    HI    pose    sotto    la 
patriarcale  basilica  lateranense,    una 
chiesa    di    Frascata    nel    territorio 
lusculano,  che  è  forse  quella  di  s. 
Maria  ricordata  di  sopra.  Non  riu- 
scirà   discaro    qui  l' osservare,    che 
Innocenzo    III   era    figlio    di  Tra- 
simondo  Conti,  dal  quale  il  Conte- 
lori   fa    incominciare    l'incontrasta- 
bile discendenza  di  sì  cospicua  fami- 
glia, imparentata  coi  signori  del  Tu- 
.sculo,  sebbene  molti  la  dicano  essa 
medesima  discendere  dai  conti  Tu- 
.sculani,  come  più  volte  già  si  è  os- 
servato. Dai    discendenti  di    Trasi- 
mondo    uscirono     Innocenzo     III  , 
Gregorio  IX,  Alessandro  IV,  ed  In- 
nocenzo XIII.  Dai  fabbricati  esisten- 
ti, e  dal  recinto  vecchio  pare  po- 
tersi    dedurre     che     Frascati     non 
prendesse  l'aspetto  di  terra  mura- 
ta che  sul  declinare  del  secolo  XIV. 
Si  vuole  che  nel  principio  del  se- 
colo XIV  gli  Orsini,  signori  allora 
di  Marino,  ponessero  gran  cura  a 
stabilirsi  anche    sul  nascente    Fra- 
scati, e  ciò  si  deduce  non  solo  per 
la  vicinanza  di  Marino,  ma  ancora 
perchè  sul  campanile  della  memora- 
ta chiesa  di  s.  Sebastiano  di  Frasca- 
ta^ che  per  lungo  tempo  è  stata  la 
cattedrale  di  questa  città,  e  che  oggi 
dicesi  di  s.  Rocco,  si  legge  un'  iscri- 
zione in  caratteri  gotici,  che  dice  es- 
sere stato  quello  edificato  per  la  sa- 


FRA 
Iute  delle  anime  de' defunti,  da  Gio- 
vanni e  Giordano  nomi  comuni  nella 
potente  nobilissima  famiglia  Orsini, 
nell'aprile  del  iSog;  e  quel  campa- 
nile è  di  opera  saracinesca,  analoga  a 
quella  di  altre  fabbriche  dello  stesso 
tempo.  Nel  Diario  riportato  dal  Mu- 
ratori, Rerum  ìlalic.  script.  t.XXIV, 
si  legge,  che  ai   6  marzo    \^\Z  mo- 
ri    Giovanni    Colonna     in     Castro 
Frascati,  e  fu    sepolto  in  Palestri- 
na  con    grande    onore.  Pare    dun- 
que che    essendosi  progressivamen- 
te accresciute  le  abitazioni  nell'  in- 
dicato   luogo  di    Frascata,  venisse 
edificato    un    castello    verso  la  fine 
del  secolo  XIV,  e  perciò  avesse  il 
nome  di  Castro.  Nel  secolo  XV  si 
ha  dal  Campano  nella  vita  di  Pio 
II   Piccolomini,  esaltato    al  pontifi- 
cato nel    1 458,  che  quel  dottissimo 
Pontefice  per  amore  delle  antichità 
visitò    le  rovine  di    Tusculo,  come 
quelle  di  Albano  e  di  Tivoli,  e  che 
concesse    ad    Alessandro    Mirabella 
suo  prefetto  del  sagro  palazzo  apo- 
stolico,   il  castello  di    Frascati  nel 
Lazio  per  andarvi  a  passare  la  sta- 
gione   estiva.  Da  ciò    si  rileva  che 
il  castello  già  trovavasi  in  istato  di 
poter  offrire  decente  abitazione,  per 
essere  da  un  Pontefice  concesso  al 
suo  prefetto  per    farne  villeggiatu- 
ra, oltre  la  salubrità    del  clima,  e 
la    deliziosa  amenità  del    luogo.  Il 
E.enazzi    nelle  Notizie    storiche   de- 
^li    antichi    vicedomini ,  prefetti,   e 
maggiordomi,  a  pag.  ^o,  nel  descri- 
vere   quelle    del    Mirabelli    illustre 
napolitano  che  Pio  li  adottò  nella 
propria  famiglia    col    suo  cognome 
Piccolomini,  narra  che  lo  fece    se- 
natore   di    Roma,    e    vicecamerlen- 
go,   ed  insieme    prefetto   del  sagro 
palazzo,  e  ad  altri  benefizi    aggiun- 
se,   oppidum,    cui  nomea    Frasca- 
tiim,   in  cnnicularis    ardoris    seces- 


FRA 

snm  tribuit.  Quindi  il  Vittorelli  io 
nota  alle  addizioni  al  Ciacconio,  ri- 
pete 1'  origine  e  l'uso  costantemen- 
le  osservato  sino  al  pontificalo  di 
Benedetto  XIII,  che  il  governo  di 
Frascati  fosse  sempre  annesso  al 
primario  palatino  uffizio  del  pre- 
fetto poi  maggiordomo  del  sagro 
palazzo  apostolico,  acciocché  come 
villeggiatura  pontifìcia  fosse  sotto 
la  giurisdizione  di  lai  ministro,  f^. 
Maggiordomo,  prefetto  de' sagri  pa- 
lazzi   APOSTOLICI. 

11  Cannesio  nella  vita  di  Paolo  II, 
che  nel  1 4^4  successe  aPioII, dimo- 
stra ehe  quel  Papa  assegnò  ai  canoni- 
ci regolari  lateranensi  da  lui  tanto 
protetti,  cento  monete  d'  oro  sul- 
le rendite  del  castello  di  Frascati. 
Nel  pontificato  di  Sisto  IV  Fra- 
scati divenne  signoria  del  celebre 
cardinale  Guglielmo  di  Estoutevil- 
le  del  sangue  regio  di  Francia,  ar- 
ci vesco  di  Rouen  e  camerlengo  di 
santa  Chiesa.  Egli  acquistò  pure  Ci- 
sterna, Castelvetere,  Genzano,  e  Ne- 
mi,  come  meglio  dicesi  all'articolo 
Genzaxo,  e  nobilitò  Frascati  con  e- 
difizi,  erigendo  presso  la  nomina- 
ta chiesa  di  s.  Sebastiano,  almeno 
nella  massima  parte,  una  rocca, 
oggi  palazzo  vescovile  e  residenza 
del  cardinal  vescovo,  per  cui  quel- 
l'edifizio  in  forma  di  castello  vie- 
ne detto  comunemente  la  rocca,  e 
per  le  ragioni  narrate  gli  sono  dap- 
presso le  più  antiche  case  di  Fra- 
scati, che  nei  successivi  ingrandi- 
menti si  protrassero  verso  la  par- 
te meridionale  del  dorso  del  colle. 
Indi  nel  i48o  il  cardinal  d'Estou- 
leville  vicino  alla  rocca  eresse  una 
fontana,  siccome  leggasi  Dell'  iscri- 
zione tuttora  esistente:  questo  car- 
dinale mori  a' 2 2  dicembre  i4B3, 
decano  del  sagro  collegio.  Si  ap- 
prende dal  citato  Muratori  tom.  IF, 
VOI,   xxvii. 


FRA  209 

p.  IT,  che  nella  guerra  coi  Colonne-;! 
dell'anno  i483,  sotto  il  pontifica- 
to di  Sisto  IV,  Prospero  Colonna 
entrò  in  Frascati  nella  vigilia  di 
s.  Giovanni,  e  portò  via  il  figlio 
del  cardinale.  Da  alcuni  istromeu- 
ti  inediti  riguardanti  l'eredità  del 
cardinal  d'Estouteville ,  riportati 
dnl  Cancellieri  a  pag.  166  delle  sue 
Campane,  si  vedono  notati  i  cd- 
stelli  da  lui  acquistali,  e  sotto  il  24 
gennaio  i483  è  notato  di  avere  il 
cardinale  donato  a  Girolamo  ed  A- 
goslino  fratelli,  i  castelli  di  Frasca- 
ti, Civita  Lavinia,  Geuzano,  e  Né- 
mi,  costituendo  per  loro  tutori  il 
cardinal  di  Porto,  e  il  cardinal  di 
Novara,  cui  incarica  prendere  pos- 
sesso pei  detti  minori.  Tra  le  bol- 
le registrate  negli  istromenti,  vi  è 
la  bulla  exemptioms  Castri  Fra- 
scati, bulla  legilimationis  Hierony- 
mi  el  Augusttni.  Nel  lib.  12  D'n>ers. 
Cainer.  208,  dell'archivio  vaticano, 
è  registrato  che  Sisto  IV  per  aiu- 
tare nel  i485  Ferdinando  re  di 
Sicilia  contro  i  turchi,  vendette 
Frascati  a  Girolamo  ed  Agostino 
d' Estouteville,  pel  prezzo  di  otto 
mila  fiorini  d'oro,  forse  di  quella 
parte  eh'  era  rimasta  alla  Chiesa. 

Giulio  II  nel  i5o4  die  in  mo- 
glie a  Marc'Antonio  Colonna,  Lu- 
crezia figlia  di  Lucchina  sua  so- 
rella, e  per  dote  la  città  di  Fra- 
scati, e  quel  tiatto  di  palazzo  edi- 
ficato a'  ss.  Apostoli  presso  quello 
de' Colonnesi.  Paolo  111  Farnese, 
già  vescovo  tusculano,  prima  di  ab- 
bracciare lo  stato  ecclesiastico  eb- 
be un  figlio  chiamato  Pier-Luigi  : 
a  questo  nel  i537  diede  la  città 
di  Frascati  che  avea  acquistato  da 
Lucrezia  Colonna,  vedova  di  Mar- 
c'Antonio, la  quale  godeva  la  città 
a  titolo  di  dote;  dipoi  cedette  Fra- 
Scali  alla  camera  apostolica,  la  ^uu' 
4 


7to  FRA 

le  l'acceltò  dando  a  lui  in  cambio 
Castro  [Fedi).  Sotto  il  pontificato 
di  Paolo  IH  si  dovette  Frascati  in 
miglior  modo  stabilire,  e  ricingere 
con  solide  mura.  Queste  però  non 
si  estendevano  al  disopra  della  piaz- 
za di  s.  Pietro,  perciò  tutte  le  fab- 
briche che  si  trovano  edificate  ver- 
so il  monte,  corrispondevano  fuo- 
ri di  tale  cinta.  La  città  era  cos'i 
costituita  dalla  sola  parte  che  sus- 
siste inferiormente  alla  detta  piaz- 
za, e  che  corrisponde  intorno  alla 
rocca,  ed  alla  vecchia  cattedrale  di 
s.  Sebastiano  ossia  di  s.  Rocco.  Paolo 
III  accordò  a  Frascati  diversi  pri- 
vilegi, dichiarandolo  città  nel  i538, 
lo  cinse  di  mura  e  di  porte,  chia- 
mandolo coll'antico  nome  di  Tu- 
sculo,  per  cui  fu  detto  Jusculuin- 
novurrij  in  latino.  Piacendogli  ol- 
tremodo il  soggiorno,  si  recò  spes- 
so a  diporto,  massime  nella  villa 
Rufina,  edificata  nel  suo  pontifica- 
to, e  perciò  la  più  antica  dell'o- 
dierne ville  di  Frascati;  e  nella 
medaglia  che  fece  Paolo  III  conia- 
re col  suo  ritratto,  nel  rovescio  non 
solo  vi  fece  incidere  i  benefizi  fatti 
a  Frascati,  ma  anche  detta  villa, 
come  si  è  già  rimarcato.  Dopo 
questa  villa  nei  secoli  XVI  e  XVJI 
furono  fabbricate  quelle  altre  che 
abbiamo  brevemente  descritto ,  e 
che  rendono  Frascati  singolare  e 
celebre  fra  le  città  suburbane  di 
Roma;  il  perchè,  e  per  le  impor- 
tanti notizie  che  narrammo,  sia- 
mo riusciti  alquanto  prolissi  in 
proporzione  dell'articolo,  non  del- 
l'argomento che  sarebbe  ben  lun- 
go a  tratiare  dettagliatamente  pel 
complesso  de'  suoi  pregi  e  notizie 
storiche,  che  tanto  legame  hanno 
con  quelle  dell'alma  Roma,  e  dei 
sommi  Pontefici,  descritj;e  egregia- 
mente   da    molti    storici. 


FRA 
Gregorio  XIII  si  portò  di  frequente 
a  villeggiare  a  Fiascati,  come  pur 
narrano  Francesco  Mucanzio,  nel  t. 
II  ydct  caerem.  del  p.  Gallico  p, 
191  ;  ed  il  Cancellieri  nelle  Me- 
morie i storiche  delle  sacre  leste j  a 
pag.  36.  Clemente  Vili  pure  fre- 
quentò le  sue  ville ,  come  egual- 
mente praticò  Paolo  V.  Questo 
Pontefice  concesse  a  Frascati  di 
potere  tenere  nel  giovedì  pubblico 
mercato,  che  nel  pontificato  d' In- 
nocenzo XII,  essendo  governatoi'c 
della  città  il  suo  maggiordomo  mon- 
signor Colonna,  venne  destinata  la 
piazza  presso  il  palazzo  vescovile 
per  tale  uso.  Intanto  Frascati  che 
durante  tutto  il  secolo  XVI  si  era 
ristretto  allo  spazio  circoscritto  fra 
la  via  di  Porta-Granara  fino  alla 
piazza  del  Gesù,  la  piazza  Spinet- 
ta, la  via  Saponara,  e  le  mura  ca- 
stellane odierne,  sotto  Paolo  V  e 
ne'  pontificali  successivi  durante  il 
secolo  XVII  si  estese  a  tutta  la 
parte  superiore,  e  perciò  ivi  la  pian- 
ta è  molto  regolare.  Il  duomo  nuo- 
vo poi,  ossia  la  chiesa  di  s.  Pie- 
tro, è  come  diremo  opera  della 
fine  di  quel  secolo;  ma  tutto  il 
tratto  eh'  è  fra  la  piazza  del  duo- 
mo, porta  Granara,  e  porla  s.  Pie- 
tro, si  formò  principalmente  verso 
la  metà  dello  stesso  secolo,  duran- 
te il  pontificato  d'Innocenzo  X, 
quando  la  villeggiatura  di  Frasca- 
ti divenne  in  gran  voga.  Onoraro- 
no di  loro  presenza  Frascati  Gre- 
gorio XV,  Urbano  Vili  ed  Inno- 
cenzo X,  il  quale  fu  benemerito 
della  strada  che  da  Roma  condu- 
ce a  Frascati  ;  come  ancora  rin- 
novò la  porta  di  s.  Pietro,  per  la 
quale  entra  chi  viene  da  Roma. 
Dalla  \dleggiatura  di  Castel  Gan- 
dolfo  &j  portò  di  frequente  a  Fra- 
ncati  Alessandro  VII,  ed    .\\\\\  Pa- 


F  II  A 
pi,  così  Clemente  XI,   tulli    bene- 
voli colla  città,    alla  cui    magistra- 
tura Clemente  X  concesse  per  mag- 
gior decoro  la    toga  come    i    con- 
servatori di  Roma,  ed  ascrisse  mol- 
te delle  sue    famiglie    alla    nobiltà 
romana,  ciò  che  dipoi  fu  praticato 
con  altre.  Nel  pontificato  di  Bene- 
detto XIII  il  maggiordomo  Camil- 
lo Cibo  dimise  il  governo  di  Fra- 
scati, che  era    annesso    alla    carica 
di   maggiordomo,  laonde  Clemente 
Xn    ne    affidò    il    governo   ad  un 
governatore  dipendente    dalla    con- 
gregazione della    sagra   consulta,  e 
ne'  successivi  mutamenti  entrò  nel- 
la categoria  delle  altre   città    dello 
stato.   Indi  Benedetto  XIV,  e  Cle- 
mente XIII   pili  volte  dalla  villeg- 
giatura di   Castel  Gandolfo  si  por- 
tarono a  Frascati,  come    si    è  no- 
tato parlando  delle  ville ,    e    vi  ri- 
cevettero   quelle    dimostrazioni    di 
venerazione  e  giubilo  dagli  abitanti, 
che  si  leggono  ne'  Diari  di  Roma, 
riportate  dal   Cancellieri  nella  Let- 
tera   al    dottor    Korcjf.    Deve   no- 
tarsi che  Benedetto    XIV    donò  ai 
vescovi  tusculani  il  palazzo,  eh' è  il 
presente  episcopio,   il  quale  prima 
apparteneva  al  sagro   palazzo    apo- 
stolico.  Tal   concessione    si  effettuò 
nel   1759  dal  successore    Clemente 
XIII,    essendo    vescovo    il  cardinal 
Camillo    Faolucci.    Questo    palazzo 
ebbe  in  diverse  epoche    alcuni  re- 
stauri, e  lo  fu  pure  nel    pontifica- 
to di    Pio  VI  dai    fondamenti   nel 
1776. 

Egualmente  si  portò  a  Frascati 
da  Castel  Gandolfo  Pio  VII,  negli 
anni  i8o3,  i8o4,  iBo5,  ed  in  al- 
tri anni;  il  successore  Leone  XII  vi 
fu  nel  1827,  ed  il  regnante  Gre- 
gorio XVI  ogni  anno  dal  i83i  in 
poi,  recandosi  a  pranzo  all'  ere- 
mo de' camaldolesi,  i  quali   religiosi 


FRA  211 

suol  egli  ammettere  alla  sua  mensa 
in  un  ai  primari  di  sua  corte,  e   al 
governatore    ed    al   gonfaloniere   di 
Frascati.  Prima  di  entrare  nella  cit- 
tà suole  il  Pontefice  onorare  di  sua 
presenza  gli  alunni  del  collegio,  che 
sono  a    villeggiare    nella    loro    villa 
Montai to;  e  nel  partire  da  Frascati 
suol  fare   altrettanto  con    le  mona- 
che agostiniane.  La  porta  della  cit- 
tà   per    la  quale  il    Papa   vi   entra, 
è    ornata   di    drappi    con    analoghe 
iscrizioni;   ivi  si  trova    il  governato- 
re in  toga,  e  la  magistratura    civica 
in  abito  presenta  genuflesso  le  chia- 
vi in  segno  di  fedele  sudditanza,  fra 
il  suono  della  banda  municipale,  quel- 
lo delle    campane,    gU  evviva    della 
divota  popolazione,  e    lo  sparo   dei 
mortari.    La    carrozza    ed    il    treno 
pontificio  si  ferma  innanzi  alla  cat- 
tedrale ove   il  Papa  è  ri  cevulo  dal 
cardinal    vescovo,    vestito    dell'abito 
cardinalizio,  e  dal  capitolo  sotto  bal- 
dacchino. Nell'altare  maggiore  è  espo- 
to il  ss.    Sacramento   col  quale   uà 
vescovo  della  corte  comparte  la  be- 
nedizione.   Indi  il    Papa   col    cardi- 
nal vescovo  si  porta  alla  contigua  sa- 
grestia  ove   ammette    al    bacio    del 
piede  il  capitolo,   il  governatore,    il 
gonfaloniere  con  gli  altri  della  ma- 
gistratura,   ed    altre    persone    eccle- 
siastiche e  laiche,  che  vogliono  sod- 
disfare al    loro    ossequio.    Dopo    di 
che  il  Pontefice  si    porta  all'episco- 
pio  ovvero   al   palazzo  abitato   dal 
cardinal  Pacca  decano  del  sagro  col- 
legio quando    era   vivente,    accom- 
pagnato   dal    clero    e    magistratu- 
re  mentovate,    venendo   servito   di 
rinfresco,    insieme    al    suo    corteg- 
gio; indi  parte  da  Frascati,   e  pro- 
segue   la   consueta    gita    all'  eremo 
de'  camoldolesi,    del   quale    parlam- 
mo   all'  articolo    Camaldolesi.    Ol- 
tre i   citati   autori,   Giacomo   Pina- 


2  12  FRA 

rolo  tratta  della  città  di  Frascati, 
e  dell'aulico  Tusculo,  nel  suo  Trat- 
tato (itile  cose  pile  memorabili  di 
Roma,  (li  Frascati  ec,  Roma  1721; 
e  il  p.  Francesco  Eschinardi,  con 
aggiunte  di  Ridolfino  Venuti  ne  par- 
la a  p.  iG-fCseg.  della  Descrizione  di 
Roma  e  dell'Altro  romano.  In  quan- 
to agli  avanzi  del  Tusculo  antico, 
sono  descritti  dal  eh.  Nibby  e  piìi 
ampiamente  dal  cav.  Canina.  Sul- 
lo stemma  poi  di  Frascati,  dice  il 
Piazza  eh*  Ci^So  si  forma  della  glo- 
riosa impresa  delle  chiavi  incrocia- 
te, insegna  della    Chiesa  romana. 

La  fede  cristiana  fu  predicala  nel- 
l'antico Tusculo  probabilmente  dai 
santi  apostoli  Pietro  e  Paolo,  al- 
lorché bandirono  il  vangelo  in  Ro- 
ma,  e  nei  luoghi  e  città  ad  es- 
sa suburbani.  L'Ughelli  neAVItalia 
sacra  tom.  I,  pag.  220,  nel  fare  la 
storia  di  questa  sede  vescovile,  e 
dei  suoi  vescoti,  dice  che  gli  aposto- 
li slessi  o  i  loro  discepoli  ed  alun- 
ni vi  portarono  la  luce  evangeli- 
ca. Il  Piazza  porta  opinione  nel- 
la sua  Gerarchia  cardinalizia  a 
pag.  257,  che  lo  stesso  principe  de- 
gli apostoli  s.  Pielro  abbia  promulga- 
to ai  tusculani  gentili  la  vera  fede, 
ed  osserva  che  a  lui  vennero  dedicate 
le  maggiori  chiese  dell'antica  e  mo- 
derna cattedrale,  siccome  una  pro- 
va del  suo  opinameato.  Aggiunge 
il  Mattei  a  pag.  1 1  i  delle  Memorie 
ixtoriche  dell* antico  Tusculo,  che  i 
primitivi  cristiani  tusculani  trasfor- 
marono il  tempio  maggiore  di  Gio- 
ve in  una  chiesa,  che  dedicarono 
alla  santa  Croce  del  Redentore,  e 
perchè  forse  fu  ivi  riposta  qualche 
porzione  della  reliquia  della  vera 
Croce  gli  diedero  il  nome  di  s.  Ge- 
rusalemme, della  quale  riparleremo 
trattando  delle  chiese  tusculane.  In 
questa  chiesa  il  Mattei  racconta  che 


FRA 
si  venerava  una  divota  immagine 
del  ss.  Salvatore  che  per  pia  tradi- 
zione dicevasi  dipinta  da  s.  Luci, 
la  quale  poi  fu  trasferita  nella  chie- 
sa cattedrale  di  Tivoli,  ove  al  pre- 
sente ritrovasi,  con  quella  iscrizione 
ch'egli  riporta  a  pag.  io3,  descri- 
vendo quindi  i  templi  che  le  deità 
dei  gentili  aveano  nell'antico  Tu- 
sculo. La  chiesa  tusculana  nei  pri- 
mi secoli  del  cristianesimo  ricevette 
l'insigne  prerogativa  di  essere  una 
delle  sei  sedi  suburbicarie  cardinali- 
zie, il  cui  vescovo  come  collaterale 
al  romano  Pontefice  ufficiava  per 
lui  nella  patriarcale  basilica  lalc- 
ranense  di  Roma  nel  venerdì  d'ogni 
settimana,  ed  allora  risiedeva  nel 
contiguo  patriarchio,  come  meglio 
dicesi  all'articolo  Vescovi  suburbica- 
ri[F'edi];  le  sedi  de' quali,  come  que- 
sta di  Tusculo,  sono  immediatamen- 
te soggette  alla  Sede  apostolica.  11 
primo  vescovo  di  Tusculo  di  cui  si 
trova  menzione  ,  secondo  1'  Ughelli 
ed  il  Panvinio,  è  Marte  o  Marzio 
vescovo  tusculano  nell'anno  269. 
Dopo  una  lunga  lacuna  si  conosce 
per  secondo  vescovo  tusculano  Vi- 
taliano, il  quale  nell'anno  680  sot- 
toscrisse al  dire  del  Coleti,  annota- 
tore dell' Ughelli,  nel  concilio  di  R.o- 
ma  alla  lettera  che  il  Papa  s.  Aga- 
tone consegnò  ai  suoi  legati  che 
mandò  egli  al  sesto  concilio  ge- 
nerale che  in  detto  anno  dove- 
va celebrarsi  a  Costantinopoli.  Il 
terzo  vescovo  fu  Pietro  nomina- 
to dal  Pontefice  s.  Leone  IV  del- 
r847,  per  la  testimonianza  del  Ba- 
ronio  all'anno  8o3.  JNell'anno  964 
era  vescovo  Egidio,  che  il  Papa  Gio- 
vanni XIII  inviò  suo  legato  a' polac- 
chi convertiti  io  quel  tempo  alla  fe- 
de, nella  quale  li  confermò. 

Nell'anno    io5o  è  registrato    per 
quinto  vescovo  il  cardinal  Pietro,  il 


FRA 
primo  che     si   trova   decorato   della 
dignità   cardinalizia.    Nel    io58    per 
morte  del  Pontefice  Stefano  IX  det- 
to  X  avendo    usurpato  la   cattedra 
apostolica     il    cardinal     vescovo    di 
Velletri     de'  conti    Tusculani ,      die 
prese  il    nome  di    Benedetto    X,   il 
cardinal   Pietro  nascostamente  partì 
da  Roma,   per  non   essere    costretto 
ad  intervenire  a  cotal   elezione.   Nel 
lODp  Nicolò  li   fece  cardinal  vesco- 
vo    tuscnlano     Gilberto  ,     che    nel 
1 062    ebbe    a  successore    Pietro,  e 
di   questo   fu   Giovanni   fatto    cardi- 
nal vescovo    da   Alessandro  IT;   egli 
si    distinse  nello    zelo  contro    l'anti- 
papa Giliberto  o  Clemente  III,  cbe 
disputava  la  suprema    dignità     a    s. 
Gregorio   VII,  Dopo    la  sua    morte 
Urbano  II  fece   cardinal    vescovo  tu- 
scnlano Giovanni  Marsicano,  che  sos- 
tenne vigorosamente  Pasquale  li  con- 
tro le  violenze  dell'impero  perle  inve- 
stiture ecclesiastiche  nel   concilio  di 
Guastalla.  Nell'anno  i  i  1  8  lo  succes- 
se Divizio,  cardinale;  ed  a  questi  nel 
1122  Egidio  francese  chiamato  an- 
cora Gibo,  fatto  cardinal  vescovo  da 
Calisto   II,  uomo  dotto  ed  eloquen- 
te: cadde  nello  scisma  di    Anacleto 
li,  ed  a  mediazione  di  s.  Bernardo 
ritornò  all'ubbidienza  del  legittimo 
Innocenzo  li,  che  lo  ripristinò  nelle 
dignità  dalle  quali   l'aveva   deposto. 
Indi    fu    vescovo     il    celebratissimo, 
dotto  e  pio  cai-dinal  Ugo  di  s.  Vit- 
tore sassone;  e  nel    i  ì^t.  Imaro  car- 
dinale francese,  monaco  benedettino, 
legato    di    Lucio    II    in    Inghilterra, 
morto  in  Cluny  nel    1164:  fu  ama- 
to e  stimato  da  s.  Bernardo,  ma  of- 
fuscò lo    splendore    delle  sue    virtù 
col   seguire  il    partito    dell'antipapa 
Vittore  IV,  che  poi  abbandonò  rico- 
noscendo Alessandro  III.  Questi  pro- 
pose a  questa  sede  in  cardinal   ve- 
scovo, Ugo  Pierleoni  romano  :  va  qui 


FRA  2i3 

notato  che  il  Mattei  a  p.    ì6')  par- 
lando dell'antipapato  di   Vittore  IV, 
dice  che  concorse  alla  sua  intrusione 
Giovanni  uiigaro  abbate  di  Strutnio, 
e    cardinale  ,    e    vescovo     tusculano 
secondo   alcuni,    divenendo  anch'egli 
antipapa  col   nome  di  Calisto  HI.  Il 
medesimo   Alessandro   111   nel    1178 
creò    vescovo  e  cardinale    Pietro    di 
Pavia,  poi  vicario  di  Roma  per  Lu- 
cio 111,  Urbano  HI  e  Gregorio  Vili 
sino  a  Clemente  IH;  morì  nel  1 186. 
Sembra  che    fosse    vacante    la  sede 
quando  nel   i  19  i    seguì  l'eccidio  del- 
l'antico Tusculo;  tuttavolta  nel  i-zoS 
Innocenzo  HI  creò  cardinal  vescovo 
tusculano     Nicolò    romano,    poi   le- 
gato   di  Onorio  IH   in    Inghilterra, 
morto  nel    1219.  Quel  Papa  gii  die 
in  successore  il    cardinal    Nicolò    di 
Chiai amonti  siciliano,    dell'imperiale 
stirpe  di  Carlo  Magno,   non  essendo 
ancora,  come  osserva   il  Piazza,  in- 
trodotta nel  sagro    collegio    l'ozione 
o  passaggio  ai  sei   vescovati    subur- 
bicari,  ai   titoli     e  alle  diaconie  car- 
dinalizie.   A    questo    insigne    cardi- 
nale, che  eseguì  varie  legazioni,  ed  ai 
vescovi  tusculani  suoi    successori  O- 
norio  III,  con  bolla  XIII    kalen.  de- 
cembris  i-ìi^jEt  si  de  univtrsis frU' 
tribusj  et  coepiscopìs  noslrìs   curam^ 
presso  rUghelli  a  pag.  28  i,  conces- 
se per  abitazione  permanente  in  Ro- 
ma,   come    obbligati  alla    residenza 
presso  il    romano    Pontefice,  il    pa- 
lazzo o  casa  vescovile  con  la  chiesa 
annessa  di  s.    Maria  del   Monistero, 
oggi  chiesa    e    monistero  delle    mo- 
nache di  s.  Maria  della  Purificazio- 
ne nel    rione  Monti.    Questa  chiesa 
anticamente  era  stala  insigne  abbazia 
dei    monaci  benedettini    o  basiliani, 
il  cui  abbate  assisteva  il  Papa  quan- 
do celebrava  solennemente,  e  poi  da 
Martino  V   fu  data  ai  monaci  girola- 
mini    di   s.    Pietro    in   Vincoli,    la 


questo  luogo  per  lungo  tempo  fe- 
cero residenza  i  vescovi  tusculani, 
cioè   da  Onorio  III  a  Martino  V. 

Al  cardinal  Chiaramonti  Grego- 
rio IX  die  in  successore  nel  1228 
il  cardinal  Giacomo  di  Vitriaco  in- 
signe predicatore,  zelante  contro  gli 
albigesi,  e  nelle  crociate,  dotto,  mo- 
ri santamente  nel  I244-  Innocenzo 
IV  allora  fece  vescovo  e  cardinale 
Ottone  di  Castel  Ridolfo,  ossia  Odo- 
ne di  Chateauroux  della  diocesi  di 
Bourges,  legato  a  s.  Luigi  IX  che 
determinò  alla  crociata;  la  cui  santa 
cappella  di  Parigi  coU'intervento  di 
venti  vescovi  consagrò:  mori  in  Civi- 
tavecchia nel  1273,  secondo  il  Piaz- 
za, altri  con  l'Ughelli  dicono  in  Or- 
vieto. Gregorio  X  nominò  cardinal 
vescovo  Pietro  di  Lisbona  arcivesco- 
vo di  Braga  e  suo  archiatro,  il  qua- 
le a'  i5  settembre  1276  fu  eletto 
Papa  col  nome  di  Giovanni  XXI, 
ed  è  il  primo  cardinal  vescovo  tu- 
sculano  elevato  al  sommo  pontifi- 
cato. A'25  novembre  1277  divenne 
Papa  Nicolò  III,  il  quale  pose  nella 
sede  tusculana  il  cardinal  Ordoneo 
o  Odone  ossia  Ordonio  Alurtz  di 
Lisbona  arcivescovo  di  Braga,  che 
ebbe  in  successori,  nel  1285  il  car- 
dinal Giovanni  Boccamati  o  Bocca- 
mazza  patrizio  romano,  sotto  del 
quale  la  residenza  pontificia  fu 
trasferita  io  Avignone;  nel  1 809  il 
cardinal  Berengario  PVedol  francese; 
nel  i3i2  il  cardinal  fr,  Bertran- 
do Augerio  della  Torre  francese,  dei 
minori;  nel  1827  il  cardinale  Anni- 
baldi  da  Ceccano;  nel  i338  il  cardi- 
nal Guglielmo  de  Court,  cistcrciense 
francese,  nipote  di  Benedetto  XII; 
nel  i36i  il  cardinal  Kicola  Capoc- 
ci nobile  romano;  nel  i368  il  car- 
dinal Egidio  Aiscelin  o  Aysellin 
francese,  che  quando  nel  1877 
Gregorio    XI    riportò    la     residenza 


FIIA 

pontificia  in  Roma  volle    restare  in 
Avignone.  Nell'anno  seguente  essen- 
do insorto  contro   Urbano  VI  l'an- 
tipapa Clemente   VII,    questi  essen- 
dosi portato  a  stabilirsi  in  Avignone, 
nel     1379  ^^'^    morte  del    cardinal 
Bgidio  fece    vescovo  tusculano  Gio- 
vanni   de    la    Grange    benedettino 
francese,  che  Gregorio  XI   avea  fat- 
to cardinale,  siccome  suo  partitante, 
che    mori    nel     1402.    Ma  Urbano 
VI  nel    1878^  o  meglio   il   succes- 
sore Bonifacio  IX,  nel  1391,  fece  ve- 
scovo   tusculano  il  cardinal  Pileo  de 
Prata  di  Concordia.  A  questi  lo  stes- 
so Bonifacio   IX  nel  i4o3   fece  suc- 
cedere   il  cardinal  Enrico  Minutolo 
napoletano.   Intanto  a  Bonifacio   IX 
succedettero  Innocenzo  VII,  e  Gre- 
gorio XII  Corraro  veneziano,  men- 
tre lo  scisma  sostenevasi  dall'antipa- 
pa Benedetto  XIII,  eletto    dopo    la 
morte   del  falso  Pontefice    Clemen- 
te VII.   A  terminar  lo  scisma  i  car- 
dinali dei  collegi   di   Gregorio  XII, 
e  di    Benedetto    XIII    nel     14^9  si 
adunarono    in    concilio  a  Pisa,    ove 
intervenne  il  cardinal  Minutolo  ve- 
scovo   tusculano  ,     e  Pietro    Girar- 
do    francese    anticardinale  di    Bene- 
detto XIII,  e  per  lui  sino  dal  i4o2 
vescovo  tusculano.     Nel    concilio  fu 
deposto    Gregorio  XII    ed    in    vece 
eletto     Alessandro    V:    questi    rico- 
nobbe per  veri  cardinali  quelli   che 
avevano  abbandonato  l'antipapa,  fra  i 
quali  il  Girard.  Siccome  poi  nei  due 
collegi    alcuni  avevano  il   vescovato 
suburbicario,  il  titolo  e  la    diaconia 
che  altri    possedevano,  ebbero    ori- 
gine le   ozioni    dei  vescovati  ,   tito- 
li, e  diaconie   vacanti.    Cos^i    essen- 
do    vacante     la    sede    suburbicaria 
di    Sabina    1'  otto     ed    ottenne     il 
cardinal    Minutolo  ,    restando    ve- 
scovo    tusculano     il     cardinal     Gi- 
rard ,    che  morì  in   Avignone   nel- 


FRA 

l'anno    i4'7j    benché     peiiiteniicre 
maggiore. 

Continuando  Gregorio  XII  a  ri- 
guardarsi per  Papa,  ed  il  simile  fa- 
cendo Benedetto  XIII  ,    alla   morte 
di  Alessandro  V,  gli    fu    dato    nel 
i4io  a  successore  il  cardinal   Bal- 
dassare  Cossa    napolitano.    A    ter- 
minare  il    funestissimo     scisma     fu 
adunato  il  gran  concilio  di  Costan- 
za, ove  Gregoiio  XII    avendo    ge- 
nerosamente    rinunziato,    fu    fatto 
cardinal  decano  del  sagro  collegio, 
legato  del  Piceno,  e  vescovo  subur- 
bicario  di   Porto,  che  l'Ughelli  di- 
ce tusculano  :    Giovanni   XXIII    fu 
deposto,  l'antipapa  Benedetto  Xlll 
scomunicato,  ed  eletto  Martino  V. 
Essendo  moi  to    nel    medesimo  an- 
no  i4'7   il  cardinal    Angelo    Coi- 
raro  in  Recanati,  già  Gregorio  XII, 
e  dimorando  nel   i4'9   Martino  V 
in  Firenze,   ivi   si   portò    a    gittarsi 
a'  suoi  piedi  Baldassare  Cossa,    già 
Giovanni  XXIIl.    Il   pacifico    Mar- 
tino V  lo  perdonò,  il  creò    cardi- 
nal   decano    del    sagro    collegio ,  e 
vescovo     tusculano ,     concedendogli 
sedia   più  eminente  degli  altri  car- 
dinali :  de'  quali  onori  poco  il  cai - 
dinaie    fruì,    morendo    dopo    pochi 
mesi  in  Firenze.   Le  sede    luscula- 
na  resto  vacante,    finché    Eugenio 
IV  nel    i43i    vi    nominò    il  cardi- 
nal Antonio  Panciarini   o  Panciera 
di  Portogruaro,  che  mori  nell'istes- 
so  anno;  fu  rimpiazzata  nel  i436, 
quando    il    greco    cardinal   Ugo   di 
Lusignano  fratello  dei  re  di  Cipro, 
lasciata    la    chiesa    suburbicaria    di 
Palestrina,  otto  alla  tusculana.  Que- 
sto cardinale  per  la  parentela  che 
avea  colla  casa  di  Savoia,  allorché 
nel    14^9    fu  dal    conciliabolo    di 
Basilea    eletto    in    antipapa    Ame- 
deo di    Savoia,    che     prese    il  no- 
me   di  Felice  V ,  miseramente  ne 


FRA  ai5 

5>egu'i  le  parti ,  e  mori  sotto  la 
sua  ubbidienza  nell'  anno  i442- 
Allora  Eugenio  IV  gli  die  per  suc- 
cessore il  cardinal  Lodovico  di  Lu- 
xemburgo  Ligny  francese,  che  ter- 
minò di  vivere  nell' istesso  anno; 
onde  il  Papa  elesse  nel  i444  '^ 
sua  vece,  il  celebre  cardinal  Giu- 
liano Cesarini  romano,  morto  nel 
seguente  anno.  Nicolò  \  nel  i449 
onorò  questa  sede  col  trasferire  da 
quella  pur  suburbicaria  di  Sabina 
il  dottissimo  e  celeberrimo  greco 
Bessarione  già  monaco  basiliano , 
che  morì  nel  i473.  Alle  biografìe 
de'  cardinali  di  questo  medesimo 
Dizionario  sono  riportate  non  solo 
le  notizie  di  quelli  che  occuparono 
la  sede  tusculana  o  di  Frascati , 
ma  anche  quelle  cose  principali  , 
che  possono  riguardare  la  città  e 
diocesi  di   Frascati. 

Sisto  IV  dal  vescovato  di  Sabi- 
na trasferì  nel  tusculano  nel  147^ 
il  cardinal  Latino  Orsini,  il  quale 
ebbe  i  seguenti  successori  tutti  car- 
dinali. Giacomo  Ammannati  luc- 
chese, detto  il  Papiense;  fu  fatto 
vescovo  nel  i477>  ^  morì  nel  i479 
in  cui  gli  successe  Ballista  Zeno 
veneziano,  nipote  di  Paolo  II.  In 
sua  morte  nel  1 5o  i  dalla  sede  sub- 
urbicaria di  Albano,  Alessandro  VI 
traslocò  a  questa  Giorgio  Costa 
portoghese,  che  passando  nel  i5o3 
a  quella  pur  suburbicaria  di  Por- 
to e  s.  RutKna,  gli  successe  Loren- 
zo Cibo  vescovo  di  Albano.  Indi 
ne  furono  vescovi,  nel  i5o3  stesso 
Antonio  Pallavicini,  poi  vescovo  di 
Porto,  e  Gio.  Antonio  Sangiorgi 
piacentino;  nel  i5o7  Bernardino 
Carvajal  spagnuolo  vescovo  di  Al- 
bano, poi  di  Palestrina;  nel  i5o9 
Guglielmo  Brissonnet  francese,  indi 
Domenico  Grimani  veneziano,  ve- 
scovo d'Albano,   poi  di  Porto  ;  Fi- 


2i6  FRA 

lippo  di  Luxernlnu^o  liancese  nel 
i5i8,  ma  morendo  nell'anno    se- 
guente, gli  successe  Alessandi-o  Far- 
uese  l'ornano,  che  nel  i523  diven- 
ne    vescovo    di    Palestrina ,    e    nel 
1  534  Pontefice  col  nome  di  Paolo 
in.  Dopo  di  lui  fu  vescovo  Anto- 
nio delMonle,  traslocato  da  Alba- 
no, e  poi  Francesco  Guglielmo  de 
Ciermont  francese  nel     1 524-    Nel 
i54i    lo  divenne  Marino    Grimani 
yeneto,  poi   vescovo  di    Porto  ;  nel 
1543  Filippo  de  la   Cliambre    sa- 
voiardo.  iN'el    i55o  Gio.  Pietro  Ca- 
rafa    napolitano    fu    da  Giulio   III 
fatto  vescovo  tusculano,    nel    i553 
passò    alla    sede    di    Porto ,    e  nel 
ì555    alla    romana    col    nome    di 
Paolo  IV.  iXel    detto    anno     i553 
il   vescovo  d'Albano  Giovanni  Bel- 
l.iy    passò    ad    esserlo  di    Frascati, 
poi  di  Porto;   nel  medesimo  anno 
i553  Rodolfo  Pio  di  Carpi  fu  no- 
minato vescovo,  indi  passò  a   Por- 
lo.  Nel    i555  fu  vescovo    fr.    Gio- 
vanni  Alvarez  di  Toledo  spagnuo- 
lo,  già  di  Albano;  mori  nel  155^, 
e  gli  successe  Francesco  Pisani  ve- 
scovo di  Albano,  poi  di  Porto.  Nel 
i562  dalla  sede  di  Palestrina  pas- 
sò a  questa  Federico  Cesi,  indi  di 
Porto;    altrettanto    nel     i564    av- 
venne    a     Giovanni     Moroni.     Nel 
i565  da  vescovo  di  Sabina    passò 
ad  esserlo  di  Frascati  poi  di  Por- 
to,   Alessandro    Farnese    romano; 
altrettanto  si  deve  dire    di    Giaco- 
mo Savelli  romano  del  iSyS.  Gio. 
Antonio  Serbelloni  milanese  vesco- 
vo di  Palestrina,  nel    i583    lo  di- 
venne di   Frascati,  e  ne    fu    bene- 
merentissimo,  poscia  di  Porto.  Nel 
iSSj  fu  fatto  vescovo  Alfonso  Ge- 
sualdo già  di  Albano,  poi  di  Por- 
to. ]\on  deve    recare    meraviglia  i 
frequenti  passaggi,  giacché  vacando 
i    vescovati    di    l'orto  e    di    Ostia, 


FRA 
che  sogliono  tenersi  dai  sotto-dfl- 
cani  e  decani  del  sagro  collegio  , 
essendo  per  lo  più  i  piìi  vecchi 
cardinali,  talvolta  non  souq  rare  le 
loro  morti  ;  ora  non  riporteremo 
più  i  passaggi  ,  parlandosene  alle 
rispettive  Liografie. 

Seguono    gli    altri    cardinali   ve- 
scovi   tusculini  :    nel     «587     Innicq 
Davalos;   nel    i  jg  i    ^folomeo  Gal- 
li ;   nel    1 600   Lodovico    Madrucci  ; 
nel     1 60 1     Girolamo     Simoncelli  ; 
nel     i6o'i    Domenico    Pinelli  ;    nel 
160Ò1    Antonio    Maria    Galli;    nel 
1608    Mariano    Pierbenedetti  ;    ne( 
i6i  I  Evangelista  Pallolta  ;  nel  1620, 
Francesco  Sforza;  nel  1624  Odoar- 
do  Farnese;   nel    1G26   Gio.   Batti- 
sta Deti  ;   nel    i6:?6    Bonifacio   Be-, 
vilacqua  ;   nel    1627    Andrea   Peret- 
ti  ;   nel    1629   Gio.   Garzia  IMellini  ; 
neir  istesso  anno    Marcello    Lante , 
e    Giulio   Savelli;    nel     1 644    Griu- 
liq  R.oma  ;   nel    164^  Carlo  de  Me- 
dici; nel    i6ti2    Bernardino  Spada; 
neir  istesso  anno    Giulio  Sacchetti  ; 
nel    i65ti   Antonio    Barberini;    nel 
1661  Girolamo  Colonna;  nel  1666, 
Gio.   Battista    Palletta;    nel     1668 
Francesco     Maria     Brancacci  ;     nel 
1671  Ulderico  Carpegna;  nel  167V 
Virginio  Orsini;    nel     1676    Carlo, 
Rossetti;    nel     1680    Alderano  (^i- 
bq;  nel  i683  Pietro  Ottoboni,  pas- 
sato   poi    nel     1687    a    vescovo  di 
Porto,  e  nel     1689    Pontefice    A- 
lessandro  Vili;   nel    1687    Giaco- 
mo   f\-anzoni;    nel     1693    Niccola 
Acciajoli  ;   nel    1700   Vincenzq  Ma- 
ria Orsini,  poi  nel     171 5    vescovo 
di  Porto  e  s.   Ruffina,  e  nel  i  724 
Papa    Benedetto    Xlll;    nel     I7i5 
Sebastianq  Tanara;  nel  1721  Fran- 
cesco Giudice;    nel    1720    Lorenzo 
Corsini  che  da  questa    sede    passò 
alla  cattedra   di  s.  Pietro  nel   i73o 
col    nome    di    Clemente    XI  l  ;   nel 


FRA 
1730  Piplfo  Oltoboiii  ;  nel  i73t. 
Pietro  Maicellino  CoiTadiiii  ;  nel 
1743  Giiiit'ppe  AccoiMmb(jiii  j  che 
mori  a'  21  marzo  I747-  Allora 
lienedetto  XIV  eslipse  le  contro- 
versie sulla  giinisdizione  ecclesia- 
stica tra  il  cardinal  vescovo  di  Fra- 
scati, e  l'abbate  commendatario  del- 
l'abbazia di  Grottaferrata,  median- 
Ip  la  bolla  Inter  malia,  emanata 
a'  4  aprile  17475  presso  il  Bull. 
Mdgn.  tom.  X\  If,  png.  157.  Di- 
phiarò  Benedetto  XIV  con  questa 
bolla  che  il  vescovo  tusculano  non 
pveva  giurisdizione  glctma  sul  di- 
ritto temporale  e  baronale  dell'ab- 
bazia, quale  spettava  al  commen- 
datario; che  il  moiiistero  e  i  mo- 
naci erano  esenti  dal  detto  vesco- 
vo; che  1^  cura  delle  anime  ap- 
parteneva alla  parrocchia  del  mo- 
nislero  ;  ma  che  la  giurisdizione 
spirituale  del  territorio,  sul  clero 
e  sul  popolo  spettava  al  vescovo 
tusculano.  V.  l'opuscolo  di  Vitto- 
rio Martini  \\\\.\\.u\aio:AllaSatili(à 
(lì  Benedelto  XIV,  per  V abbazia 
di  Groltaf errata,  e  la  chiesa  VRr 
scovile  di  Frascati,  Roma  1746. 
Come  pure  l'opuscolo  di  Gabriele 
Serianni,  che  porta  per  titolo:  All(t 
Santità  di  Benedetto  XI F.  Ristretto 
di  replica  di  fatto  e  di  ragioni  per 
l'abbazia  di  Grottaferrata  e  Fra^ 
scati ,  Roma  '747-  In  questo  s] 
esamina  se  Grottaferrata  sia  ISul- 
lias,  come  presumeva  il  cardinal 
Guadagni  abbate  commendatai'io , 
oppure  fòrmi  porzione  della  dio- 
cesi di  Frascati,  come  intendeva  il 
cardinal  vescovo  Accoramboni. 

Composte  da  Benedetto  XIV  |e 
questioni  indicale,  nel  concistoro 
?ie'  IO  api  ile  '747  trasferì  dalla 
cjtiesa  di  Sabina  alla  tusculana  il 
cardinal  Vincenzo  Bichi  ,  il  quale 
pbbe  i  seguenti  successori.  Nel  1750 


FRA  ^17 

il  cardinal  fr.  Gio.  Antonio  Gua- 
dagni già  carmelitano  scalzo;  nel 
1756  il  cardinal  Carlo  ìMaria  Sa- 
gripanti  ;  nel  175S  il  cardinal  Ca- 
millo Paolucci;  e  nel  concistoro  dei 
i3  luglio  17G1  Clemente  XUI  pro- 
mosse a  questa  sede  il  serenissioio 
cardinal  Enrico  Benedetto  Maria 
Clemente  denominato  duca  di  Yorck, 
ultimo  rampollo  dei  re  d' Inghil- 
terra della  casa  Stuart.  Quel  Pon- 
tefice avea  consagrato  il  cardinale 
ili  arcivescovo  di  Corinto  in  par- 
tibus  sino  dal  lyóS.  Questo  am- 
plissimo cardinale  beneficò  Frascati 
e  la  diocesi  con  ogni  maniera  di 
munificenza,  lasciando  vari  monu- 
menti del  suo  animo  generoso,  e 
dell'amore  che  portava  alla  sua 
chiesa  tusculanEj.  JNel  1764  celebrò, 
il  sinodo  diocesano,  che  col  titolo  d^ 
Synodus  Tusculanus,  e  per  cura 
del  gesuita  p.  Gasparo  Stefanucci 
fu  pubblicato  in  R.oma  con  le  stam- 
pe nel  1764;  ne  celebrò  altro  nel 
1777,  e  si  ha  stampato  in  Roma 
\i\  tale  anno.  Indi  nella  chiesa 
cattedrale  di  Frascati  il  suddet- 
to cardinale  nel  179^  consagrò  ar- 
civescovo di  Tiro  m  partibus,mon- 
signor  Annibale  della  Genga,  che 
Pio  VI  inviò  nunzio  apostolico  in 
Colonia,  e  poi  divenne  Papa  col 
nome  di  Lqone  XII,  Piacendogli 
al  cardinale  Yorck  il  sos;giorno 
di  Frascati ,  ed  il  suo  seggio  ve- 
scovile ,  gran  parte  dell'anno  vi 
faceva  residenza  ;  né  volle  passa- 
re alla  chiesa  vescovile  di  Por- 
to e  s.  Ruffina,  quando  divenne 
sotto-decano  del  sagi-o  collegio.  Di- 
venuto poi  nel  i8o3  decano  del 
medesimo  sagro  collegio,  nel  con- 
cistoro de'  26  settembre  demise  la 
chiesa  tusculana ,  e  da  Pio  VII 
consegui  quella  di  Ostia  e  Velie- 
tri.   Allora   il  Pap,4  promosse  al  ve- 


2i8  FR/V 

scovato  di   Frascati  il  cardinal  Giu- 
seppe Doiia  Pamphily,  che  ne  go- 
vernò la  clìiesa  sino  a' 26  settem- 
l)re    i8i4>  in  cui   venendo    da   Pio 
VII  trasferito  a  quella  di  Porto  e 
s.  Ruffina,  fu  fatto  vescovo    tuscu- 
lano  il  cardinal  Giulio  Maria  della 
Somaglia,  nel  concistoro  tenuto  da 
quel  Papa.  Dipoi   Pio  VII  nel  con- 
cistoro de'  2  1    dicembre    18 18   fece 
vescovo  il  cardinal  Bartolomeo  Parca 
da  ultimo  morto  decano    del   sagro 
collegio  :  e  in   quello  de'  i3  agosto 
1821    gli  sostituì  il  cardinale  Fran- 
cesco Saverio    Castiglioui,     che    ila 
questa  sede  fu  esaltato    al    pontifi- 
cato a'  3i    marzo    1829,  prenden- 
do   il    nome    di    Pio   Vili.    Questi 
nel  concistoro    de'  r8    maggio    del 
medesimo    anno ,   dichiarò  vescovo 
di   Frascati   il  cardinale  Emmanue- 
le    de  Gregorio,    il    quale  dal   re- 
gnante Giegorio  XVI  venendo  fras- 
jato  alle  chiese  di   Porto ,   s.   Ruf- 
fina e  Civitavecchia,  nel    concisto- 
ro de'  2     ottobre    1837    vi  sostituì 
il   cardinal   Lodovico  Micara ,    del- 
l'ordine de'  minori  cappuccini,  na- 
to in  Frascati,  con  gran  giubilo  dei 
concittadini,  per  vedere   sulla  loro 
sede  vescovile  un    personaggio  che 
aveva  tanto    illustrato    la    comune 
patria.  Questo  cardinal  vescovo,  fin- 
ché governò  questa  chiesa,  non  so- 
lo faceva  l'ordinaria  sua  residenza 
in  Fi-ascali,  e  ne  fungeva    provvi- 
damente il  governo  con  zelo  e  sol- 
lecitudine pastorale;  ma  è  grande- 
mente benemerito  di  esso,    per  a- 
vere  rifabbricato  l'ospedale  ed  ac- 
cresciute le  rendite;    stabilito    con 
ragguardevoli  somme   il  monte    di 
pietà,  giacché  quello  ch'esisteva  ai 
tempi  del  Piazza  non   vi    era   più; 
e     dato     miglior    ordine     allo  stu- 
dio   ed  al    regoldmento    del    semi- 
nario ,     la   cui     erezione    primaria 


FRA 

si  deve    al  cardinal   vescovo  Giulio 
Sacchetti. 

Oltre  a  ciò  essendo  nel  decorso 
anno,  per  morte  del  cardinal    Pe- 
dicini    vacata   la    sede    vescovile    di 
Porto,  s.   Piufllna    e  Civitavecchia, 
il   cardinal   JMicara  al    passaggio  di 
essa    preferì     rimanere    nell'amata 
sua   sede   tusculana,  divenendo  pe- 
rò de  jure  sotto-decano    del  sagro 
collegio,  e  prefetto  della  sagra  con- 
gregazione   de'    riti    per    benignità 
del  Pontefice.  Egli  è  pure   protet- 
tore della  città  di   Frascati,    e  del 
conservatorio   Pio.   Finalmente   per 
la  morte  del   cardinal   Pacca  essen- 
do il  cardinal  Micara  divenuto  deca- 
no del  sagro  collegio,  il  Papa  che  re- 
gna lo  ha  dichiarato  prefetto  della 
sagra  congregazione    cerimoniale,  e 
nel  concistoro  de'  17  giugno  1 844 
Iraslatato   alle  sedi    suburbicarie  di 
Ostia  e  Velletri,  e  perciò  fatto  le- 
gato apostolico  di  Velletri,    e   sua 
provincia.     Inoltre    nel    medesimo 
concistoro    il    Pontefice    preconizzò 
in  vescovo  di  Frascati    il    cardinal 
Mario  Mattei   di   Pergola,  arciprete 
della  patriarcale  basilica    vaticana  , 
segretario    per    gli    affari    di    stato 
interni,  e  visitatore  apostolico  nello 
spirituale  e  temporale  dell'  abbazia 
e   monisteio  dell'ordine  basiliano  di 
Grotlaferrata.    La  serie     de'  vesco- 
vi    tusculani ,    è     riportata    crono- 
logicamente   nell'appendice    al    Sy- 
nodus  Tusculnnus  del    1764,  e  dal- 
rUghelli  neW  Italia    sacra,    poten- 
do servire  di  continuazione  le    an- 
nuali   Notizie    di    Roma.    In    una 
delle  sale  dell'episcopio  vi  sono  di- 
pinti alle  pareti    i    ritratti    dei     ve- 
scovi  tusculani,  disposti   per  ordine 
cronologico.  . 

La  cattedrale  di  Frascati  è  de- 
dicata a  Dio,  ed  in  onore  del  prin- 
cipe degli   apostoli    s.   Pietro  edifi- 


FRA 
cala  a  spese  del  comune,  con   no- 
bile e  maestosa  architettura  di  Car- 
lo   Fontana.     Essa    è    costrutta    di 
pietra  tusculana,  ossia  sperone,  ch'è 
un  tufo  vulcanico  piìi  compatto  del 
tufo  romano,  e  più  atto    ai  lavori 
d'  architettura.     Il     suo     prospetto 
esterno  è  decorato  da  due   alte  ed 
eguali    torri    campanarie,    edificate 
lateralmente,  che  mostrano  al  pub- 
blico   due   orologi    che  segnano  le 
ore,  uno  col  metodo  italiano,    l'al- 
tro con  quello  francese.    Sulla    ci- 
ma  vi  sono  quattro    proporzionati 
candelabri    che    sostengono    altret- 
tanti  fanali.   Ai  fianchi    dell'ingres- 
so e  in  alto  si  vedono  le  statue  dei 
.ss.  principi  degli  apostoli  Pietro  e 
Paolo,  e  più    sotto    quelle    dei    ss. 
Bocco  e  Sebastiano,  non  che  quelle 
de'  ss.  Filippo  e  Giacomo  apostoli 
protettori  della  città.   Sulla  princi- 
pale porta    d'ingresso    in     bassori- 
lievo è  rappresentt-tto  il  Redentore, 
che    rivolto  a  san    Pietro    sembra 
dirgli  :   modicae  Jìdti   quare    diibi- 
tasli.    Abbelliscono     inoltre    questa 
facciata    otto    colonne    della    detta 
pietra    tusculana,    e    nell'attico    a 
grandi   lettere  si  legge  :  iv  honorem 
«.    PETRr    apostoli  s.  p.  q.   t.    Nel 
Iregio  è  notato  come  questa  catte- 
drale, sostituita    a   quella     di     san 
Rocco,    fu    cominciata    nel  pontifi- 
cato d' Innocenzo  XII,  e    termina- 
ta sotto  Clemente  XI  l'anno  san- 
to dell'uni  versai  giubileo  del  1700. 
E  sul  detto  bassorilievo  si  legge  il 
nome    di    carolo    columxa    guber. 
(Questo    è    Carlo  Colonna  romano, 
maggiordomo     de'  Pontefici     Inno- 
cenzo XII,  e  Clemente  XI,  e  per- 
ciò governatore  di  Frascati  :  il  se- 
condo lo  creò  cardinale  nel    1706. 
L'interno  della  chiesa  è    diviso  in 
Ire  navi;  l'altare  maggiore  fu  con- 
sagrato nel    1680  dal  cardinal  Al- 


FRA  219 

derano    Cibo    vescovo    di  Frascati, 
al  dire  del  Piazza,  il  quale  aggiun- 
ge che  ivi  nella  tribuna  è  effigiato 
in   marmo,   con  figure  al  naturale, 
il  Salvatore  che  consegna  a  s.  Pie- 
tro  le  chiavi,  simbolo  della  sua  su- 
prema   pontificia     potestà.     Questo 
altare  però  fu  dedicato    nel    1708, 
e  d'allora  in  poi  questa  chiesa  ser- 
vì di  cattedrale.    Una    lapide  a  si- 
nistra della  porla  maggiore,  dichia- 
ra   essere    stalo    ivi    sepolto    Carlo 
OJoardo  figlio  di   Giacomo   III  re 
cattolico  d'Inghilterra,  morto  a'  3  i 
gennaio    1788:  questi  è  il    celebre 
principe    Carlo   Stuart ,    conosciuto 
sotto  il  nome  di  pretendente  d'In- 
ghilterra ;  e   la   lapide    fu  posta   da 
Enrico  cardinal  duca  di  Yorck  suo 
fratello.     La    lapide    ricordata    era 
prima    a    sinistra    dell'altare  mag- 
giore, ma  essendo  stata  dal    bene- 
merito vescovo  cardinal  Micara  fab- 
bricala una   cappella    in    onore  di 
Maria  santissima  Addolorata  (la  cui 
immagine   che    ivi    si    venera  apri 
gli  occhi,  ed   è  stata  coronata    dal 
vescovo  cardinal  Somaglia)  che  ser- 
visse ad  uso  di  coro  d' inverno:   fu 
in  quel  luogo  aperta  la  porta  del- 
la  cappella  per  non  togliere  la  sini- 
rnelria  della  fabbrica  interna  della 
chiesa,    e  la    lapide    trasportata   al 
detto  luogo.  Dice  il  Piazza,  che  in 
uno  dei  sette  altari  della  cattedra- 
le si   venera  un'antichissima  e   mi- 
racolosa immagine  della  beata  Ver- 
gine, con  tradizione  che  sia  dipin- 
ta da   s.  Luca,  per    cui    quando  il 
Domenichino    dovette     restaurarla , 
lo  fece  con  venerazione  e  riveren- 
za.  E  pure  tradizione  che  tale  im- 
magine si  rinvenne    da    un    frasca- 
tano  in  un    nionistero    non    molto 
lungi    dalla    città ,    che    per  essere 
esposto  ai  ladionecci  era  stalo  ab- 
bandonato dai  monaci    di    Grotta- 


12^  FRA 

fienaia,  onde  con  solonne  proces- 
sione fu  portata  in  città.  Nella  cat- 
tedrale vi  è  il  battisterio,  molte 
sagre  reliquie  e  preziose  suppellet- 
tili sagre,  nella  maggior  parte  do- 
nate dai  cardinali  vescovi;  e  nella 
cappella  del  ss.  Crocefisso  vi  è  la 
confraternita  del  ss.  Sagramento,  il 
quale  ivi  si  venera  nel  taberna- 
colo. 

Dopo  la  dislmzione  dell'  antico 
Tusculo,  risiedettero  i  vescovi  nei 
sobborghi  edificati  al  modo  che  di- 
cemmo, nel  sito  dell'odierno  Fra- 
scati. Cresciuta  la  popolazione  si 
eresse  un  tempio  bellissimo,  ador- 
nato successivamente  dai  cardinali 
vescovi,  e  dedicato  a  Maria  Ver- 
gine del  Vivario,  al  presente  s.  Roc- 
co, detto  ancora  il  duomo  vecchio, 
e  di  cui  riparleremo.  Fu  di  nuovo 
questa  chiesa  eretta  in  cattedrale 
l'anno  iSSy  dal  Papa  Paolo  III, 
già  stato  suo  vescovo,  con  la  par- 
rocchia annessa,  dichiarando  Fra- 
.scati  città,  ed  immediatamente  sog- 
getta alla  Sede  apostolica,  com'era- 
no tutte  le  altre  chiese  suburbica- 
rie  cardinalizie.  Indi  Paolo  III  isti- 
tuì la  dignità  dell'arciprete,  con 
quattro  canonici  e  due  beneficiati, 
co'  quali  formò  il  capitolo.  Ma  sem- 
brando a  Sisto  V  questo  clero  trop- 
po ristretto  pel  servigio  ed  ufììcif?- 
tura  d'una  chiesa  cattedrale,  cori 
la  bolla  :  Dudum  si  quìdeni,  ema- 
nata nel  i586,  e  riportata  dall'U- 
ghelli,  confermando  le  provvidenze 
e  concessioni  di  Paolo  III,  gli  ac- 
cordò altre  grazie  e  provvisioni. 
Siccome  non  era  stata  assegnata  la 
dote  suflìciente  pel  mai)tenimenlo 
dell'arciprete  e  prebende  canonica- 
li, perchè  prima  di  stabilirle  era 
slato  colpito  dalla  morte  Paolo  IH, 
ad  istanza  del  di  lui  nipote  cardi- 
nal Alessandro  Farnese   vescovo  di 


FRA 
Frascati,  Sisto   V  assegnò  per  con- 
gruo    mantenimento     del     capitolo 
cento  scudi     sulle  rendite   camerali 
dell'  istossa  città,    ed  altri  cento  per 
la    massa    residenziale,    sopra    una 
pensione  imposta    sulla    mensa  ve- 
scovile.  Indi  accrebbe  il  capitolo  di 
due    altri    canonicati    con    le    loi'o 
prebende,  uno  de* quali   canonici,  e- 
letto  dal  capitolo,  dovesse  essere  coa- 
diutore in   perpetuo  nella    cura    di 
anime  all'arciprete  prima    dignità  , 
ed     a    cui  spetta    principalmente  il 
governo  parrocchiale  della  cura  an- 
nessa  alla  cattedrale,    ciò    che  tut- 
tora si  osserva.    Al  presente  il  ca- 
pitolo si  compone  delle  dignità  d'ar- 
ciprete, di  arcidiacono,  e  di  piimi- 
cerio ,  di  diciasette    canonici    com- 
prese   le    prebende    del    teologo    e 
del  penitenziere,  di  otto  beneficiati, 
e  di  altri   preti    e    chierici    addetti 
al  servigio  divino.   Il    Papa    Paolo 
III  forse  concesse  per   distintivo  ai 
canonici  l'uso  della    mozzetta    pao- 
nazza   e    del    rocchetto,  dappoiché 
quando  egli  1'  istituì  nel    iJSy   ve- 
stirono di   tali   onorifiche   insegne. 
Nella  città  oltre  la  cattedrale  av- 
vi   altra    chiesa    parrocchiale,    ma 
senza   il  sagro  fonte.    Vi   sono  i   ri- 
foi'mati,   i  cappuccini,   i   teatini,  gli 
scolopi,  i  camaldolesi,    ed  il  moni- 
stero  di  s.  Flavia   Domitilla  con  le 
monache  che  professano  la     regola 
di    s.    Agostino.    Quattro     sono    le 
confraternite,   oltre   altri   luoghi  pii, 
come  le  così  dette  monachelle  per 
r  istruzione  delle    fanciulle  ,    deno- 
minandosi le  confraternite:    i.'' del 
Gonfalone;   i'  del  ss.  Sagramento; 
3.'*  di  s.   Giuseppe    Calasanzio,    la 
quale  è  arciconfraternita,    e    dicesi 
anche  delle  scuole    pie  ;    4-'    della 
morte.    11  cardinal    Sfondrati  fondò 
in   Frascati   ed   in  parte  dotò  la  pia 
casa  del  rifugio,   per    sicuro    ricq- 


FRA 
Tero  delle  zitelle  che  potevano  pe- 
ricolare: alle  maeitre  pie  è  aflìda- 
!a  l'educazione  ed  istruzione  delle 
povere  orfane,  iti  pubblica  scuola. 
Ove  stava  il  seminario  eravi  prima 
la  pia  casa  degli  orfani:  l' edifìzio 
del  seminario  fu  edificato  nel  1701, 
come  ricavasi  da  una  iscrizione  ivi 
esistente,  mentre  da  altra  del  1770 
del  cardinal  Yorck  sono  indicate 
le  sue  beneficenze  verso  il  medesi- 
mo. Innanzi  di  parlare  delle  altre 
chiese  di  Frascati,  coll'autorilà  del 
Mattei ,  daremo  prima  un  cenno 
della  prima  chiesa  tusculana,  de- 
dicata al  ss.  Salvatore  ed  alla  sua 
Croce,  cui  fu  imposto  il  nome  di 
s.  Gerusalemme,  come  si  è  detto 
superiormente.  JNei  tempi  antichi 
questa  chiesa  fu  ofliciata  dai  mo- 
naci benedettini  di  Monte  Cassino, 
a'  quali  V  avea  donata  con  alti-e 
chiese  e  nionisteri,  esistenti  dentro 
e  fuori  del  Tusculo,  verso  l' anno 
io5o  Gregorio  II  conte  tusculano, 
come  si  ha  da  Pietro  diacono , 
cioè  :  "  Monaslerium  s.  Angeli  de 
"  Algido  territorio  Tusculano,  ec- 
«  desia  s.  Petri  in  Pelago,  s.  Fé- 
M  licitatis,  s.  Luciae,  s.  Antonini  in 
«  Monte  Porculo  territorio  Tuscu- 
«  laiio,  monasterinm  s.  Agalhae 
>'  sublus  civitate  Tusculana,  ec- 
"  desia  s.  Salvatoris  in  eadem  ci- 
"  Titate  Tusculana,  ecclesia  s.  Ma- 
"  riae  cognomento  ad  Vineas  ler- 
"  ritorio  Tusculanensi.  Has  omnes 
"  Gregorius  consul  romanorum  bea- 
»  to  Benedicto  obtulit,  juxla  teno- 
«  rem,  qui  in  chartula  oblationis 
«  conlinetur  ".  Benché  il  conte 
Gregorio  II,  e  il  suo  figlio  Tolo- 
meo I  confermassero  dipoi  ai  be- 
nedettini tali  donazioni ,  tuttavolta 
Pietro  Conti  fratello  di  Gregorio 
II  ne  turbò  loro  il  possesso.  I  mo- 
naci benedettini  litenaeio   le   no- 


FRA  i2t 

minate  chiese  e  monisteri  per  mol- 
ti anni,  come  consta  dalle  confer- 
me de'  Papi  Calisto  II  ed  linio- 
ceozo  II,  ed  è  probabile  che  du- 
rasse il  possesso  fino  alla  distru- 
zione del  Tusculo.  Nella  chiesa  di 
s.  Agata  veneravasi  un'immagine 
della  Madre  di  Dio,  colla  pia  tra- 
dizione che  sia  dipinta  da  s.  Luca, 
la  quale  nel  1187  sotto  Gregorio 
Vili,  ovvero  nel  1100  sotto  Gregorio 
IX,  fu  trasportata  nella  chiesa  di 
Grottaferrata  ,  e  restituita  cosi  ai 
monaci  basiliani,  i  quali  prima  dei 
benedettini  e  fino  dall'  anno  38o 
possedevano  la  chiesa  e  monistero 
di  s.  Ai'ata,  conservando  in  essa 
fra  molte  altre  insigni  reliquie  ,  il 
cappuccio  del  loro  patriarca  s.  Ba- 
silio, e  poscia  dai  benedettini  trasfe- 
rito a  s.  Scolastica  di  Subiaco  :  il 
cappuccio  fu  mandato  dalla  Cap- 
padocia  da  s.  Gregorio  Nazianze- 
no,  a  Giovanni  monaco  greco  ed 
abbate  di  detto  monistero ,  poco 
dopo  la  morte  del  santo,  secondo 
il  racconto  del  Mattei.  Questi  pe- 
rò fa  osservare  non  potersi  com- 
prendere come  nell'anno  38o  Gio- 
vanni monaco  greco  potesse  essere 
abbate  nel  monislero  di  Grottafer* 
rata,  quando  si  ha  che  nel  100 5 
Gregorio  I  conte  tusculano  donas- 
se a  s.  Nilo  primo  abbate  e  fon- 
datore del  monistero  di  Grottafer- 
rata, e  che  dopo  essere  partito  da 
Serpari  in  Gaeta  allora  abitava  il 
monistero  di  s.  Agata,  il  sito  in 
Grolfaferrata  per  fabbricarvi  la  chie- 
sa. Aggiunge  il  Mattei  che  il  San- 
torio  colloca  la  chiesa  di  s.  Agata 
dov'è  ora  Grottaferrata,  e  non  pres- 
so il  Tusculo,  mentre  s.  Bartolo- 
meo abbate  e  discepolo  di  s.  Nifo 
pone  la  chiesa  di  s.  Agata  altrove, 
ed  in  sito  lungi  tre  miglia  da  Grot- 
taferrata,   nella    vita   che    descrive 


7.1'i  FRA 

de!  sniito.  lii  questa  s.  Bartolomeo 
nana  pure,  come  s.  JSilo  essendo 
venuto  a  morte  nel  monistero  di 
s.  Agata,  prima  che  fosse  tei  mina- 
ta la  fabbrica  di  Grottafcrrata,  i 
monaci  che  convivevano  con  lui , 
ne  trasferirono  il  corpo  alla  nuo- 
va chiesa  secondo  la  sua  disposi- 
zione. Nel  monistero  di  Grottafcr- 
rata si  ritirarono  ancora  tutti  i 
monaci  greci  che  a  quell'epoca  a- 
Litavano  nel  Lazio  e  nella  Cam- 
pagna, abbandonando  perciò  i  mo- 
nisteri  di  Serpari  ,  e  di  s.  Agata 
nel  Tusculano,  per  cui  il  conte 
Gregorio  li  donò  questo  ultimo  ai 
benedettini.  Fin  qui  il  Mattei ,  il 
quale  inoltre  avverte,  che  tre  al- 
tre chiese  furono  nel  territorio  del 
Tusculo,  cioè  la  chiesa  e  moniste- 
ro di  s.  Benedetto,  grangia  di  Grot- 
tafcrrata, di  cui  ne  fa  memoria 
Gregorio  IX  in  una  bolla  del  laSS; 
la  chiesa  di  s.  Leonardo,  e  quella 
di  s.  Silvestjo,  ambedue  da  Inno- 
cenzo III  donate  all'arcispedale  di 
s.  Spirito  di  Roma,  cui  le  confer- 
mò   Bonifacio  Vili. 

S.  ]\Iarìn.  del  Vù>arìo,  ossia  s. 
Rocco  e  s.  Sebastiano.  Questa  chie- 
sa è  chiamata  il  duomo  vecchio, 
perchè  era  l'antica  cattedrale,  ter- 
minando di  esserlo  all'apertura  del- 
la nuova.  Di  sopra  si  è  detto  del- 
le preesistenti  chiese  di  s.  I\laria, 
e  di  s.  Sebastiano,  e  che  nella  se- 
conda dopo  distrutto  il  Tuscolo  si 
trasferii  in  certo  modo  la  sede  tu- 
sculana,  divenendo  chiesa  matrice 
del  nuovo  Tusculo  o  Frascati.  Fu 
detta  s.  Maria  del  Vivario,  per 
un'antica  divota  immagine  che  ivi 
si  venera  di  Maria  santissima  pri- 
maria tutelare  di  Frascati,  e  per- 
chè è  tradizione  comprovata  dalla 
denominazione,  che  in  quel  luogo 
stesso  esistesse    uu    grande    vivario 


FRA 

o  peschiera  che  volgarmente  si  at- 
tribuiva    a     Lucullo,     ma     sembra 
piuttosto  essere  appartenuta  ad  al- 
tra V'Ha.   La   chiesa  è  parrocchiale, 
con   un   cappellano    coadiutore  del- 
l'arciprete   della    cattedrale    per    la 
cura  delle  anime:  il  mantenimento 
della    chiesa    spetta    alla    città.    Ha 
quattro  altari,    e    nel    maggiore  vi 
è  eretta   una  compagnia  del   ss.  Sa- 
gramento,    della    stessa     istituzione 
di  quella  della  cattedrale.  Ivi  cele- 
brò Paolo  III  quando    eresse    que- 
sta  chiesa  in  cattedrale;    nella  cap- 
pella dei  ss.   Ambrogio  e    Carlo  vi 
fu  eretta  una  compagnia.  Nell'alta- 
re   maggiore    vi   è    il     quadro    del- 
l' Assunta  ;  a  cornu  evangeli ,    evvi 
l'altare  della    ss.  Vergine    detto   di 
s.   Maria  del  Vivario,    di  juspatro- 
nato  della    confraternita    del    Gon- 
falone; a  cornu  epistolae  è  l'altare 
del    ss.    Crocefisso,  di    juspalronalo 
della    confraternita    del    ss.    Sagra- 
re ento     nominata    di  sopra;    ed    a 
sinistra   di   chi    entra  vi    è  l'altare 
dedicato  ai  ss.   Sebastiano  e  R.occo 
compatroni  della  città,  il  quale  vie- 
ne mantenuto  con  decoro.  Le    im- 
magini   de'  ss.  Sebastiano    e    Rocco 
dipinte  a  fresco,  avendole   il  cardi- 
nal Micara  in  s.   visita  trovate  dal- 
l'umidità  danneggiate,  ed    in  peri- 
colo di  quasi  perderle,  ordinò    che 
fossero  staccate  dal  muro  con  quel 
metodo  con  cui    furono  staccati   gli 
affreschi     del    Parnaso    nella     villa 
Belvedere,  e  fossero    intelarate,    ri- 
toccate un  poco,    e   colà    collocate 
di  nuovo  in  modo  che  non  potes- 
sero  più  oltre  soffrire  dall'umidità. 
Il  comune  fece  eseguire   il   lavoro, 
e  riuscì  felicemente.   In  questa  chie- 
sa   evvi    un   campanile,    che  ricor- 
da r  antica  origine    sua.    Inoltre  è 
a   sapersi  che  nel    1660  il   20  giu- 
gno   venne    eretta   una   compagnia 


F  R  A 

di    venliquallro    de'  principali    cit- 
ladiiii     per    assistere    alla    custodia 
delle    immagini    di    s.  Rocco    e    di 
s.    Sebastiano ,    deli'  altare    e   della 
manutenzione  :    qui    noteremo    che 
ìd  tempo    della    pestilenza  che    di- 
remo   i    detti    santi     furono     presi 
dai  frascatani  per  protettori,   aven- 
do già  per    tali    i    ss.    apostoli  Fi- 
lippo e  Giacomo;    per  cui    ne    ce- 
lebrano   la    festa    nel  di    primo  di 
maggio.  Questo    giorno    dai    tuscu- 
lani  gentili  era  consagrato  in  onore 
di    Castore  e  Polluce,  che  avevano 
un    tempio,    e     si    facevano   in    tal 
giorno    solenni    feste.     Nel    pontifi- 
cato   di    Alessandro    VII ,    e    nella 
fiera  pestilenza  dell'anno  i656,  a'i8 
giugno,  in    questa    chiesa  prodigio- 
samente apparvero    nelle  pareti    le 
immagini   de' ss.  Sebastiano  e  Roc- 
co, il  qual    miracolo  promosse    nel 
popolo  la  più.    fervorosa  divozione, 
e  meritò    di    ottenere    da  Dio    per 
r  intercessione  di  tali  santi    la  pre- 
servazione dalla  peste ,    grazia   cui 
partecipò    eziandio    tutta    la    dioce- 
si, sebbene  i  luoghi  circonvicini  pro- 
vassero   i  tremendi    effetti  del  fata- 
le morbo.  Nell'anno  1771   fu  stam- 
pato in   Roma    un   libro    con  que- 
sto   titolo:     Racconto    breve    sopra 
il  discopriinento  delle  sagre   imma- 
gini   de'  santi    Sebastiano  e    Rocco 
seguilo    nella    chiesa    di    s.    Maria 
del    divario ,    ovvero    duomo    vec- 
chio di    Frascati,    alli     i8  giugno 
i656i    Questo    libro  contiene  pure 
una  breve  relazione  storica  di  Fni- 
.scati.     Altro     santuario    di     questa 
città,  è    la  chiesa    di  santa  Maria 
di    Capocroce,    cosi  detta    dal    luo- 
go ove    esiste,  perchè    ivi    le   stra- 
de    fanno    una    divisione    a    guisa 
di    croce  ,     in     cura     dei     religiosi 
chierici  regolari    teatini.   In     questa 
chiesa    si     venera    una    prodigiosa 


FRA  223 

immagine    della     Madonna    ,    alla 
quale  i  frascatani   attribuiscono     di 
essere  stati  preservati  nell  anno  i527 
dall'  iniquo     esercito     composto    di 
tedeschi  e    spagnuoli    che    saccheg- 
giarono empiamente  Roma  nel  pon- 
tificalo   di     Clemente     VII.  Anche 
questa    imagine     fu     coronata     con 
corona  d'oro  dal  capitolo  della  ba- 
silica   vaticana.    Nella   chiesa    di  s. 
Maria  delle  scuole   pie,    dei    chie- 
rici regolari    delle    scuole    pie,  alla 
presenza  del  cui  fondatore,  s.  Giu- 
seppe   Calasanzio,     il  vicario  gene- 
rale monsignor  Brandimarte    Tom- 
masi    di    Rìpatransone  ,    bened'i    la 
prima    pietra    a'   3     maggio    i632. 
Quivi  si  venera  una  immagine  mi- 
racolosa   della    beata     Vergine   che 
nel    1600    la  famiglia  Altemps  do- 
nò ai  Bovarelli,  e  da  questi  fu  re- 
galala    a     s.     Giuseppe    Calasanzio, 
quando  nell'  annessa  casa    vi  fondò 
il   primo  collegio  degli  scolopi  per  la 
istruzione  pubblica,  dopo  quello  di 
s.   Pantaleo  in  B.oma.   La  chiesa  di 
s.     Flavia    Doniitilla,    coli'  annesso 
monistero  delle   religiose    agostinia- 
ne, fu  nel    i636    circa     edificata  a 
spese  del  comune,    e    col    consiglio 
e  generosi  soccorsi    di  Fausto    Poli 
maggiordomo  di   Urbano  Vili,    go- 
vernatore di   Frascati,    e    poi    car- 
dinale.   Concorse    allo    stabilimento 
delle  monache  la  principessa  di  Ros- 
sano d.  Olimpia  Aldobrandini-Pam- 
phily  ;  ed  esse    furono   fondate    da 
suor  Olimpia  Aldobrandini  monaca 
agostiniana  del  monistero  delle  Ver- 
gini di  Roma,  che    avendo    compi- 
ta la  fondazione  ritornò    in    quello 
di  Roma,  e  mori  nel   1 683   d'anni 
90.  Essa  con  un  fratello  era  stata 
presa  fanciulla    in    una    nave   tur- 
chesca,  da  Pietro  Aldobrandini  ge- 
nerale   del    mare,  fratello    di    Cle- 
mente Vili,  il  quale  avendo  sapu- 


22|  FRA 

lo  che  la  giovinetta  era  di  nobi- 
lisMina  origine,  ne  piese  cura,  e 
fattasi  religiosa  prese  il  detto  nome 
e  cognome.  Il  Piazza  tratta  delle 
seguenti  chiese,  ma  noi  non  credia* 
mo  veridiche  tali  notizie,  anzi  da- 
rebbero esse  luogo  a  questioni;  tut- 
tavolta  per  non  trasandare  quanto 
egli  dice,  puramente  le  indichiamo 
al  modo  ch'egli  scriveva  a'  suoi 
tempi.  Parla  dunque  della  chiesa 
di  s.  Gregorio  I  iVagno  unita  al 
seminario,  edificata  dall'università 
de'  muratori,  in  tempo  eh'  essi  in 
gran  numero  lavoravano  negli  edi- 
flzi  di  Frascati  e  suo  territorio, 
avendovi  quella  de'  tessitori  eretto 
un  altare  alle  ss.  Agata  e  Lucia  ; 
di  s.  Maria  di  ragione  del  capito- 
lo della  cattedrale,  fuori  la  porta 
delia  città;  di  s.  Maria  del  Gon- 
falone o  oratorio,  con  confraternita 
canonicamente  eretta,  ed  aggregata 
all'arciconfraternita  del  Gonfalone 
di  Roma,  poi  trasferita  alla  chiesa 
di  s.  Sebastiano;  di  s.  Michele 
Arcangelo  o  oratorio  fuori  della 
città,  di  juspatronato  della  famiglia 
Manfroni  ;  di  s.  Maria  detta  delle 
Jnunagini  sulla  strada  pubblica  ro- 
mana, spettante  alla  confraternita 
del  gonfalone;  di  s.  Lorenzo  o  ora- 
torio della  compagnia  del  ss.  Sa- 
graniento,  aggregata  a  quella  della 
basilica  di  s.  Lorenzo  in  Damaso 
di  Roma;  AeW Assunzione  di  Ila- 
ria Vergine  o  oratorio  della  com- 
pagnia delle  scuole  pie,  perchè  an- 
nesso alla  chiesa  e  collegio  de'chie- 
lici  regolari  della  Madre  di  Dio, 
eretta  da  Urbano  Vili;  e  di  s.  Se- 
bastiano egualmente  fuori  le  mura 
della  città,  unita  all'ospedale  degli 
infermi  e  de' pellegrini,  ove  passò 
la  detta  confraternita  del  Gonfalo- 
ne. Vi  è  pure  il  pubblico  cimite- 
rio,  ove  si  depositano  io  ossa  nello 


FRA 
spurgo    delle     pubbliche     sef)o!turé 
esistenti  nelle  chiese. 

Finalmente  va  fatta  particolare 
men:^ione  della  chiesa  e  convento 
di  s.  Francesco  de'  minori  cappuc- 
cini, in  poca  distanza  dall'abitato, 
ed  in  amena  posizione.  JN'el  ponti- 
ficato di  Gregorio  XllI  alcuni  pii 
benefattori,  in  un  al  ciimune,  edi- 
ficarono la  chiesa  eil  il  convento, 
e  dell'  una  e  dell'altro  anche  il 
Papa  ne  fu  munifico  e  benemeri- 
to :  fece  fare  ad  oro  il  soffitto  del- 
la chiesa,  sostenendo  i  religiosi  per 
tutto  il  tempo  ch'egli  dimorava 
in  Frascati,  ove  si  portava  ogni 
anno,  e  frequentandone  la  chiesa. 
Inoltre  Gregorio  XII 1  fece  spiana- 
re un  monticello  vicino  al  conven- 
to con  molto  dispendio,  e  ridurre 
ad  orto  e  giardino,  con  tre  nobili 
ed  ameni  viali ,  e  nel  capo  dello 
stradone  di  mezzo  monsignor  Bian- 
chetti maestro  di  camera  del  Pa- 
pa, vi  fece  alzare  una  cappella  in 
onore  della  risurrezione  di  Gesù 
Cristo.  Della  chiesa  però  fu  il  prin- 
cipale edificatore  Pietro  Antonio 
Contugi  già  medico  di  Pio  IV: 
voleva  egli  che  il  soffitto  fosse  fat- 
to a  volta,  ma  resistendo  i  j'eligio^i 
per  non  allontanarsi  dalla  loro  or- 
dinaria semplicità,  Gregorio  XllI 
s'interpose  autorizzando  il  Contu- 
gi, con  privilegio  particolare ,  che 
come  chiesa  da  lui  dichiaiata  pon- 
tificia, si  facesse  a  volta.  Indi  il 
Pontefice  dal  celebre  Muziani  fece 
eseguire  il  quadro  dell'aitar  mag- 
giore, rappresentante  il  Crocefisso, 
coi  ss.  Fiancesco  d'Assisi  e  Anto- 
nio di  Padova  a  pie  della  croce  , 
con  tutti  i  suoi  ornamenti,  in  un 
ai  ritratti  dei  due  cardinali  nipo- 
ti, Boncompagno  e  Guastavillani, 
i  quali  ognuno  vi  eresse  una  cap- 
pella :  i  laterali  dipinti    esprimenti 


FRA 
s.  Fedele  da  Sigmaringa,  e  s.  Sera- 
fino da  Monte  Granaro  sono  opere 
del  cav.  Pier  Luigi  Ghezzi,  che  nel 
coro  eseguì  altro  s.  Fedele.  Il  Po- 
marancio  colori  a  fresco  ì  quattro 
evangelisti.  Il  quadro  della  Beata 
Vergine  colla  sagra  Famiglia,  s. 
Gif).  Battista  e  s.  Rocco  è  pittura 
di  Giulio  Romano.  Paolo  Brilli  vi 
colori  s.  Francesco  che  riceve  le 
sagre  stimmate.  In  sagrestia  esiste 
una  croce  d'ebano  sulla  quale  Gui- 
do Reni  dipinse  Gesù  crocefisso 
moribondo,  con  molta  espressione. 
In  questa  chiesa  nel  179*^  il  car- 
dinal di  Yorck  vi  consagrò  in  arci- 
vescovo di  Camerino  monsignor  An- 
gelico da  Sassuolo  ministro  generale 
dei  cappuccini.  E  nel  1824  ^^  du- 
chessa di  Chablais  donò  ai  religiosi 
un  orto,  come  si  legge  dall'iscri- 
zione eretta  dal  cardinal  Micara 
nel  1829,  allora  ministro  generale 
di  questo  suo  ordine.  R.ammente- 
remo  ancora  la  chiesa  dell'  Imma- 
colata Concezione,  appartenente  ai 
minori  riformati,  con  cinque  alta- 
ri, ed  un  s.  Bambino  in  cera  mi- 
racoloso, con  convento  annesso  for- 
nito di  biblioteca  ;  e  prima  dell'in- 
vasione francese  eravi  un  museo 
di  conchiglie  degno  di  essere  os- 
servato. 

In  quanto  poi  al  più  volte  ram- 
mentato eremo  degli  eremiti  ca- 
maldolesi della  congregazione  di 
Monte  Corona,  oltre  quanto  di  es- 
so  dicemmo  al  luogo  citato  di  so- 
pra qui  aggiungeremo.  Sopra  la 
villa  Mondragone,  circa  due  miglia 
lungi  da  Frascati,  per  la  strada 
chiamata  di  Camaldoli-,  corrispon- 
dente in  parte  ad  un  l'arno  del- 
l'antica via  Tusculana,  si  trova  l'e- 
remo o  romitorio  de'  camaldolesi 
tanto  rinomato.  Esso  è  in  piace- 
vole  situazione  e  poco  distante  dal- 

VOl,     XS.VII. 


FRA  9.2'J 

le  vaste  rovine  dell'  antico    Tuscu- 
lo,  e  quasi  due    miglia    da    Monte 
Porzio,  nel  cui  territorio  viene  com- 
preso. Sebbene   è  celebrato    istitu- 
tore di  questo  eremo    il    Pontefice 
Paolo  V  Borghese,  pure  ne  furono 
fondatori    sotto    il    suo   pontificato 
Gio.  Angelo  Frumenti  nobile  di  Co- 
mo, canonico   della   patriarcale  ba- 
silica di  s.  Maria  Maggiore,  ed  Or- 
tensia Santacroce  moglie    di  Fran- 
cesco Borghese  generale  di  s.  Chie- 
sa, fratello  di  Paolo  V,    dal  quale 
gli  eremiti  camaldolesi  ne  ottenne- 
ro l'area,  una  contrada  del  monte 
Celso,  e   la  grotta  del  Ceraso ,  che 
appartenevano  alla  camera  aposto- 
lica. Il  disegno  dell'eremo  è  di  A- 
lessandro  Cecchi  architetto  venezia- 
no, speditovi  dal  capitolo  generale 
di   Monte  Corona  nel    1606,  e  che 
air  impresa  die  incominciamento  ai 
29  maggio    1607,  mentre    era  ve- 
scovo di  Frascati  il  cardinal  Anto- 
nio   Maria    Galli ,     e     governatore 
monṣrnor  Fabio  Biondi    di    Mon- 
talto  patriarca  di  Gerusalemme  poi 
di  Costantinopoli,  come  prefetto  del 
palazzo  apostolico.    Fu    dedicato  a 
s.  Romualdo  in  un  alla  chiesa  eret- 
ta   con    disegno    del    Tarquini  nel 
16x1.  Paolo  V  principal    benefat- 
tore visitò  l'eremo  e  la  chiesa  a  9 
giugno  16 18  ;  e  molti  furono  i  per- 
sonaggi distinti   che  con  pie  elargi- 
zioni concorsero  ai  bisogni  dei  re- 
ligiosi ,    ed    all'erezione  delle  celle. 
Meritano  menzione  i  cardinali  Fer- 
dinando  e  Vincenzo  Gonzaga,  Lo- 
renzo Bianchetti,    Ottavio   Pallavi- 
cini ,  Francesco     Maria    del  Monte 
s.  Maria,  Benedetto  Giustiniani,  Pie- 
tro   Aldobrandini,    Alessandro    Pe- 
retti  di  Montalto,  e  Scipione  Bor- 
ghese nipote  di  Paolo  V;  i  vesco- 
vi Cornelio  di  Padova,  ed  Oltem- 
berg  Altabolense;  Agostino    Spino- 
i5 


niG  FRA 

la  uditore  della  camera  i  Veccliia- 
relli  diPlieti,  e  Pignattelli  napolita- 
ni, e  Gonfalonieri  prelati  referen- 
dari ;  Michele  Peretti  principe  di 
Venafro  ;  Gio.  Angelo  Altemps  du- 
ca di  Gallese  ;  Gio.  Battista  Bor- 
ghese castellano  di  Castel  s.  Ange- 
lo, fratello  di  Paolo  V,  e  principe 
di  Sulmona  ;  e  Niccola  Wolski  ma- 
resciallo del  re  di  Polonia,  il  qua- 
le fu  pure  fondatore  dell'eremo  di 
Monte  Argentino  in  quel  regno. 
Dopo  la  porta  d'ingresso  ed  il  via- 
le di  clausura,  dal  piano  del  cor- 
tile si  ascende  a  quello  della  chie- 
sa e  dell'eremo  per  una  scala  a 
due  rami  laterali.  Nell'altare  mag- 
giore è  rappresentata  nel  quadro 
la  visione  di  s.  Romualdo  istituto- 
re della  congregazione  benedettina, 
de' monaci  e  degli  eremiti  camal- 
dolesi. Dalla  parte  dell'  epistola  si 
entra  nella  cappella  Borghese  elet- 
ta dalla  suddetta  donna  Ortensia, 
che  vi  fu  sepolta  nel  1616:  que- 
sta cappella  è  elegante  pei  stucchi, 
pei  suoi  dipinti,  ed  altri  ornamen- 
ti :  è  dedicata  alla  beata  Vergine 
Addolorata  ;  soffri  un  notabile  in- 
cendio che  la  devastò,  cui  fu  ripara- 
to dalla  pietà  dei  principi  Marc'An- 
tonio  e  Gio.  Battista  Borghese.  An- 
che la  chiesa  fu  riedificata  nel 
1772,  e  consagrata  a'  2  5  ottobre 
dal  vescovo  tusculano  cardinal  En- 
rico Yorck.  Il  ritiro  e  la  tranquil- 
la situazione  di  questo  eremo  in- 
vita a  meditare  :  ogni  religioso  ha 
il  suo  eremo  separato ,  e  disposto 
lateralmente  ne' viali,  il  cui  ingres- 
so è  decorato  da  un  fonte.  Esso  si 
compone  di  un  piccolo  giardino,  e 
di  quattro  piccole  celle;  una  serve 
di  cappella,  l' altra  da  camera  da 
letto,  la  terza  di  camera  da  stu- 
diare, e  la  quarta  per  tenere  la  le- 
gna. Avvi  r  infermeria,    la  foreste- 


FRA 

ria,  e  la  biblioteca.  Nella  sala  del- 
la foresteria  vi  è  il  busto  di  lami- 
na di  bronzo  di  Paolo  V,  e  quel- 
lo pure  di  bronzo  fuso  dal  cav. 
Filippo  Borgognoni,  rappresentante 
r  effigie  del  Papa  regnante  Grego- 
rio XVI,  con  sottoposta  marmorea 
iscrizione,  che  celebra  l'avere  ivi 
tenuto  a  mensa  la  religiosa  comu- 
nità, ciò  che,  come  dicemmo,  ordi- 
nariamente suol  fare  ogni  anno. 
Altra  iscrizione  scolpita  in  marmo 
e  riguardante  il  medesimo  Papa  , 
è  sulla  porta  d' ingresso  dell'  appar- 
tamento eh'  egli  suole  abitare  nel 
breve  soggiorno. 

Ampio  è  il  circuito  del  terreno 
spettante  all'eremo,  e  cinto  di  mu- 
ra, di  circa  tre  miglia  :  esso  con- 
tiene pure  terreni  lavorativi,  orti, 
selva  e  viali  pel  passeggio  abbel- 
liti di  fratte  di  busso.  In  questo 
eremo  il  cardinal  Domenico  Pas- 
sionei ,  come  altrove  si  narrò  ,  vi 
fabbricò  per  suo  uso  alcune  celle 
a  guisa  di  quelle  degli  eremiti  ca- 
maldolesi ;  le  adornò  di  belle  stam- 
pe, di  marmi  antichi,  d'iscrizioni 
cristiane  e  gentilesche  sino  al  nu- 
mero di  ottocento,  oltre  una  scel- 
ta biblioteca,  contenente  opere  di 
scienze  ed  arti  :  nel  terreno  che 
avea  ottenuto  dal  pnore  dell'  ere- 
mo, da  lui  ridotto  delizioso  eoa 
boschi  e  viali,  vi  pose  urne,  busti, 
statue,  cippi  antichi  greci  e  latini. 
Più  volte  vi  ebbe  per  ospite  il  re 
Giacomo  III,  e  vi  fu  visitato  da 
Benedetto  XIV.  Dopo  la  sua  mor- 
te, ivi  avvenuta  a'  5  luglio  1761, 
gli  eredi  portarono  via  le  cose  mo- 
bili, il  resto  fu  demolito.  Nel  1763 
fu  in  Lucca  pubblicato  un  libro 
intitolato  :  Iscrizioni  antiche  (  esi- 
stenti nel  romitorio  de'  camaldolesi 
presso  Frascati  )  disposte  per  ordi- 
ne di  varie  classi,  ed  illustrate  con 


FRA 
alcune  osservazioni  da  Denedetlo 
Passionei.  Il  p.  Cavalieri  nelle  sue 
Memorie  xnlle  vite  ed  opere  de'  pp. 
abbati  Mingarelli  e  Monsacrati , 
dice  che  questa  raccolta  dalla  pag. 
I  sino  alla  pag.  146,  dove  inco- 
uiincìa  r  appendice  di  altre  iscri- 
zioni collocate  in  Fossuinbrone  nel- 
la casa  Passionei,  fu  eseguila  ed  il- 
lustrata dal  detto  p.  Monsacrati. 
In  questo  eremo  che  gode  il  tito- 
lo di  sacro  eremo,  come  lo  gode 
il  principale  di  Monte  Corona,  ol- 
tie  il  capitolo  generale  che  ivi  si 
tenne  nel  i65i,  siccome  notam- 
mo al  nominato  analogo  articolo, 
in  questo  anno  1844  ^'  ^^  ™^o" 
gio  e  seguenti  giorni ,  vi  è  stato 
celebrato  un  capitolo  generale  dal- 
la medesima  congregazione  degli 
eremiti  camaldolesi  di  Monte  Co- 
rona, colla  presidenza  del  cardinal 
Pietro  Ostini  prefetto  della  sacra 
congregazione  de'  vescovi  e  regola- 
ri, qual  presidente  apostolico  del 
medesimo  capitolo ,  deputato  dal 
regnante  Gregorio  XVI. 

FRASSEN  Claudio,     frate    del- 
l'osservanza di  s.  Francesco,  nacque 
a  Perona.   Addottoratosi  in  Sorbo- 
na, professò  teologia  nel  suo  ordi- 
ne   con    lode.    A    premio    de'  suoi 
grandi  meriti    venne    eletto    guar- 
diano di  Parigi,  e  definitore  gene- 
rale. Nel    1682    intervenne    al    ca- 
pitolo generale  tenutosi    a  Toledo, 
e  nel   1688  a  quello  di  Roma.  Vi 
si  diportò  con  tale  prudenza  e  dot- 
trina, che  meritossi  l'approvazione 
di  Lodovico  XIV,  e  di  esserne  da 
lui  piti  volte  consultato  sopra  cose 
della  più  grande  importanza.    Mo- 
rì questo  dotto  francescano'nel  1 7 1  i , 
novantesimo  della  sua  età.  Le  sue 
opere  sono  :    i ."  Un  trattato  di  teo- 
logia in  latino,  ristampato   in  Ve- 
nezia con  questo  titolo  :  Scotus  a- 


FRA  227 

cademiciis ,  seu  universa  doctoris 
subtilis  iheologica  dogmata;  2."  al- 
cune dissertazioni  sulla  Bibbia  in- 
titolale :  Disffuisiliones  biblicae:  le 
prime  versano  sulla  Bibbia  in  ge- 
nerale, l'altre  sul  Pentateuco  ;  ope- 
ra la  quale  trasse  a  sé  la  pubbli- 
ca stima  per  la  dovizia  dell'erudi- 
zione. 

FRATE  (Fraler).  Nome  col  qua- 
le   sono    chiamati    i    religiosi     degli 
ordini     mendicanti    ordinariamente, 
giacché  gì'  individui  delle  congrega- 
zioni de'  chierici  regolari,  e  di  quelle 
che  sono  annoverate  tra  gli    ordini 
mendicanti   onde  goderne    i  privile- 
gi, non  usano    il   titolo  o    nome  di 
frate,   ma  quello    di  padre:    questo 
col    Don  (Fedi)    si    dà    ai    monaci, 
come   Canonico  (Vedi) ,  é    il  nome  . 
cui   si  appellano  i  canonici   regolari. 
Il    nome  di  frate   si    dà    ai  religiosi 
domenicani,  francescani,   agostiniani, 
carmelitani,  serviti,  mercedari    della 
redenzione    degli    schiavi  ,    trinitari 
dal  riscatto,  minimi    o   paolotti,  gi- 
rolamini  del  b.  Pietro  da  Pisa,  del- 
la penitenza  o  scalzetti ,    benfratel- 
lij  ed  altri  religiosi  e  loro  riforme. 
I    cavalieri    gerosolimitani    professi , 
sì    ecclesiastici    che    secolari,    usano 
il  titolo  di  frate.  Anche  i    cavalieri 
Gaudenti    {Fedi)    erano    chiamati 
frati  ;  così  1'  usarono  altri  ordini  e- 
queslri  religiosi.  I  cardinali  ed  i   ve- 
scovi che  hanno  appartenuto  ad    un 
ordine  religioso  i  cui  individui  s' inti- 
tolano  e    sottoscrivono  col  nome  di 
fr.  o  frate,  nelle  loro  carte  e  stampe 
pubbliche  o    legali  usano  il  titolo  ab- 
breviato di  fr.,  e  con  questo  pur  si 
sottoscrivono,  benché    costituiti  nelle 
dignità  cardinalizie  od  episcopali.  Si 
intitolano    e    sottoscrivono    col   fr. 
eziandio  i  generali,  superiori  ed  al- 
tri dignitari  regolari,  come  i  sem- 
plici religiosi.  I  religiosi  padri  gra- 


228  FRA 

duali  si  distinguono  pei  titoli  ,  nel 
trattamento  che  loro  si  dà,  secon- 
do le  loro  cariche,  uffìzi,  onorifi- 
cenze, ec.  Anche  i  laici  o  conversi 
o  fratelli^  sì  dei  mentovati  ordini 
e  congregazioni  religiose,  che  di  al- 
tre ,  comunemente  sono  chiamati 
fra,  o  frati.  Nel  Dizionario  della 
lingua  italiana,  per  Frate  s' inten- 
de un  uomo  di  Chiostro  (P'ecli), 
e  di  religione,  ossia  un  Cenobita 
(T^edi),  in  linguaggio  latino.  Nel 
Vocabolario  della  lingua  italiana  , 
del  chiarissimo  Antonio  Bazzarini, 
Frate,  si  definisce  religioso  regola- 
re, accorciativo  di  Fratello  (Fedi), 
e  sostantivo  maschile.  V.  Conver- 
so, Laico,  Religioso. 

I  frati  comunemente  sono  venu- 
ti fuori  nel  secolo  XIII,  sicco. 
me  professori  di  una  povertà  x*i- 
gorosa,  tutti  furono  come  altret- 
tante fraternità  popolari ,  ai  qua- 
li perciò  la  denominazione  di  fra- 
te apparteneva  propriamente ,  on- 
de loro  ripugnasse  il  dirsi  don,  si 
disse  il  frate  minore  il  francescano, 
il  frate  predicatore  il  domenicano, 
il  frate  minimo  il  paolotto  ec.  ;  e 
frati  del  piombo  due  conversi  del- 
l'ordine cistcrciense,  che  per  aver 
r  ufficio-  di  bollare  i  diplomi  e  bol- 
le pontificie  col  piombo,  furono  det- 
ti fratres  de  plumho:  di  essi,  del 
passaggio  del  loro  ufficio  prima  ai 
chierici  secolari  i  quali  procedendo 
alla  processione  del  Corpus  Domi- 
ni (Vedi),  vestivano  come  i  detti 
cistcrciensi ,  poi  ai  secolari  cogno- 
minati perciò  frati  del  piombo,  ne 
parlammo  al  citato  articolo ,  ed  a 
quelli  di  Bolle  e  Cancellerìa  apo- 
stolica ,  ed  anche  in  altri  luoghi 
del  Dizionario.  I  nostri  scrittori  ita- 
liani trecentisti  usano  frequentemen- 
te il  frate:  nei  poeti  e  classici  pa- 
re che  il  vocabolo  slesso  trasformi 


F  U  A 
1  soggetti  in  eroi.  Negli  ultimi  tem- 
pi repubblicani  i  frati  e  le  mona- 
che dovettero  prendere  i  titoli  di 
cittadmo  e  cittadina;  ma  il  subli- 
me poetico  ritenne  il  frale  j  e  la 
suora  (f^edi), 

11    Garampi   nelle    sue   Memorie 
ecclesiastiche,  dice  che  frate  era  ti- 
tolo comune  a  qualsivoglia  religio- 
so claustrale,  anche  monaco,  e  ca- 
nonico, sì  di  ordini  mendicanti,  che 
monastici  e  canonici;  e  perciò  antica- 
mente frate   e  monaco  (Vedi),  so- 
vente  la    stessa    cosa   significavano, 
ed  a  pag.  32   riporta  un  corrispon- 
dente esempio  del  i3o4.  Aggiugne 
che  fratres   furono  detti  i  canonici 
suddiaconi  e  diaconi    della  basilica 
lateranense,  ad  esclusione  de' preti 
chiamati  presbiteri,  come  da  istio- 
mento    del    1237,    che    produce  a 
pag.    3oi.    Il    medesimo    Garampi 
invita  a    leggere    quanto    sulla  de- 
nominazione di  frati,  nella  congre- 
gazione   Renana   de'  canonici  rego- 
lari, ha  scritto  il  p.  ab.  Trombelli, 
Isl.  di  s.  Maria  di  Pieno  pag.  1 68  : 
poiché  dopo  stabilitosi  nel  capitolo 
generale  dell'anno    i5oo  di  mutare 
il  titolo  di  frati,  in  quello  di  Don- 
ili, nell'anno  seguente  si   ritornò  al 
pristino  titolo;  ma  nel    i562  si  as- 
sunse stabilmente  quello  di  Donni, 
il  che    però    dispiacque   ai   piìi  ze- 
lanti, i  quali  allegavano,  nullibi  ca- 
nonicos  regulares  ab  eorum  priniae- 
va    insliuilione    appellalo  Doinnos , 
che  gli  apostoli  eransi  daiù  fratres, 
che  così  chiamava  s.  Agostino  i  suoi 
chierici ,    conchiudendo    finalmente, 
che  retinuerunt  semper  idcirco  ca- 
nonici SaWatoris    antiquani  frater- 
nitatis  origineni  veram,  et  nominis 
fralrnm    decorem   a    Domino  Jesu 
Christo.     Segni,    De    Ord.    canon. 
lib.   I,  e.  12.   Che  frati  chiamavansi 
anticamente  i  canonici,  lo  dice  pu- 


FRA 

re  il  Borgia  a  pag.  i8B,  Mciiioric 
iòtoriclie  tomo  1,  facendo  osservare 
che  nella  storia  de'  miracoli  di  san 
Bertino  abbate,  lib.  II,  cap.  9,  ap- 
partenente ai  principi!  del  secolo 
decimo,  presso  il  Mabillon,  par.  I, 
saec.  3 ,  ss.  Benedici,  è  nominato 
monasdc.um  monasterium,  e  più  sot- 
to Fraler  monastici  ordinis  :  alle 
quali  parole  cos\  riflette  lo  stesso 
Mabillon  :  Nota  vocahuluni ,  nani 
etani  lune  temporìs  nionasterìa  ma- 
nachorum,  et  canonichoruni,  e  poi 
soggiugne:  et  fralrcs  etiani  Inni  di- 
cebantur  clerici  et  canonici:  unde 
liic  frater  monasticis  ordinis  discri- 
ininis  ergo. 

Anche  il  Muratori  fa  testimo- 
nianza che  i  canonici  un  tempo 
furono  detti  frati.  Nella  disseriazio- 
ne 62 ,  Dissert.  sopra  le  antichità 
italiane.  Dopo  aver  parlato  d' una 
bolla  di  Celestino  III,  conceduta 
nel  I  195  al  preposito  di  Ganace- 
lo,  ejusque  fratribus  canonicis ,  os- 
serva che  da  essa,  come  anche  in 
tanti  altri  documenti,  il  titolo  di 
frater,  oggidì  //vz/e,  titolo  prin- 
cipalmente riserbato  ai  religiosi  men- 
dicanti ,  i  quali  anche  soglionsi  chia- 
mare padri,  e  non  frali,  una  volta 
eia  in  mollo  onore  ,  s\  parlando 
de'  monaci,  che  de'  canonici.  An- 
che in  vui  privilegio  dato  da  Fe- 
derico I,  re  de'  romani,  nell'anno 
II 52,  ai  canonici  di  Vercelli,  si 
trovano  appellati  fratres.  Abbiamo 
una  lettera  di  fra  Guidone  zocco- 
lante, nella  quale  si  dimostra  chi 
sieno  quei  religiosi ,  che  debbonsi 
chiamare  frati:  Cosmopoli  1751.  In 
più  cronache  antiche  si  osservano 
i  nomi  de' concorrenti  al  patriar- 
cato di  Venezia  del  secolo  XV,  e 
dei  primi  del  XVI,  ove  tutti  i  no- 
mi de'  religiosi  claustrali  sono  con- 
Iradistinti   col    titolo    di  fra,  i   ve- 


FRA  229 

scovi,  gli  abbati  e  i  preti  secolari 
con  quello  di  don.  Così  Apostolo 
Zeno  nel  tom.  V  delle  sue  Lette- 
re, pag.  89,  Si  osserva  però  che 
taluni  monaci  in  certe  occasioni 
solenni  ritenevano  il  dirsi /r^^e,  co- 
me si  vede  per  esempio  nell'  atto 
solenne  della  professione  loro.  Nel- 
la regola  e  testamento  di  s.  Fran- 
cesco d'Assisi,  egli  da  sé  stesso  si 
chiama  frate,  e  frati  appella  i  suoi 
discepoli  e  religiosi. 

FRATELLANZA.  ^.Fraternità'. 

FRATELLI  MORAVI.  Settarii 
che  riconoscono  per  capo  Cristiano 
David,  chiamati  anche  Herrnhu- 
terSj  o  Ernutì,  non  che  Zinzendor- 
fiani,  per  lo  stabilimento  da  essi 
fondato  nel  1721  ad  Herrnhut , 
presso  Bertheldorf  nell'Alta  Lusazia, 
appartenente  al  conte  di  Zinzen- 
dorf,  che  dichiarossi  loro  protet- 
tore ,  diede  al  loro  sistema  una 
novella  forma  amalgamandovi  il 
quietismo,  e  diventò  in  seguito  lo- 
ro vescovo  o  capo.  Questi  fratelli 
moravi,  non  si  hanno  a  confonde- 
re cogli  utterili ,  ramo  degli  ana- 
battisti. Nel  1602  erano  stati  esi- 
liati dalla  Moravia  dall'imperatore 
Rodolfo  II,  che  aveva  vietato  in 
Austria  ogni  maniera  di  culto  pro- 
testante. Siffatti  settarii  credono  di 
giungere  alla  perfezione  con  un  loro 
particolar  lume  interiore  e  con  una 
comunicazione  più  intima  con  Dio. 
Ammettono  la  corruzione  originale 
dell'uomo  in  conseguenza  del  pec- 
cato di  Adamo,  e  la  giustificazione 
col  sagrifizio  espiatorio  di  Gesù 
Cristo  ;  r  eternità  delle  pene  e  la 
divinità  di  Gesù  Cristo.  I  fratelli 
moravi  vivono  in  comune ,  e  for- 
mano una  specie  di  repubbli- 
ca ,  i  cui  anziani  o  capi  eccle- 
siastici estendono  la  loro  giurisdi- 
zione sopra  molte  transazioni    del- 


23o  FRA  FRA 
la  vita  civile,  uotrie  >ono  i  mairi-  nato.  Fratelli  cugini,  si  dicono  quel- 
moni,  l'acquisto  di  beni  slabili,  ed  li,  i  cui  padri  o  rnadii  furono  fra- 
altri  atti.  Alline  di  acquistare  più  talli  o  sorelle;  che  anche  assolu- 
facilmente  proseliti,  hanno  stabilito  lamento  si  dicono  cugini,  ed  m  la- 
tre  classi  :  quella  della  chiesa  mo-  tino  consobrini.  Fratello  dicesi  inol- 
rava,  quella  della  chiesa  luterana,  tre  per  compagno,  amico,  intrinse- 
e  quella  della  chiesa  riformata.  Una  co.  prossimo  ec,  e  fratelli  d'  armi 
gran  paite  della  educazioue  degli  si  appellarono  i  cavalieri  che  ave- 
ernuti  consiste  nel  cantare,  ed  in  vano  fra  di  loro  giurato  una  fra- 
ciò  ripongono  la  maggior  irapor-  tellanza  d'armi.  V.  Sorella. 
tan2.a  :  col  canto  principalmente.  Dice  il  Bergier,  che  il  nome  di 
dicono  essi,  i  fanciulli  s'istruisco-  fratello  nella  Scrittura  sacra,  non 
no  meglio  nella  religione.  Per  la  solo  si  dà  a  quelli  che  sono  nati 
loro  analogia  sotto  molti  rappor-  da  uno  stesso  padre,  o  da  una  stes- 
ti coi  quaccheri,  vengono  essi  chia-  sa  madre,  ma  ai  parenti  prossimi, 
mali  i  quaccheri  della  Germania  ,  In  questo  senso  Abramo  dice  a  Lot 
ove  si  dice  che  hanno  vari  sta-  suo  nipote  :  noi  siamo  fiatelli  ;  e 
biliraenti ,  come  si  dice  che  ne  lo  stesso  del  nome  di  sorella.  Nel 
hanno  in  Danimarca  ,  nella  Sviz-  vangelo  i  fratelli  di  Gesù  Cristo 
zera,  nei  Paesi-Bassi,  in  Inghilter-  sono  cugini  germani  ;  quindi  male 
ra,  in  Francia,  nella  Russia,  nel-  a  proposito  conchiusero  alcuni  ere- 
r  India,  nella  Guinea,  al  capo  di  liei  che  la  Beata  Vergine,  oltre  il 
Buona  Speranza  e  nel  paese  degli  nostro  Salvatore,  avesse  avuto  al- 
ottentoti  nelle  Antille  danesi  ed  tri  figliuoli.  Il  Rinaldi  nell' appa- 
inglesi,  nel  Labrador,  nella  Groen-  rato  agli  Annali  ecclesiastici ,  ai 
landia,  negli  Stati-Uniti  d' Ameri-  numeri  6i,  62,  63  e  64,  dice  chi 
ca  ec.  Il  loro  capoluogo  generale  furono  quelli  detti  fratelli  del  Si- 
è  Herrnhut,  piccola  città  del  re-  gnore.  L'antica  legge  ordinava  agli 
guo  di  Sassonia,  nella  quale  risie-  ebrei  di  considerarsi  tutti  come  fra- 
de  il  collegio  direttore,  composto  di  telli,  perchè  tutti  discendevano  da 
tredici  membri  eletti  dal  sinodo.  Abramo  e  da  Giacobbe  :  questo 
FRATELLO  (Frater).  Nome  cor-  ultimo  per  urbanità  ed  amicizia 
relativo  di  maschio,  tra  li  nati  d'un  chiamò  fratelli  alcuni  stranieri,  cioè 
medesimo  padie  e  d'  una  medesi-  i  pastori  provenienti  da  Haran.  Co- 
ma madre;  che  anche  si  dice  ger-  si  Mosè  disse  che  gl'israeliti  erano 
mano  o  fratello  carnale.  Fratello  fratelli  degl'iduraei,  perchè  questi 
naturale  significa,  nato  secondo  la  discendevano  da  Esaù  fratello  di 
natura,  e  non  secondo  la  legge,  e  Giacobbe.  Il  vangelo  e'  insegna  a 
dicesi  pure  Bastardo  (Fedi)j  esso  considerare  tutti  gli  uomini  come 
è  un  fratello  illegittimo.  Fratello  nostri  fratelli  ;  ed  i  primi  cristia- 
di  padre,  e  non  di  madre,  si  dice  ni  scambievolmente  si  diedero  que- 
quegli  che  nasce  dal  medesimo  pa-  sto  nome  in  un  senso  più  stretto, 
dre,  e  di  diversa  madre,  che  an-  perchè  tutti  sono  figliuoli  adottivi 
che  assolutamente  si  dice  fratello,  di  Dio,  fratelli  di  Gesù  Cristo, 
e  fratello  consanguineo  ;  fratello  u-  chiamati  alla  stessa  eterna  eredità, 
terino,  si  dice  quegli,  che  dalla  ed  obbligati  dal  loro  divino  mae- 
stessa  madre,  ma  d'altro  padre  sia  stro  ad  amarsi  vicendevolmente  ;  e 


FRA. 
perciò  dobbiamo  riguardare  gli  uo- 
mini in  generale  come  nostro  pros- 
simo, ed  amare   come    noi    mede- 
simi.  Il  p.    Mamachi,    Z>e'  coslunii 
de'  primitivi  cristiani,  tratta  nel  ca- 
po  I   della    carità    de'  primi    fedeli 
verso   i   loro  prossimi  ec,  e  di  quel- 
la de'  fratelli    verso  i   loro  fratelli  ; 
e  che  col   nome  di  fratelli  chiama- 
vansi      tra   loro  i  cristiani,  cioè  gli 
eguali.    Il    Sarnelli    discorre    dello 
stesso    argomento    nel    tom.     Vili 
delle  Lettere  eccL,  lett.  XIV,  num. 
4  e  5.    Il  citato   Rinaldi   riporta  gli 
esempi   dei   fratelli  e  sorelle  marti- 
ri, ed  all'anno  ySi,  num.  12,  parla 
del   modo  come    i   fratricidi    erano 
peniteuziati    dalla  Chiesa ,  dicendo 
che  il  Papa  s.  Gregorio  111  rispon- 
dendo a  diversi  quesiti  di  s.  Boni- 
fazio apostolo  della  Germania,    gli 
di>se    che  i  parricidi ,    gli    uccisori 
del   padre    e  della    madre,    ovvero 
de'  fi'atelli,    non    si    comunicassero 
mai,  salvo  che  nel  fine    della  vita 
per   viatico,  e  si   astenessero    dalla 
carne    e  dal  vino ,    e    digiunassero 
tre  dì  della  settimana.   Il    p.   Me- 
uochio    nel    tom.    Ili    dell'erudite 
sue  Stuore  a  pag.   272,  cap.  LXI, 
Dell'odio  de'  fratelli  quanto  sia  sta- 
lo   grande    in    alcuni ,   come  anco 
funtore,  fa  l'enumerazione  di  mol- 
ti, cogli  analoghi    sentimenti   degli 
antichi  filosofi. 

In  quanto  al  titolo  di  fratelli,  il 
Macri  nella  Notizia  de'  vocaboli  ec- 
clesiastici, al  vocabolo  Litterae,  nel 
riportare  i  titoli  usati  da  s.  Gre- 
gorio l  Magno ,  eletto  Papa  nel 
590,  nelle  sue  lettere,  dice  che  ai 
patriarchi  ed  arcivescovi  dava  pu- 
re il  titolo  di  Fraternitas  sanctis- 
sinia,  ed  ai  vescovi,  tra  gli  altri, 
Fraternitas  tua.  Dipoi  i  romani 
Pontefici  scrivendo  ai  cardinali,  ai 
patriarchi,  ai  primati,   agli   arcive- 


FRA  23  r 

scovi,  ed  ai  vescovi,  usarono  ed  u- 
sano  tuttora    il    titolo  o  formola  : 
T^enerahìles  fratres,  salutem   et  a- 
postolicam    benedictioneni ;    e    par- 
lando   loro    ne'  concistori,    cioè  ai 
cardinali    in    quelli    segreti ,    ed    a 
questi    ed    agli    altri    ne'  concistori 
semipubblici  e  pubblici,  li  chiama- 
no :    Fenerabiles  fratres.    Il  Borgia 
poi  cardinale,  nel  tom.  I,  pag.  98 
delle  Memorie  istoriche  della  pon- 
tificia   città    di    Benevento ,    rileva 
che  il  nome  di  fratelli  come  titolo 
di  onore  fu  dato  dal    Papa    Inno- 
cenzo  li   nel    1187   ai  beneventani, 
allorquando  fu  nella  loro  città,  di- 
cendo  loro:    Gratias    vobis  agimus 
fratres,  et  domini  quia  corde  hila- 
ri   et  voluntale   sincera  Jidelitatein 
nobis  pergistis,  etc.   Indi  soggiunge 
il  dotto  prelato,  che  del    titolo  di 
fratelli  dato  alcuna   volta    dal  Pa- 
pa anche  in  iscritto  a  persone  non 
insignite  di  carattere   vescovile ,  a- 
veva    letto    qualche    esempio  ;    ma 
dell'altro   più    specioso    di  signore 
non  aver  documento  da  produrre, 
né  poter  credere  esservi    fuori   del 
caso    di    cui  si   tratta ,  cioè  di  un 
linguaggio    familiare,    nel    quale  si 
sa  che  i  sovrani  non    sogliono    es- 
sere legati  a  quel  rigore  di  espres- 
sioni che  usano  poi  secondo  il  ran- 
go delle  persone,  nella  loro   corte. 
Quindi  narra  come  in  un    privile- 
gio diretto  da  Urbano  II  nel  1089 
al  clero  e  popolo  di    Velletri    sua 
patria,    sono  i  velletrani    chiamati 
dal    Pontefice    fratelli    diletti  ssinti. 
Anche  s.  Gregorio  VII,  quando  nel 
1077   assunse  il  governo  dell'isola 
di  Corsica,  scrisse  ai    corsi  :    Sciiis 
fratres  et  charissimi  in  Chrislo  fi- 
lli non  solimi  vobis,  sed  multis  gen- 
tibus  manifestuni  est,  insulam  quani 
inhabitatis    nulli    inortalium,  nulli' 
que  potestati,  imi  S.  R.  E.  ex  dc' 


2J2  FRA 

hito  vel  jiiris  proprietuLc  pcrtine- 
re  eie.  Opportunamente  però  os- 
serva il  Bolgia  che  questo  esem- 
pio non  è  interamente  al  caso  no- 
stro cosi  adattato,  come  quello  di 
Urbano  II,  poiché  la  lettera  di  s. 
Gregorio  VII  è  diretta  anche  ai 
vescovi  di  quell'isola,  onde  a  que- 
sti deve  riferirsi  il  titolo  di  fra- 
telli. 

Solevano  i  re  di  Francia,  scri- 
vendo ai  cardinali,  trattarli  col  ti- 
tolo di  caro  amicOy  ed  Enrico  IV 
pel  primo  li  chiamò  f?iiei  cugini, 
e  fu  imitato  dai  successori.  Forse 
quel  gran  re  adottò  questo  titolo, 
in  riflesso  dell'altro  goduto  dai  mo- 
narchi francesi  di  Jigliuoli  della  ro- 
viana  Chiesa,  e  di  figli  priinoge- 
nili.  V.  Figlio.  I  re  di  Fran- 
cia scrivendo  ai  gran  maestri  del- 
l'ordine gerosolimitano,  li  chia- 
marono :  Très-cher  et  très-aimé 
cousin.  Francesco  Parisi  nel  to- 
mo III,  pag.  26  delle  Istruzio- 
ni per  la  segreteria,  dice  chey^'a- 
ter  era  il  titolo ,  che  usava  il 
doge  della  serenissima  repubblica 
di  Venezia  Foscarini,  col  duca  di 
Savoia  Amadeo  Vili;  e  che  in  al- 
tra lettera  del  i43i  usò  il  doge 
col  duca  il  titolo  di  Fraternità 
{f^edi)  j  indi  a  pag.  3o  dice  che 
i  cardinali  nipoti  del  Papa  regnan- 
te, scrivendo  ai  nunzi  ed  ai  vesco- 
vi, usavano  questo  titolo  :  All'illu- 
stre e  molto  reverendo  signore  co- 
inè fratello j  e  così  le  congregazio- 
ni cardinalizie.  Il  medesimo  Pari- 
si nel  tomo  II,  pag.  260,  ripor- 
ta una  lettera  di  Muzio  Colonna 
a  Pietro  Aldobrandini  fratello  di 
Clemente  Vili,  col  titolo:  Molto 
tnagnifico  signor  mio  come  fratello 
honorando,  sottoscrivendosi  come 
fratello,  che  'l  servirà  sempre.  Pe- 
rò è  da  notarsi,    che   siccome  con 


FRA 

tale  lettera  il  Colonnese  pregava 
l'Aldobrandino  a  fare  il  compare 
al  nato  suo  figlio,  ed  incomincian- 
dosi la  lettera  colle  parole  :  »  Sem- 
pre nel  mio  animo  ho  avuto  fer- 
mo desiderio  con  che  occasione 
potessi  farmi  di  V.  S.  strettissimo 
fratello  ";  così  il  Parisi  riporta  quan- 
to Folcaldo  nel  io5o,  scrisse  nel- 
la vita  di  s.  Berlino  al  cap.  7  : 
Nec  non  et  compater  fuit  JVal- 
berto  secnndum  saeculi  laudahiletn 
rilum  ad  conjungenda  fraternae  ca- 
rilatis  foedera  conservatuni.  Della 
parentela  spirituale  del  Comparati- 
co, è  a  vedersi  quell'  articolo.  I  re- 
ligiosi poi  sono  chiamati  tralelli 
perchè  vivono  in  comune,  e  for- 
mano una  medesima  famiglia,  pre- 
stando obbedienza  ad  un  medesi- 
mo superiore,  che  chiamano  loro 
padre.  In  progresso  di  tempo  que- 
sto nome  restò  a  quelli  tra  es'si 
che  nou  possono  arrivare  al  chie- 
ricato, e  per  tale  motivo  si  chia- 
mano fratelli  laici. 

I  fratelli  laici  o  fratelli  conver- 
si sono  nei  conventi  e  monisteri 
religiosi  subalterni,  che  sebbene  fe- 
cero i  voti  religiosi  o  monastici, 
non  possono  arrivare  al  chericato 
né  agli  ordini  sagri,  e  che  servo- 
no in  alcune  cose  di  domestici  a 
quelli  che  si  chiamano  religiosi  di 
coro  o  padri,  oblati  e  sacerdoti, 
esercitando  altresì  gli  uffizi  minori 
ne'  conventi  e  monisteri.  Secondo 
il  Fleury  s.  Gio.  Gualberto  fonda- 
tore dei  monaci  vallombrosani ,  fu 
il  primo  che  accettò  i  fratelli  lai- 
ci nel  suo  raouistero  di  Vallora- 
brosa  l'anno  io4o:  sino  a  quel 
tempo  i  monaci  si  servivano  da  sé 
stessi.  E  siccome  i  laici  non  inten- 
devano il  latino,  e  nou  potevano 
perciò  imparare  i  salmi  pel  coro, 
né  approfittare   delle  lezioni  latine 


FRA 
che  si  facevano  nell'  uffìzio  divino  , 
furono    considerali    come     inferiori 
agli  altri   monaci,  che  ei'ano    chie- 
rici  o  destinali  ad  essere    tali  ;  nel 
tempo     che     questi     pregavano     in 
chiesa,  i   fratelli  laici   aveano    Cina 
della    casa  ,    e    degli    affari  esterni. 
Fra  Je  religiose  si  distinguono    pa- 
rimenti   le    sorelle    converse,  dalle 
monache  di  coro.    I   religiosi    delle 
Scuole  cristiane  i^Fedi)    non  essen- 
do chierici,  sono  appellati    fratelli, 
così   i     Benef rateili    (  Fedi)    ospita- 
lieri.   Fra    i  carmelitani     scalzi ,    i 
conversi  sono  chiamati   fratelli  Do- 
nali   (Fedi).    Nella    compagnia    di 
<iesìi  sono   chiamati   fratelli   i   reli- 
giosi  anche    studenti  ;    quando    poi 
questi  sono  ascesi   al  sacerdozio  la- 
sciano il  nome  di  fratelli,    e    sono 
chiamati   padri;   quindi    sono    chia- 
mati fratelli  coadiutori  tulli   i  ge- 
suiti  non   sacerdoti,   peichè   coadiu- 
vano loro  nell'esercizio  del  religio- 
so n)inistero.   Ai    rispettivi    articoli 
degh   ordini    e    congregazioni    reli- 
giose si  dice  come    sono    chiamati 
questi  fratelli.   Gli  individui  aggre- 
gati alle  adunanze  spirituali,    com- 
pagnie, fraternite,    o     Confraternite 
i^Vedi),  in  esse  sono   pure  chiama- 
li  fratelli    e  confrati,    e    col    titolo 
abbrevialo    Fr.    sono    notati    nelle 
tabelle,  e  col  Fr.  precedente  il  lo- 
ro nome  e    cognome    sottoscrivono 
le  carte  appartenenti    alle    confi'a- 
ternite  e  compagnie  cui  sono  ascritti. 
FRATERNITÀ'  (Fraterni tas).  A- 
dunanza  spirituale,  fratellanza,  com- 
pagnia,   Congregazione,    Confrater- 
nita j  Sodalizio  (Fedi).    Il    Rinaldi 
all'anno  43,    num.    io,  dice    che  i 
primi    Cristiani  (Fedi)    si    appella- 
rono anche  Fratres,  Fratelli  (Fe- 
di);  voce  usata  da   Gesù  Cristo,  e 
assai  frequentemente  dagli    aposto- 
li; e  fraternità  o  fraternità  fu  della 


FRA  233 

la  congregazione  cristiana.  Del  qual 
nome  essendo  calunniati    i  seguaci 
di   Cristo,  ne  rende  la  ragione  Ter- 
lulliano,   in    Jpol.   e.    Sg,  con  que- 
ste parole.  «    Fratres    et    dicuntur 
»   et  habentur,  qui   unum    patretn 
>,    Deum    agnoverunt    eie,  sed    eo 
»   fortasse  minus  legitimi  existima- 
»   mur,  quia    ex    substantia    fami- 
5j    liari   fiatres   sumus,   quae    penes 
=,    vos    fere     dirimit     fraternitatem. 
■>    Omnia  indiscreta  sunt  apud  nos, 
«   praeter  uxoies  ;  in  isto  loco  con- 
»    sortium   solvimus ,    in    quo    solo 
»   caeteri    homines    consortium    e- 
»    xercent  :  ex  illa  credo  majorum  et 
»    sapientissimorum  disciplma  grae- 
55    ci  Socratis,  et    romani    Catonis, 
»   qui   uxores  suas  amicis  commu- 
M    nicaverunt.   O  sapientia    Atticae, 
»,  o  Romanae  gravilatis  exemplum. 
»    Leno  est  philosophus,  et  ceiisor". 
Cose  simili   scrissero    Atenagora   fi- 
losofo cristiano,  Orat.  prò  Christian.; 
Giustino    martire,     Orat.    ad  Ani. 
Piuni,  e  Minuzio  Felice,  In  octai'., 
imperocché  la  fraternità    di   coloro 
era  stata  presa  dalla  repubblica  di 
Platone,  il   quale    siccome    appellò 
tutti   i  cittadini    fratelli  ,  così    vol- 
le che  fossero  fra   essi  comuni  an- 
che le  mogli,  ciò  che  naturalmen- 
te da  altri  fu  altamente  riprovato. 
Si  disse  in  oltre  Fraternità  l'unio- 
ne  tra  due  fratelli.   I   re  e    gì'  im- 
peratori  presero  fra  loro  questo  ti- 
tolo,   come    anche    i    vescovi    ed  i 
monaci.  La  fraternità    d'armi    era 
un'alleanza,  un'associazione    d'ar- 
mi,   che    facevano    due    cavalieri 
promettendosi   di  stare  uniti ,  e  di 
aiutarsi   vicendevolmente    contro    i 
loro  avversari.   La   religione  di  Ge- 
sìi  Cristo    ha    consacrato    il    titolo 
di   Dominus  (Fedi),  allo  stesso  Si- 
gnore nostro  :    Tu  soliis    Dominus. 
Ha    poi    reso    il    titolo    di  frati  o 


2  34  FRA 

fnildli  comune,  e  di  singolare  a- 
luore,  a  misura  eh' è  pronunziato 
con  carità.  Tulle  le  adunanze  co- 
snuni  ci  fanno  considerare  gli  uni 
e  gli  altri  come  fratelli  e  sorelle. 
S.  Agostino  padre  del  secolo  IV, 
nella  sua  regola  incomincia  :  Ante 
Olimi  a  ,  fratres  carissimi,  diligatur 
Deus,  e  questo  linguaggio  siccome 
preso  dal  fondo  della  religione,  si 
conserva  appena  si  parli  con  qual- 
che serietà.  Dicemmo  all'  articolo 
Frate  (f^ecli),  che  i  frati  sino  dal- 
la loro  origine  furono  considerati 
membri  di  altrettante  Fraternità- 

FRATI  DELLA  VITA  POVERA,  erauo 
discepoli  di  Dulcino,  eretico  del  se- 
colo XIV ,  e  capo  dei  Dulcini- 
sii  (  P^edi  ).  Chiamavansi  così  essi 
medesimi,  sotto  pretesto  che  ave- 
vano rinunziato  a  tutto,  per  vive- 
re soltanto  della  vita  apostolica. 
Sembra  che  siensi  perciò  confusi 
coi  Fraticelli  [Fedi).  I  dulcinisti, 
nati  circa  l'anno  i3o5  da  Dulcino 
di  Novara,  discepolo  di  Gherardo 
Segarelli  parmigiano,  sotto  un  este- 
riore religioso  e  composto,  si  per- 
mettevano ogni  maggior  eccesso  di 
libi^rlinaggio,  e  pretendevano  che 
la  loro  dottrina  fosse  la  terza  les- 
gè,  che  perfezionava  quella  di  Ge- 
sù Cristo.  Il  Segarelli  primo  loro 
maestro  circa  il  1285,  essendo 
stato  escluso  dall'esemplare  ordine 
francescano,  si  vesti  in  (juella  ma- 
niera, che  pretendeva  fossero  an- 
dati vestiti  gli  apostoli,  e  diceva, 
che  finalmente  era  giunto  il  tem- 
po dello  Spirito  Santo  e  della  ca- 
rità ;  che  tutte  le  cose  erano  co- 
muni ,  e  perciò  tutti  gli  uomini  e 
donne  potevano  indistintamente  vi- 
vere maritalmente  insieme,  perchè 
la  carità  esigeva  che  tutte  le  co- 
se fossero  comuni;  che  il  Papa, 
i  cardinali  e  prelati   non  erano  ve- 


FRA 
ri  pastori  della  Chiesa,  perchè  non 
facevano  vita  apostolica,  onde  egli 
solamente  era  vera  apostolo  di  Cri- 
sto, e  degno  del  pontificato.  Egli 
fu  fatto  bruciare  vivo  l'anno  i3oo, 
ed  i  dulcinisti  o  frati  della  povera 
vita  furono  condannati  da  Clemen- 
te V  nel  concilio  generale  di  Vien- 
na, adunato  nel  i3ii:  questi  fa- 
natici furono  ancora  delti  Aposto- 
lici. Lo  stesso  Pontefice  Clemente  V 
condannò  nel  concilio  i  Beguardi  e 
Beguini  poco  prima  nati  in  Ger- 
mania. Derivarono  questi  eretici  dai 
frati  della  povera  vita,  dagli  apo- 
stolici, e  dai  fraticelli  circa  l'anno 
1 297 ,  e  con  Margherita  Porretta 
d' Haynaut,  che  fu  bruciata  viva 
in  Parigi  o  a  Vercelli  con  Dulcino 
suo  preteso  marito  nell'anno  i3i  o, 
insegnavano  che  l'anima  giunta  ad 
annichilirsi  da  sé  stessa  nell'amor 
di  Dio,  non  peccasse  più,  né  cre- 
scesse in  grazia,  e  che  potesse  im- 
punemente lasciar  operare  la  parte 
inferiore,  allora  quando  la  superio- 
re fosse  attaccata  a  Dio:  quindi 
disprezzavano  tutti  gli  esercizi  del- 
la religione,  le  penitenze,  il  raffre- 
namento  degli  appetiti,  pretenden- 
do di  non  applicarsi  che  alla  con- 
templazione, quantunque  si  dassero 
ad  eccessi  tali  di  lascivia ,  che  la 
prudenza  di  Clemente  V  non  per- 
mise che  fossero  riferiti  nella  boUa 
della  loro  condanna.  Tali  errori 
furono  rinnovati  nell'  Italia  da  Mi- 
chele di  Molinos  sulla  fine  del  se- 
colo XVII. 

FRATICELLI.  Eretici  d'Italia 
verso  la  fine  del  secolo  XIII,  detti 
anche  Bisocchi.  Varie  sono  le  o- 
pinioni  degli  scrittori  ecclesiasti- 
ci intorno  agli  autori  di  que- 
sta setta.  Secondo  alcuni  ebbe  ori- 
gine da  alquanti  religiosi  liber- 
lini,    1    quali  col    pretesto  di    fai  e 


FRA 
una  vita  più  ritirata  e  più  perfet- 
ta, scossero  il  giogo  dell'obbedien- 
za, si  sollevarono  contro  la  Chiesa, 
e  caddero  in  opinioni  strane,  e  col 
tempo  furono  chiamati  fratellini, 
fraticelli,  frati  spirituali  o  Frati 
della  vita  povera,  Beguardi[Fedi),  e 
Beghine  o  Beguine,  poiché  avevano 
tutti  presso  a  poco  gli  slessi  princi- 
pii  e  gli  stessi  regolamenti.  Altri 
opinano  che  abbiano  dato  princi- 
pio a  questa  setta,  nel  1294  cir- 
ca, Pietro  di  Macerata  e  Pietro  di 
Fossombrone,  frati  minori,  i  quali 
avendo  ottenuta  dal  Papa  Celesti- 
no V  la  permissione  di  vivere  co- 
me romiti  ed  osservare  letteralmen- 
te la  regola  di  s.  Fi'ancesco,  furo- 
no seguiti  da  melte  persone,  e  ver- 
so l'anno  i2g4  si  formò  nella  Pu- 
glia una  setta  di  religiosi  vagabon- 
di, senza  regola  e  senza  superiori, 
che  vivendo  a  loro  capriccio,  face- 
vano consistere  la  loro  perfezione 
in  un'apparente  povertà.  Condan- 
nati come  eretici  da  Bonifacio  Vili, 
si  ritirarono  in  Sicilia,  e  comincia- 
rono a  declamare  contro  i  prelati 
e  contro  la  Chiesa,  nominarono  un 
generale  particolare  e  de'  superiori, 
e  sostennero  ostinatamente  gli  er- 
rori di  Pietro  Giovanni  OHva  di 
Serignano ,  altri  lo  dicono  del  ca- 
stello Dionigi ,  francescano  della 
provincia  di  Béziers,  che  a  quel 
tempo  dogmatizzava,  che  la  vita 
evangelica  consiste  in  ciò,  di  non 
posseder  nulla,  neppure  in  comune, 
e  che  perciò  tutti  i  chierici  seco- 
lari o  regolari  possidenti  in  tal 
guisa  erano  in  errore.  Inoltre  l'O- 
livi in  un  commentario  sopra  1'  A- 
pocalisse  avea  tacciata  la  Chie- 
sa romana  di  Babilonia,  predi- 
cendone l'estinzione,  e  promet- 
tendo l'esaltazione  di  una  nuo- 
va chiesa   più    perfetta  >  sotto  gli 


FRA  235 

auspizi  di  san  Francesco;  per  cui 
sul  fondamento  di  questa  predizio- 
ne alcuni  arrivarono  a  tentare  di 
eleggere  un  Papa  di  questa  nuova 
chiesa.  Questi  eretici  corruttori  del- 
le vedove,  matrone  e  vergini,  che 
con  finta  divozione  strascinavano  a 
sagrifizi  notturni,  spacciavano  tra 
gli  altri  errori,  che  il  Papa  non 
avesse  autorità  d' interpretare  la 
regola  di  s.  Francesco;  ch'eglino 
solo  formavano  la  vera  Chiesa;  che 
nessun  altro  fuor  di  loro  poteva 
chiamarsi  né  Papa,  né  vescovo; 
che  le  chiese  e  gli  ecclesiastici  non 
potevano  acquistare,  né  posseder 
beni  terreni. 

Clemente  V  nel  concilio  gene- 
rale di  Vienna,  nell'anno  i3ii 
condannò  l'Olivi,  morto  quindici 
anni  innanzi,  per  cui  le  sue  ossa 
furono  disotterrate,  e  gettate  nel 
fuoco  coi  voti  che  erano  stati  ap- 
pesi al  suo  sepolcro.  La  stessa  con- 
danna Clemente  V  die  nel  concilio 
ai  fraticelli  ovvero  bisocchi,  ed  altri 
loro  seguaci.  Egualmente  il  di  lui 
successore  Giovanni  XXII  li  condan- 
nò con  una  delle  sue  costituzioni  nel 
principio  del  suo  pontificato,  ed  al- 
lora molti  di  questi  fraticelli  si  ri- 
tirarono in  Germania,  sotto  la  pro- 
tezione di  Luigi  di  Baviera  nemi- 
co della  santa  Sede,  e  si  unirono  ai 
Beguardi  e  alle  Beguine  per  for- 
mare una  sola  setta.  Fuvvi  altresì 
un'  altra  setta  di  fraticelli,  cui  gli 
scrittori  ecclesiastici  danno  per  ca- 
pi Ermanno  di  Pungilupo  nativo 
di  Novara,  e  Guglielmetta  di  Boe- 
mia istruita  nella  scuola  di  Er- 
manno; ma  questi  fraticelli  erano 
incomparabilmente  più  viziosi  dei 
primi,  e  vivevano  nella  disonestà 
più  nefanda,  rinnovando  le  infamie 
degli   antichi   gnostici. 

Il  suddetto  Lodovico  il  Bavaro, 


7.36  FRA 

come  elicemmo  all'arlicolo  Bavie- 
ra [Fedi),  ed  in  altri  relativi,  qual 
nemico  di  Giovanni  XXII  non  so- 
lo prese  la  difesa  degli  eietici  lia- 
licelli,  ma  nel  1828  gli  fece  eleg- 
gere contro  l'antipapa  Pietro  da 
Corbara  francescano,  al  modo  che 
dicemmo  al  voi.  Il,  p.  ig8  e  seg. 
del  Dizionario ,  essendo  anch'  egli 
marcio  eretico  fiaticello.  L'Eime- 
11  co  nel  suo  Direliorio  degi'  inqui- 
sitori^ par.  II,  cjuaest.  o,  riporta 
la  censura  degli  libri  di  Olivj,  fat- 
ta dai  teologi  a  ciò  destinati  da 
Giovanni  XXJI,  presso  il  Baluzio, 
tom.  I,  MisctU.  pag.  240,  ediz.  di 
Parigi  1(378.  La  bolla  di  Giovan- 
ni XXII  contro  gli  errori  de' fra- 
ticelli, sta  nell'appendice  del  citalo 
Direllorio,  pag.  Go  dell'edizione  di 
Koma  i585.  Contro  l'errore  di 
non  poter  gli  ecclesiastici  secolari 
e  regolari  acquistare  e  possedere 
beni  terreni,  principalmente  si  op- 
posero, Alvaro  Pelagio,  De  plan- 
cia Eccle.ùae  lib.  7,  cap.  68;  Gu- 
glielmo da  Cremona,  nel  lib.  Rtt- 
prolmt.  error.  Marsilii  de  Padua; 
Agostino  d'Ancona,  De  pote.stale 
Papae  j  il  cardinal  Turrecremata, 
nel  lib.  2,  Sutnni.  de  Eccles.  ;  Al- 
maino,  nel  Traci,  de  sitpr.  potest. 
Eccles.,  ed  a' tempi  a  noi  vicini, 
il  celebre  p.  Mamarlii,  il  quale 
si  oppose  valorosamente  a  tali  er- 
rori, coir  immortai  opera  a  tutti 
nota.  Del  diritto  della  Chiesa  di 
acquistare  e  di  possedere  beni  tem- 
porali sì  mobili  che  slabili.  Veg- 
gasi  inoltre  Francesco  Pegua ,  De 
regno  Clirisli,  e.  20,  nel  Rocca- 
berti,  tom.  XII,  p.  3 1 3  della  Bi- 
bliot. 

Il  Garampi  nelle  Memorie  eccle- 
siastiche, riporta  varie  erudizieni 
SUI  fraticelli,  e  dice  che  nell'archi- 
vio del    collegio    reale  di    Bologna 


FRE 
si  conservava  un  processo  fatto  dal 
tribunale  della  sacra  inquisizione 
di  JXapoli  dell'anno  1 362  sopra 
alcuni  bisocclii  e  fraticelli  del  re- 
gno, cioè  contro  Lodovico  di  Du- 
razzo,  f  Pietro  da  Xovara,  f.  Ber- 
nardo di  Sicilia,  f  Tommaso  ve- 
scovo d'  Aquino  ,  e  Francesco  Mar- 
cliesino  già  arcidiacono  di  Salerno, 
poi  vescovo  di  Trivento;  e  che  in 
([uelle  contrade  eranvi  allora  tre 
sorta  di  fraticelli,  cioè  fraticelli  del- 
la povera  vita,  fraticelli  del  mini- 
stro, e  fraticelli  di  frate  Angelo. 
Xel  1421  si  propagò  per  l'Italia 
l'eresia  de' fraticelli  chiamati  del- 
l'opinione, perclìè  opinavano  che 
Giovanni  XXII  era  stato  da  Dio 
privato  della  vita  e  del  pontifica- 
to nel  i334,  a  cagione  delle  costi- 
tuzioni che  avea  fatto  sulla  pover- 
tà di  Cristo  e  degli  apostoli.  Mar- 
tino V  deputò  due  cardinali  per 
dare  il  meiitato  castigo  ai  pertina- 
ci di  questi  errori.  Nicolò  V  fu 
assai  zelante  in  estirpare  le  reli- 
quie di  questi  eretici ,  che  erano 
in  Fabriano  [Fedi),  ed  in  altri 
luoghi.  Xel  i45i  ordinò  all'inqui- 
sitore dell' Acaia,  che  fosse  preso 
certo  fraticello  di  opinione,  dimo- 
rante in  Atene,  il  quale  si  spac- 
ciava per  Papa.  Dipoi  nel  i453 
ìNicolò  V  mandò  un  inquisitore 
neir  isola  di  Creta,  contro  l'eresia 
de  fraticelli  dellopinione.  Paolo  II 
nel  1466  represse  si  malvagia  set- 
ta, che  ripullulava  nel  Piceno,  ed 
in  Poli  di  Sabina,  con  molto  rigore. 

FRE AU VILLE  o  FARINOLA 
(de)  Nicolò,  Cardinale.  /^.  Fapinola. 

FREDESVITA  (s.).  Figlia  di  Di- 
dano,  principe  di  Oxford.  Si  diede 
tino  dalla  tànciuUezza  a  non  vivere 
che  per  Iddio,  e  sprezzando  i  be- 
ni mondani,  preferì  gli  esercizi  del- 
l-ì   vita    contemplativa,  e    risolvette 


FRE 

di  abbracciare  lo  stato  religioso. 
Suo  padre  approvò  la  di  lei  scel- 
ta, e  fondò  intorno  all'anno  7)0 
un  monastero  ad  Oxford  in  onore 
della  B.  Vergine  e  di  tutti  i  santi,  del 
quale  fu  commesso  il  governo  a  Fre- 
desvita.  IMentre  essa  avanzavasi  nel- 
la perfezione  gustando  le  dolcezze 
della  solitudine,  Algaro,  principe  di 
Mercia,  concepì  per  lei  una  violen- 
ta passione,  e  cercava  i  mezzi  di  po- 
terla rapire.  Informata  del  pericolo  si 
nascose,  e  fattosi  fabbricare  un  pic- 
colo oratorio  a  Thornbury,  alquanto 
lungi  dalla  città,  vi  si  rinchiuse  per 
attendere  unicamente  alla  contem- 
plazione e  alla  preghiera.  Morì  circa 
la  fine  dell'ottavo  secolo,  e  si  opera- 
rono da  Dio  molti  miracoli  per  di  lei 
intercessione.  La  chiesa  dove  fu  sep- 
pellita prese  in  seguito  il  suo  no- 
me. S.  Fredesvita  era  patrotia  del- 
la città  ed  università  di  Oxford,  e 
collo  stesso  titolo  è  onorata  a  Lom- 
iny,  nell'Artois,  e  in  parecchie  case 
religiose  dei  Paesi  Bassi.  La  sua  fe- 
sta si  celebra  a'iq  d'ottobre,  e  nei 
marliiologi  d' Inghilterra  è  indica- 
ta ai  12  di  febbraio  quella  della 
traslazione  delle  sue  reliquie. 
■  FREDLEMID  oFELlMI  (s.).  Fio- 
rì nel  sesto  secolo ,  e  fu  eletto  ve- 
scovo di  Rilmore  in  blanda.  Il  ve- 
scovo di  Rilmore  ebbe  i  titoli  ora 
di  Brefiniensis,  ed  ora  di  Tribiir- 
nensis,  perchè  fece  la  sua  residen- 
za a  Brefne  ed  a  Triburna,  che 
non  sono  oggidì  che  piccoli  villag- 
gi. La  di  lui  festa,  assegnata  a'  2 
d'agosto,  si  celebra  ancora  con  mol- 
ta solennità  in  quella  diocesi. 

FREDOLI  o  FREDOL  Berenga- 
rio (seniore).  Cardinale.  Berengario 
Fredoli,  appellato  anche  da  qualcu- 
no Stadelli,  nacque  nel  castello  di 
Veruna,  feudo  della  sua  famiglia, non 
lungi  da  Montpellier.  Venne  decorato 


FRE  717 

dapprincipio  della  dignità  di  canoni- 
co nella  chiesa  di  Beziers,  poi  deliar- 
cidinconato  di  Narboua,  quindi  di 
un  altro  canonicato  in  Aix.  Fu 
pubblico  professore  di  legge  nel- 
l'università di  Bologna,  e  poscia  in 
qualità  di  cappellano  servì  il  Pon- 
tefice s.  Celestino  V,  e  fu  suo  vi- 
cario di  Roma.  Nel  I2g4  ebbe 
dal  nominato  Papa,  il  vescovato  di 
Beziers,  e  sotto  il  pontificato  di 
Bonifacio  VIII  venne  scelto  con 
altri  dottissimi  canonisti  a  compi- 
lare il  sesto  delle  decretali.  Cle- 
mente V  a'  i5  dicembre  dell'  an- 
no i3o5  lo  creò  prete  cardinale 
de'ss.  Nereo  ed  Achilleo,  peniten- 
ziere maggiore,  e  nel  iSog,  vesco- 
vo tusculano.  Tre  anni  prima  di 
quest'epoca  era  già  stato  spedito 
dal  Papa  alla  corte  del  re  Filippo 
IV,  insieme  col  cardinale  Stefano  di 
Suissy,  per  consultare  con  quel 
principe  sulla  scelta  d'un  luogo  in 
cui  potesse  convenire  col  Pontefice, 
e  trattare  degli  affari  i  piìi  impor- 
tanti. Fu  incaricato  eziandio  con 
altri  cardinali  di  prendere  infor- 
mazioni sui  delitti  che  s'imputava- 
no ai  templari,  e  così  pure  di  de- 
cidere intorno  alla  famosa  contro- 
versia de'  minori  sulla  povertà  di 
Gesù  Cristo.  Fondò  in  Beziers  un 
monistero  di  canonichesse,  alle  qua- 
li, col  permesso  del  re,  lasciò  una 
annua  rendita  di  cento  lire  turo- 
aesi.  Consagrò  a  vescovo  di  Liegi 
Alfonso  de  Marca,  e  Federico  in 
arcivescovo  di  Salisburgo.  Depose 
ancora  per  ordine  di  Giovanni 
XXII  l'abbate  di  Geraldo,  e  Ugo- 
ne  vescovo  di  Cahors,  il  quale  avea 
congiurato  contro  la  vita  di  quel 
Pontefice.  Morì  in  Avignone  circa 
l'anno  i323,  e  fu  sepolto  nella 
cattedrale  di  Beziers.  I  meriti  di 
questo  cardinale  erano  così   segna- 


23B  FKE 

lati ,  che  nel  conclave  di  Giovanni 
XXII  ottenne  parecchi  voti  per 
ascendere  al  pontificato. 

FREDOLI  Berengario  (juniore), 
Cardinale.  Berengario  FredoH,  ni- 
pote del  cardinal  seniore  dello  stes- 
so nome,  di  nazione  francese,  fu 
dapprima  canonico  e  camerlengo 
della  chiesa  di  Beziers.  Nel  iSog 
fu  fatto  vescovo  di  questa  città,  e 
poi  da  Clemente  V,  a'  2  i  dicembre 
1 3  1 2,  fu  creato  cardinale  assente 
de' ss.  Nereo  ed  Achilleo.  Giovan- 
ni XXII  nel  1817  lo  promosse 
al  vescovato  di  Porto,  e  mentre 
governava  quella  chiesa  ,  comp"!  la 
sua  vita  l'anno  iSaS.  La  sua  di- 
gnità cardinalizia  da  alcuni  è  po- 
sta in  dubbio,  mancandosi  di  do- 
cumenti autentici ,  come  osserva 
il   Novaes. 

FREGOSO  Paoio,  Cardinale. 
Paolo  Fregoso,  ovvero  Fulgosio,  pa- 
trizio genovese,  ebbe  i  natali  nel  1 428. 
Sortì  un'indole  piuttosto  inclinata  al- 
la guerra,  di  quello  che  al  pacifi- 
co ministero  degli  altari;  ma  nondi- 
meno volle  consagrarsi  nella  clerica- 
le milizia.  Nicolò  V,  nel  i453,  lo 
creò  arcivescovo  di  Genova,  ed  ivi 
spiegò  tale  magnanimità  del  suo 
animo,  che  i  genovesi,  nel  1462, 
vollero  eleggerlo  a  loro  doge.  Avu- 
tane licenza  da  Pio  II,  resse  quella 
repubblica  per  lo  spazio  di  parecchi 
anni  ;  così  per  altro,  che  per  la  ec- 
cessiva di  lui  ambizione  v'insorse- 
ro non  pochi  tumulti.  Sisto  IV 
a  5  maggio  1 480  lo  creò  cardina- 
le assegnandogli  per  titolo  la  chie- 
sa di  sant'  Anastasia,  e  gH  affidò 
però  la  legazione  del  regno  di  Na- 
poli, per  discacciare  i  turchi  che 
avevano  occupata  la  città  di  Otran- 
to, ed  anzi  a  tal  uopo  gli  diede  il 
comando  dell'armata  pontificia;  e  il 
Fn'goso  riportò  una  segnalala  vitto- 


FRE 
ria.  Ottenne  nel  1481  il  vescova- 
do di  Ajaccio  nella  Corsica;  ma  po- 
co tempo  dopo  furono  avanzate  ca- 
lunnie tali  a  suo  disdoro  che  in 
pubblico  Sisto  IV  lo  dichiarò  de- 
caduto della  sua  dignità.  Conosciu- 
ta però  meglio  la  di  lui  causa,  e 
scopertasi  la  frode  nell'  accusa,  il 
cardinale  fu  restituito  con  onore  al 
suo  posto.  Non  è  perciò  ch'egli  si 
potesse  liberare  dalla  taccia  antica 
dell'ambizione;  che  anzi  spirato  il 
periodo  di  tempo  della  sua  ducale 
dignità,  aspettò  che  il  nuovo  doge 
Battistino  Fregoso  venisse  a  visitarlo, 
e  poi  fattolo  chiudere  nelle  stanze 
del  palazzo  arcivescovile,  colla  mi- 
naccia della  morte,  l'  obbligò  a  ri- 
nunziargli  le  fortezze  del  ducato,  e  si 
fece  di  bel  nuovo  riconoscere  doge. 
Riassunto  il  governo,  scoprì  e  di- 
strusse alcune  insorte  congiure,  ed 
uccise  di  propria  mano  quindici  ri- 
belli che  in  una  battaglia  ricusava- 
no di  sottomettersi.  Vide  nondime- 
no che  i  mezzi  troppo  forti  adopera- 
ti da  lui,  gli  avevano  eccitala  l' in- 
dignazione del  popolo;  pensò  quin- 
di di  ridurre  la  città  sotto  i  duchi 
di  Milano,  per  togliere  la  via  ai 
suoi  nemici  d' impadronirsi  del  go- 
verno. Ma  tale  disegno  produsse 
così  fiera  sollevazione,  che  il  car- 
dinale fu  costretto  a  salvarsi  nella 
cittadella,  dove  fu  stretto  di  assedio. 
Lodovico  Sforza,  denominato  il  Mo- 
ro, vi  riuscì  però  co'  suoi  maneg- 
gi, e  in  poco  di  tempo  fu  ricono- 
sciuto come  capo  della  città.  Allo- 
ra il  cardinale  dimise  la  sua  digni- 
tà, con  una  pensione  di  seimila 
scudi,  e  si  volse  per  mare  alla  via 
di  Roma,  dove  giunse  dopo  una 
furiosa  tempesta.  Ivi  ottenne  la  le- 
gazione della  provincia  di  Campa- 
gna, e  finì  la  sua  vita  nel  trattare 
gli  affari  della  santa  Sede.  Morì  in 


FRE 

Roma,  nrl  '49^;  ^^  ebbe  il  sepol- 
cro nella  basilica  tie' ss.  Apostoli. 
pedi  Genova,  ove  si  liporttuio  più 
dettagliate  notizie  delle  vaiie  vi- 
cende di  questo  cardinale. 

FREGOSO  Federico,  Cardinale. 
Federico  Fiegoso ,  fratello  di  Ot- 
taviano doge  di  Genova,  nacque 
in  questa  città.  Ancor  giovanetto 
venne  eletto  da  Giulio  II  nel  i^oy 
all'arcivescovato  di  Salerno,  per  le 
istanze  di  Guidobaldo  duca  di  Ur- 
bino suo  zio;  ma  l'anno  dopo  assun- 
se l'amministrazione  della  chiesa  di 
Gubbio,  perchè  in  Salerno  avea  tro- 
vato poco  favox'e  per  l'adesione 
spiegata  verso  la  corona  di  Fran- 
cia. Nondimeno  avea  colà  celebra- 
to anche  un  sinodo.  Trasferitosi 
poi  a  Genova,  nel  i5i3,  per  coa- 
diuvare nel  governo  il  fratello  Ot- 
taviano, riportò  un'insigne  vittoria 
contro  Cortogli,  corsaro  di  Baiba- 
lia  ;  cosa  che  gli  meritò  la  carica 
di  generale  delle  galee  pontifìcie. 
Senonchè  espugnata  Genova  nel 
i52  2,  dalle  truppe  di  Cesare,  e  ca- 
duta in  lor  potere,  nel  mentre  vo- 
leva egli  salvarsi  colla  fuga  sopra 
di  un  vascello  francese,  si  rovesciò 
il  palischermo  e  fu  quasi  sommer- 
so nel  mare,  se  un'accurata  pron- 
tezza de'suoi  non  lo  avesse  salvato. 
Sofferse  però  gravissima  malattia, 
della  quale  tosto  che  si  riebbe,  si 
rifugiò  in  Francia,  ed  ivi  ottenne 
dal  re  che  io  amava  assai,  la  pin- 
gue abbazia  di  s.  Benigno  di  Di- 
gion,  di  cui  fu  il  primo  abbate  com- 
mendatario. Venutagli  però  a  te- 
dio una  vita  negl'intrighi  degli  af- 
fari, si  volse  tutto  cuore  alla  chie- 
.sa  di  Gubbio,  di  cui  fu  stabilito  ve- 
scovo titolare,  e  fece  rinunzia  della 
sede  di  Salerno  al  cardinale  Nicolò 
Ridolfì,  il  quale  gli  rassegnò  la  pin- 
gue abbazìa  di   s.  Croce   di  Fonte 


FRE  2  3g 

Avellana.  Alloia  si  diede  con  som- 
ma edificazione  ad  eseguire  l'epi- 
scopai  ministero,  di  guisa  che  fu 
onorato  del  nome  di  padre  de'  po- 
veri e  rifugio  degl'infelici.  Rifece 
anche  il  pavimento  della  cattedrale 
e  III  assai  benefico  colle  altre  chie- 
se della  sua  diocesi.  Nel  tempo  del 
suo  governo  spirituale,  i  canonici 
di  quella  chiesa,  pel  favore  di  Fran- 
cesco Maria  della  Rovere,  duca  di 
Urbino,  furono  dichiarati  secolari, 
e  ridotti  ad  undici  con  un  prepo- 
sto. Paolo  III,  avutane  contezza 
delle  preclare  virtù  che  lo  adorna- 
vano, lo  impiegò  dapprima  in  una 
congregazione  da  lui  stabilita  per 
la  riforma  della  Chiesa,  e  lo  creò 
poscia  a'  19  dicembre  dell'anno 
1 539  cardinale  prete  de'  ss.  Gio- 
vanni e  Paulo,  dalla  quale  dignità 
voleva  con  preghiere  e  con  lagri- 
me ottenerne  dispensa.  Obbligato 
però  da  un  comandamento  del  Pa- 
pa ad  accettarla,  se  ne  partì  per 
la  sua  diocesi,  dove  nel  1 54 1  po- 
se fine  alla  mortale  carriera.  Ebbe 
sepolcro  nella  cattedrale,  con  uà 
superbo  monumento  sul  quale  sta 
la  statua  del  caidinale  in  marmo. 
Fu  d  cardinal  Federico  dottissimo 
nelle  lingue  greca  ed  ebraica  :  scriSi- 
se  alcune  opere  sopra  vari  argo- 
menti :  e  mantenne  non  interrotta 
relazione  co' più  celebri  letterati  del 
suo  tempo,  Ira'quali  godevano  d«illa 
sua  amicizia  i  cardinali  Bembo  e 
Sadoleto. 

FREJUS  {Forojulien).  Città  con 
residenza  vescovile  del  regno  di 
Francia  nella  Provenza  ,  capoluogo 
del  dipartimento  del  Varo,  sulla  co- 
sta del  Mediterraneo.  Questa  anti- 
ca città  è  situata  in  mezzo  ad  una 
valle  fertile,  ed  abbondante  di  tut- 
tociò  eh' è  necessario  alla  vita,  sulle 
rive  del  torrente  Reyran,  vicino  al- 


y.'io  FRE 

la   riviera    d'Argens;   vi  sono   però 
delle  pallidi  che  rendono  l'aria  al- 
quanto  insaldhre;   ma    da    qualche 
anno    si    opera    con    ogni  cura    per 
giungere    a    diseccarle.    È    sede    di 
un   tribunale    di    commercio ,  e  di 
un  officio  postale.  Fra  i  móltissimi 
avanzi  di  romana  antichità  che  so- 
no ancora  in  Frejus,  meritano  men- 
zione i  suoi   vasti  bastioni,  la  porta 
Dorata,  e  quella  di  Cesare,  un  gran- 
dissimo anfiteatro    od    arena  quasi 
ancora  intero,  eh'  è  d'  una  mirabi- 
le costruzione;   i  frammenti  di  un 
tempio ,    un    acquedotto  magnifico, 
una  specie  di  gi'ossa  muraglia,  avan- 
zo forse  di  qualche  antico  palazzo, 
una  strada   lungo  l' acqua   che  cir- 
condava l'antico  suo  porto  situato 
all'  imboccatura     dell'  Argens  ,     ora 
quasi  inservibile,    ed    un  faro     che 
s'innalzava     all'ingresso     di     esso. 
Questo  porto  fu  già  della  massima 
importanza,  e  famoso  per  la  stazio- 
ne che  ivi    fece    una  delle  quattro 
armate    navaH    di  Augusto;,  ma  il 
mare    da    quattrocent'auni    in  qua 
scambia  essersi    allontanato  da  esso 
tre  o  quattro   miglia.   Frejus  è  pa- 
tria di  Giulio  Agricola  console  ro- 
mano, suocero  dello  storico  Tacito, 
del  poeta  Cornelio  Gallo,  di  Vale- 
rio Paulino,  di  Giulio  Grecino  se- 
natore romano,  celebre  per  la  sua 
coraggiosa  resistenza  a  Caligola ,   e 
nei  moderni  tempi  dell'abbate  Sieyes, 
e  di  molti  altri  rinomati  personaggi. 
Il  cardinal  Giambattista  di  Latil,  che 
come  arcivescovo  di    Pveims  coronò 
Carlo   X,   nacque  nell'  isola  di  san- 
ta   Margherita    diocesi    di    Frejus. 
Nelle    vicinanze    di    questa    città  si 
trovano  delle     ametiste    e   dei  cri- 
stalli, e  ad    una    lega    di    distanza 
avvi   una  montagna    che  rinchiude 
diaspro  rosso    e  bianco,  e  cornali- 
ne. Esiste  una  miniera  di  carbone 


FRE 

fossile  o  terreno  nella  valle  di  Rey- 
raii:  cospicua  è  la  fiera  che  vi  si 
tiene  per  sei  giorni  ,  dal  1 3  mag- 
gio, ccn  numeroso  concorso. 

La  origine    di   Frejus  è  incerta: 
al  tempo  di  Giulio  Cesare,  che  gli 
diede    il  suo  nome ,  Foriua  Julii , 
ovvero    Civitas   Foro    Juliensis ,  e 
Jidio  Forensis,  era  essa  molto  con- 
siderabile.  Divenuta  colonia  roma- 
na,  essendo  chiamata  prima   Colo- 
nia  Pacensis^  ebbe  il  nome  di  co- 
lonia   Octai'ianoriwtj  a  cagione  del- 
l'Vili   legione    dei  soldati  veterani 
che  vi    si    stabih.    Si    hanno    delle 
medaglie    del    tempo    di    Augusto , 
che  qualificano  questa  città  di  Co- 
lonia Julia    Octa^'ianornm  :  di  Do- 
miziano colla   leggenda,    Col.  Far. 
Jul.j  e  di  Nerone    nelle  quali  leg- 
gesi,    Col.   Pac.   Class.  Plinio  chia- 
molla   classica   perchè    Augusto  vi 
fece    costruire    un  arsenale    per    la 
marina,   il  suo  porto  essendo  allo- 
ra  vastissimo    e    sicurissimo.    Dopo 
la  divisione    delle    provincie  roma- 
ne, Frejus  fece  parte  della  Narbo- 
nese  seconda,  essendo  andata  sem- 
pre soggetta  alle  rivoluzioni  di  que- 
sta provincia.    I  saraceni  rovinaro- 
no la    città  verso  la  fine  del  nono 
secolo:    Guglielmo    conte    di  Arles, 
che    li  scacciò,  donò  la  città  a  Ri- 
culfo  vescovo,  il  quale  verso  l'anno 
970     la    fece   riedificare   e   cingere 
di   forti   mura.   I   vescovi  di  Frejus 
ne  furono  spogliati  nel     1189,    in 
seguito  d'  una  guerra  che  suscitaro- 
no al  re  d'Aragona  Raimondo  det- 
to Alfonso  li,  allora  conte  di  Pro- 
venza, il  quale  la  unì  alla  sua  co- 
rona, ma  in  progresso  fu  loro  re- 
stituita con  altre  signorie.    li  duca 
di  Savoia  Vittorio  Amadeo  II  la  pre- 
se nel  1707.    A  Saint-Raphael,  pic- 
colo porto  poco  distante  da  Frejus, 
sbarcò  Napoleone  Bonaparte  a'9  otto- 


FRE  FRE  2|r 

bi-e  1799,  al  suo  ritorno  dalla  spe-  mlnistratore,  cui  successe  nel  i  533 
dizione  dell'Egitto,  e  volando  a  Fa-  il  nipote  Leone  Orsini  colla  digni- 
ligi  rovesciò  la  costituzione  direi-  tà  di  vescovo;  nel  i565  Bertrando 
toriale,  divenne  primo  console,  quin-  de  Romanis,  e  nel  i654  Giuseppe 
di   imperatore.  Zonga  Ondedei.    Fra    i    vescovi  di 

La  religione  cristiana  non  fu  prò-     Frejus  di  origine  francese,  nomine- 
pagata     in  questa    città    prima    del      remo  Andrea  Ercole  di  Fleury  nel 
quarto  secolo.    Il    primo  dei    vesco-       1698,  poi  creato   cardinale  da  Be- 
vi di  Frejus    fu  Accetto,    il  quale     nedetto  XIII;  Emmanuele  France- 
venne  domandato  ed  eletto  unani-     sco  de  Bausset  di  R.oquefort,  eletto 
niamente  dal    clero    e  dal  popolo,     nel    1766,  il  quale    fece  fabbricai^ 
venendo  stabilita    la   sede  vescovile     un  bel  seminario,  pubblicò  un  bre- 
sutfraganea    alla    metropoli    d'Aix,     viario,   ed   un  nuovo  catechismo,  e 
come  lo  è  tuttora.  Concordio,  uno     rese  importanti  servigi  alla  sua  die- 
de' vescovi   del   concilio  di  Valenza     cesi:  all'epoca  della  rivoluzione  fran- 
nel   374,  rese  di   Accetto  buonissi-     cese  emigròj  in   seguito  rinunziò  id 
ma  testimonianza    in  piena    assem-     vescovato  nel  i8oi,emori   in  odo- 
blea  ;    ma    Accetto    per    sottrarsi    a     re  di    santità    l'anno    seguente.   La 
quella  dignità  si  confessò  colpevole     sede    vescovile    di    Frejus    fu  verso 
di  alcuni   delitti,  quindi  non  si  prò-     questo  tempo  soppressa,  ma  venne 
gredì   più  oltre.  Da  ciò  si  rileva,  e      essa    ristabilita    pel   concordalo  tra 
lo  afferma  anche  Commanville,  che     il  re  Luigi   XVllI ,  e  il  Papa  Pio 
a  delta    epoca    in    Frejus    eravi  la     VII  nel    1817;  poscia  nel  concisto- 
sede    vescovile.    Sì    annovera    Ira  i     re  de'  16  maggio    iBsS  quel  Pon- 
vescovi  di  Frejus  s.  Leonzio  di  Ni-     tefìce    ne    dichiarò    vescovo  monsi- 
mes,  a  cui  scrissero  per  affari  im-     gnor  Carlo  Alessandro  de  Richery 
portanti  i  Pontefici  s.  Bonifacio  I,      della  diocesi  di  Senez:  a  questi  Pio 
e  s.  Celestino  l,e  mori  verso  l'anno     Vili  die  in  successore  nel  concisto- 
43'2. Dipoi  nelsecoloXIII, enei  I  299,     ro  de'  27   luglio    1829,    l'odierno 
Bonifacio  Vili  promosse  a  questo  ve-     vescovo  monsignor  Lodovico  Carlo 
scovalo  Jacopo    d'Euse    di  Cahors,     Gio.    Ballista    Michel j    d'Acqui    di 
indi  cancelliere    del    conte    di  Pro-     Provenza. 

venza  :  Clemente  V    che    avea  sta-  La  chiesa  cattedrale    è    dedicata 

bilila  la  residenza  pontifìcia  in  Avi-     alla  beata  Vergine  Maria,  ed  altre 

gnone    lo    fece    vescovo    di  questa     volte  era  un  tempio  pagano,  come 

città  nel    i3io,  poscia  lo  creò  car-     scorgasi    dalla  costruzione,  essendo 

dinaie  vescovo  di  Porto,  e  nel  i3i6     bassa    ed    oscura.    Tra     le  reliquie 

lo  ebbe  a  successore    col    nome  di     che  ivi  si  venerano,  è  il  corpo  del 

Giovanni    XXII.    Tra    i   vescovi  di     santo    vescovo    Leonzio.    In  essa   vi 

Frejus  ve  ne  furono    alcuni  ilalia-     è    il  fonte    battesimale,    e    la    cura 

ni ,    come    Bortolomeo    Grassi    del     delle  anime  si  funge  dall'arciprete, 

i338;  Urbano    Fiaschi,    eletto    nel     coadiuvato  da    due  vicari.    Antica- 

i477j   Niccola    Fieschi    fratello    di     mente  il  capitolo  avea  per  dignita- 

s.  Caterina,  lo  fu  nel  1496,  e  nel     ri  il  preposto,  l'arcidiacono,  il  sa- 

i5o3   Alessandro  VI    lo  creò    car-     grestano  ,     olire    dodici     canonici  : 

dinaie;    il   cardinal   Franciolto  Or-     il  capitolo  conferiva     tutti    i  bene- 

sini,  nel    1 526  ne  fu  nominalo  am-     fizi    che    ne   dipendevano,  ed  ave- 

voi.  xxvii.  16 


24^  FRE 

va  diritto  d'annata;    il  vescovo  no- 
minava la    dignità    del    sagrestano, 
il  quale    doveva    sempre    essere  un 
canonico.   Al  presente  il   capitolo  si 
compone   della    prima   dignità  del- 
l'arciprete, e  di  nove  canonici,  com- 
prese le  prebende   del  penitenziere 
e  del  teologo.   L'episcopio  è  vicino 
alla    cattedrale,    oltre   la    quale  in 
città  non  vi  sono  altre  parrocchie, 
vi  è  però  un  gran  seminario  in  cui 
sono    circa    novanta  alunni ,    oltre 
due  piccoli  nella  diocesi  ;  avvi  pu- 
re un  monistero  di  suore  detto  di 
Nevers,  una  confraternita  chiama- 
ta   de'  penitenti  ,    ed    un  ospedale. 
Eranvi  prima  i  domenicani,  i  mi- 
nori osservanti,  i  gesuiti,  le  mona- 
che cisterciensi  dette  di  s.   Bernar- 
do, e  le  monache  domenicane.  Que- 
sta diocesi,  la  più  estesa  della  Pro- 
venza, conteneva  cinque  chiese  col- 
legiate, e   sessanlasette  parrocchie; 
oggidì  le  parrocchie  sono  trentasei, 
con    centosettantasei    succursali ,    e 
con  settantanove  vicariati.  Il  vesco- 
vo godeva    di    ventottomila  lire  di 
rendita,  e  pagava  quattrocento  fio- 
rini di  tassa    per    le    sue  bolle.   Al 
presente  le  rendite  del  vescovo  so- 
no costituite  per  la  somma  di  quin- 
dicimila franchi,   e  sono  tassate  nei 
libri  della  cancelleria  apostolica,  in 
fiorini  trecentosettanta. 

FREZZA  Luigi,  Cardinale.  Lui- 
gi Frezza  nacque  nell'antico  Lanu- 
vio,  ora  Civita  Lavinia,  diocesi  di 
Albano,  a'2 7  maggio  1788,  di  agia- 
ta famiglia,  che  distinguevasi  per 
antica  virtÌL  probità  e  j-eligione.  Mo- 
strando egli  sin  dalla  tenera  età  ec- 
cellente ingegno,  e  grande  amore 
agli  studi,  attese  ad  essi  con  somma 
lode  nel  seminario  romano,  e  nel 
collegio  greco,  de' quali  fu  convit- 
tore; e  colla  vasta  sua  mente  ab- 
bracciò e  principalmente    si  appro- 


FRK 
fondi   nella   filosofia,   nella    leologi.i, 
e   nella  giurisprudenza    civile  e  ca- 
nonica, onde   in     tali   facoltà    riuso» 
valentisnmo.  Entralo  nello  stato  ec- 
clesiastico,   appena    ordinato    sacer- 
dote   applicossi    con    mirabile    zelo 
e  dottrina   al  ministero    della    pre- 
dicazione  e  delle   confessioni.   Dive- 
nuto per  le  sue  estese   e    piofonde 
cognizioni,  in   ispecie  delle  sacre  di- 
scipline, in  singolare  estimazione  a 
Roma,  fu    aggregato    alla    cospicua 
accademia    di  religione  cattolica,    e 
per  la    sua  specchiata    condotta    il 
prelato  Pietro  Coprano   poi     cardi- 
nale lo  celebrava  come   uno  de'pri- 
mi  preti  della  capitale    del    cristia- 
nesimo, come  quello  ch'eragli   me- 
ritamente successo  alla  direzione  dei 
collegio     romano,     per    il    cardinal 
Bartolomeo  Pacca  prefetto  degli  stu- 
di del  medesimo    Pio  VII   lo  dichia- 
rò   consultore    dilla    congregazione 
di  Propaganda  fide,    ed    il  succes- 
sore Leone  XII    (nel    di    cui   con- 
clave il  Frezza  era  stato    prescelto 
dal  cardinal  Antonio  Pallotta  a  suo 
conclavista  ecclesiastico  )  appena   e- 
saltato    al  pontificato    il    volle  suo 
intimo  cameriere  segreto  partecipan- 
te,   prevalendosi  dell'opera  sua    in 
affari   rilevantissimi   della   santa  Se- 
de ;  successivamente  lo  nominò  mem- 
bro del  collegio  teologico  nell'  uni- 
versità    romana,     sotto  -  promotore 
della  fede,  consultore  delie  congre- 
gazioni   dell'indice,    e    degli    affari 
ecclesiastici,    e  nel  concistoro    de'  2 
ottobre    1826  lo  fece  vescovo  delle 
diocesi  unite    di    Terracina,    Sezze, 
e  Piperno.  Nel   regime  pastorale  di 
quelle  sedi    si   diportò  qual    tenero 
e  provvido  padre,  accoppiando  alla 
giustizia  la    prudenza.    Per    motivi 
di   salute  Leone   XII    accettò    la  di 
lui   rinuncia    nel   concistoro    de'  t5 
novembre    1828,  ed   invece    lo  fra- 


FRE 
sfen  al  titolo  arcivescovile  in  par- 
(ilnis  di  Calcedonia,  indi  lo  promos- 
se alla  carica  di  segretario  del  vi- 
cariato di  Roma,  e  poi  a  quella 
di  segretario  della  congregazione  de- 
gli affari  ecclesiastici  straordinari, 
di  cui  già  lo  avea  fatto  consulto- 
re. Di  questa  idtima  ne  divenne 
benemerito,  per  il  senno  e  dottri- 
na eoa  la  quale  funse  il  vasto  ed 
importante  uffizio,  per  le  gravi  con- 
troversie che  in  essa  congregazione 
si  agitano,  e  per  l'immenso  cumu- 
lo delle  relazioni  che  ha  per  tutto 
il  mondo;  laonde  il  suo  nome  a 
gloria  della  Sede  apostolica,  venne 
venerato  nelle  piìi  rimote  regioni. 
Pio  Vili  ebbe  gran  stima  per  lui, 
e  lo  fece  canonico  della  patriarcale 
basilica  liberiana;  maggiore  poi  fu 
quella  del  regnante  Gregorio  XVI; 
ed  infatti,  prima  lo  annoverò  tra 
i  consultori  della  sagra  inquisizio- 
ne, nel  i832  lo  dichiarò  segreta- 
rio della  congregazione  concistoria- 
le, il  perchè  lo  divenne  pure  del 
sagro  collegio,  conservandogli  l'an- 
teriore uffizio,  per  l'attività  e  fera- 
ce ingegno  che  scorgeva  in  lui,  e 
inoltre  dal  canonicato  di  s.  Maria 
Maggiore,  lo  trasferi  a  quello  del- 
la patriarcale  basilica  vaticana.  E 
finalmente  il  medesimo  Papa  nel 
concistoro  de' 2  3  giugno  i834  lo 
creò  cardinale  riservandolo  in  pet- 
to, e  poscia  ad  onta  della  di  lui 
virtuosa  trepidazione  ed  umiltà,  in 
quello  degli  ii  luglio  i836  lo 
pubblicò  cardinale  dell'  ordine  dei 
preti,  e  poscia  gli  conferì  per  tito- 
lo la  chiesa  di  s.  Onofrio.  In  at- 
testato poi  della  sua  sovrana  pro- 
pensione, il  Pontefice  gli  concesse 
il  segnalato  onore  di  poter  unire 
il  proprio  stemma  al  di  lui  genti- 
lizio. Questa  promozione  riuscii  a  tutti 
grata,  e  tra  quelli  che  la  celebraro- 


FRE  243 

no  vi  fu  il  sacerdote  Luca  Pacifi- 
ci celebre  latinista,  allora  minutan- 
te de'  brevi  pontifìcii  e  canonico 
della  basilica  di  s.  Maria  in  Tras- 
tevere, ed  al  presente  monsignor 
segretario  delle  lettere  latine  e  ca- 
nonico liberiano,  con  lettera  gra- 
tulatoria ed  elegia  con  note,  che 
ili  un  ad  iscrizioni  e  sonetti  colle 
stampe  PeregoSalviucci  si  pubblicò 
in  Roma  con  questo  titolo:  Hono- 
ri  praecla rissimi  nntislitis  Àloiiii 
Frezza  ad  romanae  purpurae  de- 
ciis  e\>ecti.  I  di  lui  talenti  vieppiù 
si  palesarono  nella  sublime  dignità, 
e  ne'  consigli  e  negli  affari  risplen- 
dè la  sua  saviezza  e  perspicacia , 
avendo  subito  parte  operosa  ed  uti- 
le nelle  congregazioni  cardinalizie 
di  cui  il  Papa  lo  fece  membro  ; 
cioè  della  concistoriale,  di  propa- 
ganda, dell  indice,  e  degli  affari 
ecclesiastici  straordinari.  11  nostro 
cardinale  nel  nuovo  grado  tenue 
sempre  la  sua  naturale  modestia, 
frugalità,  dolcezza  di  costumi  e  di 
maniere,  che  nel  corso  della  vita 
gli  procacciarono  amore  e  riveren- 
za. La  sua  casa  in  Civita  Lavinia 
fu  onorata  più  volte  dal  Pontefice 
Gregorio  XVI,  siccome  meglio  di- 
remo all'articolo  Gemano  [Vedi). 
La  sua  complessione  prometteva  vi- 
ta più  lunga,  quando  colto  da  bre- 
ve malattia,  tollerata  con  pia  ras- 
segnazione, placidamente  e  con  se- 
rena mente  pagò  l'umano  tributo 
nella  fresca  età  di  circa  cinquanta- 
cinque anni,  a'  i4  ottobre  1837, 
perdita  che  fu  generalmente  com- 
pianta. Celebrati  nella  chiesa  di  s. 
Marcello  solennemente  i  funerali, 
ove  cantò  la  messa  di  requie  il 
cardinal  Giacomo  Luigi  Brignole, 
dipoi  il  suo  cadavere  fu  traspor- 
tato nella  mentovala  chiesa  di  s. 
Onofrio,  dentro    la    cappella    dedi- 


•i44  FRI 

cata  a  tal  santo,  ed  ivi  tumulato 
con  onorpvole  marmorea  iscrizione. 
Il  suUodato  prelato  Luca  Pacifici 
scrisse  una  robusta  e  commovente 
necrologia,  che  si  legge  nel  nume- 
ro 87  del  Diario  di  Roma  del 
1837,  e  compose  pure  l'iscrizione 
sepolcrale. 

FRIARIO  (s).  Nacque  da  un 
agricoltore  di  Nantes  circa  1'  anno 
5ii.  Esercitò  dapprima  l'arte  del 
padre,  manifestando  una  gran  pu- 
rità di  costumi  a  cui  accoppiava 
la  pratica  del  digiimo,  delle  veglie, 
e  l'esercizio  di  una  continua  ora- 
zione; poscia  si  ritirò  col  diacono 
Secondello  nell'  isola  di  Vindonita, 
formata  dalla  Senna ,  nella  diocesi 
di  Nantes.  In  quella  solitudine  essi 
aveano  ciascuno  la  propria  cella, 
dove  facevano  i  loro  esercizi  in 
particolare.  Secondello  fu  provato 
da  diverse  tentazioni  ,  ma  assistito 
dai  consigli  di  Friario ,  pervenne 
ad  un'esimia  santità.  Friario  ebbe 
eziandio  degli  altri  discepoli  ,  cui 
istruì  nella  perfezione,  e  fu  gran- 
d' amico  di  s.  Felice  vescovo  di 
Nantes,  il  quale  lo  assistè  nella  sua 
ultima  malattia.  Morì  verso  la  fi- 
ne del  sesto  secolo,  e  fu  seppellito 
nella  sua  cella,  dove  furono  ope- 
rati non  pochi  miracoli ,  e  gli  si 
edificò  poscia  una  chiesa.  Conser- 
vasi parte  delle  sue  reliquie  nella 
parrocchia  di  Besnay,  della  quale 
è  il  principal  protettore.  S.  Fria- 
rio è  ricordato  il  i."  d'agosto  in- 
sieme a  s.  Secondello. 

FRIAS  Ferxandez  Pietro,  Car- 
dinale. Pietro  Fernandez  Frias,  di 
oscura  famiglia  spagnuola,  fu  ve- 
scovo di  Osma ,  e  creato  pseudo- 
cardinale di  s.  Prassede  dall'anti- 
papa Clemente  VII.  Abiurato  dipoi 
lo  scisma,  nel  1409  venne  conferma- 
to da  Alessandro  V,  e  nel  1 4 1 2   ti  as- 


FRF 

ferito  da  Giovanni  XXIII  al  vesco- 
vado di  Sabina.  Ebbe  anche  la 
legazione  di  Roma ,  e  fu  arciprete 
della  basilica  valicana.  Morì  in  Fi- 
renze nel  1420,  lasciando  di  sé  una 
memoria  troppo  infelice  pel  suo 
orgoglio,   avarizia    e  dissolutezza. 

FRIBURGO  (Fribiirgcn.)  Città 
con  residenza  arcivescovile  nel  gran 
ducato  di  Baden,  in  Brisgovia,  an- 
tico territorio  di  Alemagna,  uno 
de'  più  felici  paesi  di  essa ,  posto 
nella  regione  meridionale  della  Sve- 
via,  e  perciò  diverso  di  Friburgo 
città  della  Svizzera,  residenza  del 
vescovo  di  Losanna.  Friburgo  gia- 
ce sulla  riva  destra  del  Treisam, 
in  situazione  romantica  a  piedi  del- 
la foresta  o  selva  Nera,  ed  i  suoi 
dintorni  sono  forse  fra  i  più  ame- 
ni che  si  trovino  in  Germania.  Da 
una  parte  ha  la  fertile  pianura 
che  copiosamente  dà  tutti  i  pro- 
dotti propri  d^una  regione  tempe- 
rata, con  ameni  giardini  ;  dall' altra 
un  magnifico  paese  con  monti  e 
valli,  ricco  di  vigne  e  di  minerali, 
il  quale  è  pur  feconda  sorgente  di 
cognizioni  pei  naturalisti.  La  parie 
montuosa  abbonda  di  legnami,  ed 
oltre  la  coltura  delle  miniere  di 
argento ,  piombo  e  ferro,  che  gli 
abitanti  di  Fiiburgo  e  della  Bris 
govia  esercitano ,  essi  sono  indu- 
striosi massime  ne'  luoghi  montuo- 
si, ove  si  fabbricano  in  gran  quan- 
tità gli  orologi  di  legno,  de'  (juali 
si  fa  un  sì  vasto  commercio  ,  non 
solo  in  Europa,  ma  anche  in  A- 
merica.  Vi  sono  pure  fonderie  di 
campane  ed  officine  di  scoltura  :  i 
suoi  abitanti  sono  celebri  per  pu- 
lire cristalli,  granate  e  pietre  pre- 
ziose. Friburgo  detto  anche  Frei- 
burg e  Fryburg,  altre  volte  capi- 
tale della  Brisgovia  e  fortezza  rag- 
guardevole ,    ora    è    capoluogo  del 


circondario  di  Treisam  e  Wiesen, 
di  un  baliaggio  di  città,  e  di  due 
Ijaliaggi.  E  sede  di  un  baliaggio 
criminale,  di  un'amministrazione 
superiore  delle  foreste,  di  una  ri- 
cevitoria generale,  e  di  una  dire- 
zione delle  fabbriche.  Assai  ben 
fabbricatii,  ha  un  sobborgo  e  stra- 
de larghe,  bene  lastricate,  ornate 
di  belle  case,  ed  assai  bene  illumi- 
nate. Ha  due  piazze  pubbliche, 
due  chiese  cattoliche,  due  prote- 
stanti ,  una  delle  quali,  chiamata 
Munster,  è  osservabile  per  la  sua 
bella  architettura  di  gusto  gotico. 
La  fabbrica  più  considerabile  di 
Friburgo  è  la  sua  bella  cattedra- 
le, che  molti  pretesero  paragonare 
a  quella  di  Strasburgo.  Questa  cat- 
teilrale  è  tutta  costrutta  di  pietre 
quadrate,  ed  è  adorna  di  stupen- 
de scolture.  La  sua  torre  pirami- 
dale si  dice  una  delle  più  alte  e 
belle  dell'  Alemagna.  La  fabbrica 
venne  incominciata  dal  duca  Cor- 
rado di  Zahrin^en  nell'anno  Ji52; 
o 

questo  superbo  monumento  dopo 
avere  resistito  a  sei  secoli ,  soffri 
danni  considerabili  nell'assedio  che 
sostenne  nel  I7i4-  Inoltre  la  cit- 
tà possiede  una  rinomata  univer- 
sità fondata  sino  dal  ì  ^56 ,  chia- 
mata Lodovico- Albertina ,  da  Al- 
berto VII  detto  il  Buono,  duca 
d'Austria,  la  quale  in  questi  ulti- 
mi tempi  ottenne  molti  favori,  e 
fra  i  suoi  professori  conta  uomini 
distinti.  La  situazione  di  Fiiburgo 
in  un  angolo  della  Germania  ,  e 
la  sua  vicinanza  ad  Eidelberga  ed 
a  Tubinga,  tanno  che  la  sua  uni- 
versità non  sia  molto  frequentata  : 
le  istituzioni  scientifiche  vanno  e- 
stendendosi  progressivamente,  e  la 
biblioteca  principalmente  è  ricchis- 
sima di  opere  antiche,  raccolte  nei 
soppressi   mouisteri  e  capitoli.   Alla 


FRI  245 

università  sono  pure  uniti  una  col- 
lezione d'  islrumenti  di  fisica  e  di 
matematica,  uu  giardino  botanico, 
un  teatro  anatomico,  ed  una  clini- 
ca medico-chirurgica  ;  ha  inoltre 
una  scuola  normale  ed  un  museo. 
Recentemente  vi  si  formò  una  so- 
cietà di  storia,  onde  propagare  gli 
studi  della  statistica  ed  antichità, 
e  per  assicurare  la  conservazione 
de'  monumenti  ed  oggetti  di  arti 
che  rinchiude  il  paese.  In  vicinan- 
za della  città  si  scoperse  di  recente 
sulla  montagna  detta  Schoenberg 
un  gran  numero  di  sepolcri,  rin- 
chiudenti armi  ed  ornamenti,  che 
marcano  i  caratteri  della  più  ri- 
mota antichità.  Friburgo  è  patria 
del  monaco  Schwartz,  che  passa  in 
Alemagna  per  l'  inventore  della 
polvere  da  cannone,  di  Gio.  Tom- 
maso Freigius  o  Freig  giureconsul- 
to e  letterato  del  secolo  XVI,  dei 
medici  Giacomo,  Giovanni  e  Mi- 
chele Schenk,  e  di  altri  illustri  per- 
sonaggi. 

Friburgo  va  debitrice  della  sua 
origine  agli  operai  delle  miniere,  i 
quali  a  cagione  della  vicinanza  di 
esse  si  fabbricarono  colà  abitazioni, 
ed  a  poco  a  poco  si  ridussero  quel- 
le abitazioni  ad  un  bel  villaggio, 
il  quale  nel  1118  o  nel  1122  fu 
dal  duca  Bertoldo  di  Zahringen 
elevato  al  grado  di  città.  Estinta 
l'antica  ed  illustre  famiglia  di  Zah- 
ringen ,  per  Agnese  superstite  di 
essa,  e  pel  suo  matrimonio  col  con- 
te Egon  di  Furstemberg,  passò  sot- 
to il  dominio  di  questi  conti,  ai 
quali  essa  più  volte  si  ribellò.  La 
città  nel  secolo  XIV  strinse  lega 
con  varie  altre,  e  finalmente  dopo 
molte  vicende  ed  agitazioni  ,  nel 
i386  i  borghesi  abbandonando  1 
conti  Furstemberg,  si  diedero  iu 
potere  dei    duchi    d"  Austria    della 


246  Fili 

casa  d'Absburgo.  Mentre  uel  i^i5 
Giovanni  XXIII  si  trovava  al  con- 
cilio di  Costanza  (Fedi),  per  ri- 
nunziare ad  esempio  di  Gregorio 
XII  il  pontificato,  per  la  cessazione 
del  lungo  e  funesto  scisma;  pen- 
tito quindi  del  proponimento  se 
ne  fuggì  travestito  per  mezzo  di 
Federico  duca  d' Austria  che  lo 
proteggeva ,  al  qual  fine  celebrò 
un  torneo  per  meglio  trafugarlo  ; 
onde  Giovanni  XXIII  si  ritirò  in 
Friburgo.  Allora  il  concilio  formal- 
mente il  depose,  onde  volendo  Gio- 
vanni passare  dal  duca  di  Borgo- 
gna, Federico  badando  a'  suoi  in- 
teressi permise  che  fosse  imprigio- 
nato e  portato  ad  Eidelberga.  Gli 
svedesi  sotto  il  maresciallo  di  Hora 
e  il  duca  di  Weimar  presero  Fri- 
burgo negli  anni  i632,  i634  e 
i638.  E  ancora  celebre  per  la 
ostinata  e  sanguinosa  battaglia,  che 
Luigi  di  Borbone,  secondo  di  que- 
sto nome ,  principe  di  Condé  ed 
allora  duca  d' Enghien ,  vi  guada- 
gnò li  3,  4  e  5  agosto  i644  sulle 
truppe  bavaresi,  nei  posti  dispula- 
ti della  montagna  Nera ,  ad  una 
lega  da  Friburgo.  Una  delle  ar- 
mate di  Luigi  XIV,  comandate  dal 
maresciallo  di  Crecquy,  prese  que- 
sta città  li  17  novembre  1677, 
dopo  otto  giorni  di  assedio ,  ma 
pel  trattato  di  Riswick  del  1697 
fu  restituita  agi'  imperiali.  Il  ma- 
resciallo di  Villars  la  prese  di  nuo- 
vo dopo  un  assedio  ostinato  ;  ma 
Tenne  ricuperata  nel  1 7  1 4»  P^'ò 
con  danno  degli  edifizi.  Essendose- 
ne poi  impadronito  Luigi  XV  nel 
1744»  ne  fece  distruggere  le  forti- 
ficazioni prima  di  restituirla;  il  che 
avvenne  in  forza  del  trattato  di 
Aix-la-Chapelle.  Colla  pace  di  Lu- 
neville  del  1801,  l'Austria  cedette 
la    Brisgovia,    uno    de' più    antichi 


FRI 
dominii  della  casa  d'Absburgo,  in 
cui  è  situata  anche  Liraburgo  (luo- 
go ove  nacque  Rodolfo  d'Absbur- 
go progenitore  dell'  augusta  casa 
d'Austria)  e  l' Ortenau,  al  duca 
di  Modena ,  il  cui  genero  Ferdi- 
nando d'Austria,  alla  morte  di  lui 
divenne  duca  di  Brisgovia.  Ma  col- 
la pace  di  Presburgo  nel  i8o5,  il 
paese  fu  ceduto  a  Baden  ,  e  d'al- 
lora in  poi  Friburgo  fece  parte  del 
granducato  di  Baden. 

Nel  riordinamento  degli  affari  e 
stato  religioso  in  Germania,  Pio 
VII  colla  bolla  Provida,  solersene 
Rornanorum  Pontificuni,  emanata  ai 
16  agosto  182  I,  soppresso  il  vesco- 
vato di  Costanza,  eresse  in  sede 
arcivescovile  Friburgo,  colla  digni- 
tà metropolitana  sui  vescovati  di 
Rottemburgo,  Limburgo,  Magonza 
e  Fulda,  che  dichiarò  suoi  suffra- 
ganei.  Non  essendosi  mandato  ad 
effetto  queste  provvidenze,  per  quan- 
to accennammo  all'articolo  Badai 
(Vedi),  il  successore  Leone  XII 
die  felice  esecuzione  a  tale  disposi- 
zione. Quindi  nel  concistoro  de'2 1 
maggio  1827,  dichiarò  al  sagro 
collegio  de'  cardinali,  coU'allocuzio- 
ne,  QiLod  a  Pio  Vllfel.  ree.  prae- 
decessore  nostro  prò  sacris  Ecclc- 
siae  rebus  in  Germania  ordìnaa- 
dis,  l'erezione  di  questo  seggio  ar- 
civescovile, quindi  con  la  consueta 
proposizione  promulgò  a  primo  ar- 
civescovo di  Friburgo  monsignor 
Bernardo  Boll  della  diocesi  di  Piot- 
temburgo,  essendo  nato  a  Stutt- 
gard,  per  la  virtì^i  e  dottrina  dal 
Pontefice  encomiata.  In  sua  morte 
il  regnante  Papa  Gregorio  XVI, 
nel  concistoro  de'  2  r  novembre 
i836,  nominò  arcivescovo  di  Fri- 
burgo monsignor  Antonio  Ignazio 
Demeter  di  Augusta.  Passato  an- 
che questi  a  miglior    vita,    il     me- 


FRI 
desirao  Gregorio  XVI,  nel  coiicisto- 
vo  de  3o  gennaio  i843  ,  gli  die 
in  successore  l'odierno  arcivescovo 
monsignor  Ermanno  de  Vicari  di 
Aulendoif,  traslato  dal  vescovato 
di  Macra  in  partibiis  infidelinni , 
già  decano  del  capitolo  della  me- 
tropolitana di  Friburgo.  Questa 
arcidiocesi  è  vasta,  e  contiene  quasi 
ottocento  novantamila  cattolici,  con 
parecchie  città  e  castelli,  e  la  dio- 
cesi di  Friburgo,  conta  circa  dodi- 
cimila cattolici. 

La  cattedrale,   magnifico    edilìzio 
di  stile  gotico,  è  dedicata    alla  glo- 
riosa   Assunzione    di     Maria     Ver- 
gine in  cielo,  ed  in  onore  dei  san- 
ti     Alessandro    e    Lamberto  :     ivi 
si     venerano     insigni     reliquie  .     Il 
capitolo    è    composto    della     digni- 
tà del  decano,  di  sei  canonici    con 
prebende,    di  due  parrochi   vicari, 
e  di  altri  preti  e  chierici.  La  cura 
delle    anime    viene    esercitata     dal 
canonico  juniore  insieme  al  parro- 
co,   neir  istessa    cattedrale,    ov'  è  il 
sagro  fonte    di   mirabile    struttura  : 
l'episcopio     n'  è    alquanto     distan- 
te.   Nella    città,    oltre  la  cattedra- 
le,   avvi     un*  altra     chiesa    parroc- 
chiale   pur    munita    di    battisterio. 
Vi    sono  due  ospedali,    uno  civile, 
laltro  militare,    un  ospizio  per  gli 
esposti,  ed   il   monte  di    pietà.    Da 
idtimo     il    granduca     regnante     di 
Baden,  Carlo  Leopoldo  Federico,  ha 
concesso  all'arcivescovo    di   Fribur- 
go gli   edifìzi   dell'antica   abbazia  di 
s.   Pietro,   fondata   dagli  antichi  du- 
chi  di   Zahringen  o    Zoehringen  ai 
benedettini   nella    foresta  Nera,  se- 
colarizzata nelle  ultime  vicende  po- 
litiche,  per  convertirli  in  un  semi- 
nario metropolitano.  Le  rendite  del- 
l'arcivescovo ascendono  a    circa  sei 
mila  scudi   romani,  e  ad  ogni  nuo- 
vo arcivescovo    la  mensa    è  tassata 


FRI  247 

nei  libri  della  camera    a[)ostolica  fio- 
rini seicento  sessantotto. 

FRIDIANO  (s.).  Nato  in  Irlanda, 
come  comunemente  si  crede,  e  se- 
condo alcuni  figlio  di  un  re  di  IJI- 
tonia,  passò  in  Italia  affine  di  per- 
fezionarsi nella  virtù  e  nelle  scien- 
ze ecclesiastiche.  Il  suo  merito  in- 
nalzollo  alla  sede  episcopale  di  Luc- 
ca, dopo  la  morte  di  s.  Geminiano. 
Devesi  attribuire  alle  sue  preghiere 
la  salvezza  di  Lucca,  quando  fu  per 
essere  rovinata  dalle  innondazioni 
del  Serchio.  Morì  nel  SyS ,  e  fu 
sepolto  nel  luogo  ov  e  presentemen- 
te la  chiesa  che  porta  il  suo  nome, 
la  quale  venne  uffiziata  da'canonici 
regolari  ,  la  cui  congregazione  nei 
i5o7  fu  unita  a  quella  di  s.  Giovan- 
ni Laterano.  S.  Fridiano  è  onoralo 
ai    18  di   marzo. 

FRIDOLINO  (s.).  Era  d'  Irlan- 
da o  di  Scozia,  e  lasciata  la  patria 
andò  in  Francia  a  predicare  il  van- 
gelo. Poscia  fondò  parecchi  moni- 
steri  nell'Austrasia,  nella  Borgogna, 
nella  Svizzera,  e  l'ultimo  fu  quello 
di  Seckingen,  ove  mori  nel  538. 
Egli  è  protettore  titolare  degli  sviz- 
zeri del  cantone  di  Glaris ,  ed  è 
festeggiato  a'  6  d  i   marzo. 

FRIGENTO  o  FRICENTO  , 
Frequenliim  o  Fricentum.  Città  ve- 
scovile del  regno  delle  due  Sicilie, 
nella  provincia  di  Principato  Ulte- 
riore ,  capoluogo  di  cantone,  città 
antichissima  degli  irpini  nel  Sannio, 
situala  nella  sommità  di  un  deli- 
zioso monte,  ai  cui  piedi  scorre 
l'Albi.  Cicerone,  Appiano,  Tolomeo, 
e  Plinio  ne  fanno  menzione.  In 
f|uesta  città  si  trovano  gli  avanzi 
di  non  pochi  monumenti,  che  ta- 
luni credono  appartenere  all'antica 
Frequenliim,  nxìdi  delle  principali  cit- 
tà degli  irpini  ;  mentre  altri  sosten- 
gono   che   quivi  fosse  Ecolanum  o 


2  48  FRI 

Jesculanum  presso  Ansante,  città 
incendiata  dai  romani  durante  le 
loro  guerre  civili  di  Siila  e  di  Pa- 
piro Cursore.  Essendo  poi  stata  rie- 
dificata sotto  r  attuale  suo  nome, 
diventò  in  breve  tempo  assai  po- 
polosa e  ricchissima;  ed  avrebbe 
facilmente  ricuperato  l' antico  suo 
lustro,  se  non  fossero  sopraggiunti  i 
terrestri  scuotimenti  a  disertarla. 
Tanto  è  vero  che  Frigento  sia  suc- 
ceduto ad  Eculano  illustre  colonia 
romana,  che  ne  adottò  lo  stemma, 
e  ne  conserva  i  marmi  e  gli  avan- 
zi. Presso  alla  città  evvi  un  picco- 
Io  bacino  chiamato  Ansatilo,  la  cui 
acqua  torbida  e  nerastra  spande 
delle  esalazioni  talmente  infette,  che 
danno  la  morte  agli  animali  che  vi 
*.i  avvicinano.  11  Sarnelli  nelle  Me- 
morie cronologiche  de'  vescovi  ed 
arcivescovi  della  s.  chiesa  di  Be- 
nevento, parlando  a  pag.  2  38  del 
vescovato  d'Acqua-putrida,  poi  det- 
ta Mirabella,  dice  che  ad  esso  fu  uni- 
ta la  sede  vescovile  di  Quintodecimo, 
venuta  meno  o  abbandonata  pel 
fetoie  delle  mofete  d'  Ampsanto. 
Questa  mofeta  e  mefite  sembra 
aver  dato  il  nome  a  Frigento,  dal 
friggere  delle  mefite  medesime:  An- 
sante presso  i  classici  latini  signi- 
fica la  valle  di  Frigento,  e  Tito 
Livio  rammenta  i  popoli  Frequen- 
tinates.  Frigento  o  Fricento  ha  u- 
na  bella  cattedrale,  ornata  di  ec- 
cellenti pitture,  e  dedicata  alla  bea- 
la Vergine  Maria,  ed  a  s.  Maria- 
no vescovo  e  patrono  della  città, 
con  capitolo  decorato  di  tre  di- 
gnità, di  venti  canonici,  oltre  altri 
beneficiati.  Contandosi  nella  dioce- 
si cinque  collegiate  insigni,  e  qua- 
rantasei  mila  anime. 

La  sede  vescovile  nel  pontifica- 
lo di  s.  Celestino  I  fu  eretta  in 
Frigento  nel   quarto   secolo,   sulfra- 


FHI 

ganea  della  metropoli  di  l5enoven- 
lo.  Ne  fu  primo  vescovo  s.  ]\I;ir- 
ciano  greco  di  Modone,  ordinato 
dal  Pontefice  s.  Leone  I  in  Roma: 
il  santo  vescovo  si  recò  alla  sua 
sede,  combattè  gli  errori  ,  operò 
miracoli,  resse  con  mirabile  zelo  la 
sua  chiesa,  e  mori  a'  \ \.  giugno 
del  496  ;  il  corpo  del  quale  vesco- 
vo neir  anno  836  fu  traslatalo  da 
Frigento  a  Benevento ,  per  opera 
d'Orso  vescovo  beneventano,  e  collo- 
cato nella  cattedrale,  dove  riposa  sot- 
to l'altare  maggioi'e,  con  altri  corpi 
e  reliquie  di  santi  :  ciò  avvenne  per 
ordine  di  Sicone  duca  di  Benevento, 
privandone  Frigento.  A  questa  chie- 
saaffermail  Sarnelli  che  fui-ono  unite 
le  sedi  vescovili  di  Quintodecimo  os- 
sia Eclana,edi  Acqra-putrida;  ma  a 
cagione  delle  barbarie  dei  vandali, 
dei  goti,  dei  longobardi,  e  per  altre 
vicende,  la  sede  restò  lungo  tem- 
po vacante.  Alcuni  però  vogliono 
unita  Eclana  a  Frigento  nel  quin- 
to secolo,  altri  nel  settimo,  e  col 
nome  di  Quintodecimo  si  ha  pure 
nel  io54,  come  da  bolla  di  s.  Leo- 
ne IX.  Quelli  che  sostengono  l'u- 
nione al  quinto  secolo,  la  dicono 
succeduta  dopo  l'eresia  di  Giuliano 
vescovo  di  Echma,  seguace  degli 
errori  di  Pelagio  e  di  Celestio.  Il 
secondo  vescovo  registrato  dall' U- 
ghelli  di  Frigento,  è  Engellino ,  cui 
nel  1082  il  conte  Roggiero  donò 
il  monistero  della  ss.  Trinità  di  Ve- 
nosa. Prima  di  questo  tempo  ,  e 
nell'anno  986  il  terremoto  in  par- 
te avea  distrutto  la  città.  Gli  altri 
vescovi  sono  Giovanni  che  visse  nei 
pontificati  d'Innocenzo  II,  ed  Euge- 
nio III;  Martino,  che  al  dire  del 
Ciampo  fu  il  nonagesimo  quinto  ve- 
scovo frigentino,  e  che  nel  1  1 5o 
consacrò  la  chiesa  collegiata  di 
Ta arasi,  la  quale  è  considerala  nel- 


FRI 

la  iliocesi  di  Fiigciito  come  matrice. 
Quindi  abbiamo  il  vescovo  Giaiimii- 
to  che  intervenne  nel  i  179  al  con- 
cilio generale  celebrato  da  Alessan- 
dro 111,  e  nel  ii8'>.  alla  consagra- 
zione  della  chiesa  di  Monte  Vergi- 
ne ;  ed  ebbe  a  successore  Agapito 
monaco  della  Cava.  Il  Ciampo  nel 
I  182  pone  per  vescovo  un  Ugolino. 
Martino  fiori  nel  1200;  indi  In- 
nocenzo IV  creò  vescovo  Giovanni 
arciprete  della  chiesa  Beneventana 
nel  1232;  e  poi  nel  12 14  Giaco- 
mo di  Acqua-pnlrida.  Sotto  Alessan- 
dro IV  lo  fu  uno  di  cui  non  si 
conosce  il  nome  ,  così  altro  che 
inori  nel  i3o6.  Rogerio  di  Frigen- 
to,  eletto  dal  capitolo,  fu  conferma- 
to tla  Clemente  V  nel  1807;  essen- 
do stato  ucciso  da  Rogerio  de  Bo- 
nito milite  d'Ariano,  vacò  per  mol- 
ti anni  la  sede.  Wel  i343  divenne 
vescovo  Pietro,  canonico  e  nolaro 
della  chiesa  Beneventana.  Gli  suc- 
cesse nel  i34H  Cristiano,  ed  in  sua 
morte  nel  medesimo  anno  (ilemen- 
le  VI  nominò  fr.  Eustachio  degli 
eremitani  di  s.  Agostino;  indi  Ur- 
bano V  nel  1370  trasferì  a  que- 
sta chiesa  da  quella  di  Ariano  Gia- 
pomo.  Martino  lo  fu  nel  iSqg; 
Giovanni  Caracciolo  napoletano  nel 
l4o5;  Gaspare  di  Perugia  nel  1424 
per  volere  di  Martino  V,  ed  in  sua 
morte  nel  i4'j'5  fu  eletto  Battista 
Ventura  canonico  napoletano. 

Devastata  Frigenlo  in  parte  dal- 
le guerre,  ed  in  parte  dai  terre- 
nioti,  divenne  spopolata,  il  perchè 
Papa  Paolo  II  alla  morte  di  Tu- 
scio  vescovo  d'Avellino,  a' 7  mag- 
gio 1466  unì  Frigento  in  perpe- 
tuo alla  chiesa  d' Avellino  acque 
pi  Ilici palittr  ,  dichiarando  vescovo 
d  Avellino  e  Frigento  il  medesimo 
Battista  Ventin-a  ,  che  morì  nel 
j4'35.    F.    rUghcUi,  lUìUa    sacra, 


FRI  249 

tom.  Vili,  pag.  284  e  seg.  Dopo 
la  detta  unione,  narra  il  Sarnelli, 
che  fu  di  nuovo  divisa  Avellino 
da  Frigento,  di  consenso  del  ve- 
scovo d'allora  Gabriele  Setario  na- 
poletano, e  data  la  sede  di  Fri- 
gento a  Gio.  Francesco  nipote  di 
Gabriele,  con  condizione  voluta  dai 
Pontefice  Giulio  II  nel  i5io,  che 
chi  dei  due  sopravvivesse,  restasse 
vescovo  d'Avellino  e  di  Frigento: 
lo  stesso  fu  fatto  nel  i52o  dal  Pa- 
pa Leone  X. 

Il  Ciampo  citato  dice  che  alla 
pingue  mensa  episcopale  di  Frigento 
unì  Paolo  II  quella  tenue  di  A- 
vellino,  e  che  sotto  la  sua  prote- 
zione Carlo  II  accolse  il  vescovo 
Gentile,  perseguitato  da  Giovanni 
Marra  dominante  in  Frigento  ;  che 
monsignor  Albertino  fu  da  Carlo 
V  spedito  al  governo  di  Spagna; 
che  Ferdinando  III  mandò  il  ve- 
scovo Pirro  al  re  di  Pannonia  per 
suo  ambasciatore;  indi  enumera  gli 
uomini  illustri  di  Frigento.  A  que- 
ta  città  soggiunge  essere  apparte- 
nuti il  cardinal  Finy,  Pascucci  ve- 
scovo di  Trevico,  e  vari  individui 
della  famiglia  Ciampo,  fra'quali  d. 
Giuseppe  canonico  di  s.  Antonino 
di  Gesualdo,  che  divenuto  primi- 
cerio di  Frigento,  terza  dignità  del 
capitolo,  funse  diversi  ragguarde- 
voli incarichi.  Il  teriemoto  tornò 
ad  alTliggere  questa  città  nel  i688, 
e  rovinò  la  chiesa  che  il  santo  a- 
postolo  degl'  irpini  e  vescovo  Mar- 
ciano aveva  eretto  nella  spianata 
presso  la  città,  per  cui  il  capitolo 
accorse  ai  necessari  ristauri.  Nel 
1736  altre  replicate  scosse  di  ter- 
remoto devastò  molti  edifici.  Fi- 
nalmente il  Pontefice  Pio  VII  con 
le  lettere  apostoliche  quinto  kalen- 
das  julii  1818,  De  iililiori  domi- 
nicac,  soppresse  la  sede  di  Frigen- 


2  5o  FRI 

lo,  e  l'um  interamente  ad  Avelli- 
no. Il  dottore  Fabio  Ciampo  di 
Fiigento  nel  iHSy  pubblicò  in  Na- 
poli per  la  stamperia  Sangiacomo 
r  Elogio  storico  di  s.  Marciano 
vescovo  e  protettore  principale  del- 
la città  di  Fricenlo,  e  sua  antica 
diocesi:,  ed  in  esso  fece  voti  pel  ri- 
stabilimento della  sede. 

FR^IGERIO  ARPfALDO,   Cardina- 
le.  Arnaldo  Frigerio    o  Frangerlo, 
o  anche  Faitnerio,  soprannomina- 
to   da    Chanteloiip,    detto    volgar- 
mente  di  Cantalupo,  dal  luogo  del- 
la sua   nascita  nella   diocesi  di   Bor- 
deaux, era  congiunto  del    Pontefi- 
ce Clemente  V.  Fu  dapprima  de- 
cano della    chiesa    di    s.    Paolo  di 
Londra,  e    nel    1 3o5,  elevato    Cle- 
mente dalla  chiesa  di  Bordeaux  al 
pontificato,  lo  dichiarò  arcivescovo 
di  Bordeaux,  quindi  dal  medesimo 
Clemefite  V,  a'  i5  dicembre  i3o5 
fu  crealo  prete  cardinale  di  s.  Mar- 
cello,    e    camerlengo    della    S.    R. 
C.    Intervenne     al     concilio     gene- 
rale di   Vienna,    e  ne  celebrò    poi 
uno  piovinciale    in  Roffiaco,  luogo 
della  sua  diocesi ,  del  quale  si  con- 
servano   tuttora    gli    atti    scritti  di 
propria    mano    del    cardinale.    So- 
scrisse     con      altri     porporati     nel- 
l'anno i3of)  ad  una  bolla  spedita  in 
Poitiers,  nella  quale    si    dichiarava 
che  la  Sede  apostolica  non  è  in  al- 
cun modo  tenuta  a  somministrare 
danari  per  sostenere  le  spese  della 
guerra  di  Sicilia,  e  i   diritti  da  es- 
.sa   goduti  in  quel   regno.  Compì  la 
mortale  carriera  in   Avignone  l'an- 
no   I  3  IO,  che  altri    prolungano    al 
i3  i  f    o   al    i3  r  2. 

FRIGIA,  Phrygia.  Antico  paese 
dell'Asia  minore,  di  cui  varie  sono 
le  opinioni  siìlla  prima  origine  del 
suo  uome ,  cioè  se  derivatogli  dai 
suoi  abitanti,  o  da  questi  alla  cou- 


FRI 
trada.    Fu    da    prmcipio  la    Fiigia 
divisa    in    grande,  e    piccola.  Sotto 
Costantino   la  gran  Frigia    si  divise 
in  due  parti,  o   a  meglio  dire  due 
porzioni  di  essa  ricevettero  i  nomi 
di  Frigia   Pacatiana    o  Pacaziana 
da   Pacatiano,  prefetto   del   pretorio 
d'Oriente,  e    Frigia   Salutare,    cosi 
chiamata  per  la  eccellenza  del  suo 
clima;  a   queste  si   può  aggiungere 
la  Frigia  Epicteta,  porzione  di  pae- 
.se  tolto  dalla  Bitinia,  e  per  cui  ebbe 
un  tal  nome,  che  significa  aggiunta 
o  conquista.   Aveva  al  nord  la  Biti- 
nia, all'est  la  Galazia,  al  sud  la  Pisi- 
dia-,   la  Caria  e  la   Lidia,  ed  all'o- 
vest la    Misia    e  la  piccola    Frigia. 
Le  sue    principali    città  erano  Lao- 
dicea,  Symnada,  e  Gerapoli.   La  pic- 
cola Frigia  stava  fra   la  grande   Fri- 
gia   e    l'Ellesponto,  e    rinchiudeva 
la    Troade,    che    prima    le  dava    d 
suo  nome,  non  avendo  preso  quello 
di    Frigia    se    non    quando    i     frigi 
se  ne  impadronirono.  Conteneva  le 
famose    città    di   Troia,    ed    i  fiumi 
Scamandro,  Xanto,  e  Simoenta.  Al- 
cuni  divisero  la    Troade  dalla   pic- 
cola   Frigia    che  chiamarono  Elles- 
pontiaca,  perchè    era  verso  l'Elles- 
ponto   e    sul    mare  Egeo.    Secondo 
altri  gli  abitanti   della  Frigia  erano 
i   più  antichi  popoli   della  terra;  ta- 
luno li   fa  discendere   da   Togorma, 
uno  de'figli   di   Goraer,  e   gli  auto- 
ri   greci    li    dicono    discendenti  dai 
Bryges  o   Breges  che  aveano  prima 
abitato  la  Macedonia.  Si  può  crede- 
re che    la    Frigia  sia    stata  antica- 
mente   soggetta  ai    re,  indi   il  pae- 
se fu  diviso  fra  diversi  dominatori, 
sapendosi  che  molti   principi   vi   re- 
gnarono    nel    tempo   medesimo.    I 
frigi     per    venticinque  anni    furono 
padroni  del    mare,    ed  è    noto  che 
la     città     di     Apamea,     era   la    più 
commercianle    dell'Asia  minore,    e 


l  '  li  1  F  II  I 


a  "ri 


che  i  negozianti  vi  si   recavano  dal-  dcsima    Gerapoli  della  Frigia  Salti- 

l'alta   Asia,   dalla    Grecia,  ed  anche  tare.    Ecco    come    Commanville  di- 

dall'Italia.  La  religione  dei   frigi  era  vide  la  Frigia  sotto  l'esarcato  d'A- 

piena  di    ridicole  superstizioni   e  di  sia.    Prima    provincia    della     Frigia 

idee     stravaganti    :      i     i'rigi     colo-  Capaziana,  con    Laodicea  vescovato 

ni    dei    traci    riceverono    da     quei-  nel  primo  secolo,  metropoli  nel  quar- 

H  i  misteri  di  Bacco.  Per    comune  to,  ed  esarcato  di  Frigia  nel  secolo 

opinione  conviene  far  salire  al  tem-  decimoterzo,    con    trentacinque    ve- 

po  che  precedette  il  diluvio  di  Deu-  scovi  suffaganci.    Seconda    provincia 

calione,  il     regno    del  primo  re  di  della  Frigia  Capaziana,    con    Gera- 

Frigia  chiamato  Nannagus:  l'ultimo  poli  o  Jerapoli    metropoli   nel  (jiiin- 

re  fu  Adrasto    della  famiglia  reale  to  secolo,    con  otto    vescovi  suifra- 

della  Lidia,  la  quale  divenne  prò-  ganei.  Prima  provincia  della  Frigia 

vincia  della  Frigia.  La  Frigia  fu  una  Salutai'c  ,    con     Sinnada    metropoli 

delle  tre  diocesi  d'Asia,  e  fu  cocp-  nel    quarto   secolo,    ed    esarcato  di 

presa  nell'Asia  proconsolare.    Sparso  Frigia  nel  decimoterzo,  con  treiilann 

il   lume  della  fede  nella  Frigia,  nar-  vescovi    suffraga  nei  ,    tra' quali    (ie- 

ra  il  Rinaldi  all'anno    3og,  che  u-  rapoli    del     nono    secolo.     Seconda 

na  città  intera,  compresi  i    cittadi-  provincia  della  Frigia   Salutare,  con 

ni  e  i  magistrati,  essendo  tutta  cri-  Araorium  metropoli  nel  sesto  seco- 

stiana,  né  volendo  alcuno  di  essi  sa-  lo,   e  con  cinque  vescovi  suHraganei. 

grifìcare     agli   idoli  ,  fu    dai  gentili  Terza  provincia  della   Frigia  Salu- 

cinta  da  armati,   e   poi  arsi   uomini,  tare  con   Cotyaeum    o  Cutaige  ve- 

donne    e    fanciulli  ,    invocando    essi  scovato  nel  quarto  secolo^  e  metro- 

il   nome    di  Dio  :  vi    mori    pure  il  poli  nel  nono,  con  tre  vescovi  suf- 

niartire  Adauto  italiano,  che  gl'ira-  fraganei. 

peratori  avevano  colmato  d'onori.  FRIGNANO  Tommaso,  Cardina- 

Le  notizie  ecclesiastiche  dividono  le.   Tommaso  Frignano,  di  nobilis- 

questa  contrada  in  Frigia  Pacaziana  sima  famiglia    modenese,    professò 

o  Capaziana,  ed  in  Frigia  Saluta-  fino  da  giovanetto    nell'  ordine  dei 

re:  la    Frigia    Pacaziana  aveva    per  minori.   Le  belle  doti   del  suo  spi- 

inetropoli    Laodicea,  che    fu  anche  rito  non  tardarono    a    manifestarsi 

capitale    di    tutta    la    Frigia  ;    e  la  sotto  la  direzione  di   valenti    niae- 

Frigia  Salutare  avea  per  metropoli  stri,  ed  essendo  riuscito  a  meraviglia 

Sinnada.  La  Frigia  Pacaziana  essen-  nella  sacra  oratoria  fu  scelto  a  mae- 

do  stata    divisa    in    due    provincie,  stro  di   teologia,   quindi  a  pubblico 

prima   e   seconda,  la  prima  conser-  professore  nell'università    di    Bolo- 

vò  per  metropoli  Laodicea,  e  della  gna.  Nel  capitolo  generale  celebra- 

seconda  lo  fu  Gerapoli,  la  quale  e-  to  in  Assisi  l'anno    i367,    venne 

ra  un  semplice   vescovato    suffraga-  generalmente  giudicato  degno  della 

neo  di  Laodicea.  Neil'  Oriens  Chtist.  direzione  di  tutto   l'ordine.  Ma  pu- 

si   legge    che   la    maggior  parte  de-  re  insorte  non  poche  calunnie,  eb- 

gli   autori   non   avendo    fatta  atten-  be  l' umiliazione    di    vedersi    impe- 

zione  a  questa    divisione  della  Fri-  dito    pel    corso    di    sei    mesi  nelle 

già  Pacaziana  in  due  provincie,  han-  funzioni  del  suo    ministero.    Cono- 

no  creduto  che  la  città  di  Gerapoli  «cinta   poi  la    innocenza    di    lui,  e 

della  Frigia  Pacaziana  fosse  la  me-  provata    alla    presenza    di   molti  e 


9.52  FRI 

preclarissimi  pcrson;iggi,  venne  re- 
fitituilo  nel  MIO.  primo  ojtìzio  ,  od 
anzi  incaiicato  da  Uibano  V  di  con- 
ciliare la  pace  tia  i  veneziani  e  Fran- 
cesco da  Carrara;  cosa  che  riuscì  di 
generale  soddisfazione,  e  con  esito 
lelicissirao.  Egnal  risultato  ebbe  la 
nunziatura  che  poi  sostenne  in  Ge- 
nova, alloia  turbata  da  questioni 
fortissime  tra  il  doge  e  la  nobil- 
tà :  quindi  come  ricompensa  della 
eccellente  sua  direzione  in  que'  ri- 
levanti affari,  gli  fu  concessa  nel- 
l'anno 1872  da  Gregorio  XI  la 
chiesa  patriarcale  di  Grado.  Non 
molto  dopo  si  recò  di  bel  nuo- 
vo a  Genova  per  tranquillare  le 
discordie  insorte  tra  la  repubbli- 
ca ed  il  re  di  Cipro,  specialmen- 
te in  quei  terribili  giorni  in  cui  i 
turchi  minacciavan  l'Italia  :  ma  in 
questa  occasione  1'  esito  non  riuscì 
lelice  come  era  stato  altre  volte. 
Però  in  tale  circostanza  ebbe  or- 
dine di  combinare  una  lega  contro 
Barnabò  e  Galeazzo  Visconti ,  du- 
chi di  Milano  ;  nella  quale  si  strin- 
seio  assieme  il  conte  Amadeo  di 
Savoia,  il  marchese  di  IMonferrato, 
il  marchese  d'Este  di  Ferrara,  e 
ì\  doge  di  Genova.  JN'el  1873  rap- 
pacificò di  bel  nuovo  i  veneziani 
con  Francesco  I  da  Carrara ,  si- 
gnore di  Padova.  In  mezzo  poi  a 
tanti  polilici  affari,  die  pensiero 
eziandio  al  buon  andamento  delle 
cose  ecclesiastiche,  e  non  tiascurò 
d' invigilare  ben  anco  sugli  ordini 
religiosi  ;  e  molto  si  adoperò  per 
ristabilire  una  regolare  disciplina 
nelle  monache  del  suo  ordine,  che 
s' erano  alquanto  scostate  da'  pri- 
mitivi istituti.  Urbano  VI ,  volle 
coronare  i  distinti  suoi  meriti,  e 
lo  creò  quindi  cardinale  a'  18  set- 
tembre 1378,  assegnandogli  la  ti- 
tolare chiesa  de'  ss.  Nereo  ed  .\chil- 


FRI 
leo.  In  seguito  passò  al  titolo  di 
s.  Lorenzo  in  Damaso,  e  poi  al 
vescovato  tusculano.  iSIoiì  in  Roma 
nel  i38r,  in  odore  di  santità,  ed 
ebbe  il  sepolcro  nella  chiesa  di  s. 
Maria  in  Araceli  innanzi  all'al- 
tare della  B.  V.  Il  Petrarca  loda 
molto  il  cardinale  Frignano  in  una 
lettera  diretta  al  Pontefice.  Giam- 
battista Tondini  scrisse  la  vita  del 
cardinali  Frignani,  la  quale  fu  pub- 
blicata colle  stampe  in  Macerata 
nel    1782. 

FRISIA  o  DELLA  CORONA, 
Cavalieri.  V.  il  volume  XV il,  pag. 
191  del  Dizionario,  cioè  Corona 
REALE,    Ordine  equestre. 

FRISiNGA  o  FREISING^Fm- 
xinnin).  Città  vescovile  del  regno 
di  Baviera,  circondario  delllsei",  ca- 
poluogo di  presidiale,  e  sede  d'u- 
na camera  fiscale  ,  giace  in  una 
montagna  presso  una  valle  al  con- 
fluente dell' Iser  e  della  Mosach. 
E  assai  bene  fabbricata  in  ameno 
territorio.  Vi  si  vede  un  castello 
eh'  era  la  residenza  del  vescovo , 
posto  in  una,  deliziosa  montagna. 
L'antica  e  bella  cattedrale  è  dedi- 
cata alla  Beata  Vergine,  con  ca- 
pitolo composto  di  ventiquattro  ca- 
nonici, e  le  dignità  sono  quelle  di 
prevosto,  di  decano,  di  teologo,  e 
di  tesoriere.  Vi  sono  altre  quattro 
chiese,  un  ospedale,  un  orfanotro- 
fio, un  seminario,  un  istituto  di 
sordi  e  muli,  ed  una  scuola  gra- 
tuita. Frisinga  fu  già  capitale  d'un 
vescovato  indipendente,  ed  il  pre- 
sidiato è  in  parte  formato  dal  ter- 
ritorio di  questo  vescovato,  che  fu 
donato  alla  Baviera  nel  1802.  Fu 
la  città  fabbricata  come  credesi  dai 
presidenti  ossia  no  capi  del  governo 
della  Vindelicia  :  venne  poi  inte- 
ramente bruciata  nel  1  109,  e  rie- 
dificata  poco  tempo  dopo    dal    ve- 


FRI 
scovo  Alberto,  luedianle  le  largi- 
zioni dell'imperatore  Federico  I. 
Nell'anno  circa  ySo  s.  Bonifacio  e 
s.  Coibiniano  vi  eressero  la  sede 
vescovile,  che  fu  confermata  dal 
Pontefice  s.  Gregorio  111,  e  dichia- 
rata sufiiaganea  della  metropoli  di 
Salisburgo,  Ja  quale  sebbene  non 
fosse  di  grande  estensione,  accor- 
dava nondimeno  al  vescovo  un 
rango  fra  i  principi  dell  impero. 
Il  vescovo  aveva  i  suoi  uinciali  , 
ch'erano  ereditari ,  ed  ebbe  pure 
in  protettore  di  sua  diocesi  il  con- 
te Scbyren,  che  rinunziò  questa 
protezione  a  favore  del  vescovo 
medesimo  nel  i  i4o.  Ottone  vesco- 
vo di  Frisinga  ne  scrisse  la  storia, 
facendo  una  descrizione  particola- 
re di  questa  città  :  fu  essa  patria 
di  parecchi  uomini  illustri,  come 
di  Giorgio  Edor  celebre  giurecon- 
sulto. 

Il  primo  vescovo  di  Frisinga  fu 
s.  Corbiniano  francese,  che  fu  elet- 
to vescovo  regionario  o  provincia- 
le ,  ossia  missionario  ecclesiastico 
dal  Papa  s.  Gregorio  li,  il  quale 
mandollo  a  predicare  la  fede  di 
Gesù  Cristo  in  Baviera.  Fissò  egli 
allora  la  sua  residenza  in  Frisin- 
ga, dove  fabbricò  la  chiesa  catte- 
drale. Essendo  perseguitato  da  Bil- 
trude  duchessa  di  Baviera,  ritirossi 
a  Mays  nel  Tirolo,  con  tutto  il 
suo  clero.  Luitprando  re  de'  lon- 
gobardi che  dominava  in  quell'e- 
.  poca  nel  Tirolo,  gli  diede  due  chie- 
se che  s.  Corbiniano  aveva  egli  me- 
desimo fatte  fabbricare  non  molto 
tempo  prima,  in  onore  di  s.  Va- 
lentino Vuna,  e  dì  s.  Zenone  l'al- 
tra, presso  Mays,  all'oggetto  di  ri- 
scuoterne le  rendite  a  vantaggio 
della  cattedrale  di  Frisinga.  Mor\ 
questo  santo  nel  780  o  più  tardi 
iu  Frisinga  ov'  era  ritornato  ;  altri 


FRI  3  vi 

dicono  che  terminò    di    vivere    al- 
trove, e  che  il  suo  corpo  dai   lon 
gobardi   fu   portalo  a  Trento,  don- 
de poi   venne   trasferito  a  Frfsing;j 
nel   760.   Tra   i   suoi  successori  so- 
no   principalmente    a    nominarsi    1 
seguenti  :   Ellenardo,  il    quale    fon- 
dò il   capitolo  di  s.  Andrea  in  Fri- 
singa, fu  vescovo  dal  io52  al  1078, 
Ottone  figlio  di  s.   Leopoldo    mar- 
chese d'Austria,   prevosto    di    Neu- 
bourg,  vestì  l'abito  de'  religiosi  cer- 
tosini   nell'alìbazia    di    Morimondo 
in   Francia,    di  cui    diventò    posci;i 
abbate  ed  in  seguito  venne    eletta 
vescovo  di   Frisinga  ;  questo  prela- 
to dottissimo,  si  rese  celebre  per  la 
sua    cionaca    che     incomincia     dal 
principio  del   mondo  sino  al    1 1 52f 
dell'era  nostra  ;   occupò  la  sede  ve- 
scovile dal    I  i37   al  I  ì^C),  e  fu  se- 
polto  neir  abbazia    di    Morimondo, 
Conrado  fondò  la   collegiata    di    s. 
Gio.  Battista   a  Frisinga  ,    e    rnor» 
avvelenato    nel     i3i8,    dopo  nove 
anni  di   vescovato.  Alberto  marche- 
se di   Baden,    conte    di    Hochberg. 
ed  Haigerloch,  canonico  di  Costan- 
za  e  di  Strasburgo,  cancelliere  dcl- 
r  imperatore  Lodovico   di   Baviera, 
e  decano  di   Buspach    in    Baviera, 
nel    i352   fu  eletto  vescovo  dxi   Cle- 
mente VI.   Degenardo  di  Weichser, 
prevosto  di   Augusta  e  di  Morspurg 
fu  eletto   vescovo  dal    capitolo    nel: 
j4io,  ma  non  approvò  questa  ele- 
zione Giovanni  XXI li,    clie  nomi- 
nò    in     vece     Conrado    di    Traut- 
mansdorlT,    vescovo    di   Gurck ,  al 
quale  Degenardo  cedette  immedia- 
tamente ma  Conrado  fu  assassina- 
to dai  suoi   domestici.   Giovanni  di 
Grienvalder,  o  Gruumelder  prevo- 
sto di   Frisinga,  figlio    naturale  di; 
Giovanni  duca  di   Baviera,  fu  elet- 
to vescovo  nel    1422;   venne    però 
bea   presto    privato    del    vescovato 


21^4  FRI 

da  Martino  V  a  cagione  della  sua 
illegittimità,  e  non  ne  litoiiiò  in 
possesso  che  nel  i443-  L'antipapa 
Felice  V,  come  dicemmo  al  voi. 
IV,  pag.  i6i  del  Dizionario^  lo 
avea  nominato  cardinale;  ma  il 
Pontefice  Eugenio  IV  privollo  di 
quella  dignità  lasciandogli  nondi- 
meno il  vescovato  di  Frisinga ,  ed 
egli  morì  nel    i453. 

Nicodemo  della  Scala,  della  fa- 
miglia de'  signori  di  Verona,  ot- 
tenne il  vescovato  di  Frisinga  dal 
Papa  Martino  V  nel  i^i^.  Ebbe 
egli  per  competitore  il  precedente 
Giovanni  ed  Eniico  conte  di  Schlick, 
al  quale  l'imperatore  Federico  111 
voleva  che  fosse  accordato  questo 
vescovato.  Nicodemo  si  dice  morto 
in  Vienna  nel  i443.  Nel  r44o 
Nicodemo  tenne  un  concilio  in  que- 
sta città  di  Frisinga,  nel  quale  si 
fecero  venticinque  o  ventisei  rego- 
lamenti sulla  riforma,  che  conten- 
gono eccellenti  massime.  Il  quinto 
rinnova  lo  statuto  del  concilio  di 
Basilea,  eh'  egli  chiama  generale , 
contro  i  chierici  concubinari.  11  se- 
sto priva  della  sepoltura  ecclesia- 
stica, quelli  che  saranno  stati  ucci- 
si nei  tornei  e  negli  spettacoli,  che 
saranno  morti  improvvisamente,  e 
che  non  si  saranno  confessati  den- 
tro l'anno.  Il  decimosesto  proibi- 
sce di  celebrare  la  messa  senza  lu- 
mi. Il  decimosettimo  comanda  di 
rinnovar  le  ostie  consagrate  alme- 
no una  volta  il  mese.  Il  ventesi- 
moquarto proibisce  di  assolvere  dai 
casi  riservati  alla  santa  Sede,  o  al 
vescovo.  Il  ventesimoquinto  proibi- 
sce di  scomunicare  un  chierico,  o 
laico  qualunque,  senza  una  previa 
monizione  canonica,  e  senza  osser- 
vare le  formalità  necessarie,  al  qual 
proposito  richiama  il  decreto  del 
concilio    di    Basilea,     Ad    vitanda 


FRI 

scandalUj  Labbé  tom.  XIII,    pag. 

ici83,  e  Diz.   de'    Concili. 
Ernesto  de' duchi   di  Baviera,  fu 

eletto  vescovo  di  Fiisinga  nel  i565 
in  età  di  soli  dieci  anni;  fu  po- 
scia nominato  vescovo  d'Hildesheim 
nel  iSyS,  di  Liegi  ed  abbate  di 
Stavelo  nel  i58i,  arcivescovo  di 
Colonia  nel  i583,  e  vescovo  di 
Munster  nel  i585;  morì  nel  i6i2, 
senza  essere  stato  ordinato.  Alber- 
to Sigismondo  de'  duchi  di  Bavie- 
ra, prevosto  di  Costanza,  diventò 
coadiutore  di  Frisinga  nel  1687, 
e  morì  nel  i685.  Giuseppe  Cle- 
mente de'duchi  di  Baviera  succe- 
dette al  precedente  suo  cugino  in 
questa  sede;  diventò  tre  anni  do- 
po elettore  di  Colonia,  e  prevo- 
sto di  Bertgolsgaden  nel  1694:  in 
detto  anno  fu  pure  eletto  vescovo 
e  principe  di  Liegi,  ed  abdicò  allora 
al  vescovato  di  Frisinga,  venendo 
nominato  in  sua  vece  a' 29  gen- 
naio 169^  Gio.  Francesco  Ercker, 
decano  di  Frisinga.  L'  ultimo  ve- 
scovo di  questa  sede  fu  Giuseppe 
Conrado  de  Schrosenberg  di  Co- 
stanza, fatto  vescovo  ed  ammini- 
stratore di  Ratisbona  a' 21    giugno 

1790  da  Pio  VI.  Il  medesimo 
Papa  nominò  suo  sufFraganeo  Gio. 
Kepumoceno  di  Wolf  nato  in  Oel- 
tingen,  eletto  vescovo  di  Dorila  in 
parlthus  a'  i5  dicembre  1788,  il 
quale  continuò  sino  al  1818.  In 
virtù  del  concordato  conchiuso  ai 
5  giugno  18 17  tra  il  Pontefice  Pio 
VII,  e  il  re  di  Baviera  Massimilia- 
no Giuseppe,  la  sede  di  Frisinga 
fu  trasferita  a  Monaco  capitale  del 
regno  dichiarata  metropolitana,  e 
per  diocesi  l'attuale  territorio  di 
quella  di  Frisinga;  venne  inoltre 
stabilito  che  r  arcivescovo  si  dovrà 
in  perpetuo  chiamare  arcivescovo 
di   Monaco  e  di   Frisinga  con   quel- 


1'  K  I 

le  altre  provvidenze  di  cui  pnr- 
lammo  all'  articolo  Concordato 
(frdi).  La  bolla  di  erezione  del- 
la nuova  metropoli  e  delle  chie- 
se sufìfraganee,  Pio  VII  la  emanò 
il  primo  aprile  1818,  ed  incomin- 
cia, colle  parole:  Dei  ac  Domini 
Nostri  Jesu  Chris  ti  j  indi  quel  Pa- 
pa nel  concistoro  de'  25  maggio 
1818,  dichiarò  arcivescovo  di  Mo- 
naco e  di  Frisinga  1'  odierno  mon- 
signor Lotario  Anselmo  de' liberi 
baroni  de  Gebsattel  di  Wurzbnrg. 
FRIZLAR  o  FRITSLAR,  Fris- 
laria.  Città  della  Germania,  nel- 
l'Asia-elettorale,  provincia  della  bas- 
sa-Assia ,  capoluogo  di  circolo  e 
di  baliaggio.  Giace  sopra  un  colle, 
e  presso  la  riva  sinistra  dell'  Eder: 
ha  una  bella  collegiata,  ed  altra 
chiesa,  oltre  alcuni  stabilimenti. 
Questa  città  fondata  nell'ottavo  se- 
colo, si  congettura  essere  l'antica 
Bogadium,  e  secondo  altri  Bouri- 
baw,  od  almeno  eretta  sulle  sue 
rovine.  Fu  nel  numero  delle  città 
libere  ed  imperiali,  ed  il  langravio 
Guglielmo  d'Assia  la  prese  d'as- 
salto nel  i63i.  Prima  della  orga- 
nizzazione delle  nuove  divisioni 
dell'Assia  elettorale,  Fritzlar  era 
il  capoluogo  d'una  provincia  del- 
lo stesso  nome,  che  apparteneva  al 
vescovo  di  Magonza,  e  che  non  fu 
ceduta  che  nel  1802  all'elettore  di 
Assia,  a  titolo  d' indenizzazione. 
Cenone  cardinal  vescovo  di  Pale- 
strina,  e  legato  del  Pontefice  Gela- 
sio II,  vi  tenne  un  concilio  l'anno 
iri8:  in  questo  concilio,  chiamato 
Concilium  Fridestariense ,  si  con- 
fermò la  sentenza  di  scomunica 
contro  l'imperatore  Enrico  V.  Il 
p.  Mansi  aggiunse  agli  atti  del  con- 
cilio riportali  in  Regia  t.  XXVII, 
dal  Labbé  nel  tom.  X,  e  dall'Ar- 
duino    nel    tom     VI,    un    estratto 


FRI  2V; 

della  cronaca  anonima  di  s.  Tru- 
doiie,  pubblicata  dall'  Achery  nel 
tom.  II,  p.  697  del  suo  Spicilegio: 
da  essa  apparisce  che  l'  abbate  di 
questo  monistero,  temendo  egli  me- 
desimo di  essere  separato  dalla  co- 
munione della  Chiesa,  erasi  trovato 
al  concilio,  nel  quale  fu  di  nuovo 
scomunicato  Enrico  V  in  conse- 
guenza del  suo  adulterio,  e  della 
tirannia  che  esercitava  contro  la 
Chiesa  romana,  massime  per  le  in- 
vestiture ecclesiastiche.  Riferisce  in 
oltre  una  lettera  dell'  arcivescovo 
di  Magonza  ai  canonici  di  Virtz- 
burgo,  nella  quale  li  esorta  con  le 
più  dolci  ed  affettuose  espressioni 
a  correggersi  della  loro  facilità  nel 
conversare  cogli  scomunicati  ;  e  ter- 
mina con  avvisarli  che  non  dissi- 
mulerà lungamente  intorno  ad  una 
tale  condotta.  Segue  un'altra  let- 
tera del  medesimo  arcivescovo  ai 
canonici  di  Eamberga,  nella  quale 
per  avere  alcuni  di  essi,  ad  esem- 
pio del  loro  vescovo,  dato  a  Cesa- 
re ciò  che  dovevano  a  Dio,  inter- 
dice le  loro  chiese  fino  a  tanto 
che  il  vescovo  medesimo  abbia  da- 
to soddisfazione  alla  Chiesa.  Final- 
mente una  lettera  del  prelato  ai 
canonici  di  Tubinga,  in  cui  toglien- 
do persino  la  comunione  al  loro 
vescovo  già  sospeso,  li  minaccia 
dell'  egual  pena,  se  tardano  anco- 
ra a  mandar  al  concilio  gli  abba- 
tij  e  gli  altri  prelati  della  diocesi. 
Lo  stesso  p.  Mansi  fa  menzione 
d'un  concilio  provinciale  tenuto  in 
Fritzlar,  sul  finir  del  secolo  XII, 
e  nei  primi  del  seguente,  da  Ge- 
rardo arcivescovo  di  Magonza,  per 
ordinar  l' esatta  osservanza  del  te- 
stamento. Mansi  tom.  II  del  suo 
Supplinienlo  ai  concili,  col.  Zij  e 
seg.,  e  col.  783  e  784. 

FRIULI,  o  CIVIDAL  DI  FRIU 


2  56  FRO 

LI  {^Vedi).  A  queslo  aiticelo  si  fa 
cenno  del  concilio  conosciuto  sotto 
il  nome  di  concilio  di  Friuli,  Fo- 
rojulifiise,  tenuto  da  s.  Paolino  pa- 
tiiorca  d' Aquileia   nel  791    o    796. 

FRODOBERTO  (s.).  Nato  a  Tro- 
yes,  fu  allevato  nella  scuola  di  quel- 
la chiesa,  e  n'  ebbe  la  clericale  ton- 
sura. Leggesi  nella  sua  vita,  che  il 
cielo  lo  favorì  infin  d' allora  del 
dono  di  far  dei  miracoli.  Da  ciò 
si  può  immaginare  quale  doveva 
essere  la  sua  santità.  Ritornato  in 
patria,  dopo  essere  stato  ritirato  al- 
cuni anni  nel  mouistero  di  Luxeul, 
il  suo  vescovo  lo  pregò  di  stanziar- 
si nella  sua  diocesi  coi  religiosi  che 
lo  avevano  accompagnalo,  e  il  re 
Clotario  li  diegli  un  luogo  vicino 
alla  città  per  edificarvi  un  moni- 
stero,  detto  poscia  Moutier-la- Celle. 
Quivi  formassi  una  comunità  flori- 
da e  numerosa,  di  cui  Frodoberto 
fu  il  padre  e  il  modello.  Mori  a'  3  i 
dicembre  del  GvS,  e  fu  seppellito 
nella  chiesa  di  quel  monistero.  Otul- 
foj  vescovo  di  Troyes,  fece  la  tras- 
lazione delle  sue  leliquie  neir873, 
agli  8  di  gennaio,  giorno  che  fu 
scelto  per  celebrare  in  avvenire  la 
sua  festa  principale. 

FRONDA  e  FRONDE,  foglia, 
in  latino  frons.  Foglia  secondo  il 
Dizionario  della  lingua  italiana,  è 
(juella  parte  delle  piante  che  le 
adorna,  e  che  loro  serve  per  at- 
trarre dall'atmosfera  i  principii  ve- 
getativi :  quella  delle  piante  mono- 
cotiledonie  si  òùavna  fronda  j  quel- 
la che  nasce  accanto  al  fiore  si 
chiama  floreale^  la  quale  se  per  la 
sua  consistenza  e  colore  è  diversa 
dalle  altre  prende  il  nome  di  brat- 
tea j  quella  che  nasce  alla  base  dei 
picciuoli  si  dice  stipula;  la  foglia 
della  vite  si  chiama  pampano ,  e 
quella  del  fiore  pelalo,  ed  in  lati- 


FRO 
no  foliiivi.  Oltre  quanto  si  è  detto 
agli  articoli  Chiesa  ,  Cappella  ni 
Pentecoste,  Coi\o.\a,  Fiori,  ed  in 
altri,  sullo  spargimento  o  decorazio- 
ne di  veizura,  di  rami  ec,  che  si 
fa  nelle  festività  e  processioni,  ed 
in  altre  solennità  e  lieti  avvenimen- 
ti, aggiungeremo  qui  alcuna  ultei- 
riore  erudizione. 

Dio  ordinò  nel  Levitico  agli  ebrei, 
che  in  memoria  delle  tende  e  pa- 
diglioni sotto  i  quali  erano  stali 
durante  il  viaggio  nel  deserto,  do- 
po l'uscita  dall'Egitto,  celebrassero 
in  autunno  la  festa  de'  Tabernacoli 
o  delle  capanne.  Queste  facevansi 
con  canne,  con  giunchi,  e  con  mor- 
tella e  foglie  d'alberi,  e  per  orna- 
mento ponevansi  varie  sorta  di  frut- 
ta, come  uva,  meli,  melagrani  e 
cose  simili.  In  questi  tabernacoli  o 
capanne,  gli  ebrei  durante  la  festa, 
ivi  per  otto  giorni  mangiavano,  stu- 
diavano e  dormivano.  In  altre  fe- 
ste e  solennità  gli  ebrei  in  segno 
di  allegrezza  con  fiori,  fronde  e  fo- 
glie verdi  decoravano  e  spargevano 
i  luoghi  ove  le  celebravano  ,  così 
praticarono,  e  tuttora  nei  templi, 
nelle  case  e  in  altri  luoghi  si  usa 
da  tutte  le  nazioni ,  adoperandosi 
più  comunemente  le  fronde  e  fo- 
glie, e  i  rami  delle  piante  verdeg- 
gianti di  mortella,  lauro  e  di  alti  e 
piante  che  resistono  ad  ogni  sta- 
gione, frammischiandosi  con  erbe 
odorose  e  fiori.  Il  Rinaldi  narra  al- 
l'anno 4^3  num.  18,  come  i  diversi 
popoli  delle  città  della  Giudea  spar- 
sero fronde  e  fiori  sopra  il  capo 
di  Marco  Agrippa,  e  le  vie  ove 
passava,  costume  che  vediamo  pra- 
ticato co'  principi  ed  altri  personag- 
gi. Il  medesimo  Rinaldi  all'anno 
200,  num.  ^  e  5,  riporta  la  testi- 
monianza di  Tertulliano  nell'apolo- 
gia che  scrisse  in  difesa  de'  cristia- 


FRO 

ni,  in  cui  (lice  die  in  Pioma  costn- 
mavasi  di  adornare  con  lucerne  e 
donde  i  luoghi  nelle  pubbliche  al- 
legrezze; e  che  solevansi  ancora  or- 
nare i  templi  con  festive  fronde,  co- 
me dimostrano  gli  scrittori  gentili,  e 
le  memorie  de'  templi,  che  si  veg- 
gono in  Roma  nelle  antiche  lapidi, 
la  qual  cosa  stimavano  illecita  i  pri- 
mi cristiani.  ]Ma  siccome  da  tale 
uso  i  cristiani  malagevolmente  se 
ne  potevano  contenere,  fu  introdot- 
to, che  le  cose  adoperate  con  su- 
perstizione dai  gentili,  santificate  si 
facessero  in  servigio  della  vei'a  re- 
ligione, come  si  dimostra  dal  vi- 
centino Marangoni  nella  dotta  sua 
opera,  Delle  cose  gentilesche  e  pro- 
fane trasportate  ad  uso  ed  orna- 
mento delle  chiese.  Ed  è  perciò  che 
s.  Girolamo  nel  IV  secolo,  con  l'epi- 
stola 3  ,  lodò  Nepoziauo,  il  quale 
adornava  le  basiliche  delle  chiese 
e  i  luoghi  di  radunanza  de'martiri 
con  diversi  fiori,  con  le  chiome  de- 
gli alberi,  e  co'  pampini  delle  viti: 
e  la  vite  siccome  sorgente  più  fe- 
conda di  simboli,  denotandosi  nella 
raffigurazione  de'  tralci  la  cristia- 
nità, fu  usata  sino  dai  primitivi  se- 
coli ad  ornamento  e  fregio  de'  tem- 
pli; ma  forse  anche  più  durante  la 
dominazione  de'  longobardi,  poiché 
questi  ebbero  in  uso  e  costume  di 
mescolare  a  religiosi  simboli  anche 
decorazioni  che  sapevano  di  profa- 
no e  gentilesco,  come  apparisce  da- 
gli edifizi  sagri  di  quel  tempo  eret- 
ti nelle  città   della  Lombardia. 

Il  Donati  ne'  suoi  Dìtt'ci  antichi, 
discorre  delle  foglie  verdi  e  perchè 
si  spargessero.  Celebra  i'  ellera  e  la 
vite  come  simboli  di  feste  ed  alle- 
grezze, così  nei  conviti,  come  nel- 
le vittorie,  costumando  gli  antichi 
coronar  di  fronde  d' ellera  e  d' al- 
loro ,  non  solo  i  vittoriosi  eserciti, 
VOL.    xxvu. 


FRO  257 

ma  fino  le  loro  tende.  Gli  egizi  nel 
plenilunio    di  primavera    ponevano 
sulle  porte  corone  e  festoni  di  fo- 
glie e  rami  verdi ,  per  denotare  il 
tripudio  e  la  speranza  che    aveva- 
no ne'  loro  dei,  che  fossero  propizi 
ai   voti  che  facevano  in  quell'equi- 
nrzio  :  appendevano  all'  uscio  d'una 
casa  un  ramo  verde    di  alloro  per 
indicare  che  ivi  eravi    un  infermo, 
onde  muovere  a  compassione  Apol- 
lo a  restituirgli    la   salute;    ed  alle 
porte  delle  case   ov'  eravi  un  mor- 
to, collocavano  un  ramo  di  cipres- 
so   come  albero  consagrato  agli  dei 
infernali,  per  dimostrare  che  i  de- 
funti non  ritornano  a  vivere  senza 
miracolo,  giacché   il    cipresso  dopo 
eh'  é  reciso  più  non  germoglia.  Le 
feste  nuziah  le  solennizzavano,   co- 
me gli  altri   felici   avvenimenti,  con 
fronde  d'alloro  o  di  altre  verdi  pian- 
te ,  anzi  si  faceva   verdeggiar  tutta 
la  casa  con  fronde   e    foglie.    Nelle 
feste    che    gli    ateniesi    celebravano 
nella  nascita  dei  figli,  ponevano  sulle 
loro  porte  ramoscelli  di  alberi  fron- 
zuti. Le  foglie  del  lauro  servivano  di 
ornamento    alle    porte    dei   superbi 
palazzi  de'  romani   imperatori.  ]\el- 
le   Memorie  isloriche,  pag.  ^i3,  del 
p.   Casimiro  da  Roma,  si   legge  co- 
me Cola   di  Rienzo,  famoso  tribu- 
no di  Roma,  nel    i347   avendo  ri- 
portato vittoria    sui    Colonnesi  fece 
suonare  le  trombe  d'argento,  e  trion- 
fante entrò  in  città,   avendo  in  ca- 
po la  sua  corona    di  argento  e  di 
fronde  d'olivo,    ed  in  s.  Maria  di 
Araceli  depose    la  verga,    l'acciaro 
e  la  coiona  d'olivo:   è    noto  come 
ne    ornarono    sino     dai   più    rinio- 
ti  tempi  la  propria  fronte   i  trion- 
fatori,   e  piìi    tardi  i     poeti.     Pre- 
ziose ,    e    molte  sono    le  erudizieni 
che  il  Donati  ci  dà  sulle  fronde  e 
sulle  foglie,  segno  di  festa ,    d'  alle- 
17 


-x^S  FRO 

gria  e  di  liete  speranze ,  dicendo 
che  a  poco  a  poco  con  verdi  foglie 
di  lauro,  di  mortella,  di  mirto  e 
di  altre  piante  in  argomento  di 
stima  si  onorarono  i  magistrati  e 
i  principi  nelle  vie  ove  passano,  e 
di  religiosa  esultanza  le  strade  ove 
percorre  la  processione;  così  i  pa- 
vimenti delle  chiese,  i  vestiboli,  le 
piazze  e  le  vie  contigue,  adornan- 
done pure  con  ghirlande  e  festoni 
le  porte ,  le  finestre  e  persino  le 
scale.  L' Adami  nel  suo  Volseno 
rende  ragione  perchè  sono  scolpite 
nelle  lapidi  fronde  e  cuori ,  e  li 
dice  segni  di  amarissima  afflizione 
per  quelli  eh'  eressero  tali  monu- 
menti, e  d'  intenso  cordiale  amore. 
Tra  le  cose  che  gli  antichi  cristia- 
ni riponevano  ne'  sepolcri  ,  e  sotto 
il  capo  del  cadavere  ,  praticavano 
porvi  delle  foglie  di  lauro,  di  elle- 
ra,  o  di  qualche  altro  albero  sem- 
pre verde ,  per  denotare  la  certa 
speranza  della  futura  risurrezione. 
Degli  altri  usi  delle  fronde  e  foglie 
se  ne  parla  in  vari  luoghi  del  Di- 
zionario. 

PRONTA  o  FRONTE.  Sede  ve- 
scovile  della  Mauritania  Cesariana, 
nell'Africa  occidentale,  sotto  la  me- 
tropoli di  Giulia  Cesarea.  Donato 
suo  vescovo  fu  esiliato  da  Unnerico 
re  de' Vandali  nel  4^4;  '"  "^^  ^g^' 
altri  vescovi  che  a  quell'epoca  in- 
tervennero   al  concilio  di  Cartagine. 

FRONTONE  (s.).  Gli  atti  che 
abbiamo  di  questo  santo  non  me- 
ritano veruna  credenza.  Ignoransi 
le  sue  azioni,  la  patria,  ed  anche 
il  secolo  in  cui  predicò  il  vangelo 
nelle  Gallie.  Si  sa  solamente  che 
fondò  la  chiesa  di  Perigueux,  e  ne 
fu  il  primo  vescovo.  La  sua  festa 
e  indicata  nei  martirologi  a'  2  5  di 
ottobre,  e  fassi  memoria  della  tras- 
lazione delle  sue  reliquie  a'  i4  del- 


FRO 

lo  stesso  mese,  senza  che  sappiasi 
precisamente  in  qual  tempo  avve- 
nisse. 

FROSINI  Antonio  Maria,  Cardi- 
nale. Antonio  Maria  Frosini  nac- 
que in  Modena  li  8  settembre  lySi 
dai  nobili  genitoii  marchese  Ales- 
sandro maggiordomo  maggiore  del- 
la corte  ducale,  consigliere  aulico 
di  stato  dell'imperatore  Giuseppe 
II,  commendatore  dell'ordine  di  s. 
Stefano,  e  dalla  contessa  Vittoria 
Carandini.  Educato  nel  real  colle- 
gio di  s.  Carlo,  ove  si  distinse  fra 
quei  nobili  convittori,  ne  usci  l'an- 
no 1771.  Poco  dopo  pianse  la 
morte  del  genitore,  e  nominalo 
ciambellano,  benché  in  giovanile  e- 
tà,  col  rango  militare  di  brigadie- 
re fu  spedito  dal  duca  Francesco 
IH  per  suo  inviato  straordinario, 
e  ministro  plenipotenziario  a  Vien- 
na presso  il  nominato  imperatore. 
Compite  con  reciproca  soddisfazio- 
ne le  difficili  commissioni  di  cui 
era  stato  incaricato  ripatriò,  ed  al- 
lora gli  fu  offerto  un  cospicuo  im- 
piego ch'egli  non  credè  accettare, 
essendosi  determinato  di  dedicarsi 
in  servigio  della  santa  Sede.  Porta- 
tosi in  Roma.  Pio  VI  nel  1783 
gli  accordò  per  via  di  processo  la 
prelatura  di  giustizia,  e  venne  a- 
scritto  tra  i  referendari  dell'  una  e 
l'altra  segnatura;  indi  fu  nominato 
successivamente  ai  governi  di  Mon- 
tai to,  di  Spoleto,  di  Ancona,  e  di 
Civitavecchia,  ne'  quali  lasciò  desi- 
derio di  sé,  tanto  per  la  sua  prov- 
vida amministrazione,  che  impar- 
ziale giustizia.  Nel  1798  per  l'oc- 
cupazione, che  i  repubblicani  fran- 
cesi fecero  dello  stato  pontificio,  fu 
costretto  emigrare  in  Firenze,  e  poi 
intervenuto  come  prelato  al  con- 
clave di  Venezia  in  cui  venne  elet- 
to Pio  VII,  fu  da  questi  in  Roma 


FRO 

dichiarato  votante  del  supremo  tri- 
bunale della  segnatura  dì  giustizia. 
Nel    1 808  per  la  seconda  invasione 
francese,   fu  di  nuovo  obbligato  ri- 
tirarsi in  Firenze,  nelle  cui  vicinan- 
ze   aveva    dei    possedimenti  ;    però 
nel    1810    gli    fu    ordinato    lasciar 
cjuella    città,    e    passare    a    Parigi. 
Nel    i8i4   essendo    stato  restituito 
Pio  VII   alla  sua  Sede,  dopo  aver 
visitato  la  Francia    e  l'Inghilterra, 
restituitosi  a  Roma  riprese  1'  antica 
carriera    di    volante    di   segnatura, 
colia    qualifica  di  pro-decano.     Nel 
1816  fu  ascritto  tra  i  prelati  com- 
ponenti   il    tribunale  della    camera 
apostolica,  quindi  presidente  di  una 
speciale  commissione,    per  sistema- 
re la  coltivazione  del  riso  nelle  le- 
gazioni di  Bologna    e   di    Ferrara, 
e   per  regolare  il    nuovo  scolo  del 
Polesine    di  s.    Giorgio    nelle  valli 
di  Comacchio,  il  quale  incarico  dis- 
impegnò   con    ampia   soddisfazione 
del  governo,  ed  applauso  di  quel- 
le popolazioni.  In  considerazione  di 
tali  servigi,  il  primo  ottobre  dell'an- 
no   1817,  Pio    "VII   lo    prescelse    a 
suo    maggiordomo   e    prefetto    dei 
sagri  palazzi    apostolici,  importante 
carica  che  funse  egregiamente;  po- 
scia    nel    concistoro    de'  10    marzo 
1823  lo  creò  cardinale  dell'ordine 
de' diaconi,    assegnandogli  per   dia- 
conia   l' insigne    basilica  di  s.   Ma- 
ria in  Cosmedin,  verso  la  quale  si 
rese  al  sommo    benemerito.   In  ol- 
tre   Pio  VII    lo  aggregò  alle  con- 
gregazioni   cardinalizie    della  visita 
apostolica,  del  concilio,  delle  indul- 
genze e  sagre  reliquie,  delle  acque, 
e  del  censo.  Leone  XII  lo  nominò 
a    far    parte    della    congregazione 
economica,    e   lo  promosse    a  pre- 
fetto   di  quella    delle  indulgenze  e 
sagre  reliquie,  ed  il  regnante   Gre- 
gorio   XYI    lo  annoverò  a    quella 


FRO  259 

de'sagri  riti.  Fu  protettore    dell' ar- 
ciconfraternita   del  ss.    Sagramenlo 
in  s.  Maria  in    Cosmedin,  e    della 
confiaternita    dei    sacconi  presso  s. 
Bartolomeo  all'Isola;  ed  interven- 
ne ai  conclavi  in  cui  furono  eletti 
Leone  XII,  Pio    Vili,  e  Gregorio 
XVI.   Vicino    all'età    di  83   anni, 
sorpreso    da    malattia    cui     furono 
inutili  i  soccorsi  dell'arte,  con  pie- 
na rassegnazione  in  Dio,  morì  agli 
8    luglio   1834.    Nella  chiesa   di  s. 
Andrea  delle  Fratte  gli  furono  cele- 
brati   i    funerali,    indi    secondo    la 
sua    testamentaria    disposizione,    fu 
sepolto    nella    chiesa    del    ritiro   di 
s.   Bonaventura  alla  Polveriera,  nel 
cavo    medesimo  che  già    avea  rac- 
chiuso   le    ceneri  del    b.  Leonardo 
da  Porto  Maurizio.    Pio,  benefico, 
fu    generoso    co'  poveri,    e    con    la 
sua  famiglia,  e  lasciò  di  sé  memo- 
ria onorata.   Grato  il  capitolo  del- 
la sua  diaconia  allo  zelo    e  muni- 
ficenza,   che  aveva   il    cardinale  e- 
sercitato  verso  la  medesima,  in  pub- 
blico attestato  di  riconoscenza,  ol- 
tre avergli  decretato  un  anniversa- 
rio   perpetuo,  gli    celebrò    solenni 
esequie,  in  cui  cantò  la  messa  monsi- 
gnor  Augustoni  sagrista  pontificio, 
accompagnata  da  scelta  musica,  as- 
sistendovi  nei  coretti  sei  cardinali. 
Terminata  la  messa,  e  prima  del- 
le   consuete    assoluzioni ,    salì    sul- 
l'ambone di  quella  basilica  monsi- 
gnor Felice  Santi  canonico  di  essa, 
cerimoniere    pontificio,    ed    antico 
famigliare  del  defunto,  e  lesse  con 
espressiva  tenerezza    l' elogio  fune- 
bre,   come    riporta    il  numero    64 
del    Diario    di   Roma    del    i834, 
mentre  nel  supplimento  del  prece- 
dente   numero    5'j    del    medesimo 
Diario    si  legge   la    necrologia  del 
porporato,  scritta  dallo  stesso  mon- 
signor Santi. 


aGo  FRO 

PROSINONE,  Frusino.  Città  del- 
lo stato  pontificio,   sede  e  capoluo- 
go della   delegazione  apostolica  del 
suo  nome,   corrispondente  all'anti- 
ca   provincia    di  Campagna,    com- 
presa nella  diocesi    di  Veroli,  seb- 
bene già  sia  stata  onorata  nei  pri- 
mi secoli  del  cristianesimo  di  seg- 
gio vescovile.   E   vagamente  situata 
su  d'  una  collina  presso  la   sponda 
occidentale  del    Cosa,   il  quale   uni- 
sce   al   fiume  Sacco    le  sue  acque, 
che    vanno  a    sboccare  nel    Liri   o 
Garigliano.     Nei    remoti    tempi    la 
città  estendevasi  assai  di  più  anche 
nella    pianni'a,     per    modo    che    il 
Cosa  la  intersecava,  e  ne  fanno  testi- 
monianza i   ruderi  dell'antico  recin- 
to,   de' quali  si  trova  menzione  negli 
atti   pubblici   del  secolo   XII,   e  ta- 
lune parrocchie  dipoi  divenute  chie- 
se rurali.   Ha  case  abitate   in   luogo 
di     mura,  e   vi   sono  due    borgate 
una  detta  il   Giardino  a  porta  Ro- 
mana, bastevol mente    larga    e  de- 
cente,   l'altra    detta    del  Sahatore 
o    di    porta    Canipogiorni.    Diverse 
sono    le    chiese,  e    principale  è    la 
collegiata    dedicata     all'Assunzione 
di    Maria  Vergine,    la  quale  viene 
chiamata     il    duomo,     somigliando 
nell'architettura    alla    chiesa    di  s. 
Andrea  della  Valle  di   Roma.  Pri- 
ma   vi   erano  diversi   conventi,   ma 
ora  vi  stanziano   solo  gli  agoslitiia- 
ni   scalzi,  al  grazioso  convento  del- 
la   Madonna    della    Neve,    distante 
un   miglio,   innanzi  al  quale  è  una 
piazza  ovale  circondata  di  botteghe, 
ove    recano    i     negozianti    le    loro 
merci   nelle  due  ricche  fiere   del   5 
agosto  ,    e     deh'  ultima     domenica 
di  ottobre,    alla  quale    convengono 
col    bestiame    i    ricchi    proprietari 
della  provincia  che  diconsi  mercan- 
ti di  campagna;  sono  pure  impor- 
tanti   i   settimauali    mercati,   onde 


FRO 
l'interno    traffico    è    animato.    La 
congregazione    de' liquoristi    ha    la 
chiesa  e  la   casa  della  Madonna  del- 
le Grazie.    Nelle    pubbliche    scuole 
sono    i    giovani     istruiti     fino    alla 
rettorica,   e  le    fanciulle  apprendono 
l'educazione    e     l'istruzione    dalle 
maestre  pie.  Queste  sono  sotto  il  ti- 
tolo delle  serve  di  GesLi  e  Maria,    e 
sono  oblate  chiamate  le  monachel- 
le: lo    stabilimento    fu    eretto    nel 
1827    nell'antico     convento    di    s. 
Agostino  de' religiosi    romitani  cal- 
zati, il     quale  all'oggetto  cederono 
la  chiesa  e  il  convento   per  annuo 
canone.   Siccome  questo    luogo  nel 
1S16  era  stato  conceduto    ad    uso 
di     scuole    pei     giovanetti,    furono 
queste  trasportate  altrove,  sotto  la 
direzione  di  sacerdoti  secolari.  Quin- 
di lo  stabilimento  delle  maestre  pie 
fu  dichiarato    monistero,  e  le  reli- 
giose   adottarono    la    regola    di    s. 
Agostino,    e    le  costituzioni    che   il 
celebre     cardinal     Corradini    diede 
al  monistero  della  sagra  famiglia  di 
Sezze;    le  quali  costituzioni   ridotte 
allo  spirito   delle   monache    salesia- 
ne, furono  canonicamente  approva- 
te  da   monsignor    Francesco    Maria 
Cipriani  vescovo  di   Veroli,  ed  esen- 
tate le  monache  dalla  giurisdizione 
parrocchiale  di  s.  Benedetto,  già  chie- 
sa abbaziale.  Il  Papa  che  regna  ha 
dato  a    primo    protettore  di  questo 
istituto  il  cardinal  Giovanni  Serafini, 
già  delegato  apostolico  della  pro\ lu- 
cia. Avvi  pure  una  congregazione  di 
sacerdoti  secolari  addetti  alle  missio- 
ni; e  da  ultimo  fu  eretto  un  decente 
ospedale  sotto  il  titolo  di  s.  Croce. 
Neil'  odierno     pontificato,     sugli 
antichi     ruderi    che    diconsi     della 
rocca,  e  colla  spesa   di  novanta  mi- 
la   scudi,  è  stato  terminato  il  fab- 
bricato avanti   la  piazza  della  chie- 
sa (li    s.    Benedetto,  cioè  il    vasto  e 


PRO 
decoroso  palazzo  apostolico,  per  re-, 
siclenza  del  prelat(j  delegato,  e  de- 
gli uffizi  governati\i.  Esecutori  del- 
le sovrane  benefiche  ciu"e,  furono 
il  cardinal  Antonio  Tosti  prò  teso- 
riere generale,  e  benemerito  pro- 
tettore della  città ,  e  monsignor 
Marcello  Orlandini  delegato  apo- 
stolico di  Prosinone,  che  v'impie- 
gò tutta  la  sua  attività  e  zelo.  Il 
palazzo  apostolico  ebbe  principio 
nel  pontificato  di  Leone  XII,  e  le 
prime  pietre  furono  poste  con 
formalità  nei  fondamenti  da  mon- 
signor Gio.  Antonio  Benvenuti  de- 
legalo straordinario  delle  provincie 
di  Marittima  e  Campagna,  collo- 
cando il  prelato  fra  le  pietre  stes- 
se alcune  medaglie  del  Pontefice 
Leone  XII,  ed  una  iscrizione.  An- 
che i  privati  cittadini  a  pubblico 
ornato,  hanno  eretto  moderni  e  re- 
golari edifizi.  Si  hanno  argomenti 
dell'esistenza  di  un  vasto  anfitea- 
tro nella  soggetta  vaga  pianura, 
ma  le  terribili  vicende  dell' ernica 
contrada  ne  hanno  fatto  totalmen- 
te disparir  le  vestigia.  Prosinone  è 
distante  da  Roma  miglia  cinquan- 
ta: erano  però  diverse  le  -vie  anti- 
che che  vi  conducevano,  come  la 
Prenestina,  la  Labicana,  la  Latina. 
Una  bella  strada  carrozzabile  si  di- 
parte dalla  città,  e  dilungasi  fra  i 
colli  alla  volta  di  Napoli.  La  posi- 
zione dei  monti  che  circondano  la 
pianura  difende  il  territorio  dai 
•venti  marini,  lasciandolo  piuttosto 
mal  riparato  dai  venti  del  nord, 
e  nord-ovest.  Alla  comune  di  Pro- 
sinone va  unito  il  villaggio  di  Ccr- 
vona; e  le  comuni  di  Ripi,  e  di 
Torrice  sono  comprese  nel  suo  go- 
verno e  nella  diocesi  di  Veroli. 
Ripi  è  un  castello  con  fabbricati 
alquanto  eleganti,  ed  ivi  sono  gli 
avanzi  di  torrioni  circolari,  che  ciu- 


FRO  261 

gevano  il  paese  nei  bassi  tempi. 
Ha  due  porte^  una  detta  Romana 
o  s.  Croce,  l'altra  di  Napoli  o  s. 
Angelo  per  esservi  stata  una  chie- 
sa abbaziale  dedicata  al  santo,  ora 
chiamata  di  s.  Rocco,  eh' è  di  for- 
ma quadra;  la  chiesa  arcipretale  è 
dedicata  al  ss.  Salvatore.  Vi  sono 
indizi  che  nel  suo  territorio  esistes- 
se all'epoca  romana  una  città:  Ri- 
pi  già  si  conosceva  nel  nono  seco- 
lo, e  nel  luogo  chiamato  Carpine 
esistevano  antichi  bagni.  Torrice,}^ 
cui  pili  antiche  memorie  risalgono 
al  XII  secolo,  soggiacque  al  ferro 
e  al  fuoco  degli  antichi  conti  di 
Sicilia,  quando  colle  armi  piomba- 
rono sulla  provincia  di  Campagna. 
Sul  colle  s.  Pietro  eravi  una  chie- 
sa collegiata  di  gotica  struttura,  pres- 
so la  porta  s.  Rocco,  così  denomi- 
nata da  un  vicino  tempietto,  sa- 
gro a  tal  santo.  Neil'  interno  del 
paese  sono  le  parrocchie  di  s.  Pie- 
tro, e  di  s.  Lorenzo,  essendo  prin- 
cipal  prolettore  dogli  abitanti  s. 
Bernardino  da  Siena.  Al  sud-ovest 
di  Torrice,  nelle  montagne  dividen- 
ti la  provincia  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, si  erige  in  forma  di  perfet- 
ta piramide  il  celebrato  monte 
Cacume.  Prima  di  accennare  le 
principali  notizie  di  Prosinone,  da- 
remo alcune  nozioni  de'  luoghi  di 
sua  delegazione  apostolica,  la  cui 
provincia  un  tempo  fu  almeno  in 
gran  parte  compresa  nel  celebra- 
tissimo  Lazio,  secondo  la  più  am- 
pia significazione. 

Alla  provincia  di  Piosinone  i  due 
distretti  della  Comarca  di  Roma, 
cioè  di  Tivoli  e  Subiaco,  ne  segna- 
no il  limite  boreale,  e  le  provincie 
napolitane  dell'  Abruzzo  esteriore  , 
e  della  Terra  di  Lavoro  la  circo- 
scrivono all'  oriente;  mentre  al  sud 
le  montagne  lepine  elevano  in  mez- 


262  l''K() 

zo  ad  essa  i  loro  dorsi,  e  separano 
l'interna  valle  bagnata  dal  Sacco,  no- 
tevole influente  del  Garigliano,  la 
quale  dicesi  Campagna ,  dall'esteso 
e  piano  littorale,  cui  si  dà  il  nome 
di  Mariuiina,  che  risponde  oggi  al- 
la legazione  di  Felletri  [Fedi).  L'im- 
peratore Adriano  fu  il  primo,  che 
dasse  il  nome  di  Campania-Roma- 
na a  questa  regione,  in  similitudine 
della  vicina  Campania-Felice,  e  di 
tante  altre  contrade  chiamate  col 
generico  nome  di  Campania  in 
quell'età,  quando  avessero  piana  ed 
estesa  superficie.  Qui  noteremo  che 
l'antica  Campania,  nei  floridi  tem- 
pi di  Roma  non  oltrepassava  il 
Liri,  e  limitavasi  a  quel  fertile  trat- 
to di  terreno  compreso  tra  il  nuo- 
vo Lazio  e  il  paese  de'  picentini, 
sino  al  fiume  Silaro;  ne' bassi  tem- 
pi si  stese  sino  al  Tevere,  abbrac- 
ciando tutto  il  vasto  territorio  che 
\i  è  compreso.  Essa  conteneva  il 
nuovo  e  vecchio  Lazio,  e  faceva  par- 
te alla  sinistra  del  Tevere  del  du- 
cato romano,  che  sembra  corrispon- 
dere a  quel  tratto  di  terreno,  sul 
quale  estendevasi  in  altri  tempi  la 
giurisdizione  dell'antico  prefetto  di 
Roma,  la  quale  arrivava  sino  a  cen- 
to miglia  tutto  all'intorno  dell'alma 
città.  A.  questa  Campania  apparte- 
nevano le  città  di  Anagni,  Fe- 
rentino ,  Alatri,  Prosinone  ec.  Il 
nome  di  Campania  poi  si  alterò 
con  quello  di  Campagna:  quindi  a 
distinguersi  la  Campania  al  di  qua 
del  Liri,  da  quella  al  di  là  di  tal 
fiume,  o  per  meglio  dire  la  Cam- 
pania Romana  dalla  Napoletana, 
bi  aggiunge  alla  prima  il  titolo  di 
Campagna  Romana,  o  di  Roma, 
e  si  è  cambiata  la  seconda  nella 
denominazione  di  Terra  di  Lavoro, 
sotto  il  qual  nome  è  tornata  l'an- 
ticd  e  vera    Campania,  quella  ter- 


FRO 

ra  felice  tanto  lodata  dagli  antichi, 
che  non  ebbero  difficoltà  di  chia- 
marla con  Floro,  Liberi  Cererisque 
cerlamen.  Nella  nostra  Campania 
Romana  dimorarono  ab  antico  nel- 
la parte  montana  gli  Ernici,  che 
ebbero  origine  da  una  colonia  sa- 
bina dedotta  fra  quelle  rocce  ,  le 
quali  in  lingua  nativa  dicevansi 
Herna.  La  potente  Anagnia  con 
molte  città  confederate  nell'assem- 
blea ragunata  entro  il  circo  marit- 
timo, decise  di  far  fronte  a'romani 
guerrieri  avidi  di  conquiste,  e  dis- 
sentirono dall'intrapresa  le  tre  cit- 
tà di  Alatri,  Veroli  e  Ferentino,  le 
quali  conseguirono  però  il  diritto 
di  governarsi  per  lungo  tempo  col- 
le proprie  leggi.  Ne'superiori  mon- 
ti soggiornarono  gli  Equi,  antichis» 
simo  popolo,  dal  quale  vuoisi  che 
la  nascente  Roma  apprendesse  il 
diritto  feciale,  con  che  per  mezzo 
di  araldi  intimavasi  la  guerra.  Da 
questo  principio  di  equità,  si  crede 
che  il  nome  loro  dei-ivasse;  ma 
nell'esercizio  delle  armi  erano  ter- 
ribili, né  mai  comparirono  al  pub- 
blico inermi,  sia  che  le  terre  colti- 
vassero, sia  che  convenissero  in  ci» 
vili  ragunanze.  Il  loro  centro  era 
ne'monti  sublacensi,  ma  una  parte 
è  compresa  nell'  odierna  settentrio- 
nale Campagna  ;  ed  ernici  ed  equi 
però  si  trasfusero  ben  presto  nel- 
l'ingrandito  Lazio. 

Nella  valle  del  Sacco,  e  special- 
mente ne'dintorni  delle  città  sparse 
per  quella,  l' industria  campestre  è 
molto  operosa;  i  monti  selvosi  pe- 
rò hanno  talvolta  fatalmente  offer- 
to a'malfattori  comodo  aguato  per 
darsi  alla  rapina  ed  ai  più  atroci 
delitti.  Ricordasi  fin  dai  tempi  del- 
l'imperatore Severo  lo  scempio  che 
gli  assassini  facevano  de'passeggieri 
e  de'ricchi  proprietari  ne'monti  er- 


FRO 

ilici;  se  ne  enumerarono  fino  a  sei- 
cento ;  il  loro  capo  Bulla  Felice 
nell'anno  207  dell'era  volgare  ven- 
ne imprigionato,  e  condannato  alle 
bestie,  dopo  di  che  si  venne  a  ca- 
po di  disperdere  i  satelliti  suoi.  Ed 
anche  dopo  cessate  le  civili  italiche 
discordie  de'bassi  tempi,  nella  pie- 
nezza della  pace,  e  sotto  il  beni- 
gno dominio  pontifìcio  degli  ultimi 
due  secoli,  non  lasciarono  mai  di 
albergale  in  quegli  ermi  covili  tali 
fiere  sotto  umana  sembianza.  Né 
la  fermezza  del  gran  Sisto  V ,  né 
le  provvide  misure  de'successori  suoi, 
né  le  moltiplici  baionette  or  fran- 
cesi or  tedesche,  onde  fu  ne'tempi 
a  noi  vicini  occupato  quel  suolo, 
non  valsero  mai  ad  ottenerne  l'e- 
stirpazione. Da  un  elenco  di  assassi- 
ni e  Grassatori  che  infestavano  i 
circondari  di  Prosinone  e  Velietri 
in  tempo  del  governo  francese,  e 
pubblicato  dalla  direzione  generale 
di  polizia,  dei  22  dicembre  1812, 
risulta  che  fossero  trentanove  com- 
presi i  calabresi.  Vi  si  adoperò  Pio 
"VII  dopo  il  felice  ritorno  alla  sua 
sede,  né  lasciò  mezzo  intentato  la 
vasta  mente  del  suo  segretario  di 
stato  il  cardinal  Consalvi  per  venir- 
ne a  capo,  or  con  severi  esempi  di 
giustizia,  or  con  dolci  mezzi  di  per- 
suasione, or  colle  minacce  di  sov- 
versione de'  paesi  creduti  colpevoli 
di  vergognosa  dissimulazione  ;  ma 
lo  scopo  non  si  ottenne  che  co- 
gli ulteriori  saggi  ed  energici  or- 
dinamenti di  Leone  XII,  che  re- 
se le  strade  libere  nella  celebrazio- 
ne dell'anno  santo  ai  forestieri  che 
recaronsi  a  Koma,  disperse  in  lon- 
tani luoghi  le  famiglie  strette  ai 
malviventi  in  parentela,  e  fatta 
gravitare  sulle  comuni  la  respon- 
sabilità de'disordini  operati  entro  il 
loro  teintorio,    rese    finalmente    la 


FRO  263 

tranquillità  alla  desolata  provincia, 
e  con  leggi  severe  ed  efficaci,  e  col 
moltiplicare  i  luoghi  di  popolare 
istruzione  curò  di  bandire  ogni  ti- 
more, che  non  debba  questo  fla- 
gello liprodursi  alla  italica  civiltà 
cotanto  oltraggioso.  Né  riuscirà  dis- 
caro rilevare,  che  avanti  la  dele- 
gazione straordinaria,  nelle  due  pro- 
vi ncie  erano  quarantuno  i  maestri 
delle  scuole  comunali  pei  maschi, 
e  trentatre  per  le  femmine,  cogli 
annui  onorari  di  scudi  2926.  la 
tempo  di  detta  delegazione  i  maestri 
dei  maschi  furono  portati  al  nu- 
mero di  ottanlatre,  e  le  maestre  delle 
femmine  a  cinquantaquattro,  coU'an- 
nua  spesa  di  scudi  6089,  senza 
calcolare  un  aumento  ch'ebbe  luogo 
nel  seguente  anno.  Autore  beneme- 
rito del  prospetto  generale  dell'im- 
pianto delle  scuole  comunali  nelle 
Provincie  di  Marittima  e  Campa- 
gna, e  relative  operazioni,  fu  Ro« 
mualdo  Guescioli  contabile  esimio 
di  Ancona;  egli  inoltre  con  impro- 
ba fatica  fece  tutto  il  lavoro  di 
contabilità  delle  comuni,  la  visita 
di  monsignor  Benvenuti  nelle  co- 
muni stesse,  ec.  Va  pure  qui  enco- 
miato Vincenzo  Valorani  attuale 
segretario  generale  della  delegazio- 
ne d'Ancona,  il  quale  come  il  Gue- 
scioli, con  permesso  del  governo, 
assistette  particolarmente  monsignor 
Benvenuti  per  la  visita  e  riordina- 
mento delle  comuni,  e  perciò  fu- 
rono ambedue  premiati  e  lodati. 
Gli  altii  personaggi  ch'ebbero  parte 
neir  estirpazione  della  malvivenza 
gli  andiamo  a  nominar  con  giusti 
ed  alti  encomi  nel  seguente  perio- 
do, ed  ove  parleremo  di  Sennino. 
Questo  bel  successo  ebbe  pieno  ter- 
mine nel  1826,  e  nella  pubblica 
piazza  di  Fresinone  veggonsi  scol- 
pile in  pietra    le    rigorose  leggi  a- 


^64  PRO 

doliate  per  lo  sterminio  dei  nomi- 
nati malvagi,  e  per  ovviare  ad  o- 
gi)i  futuro  disordine.  Un  tanto  av- 
A'eni mento  fu  celebrato  da  tutta  la 
provincia  colie  più  vive  espansioni 
di  gioia,  ed  i  riconoscenti  frusinati 
hanno  eternato  la  memoria  del  se- 
gnalato beneficio,  offrendo  nel  di- 
cembre iS-ìS  al  sapientissimo  de- 
legato straordinario,  monsignor  Gio: 
Antonio  Benvenuti  poi  cardinale, 
un  omaggio  numismatico  colla  bella 
epigrafe:  securitatis  restitutori  fru- 
siNATES,  come  quello  che  preposto 
da  Leone  XII  alla  difìicile  esecu- 
zione dell'estirpamento  de'malviven- 
ti,  con  ottimo  successo  avea  corri- 
sposto alla  sovrana  fiducia.  La  pro- 
vincia di  Campagna  ne'suoi  abitan- 
ti ha  dato  in  ogni  tempo  argomen- 
to di  alti  encomi  per  la  pura  re- 
ligione, per  l'attaccamento  costante 
e  sincero  alla  santa  Sede,  e  per  la 
venerazione  ed  ubbidienza  ai  roma- 
ni Pontefici,  che  sempre  li  i-isguar- 
daiono  come  modelli  di  fedeltà, 
pronti  ognora  a  difendere  il  loro 
trono. 

Che  se  vogliasi  ricercare  la  cagio- 
ne principale  di  tali  malviventi,  fra 
le  diverse  che  gli  assegnano  alcuni, 
vi  sono  quelle  della  località,  essen- 
do il  paese  antico  de'  volsci  forma- 
to da  una  catena  di  montagne  , 
che  nei  sili  inaccessibili  posero  i 
briganti  al  coperto  delle  ricerche 
delle  autorità,  siccome  luoghi  for- 
tificati dalia  natura;  e  la  piìi  gran- 
de ignoranza  nelle  genti  campestri, 
sebbene  sagaci  e  spiritosi,  la  quale 
generò  le  più  orribili  passioni,  il 
ladroneccio,  i  ferimenti,  le  uccisio- 
ni, quindi  il  brigantaggio.  I  paesi 
della  provincia  quasi  tutti  sino  al 
1816  appartennero  quali  feudi  alla 
possente  famiglia  Colonna  :  nata 
questa  e    cresciuta  in  seno  dei  dis- 


FKO 

ordini  delle  guerre  civili  ,  spesso 
in  guerra  coi  Pontefici,  cogli  emu- 
li Orsini  e  con  altre  principali  fa- 
miglie romane,  i  signori  Colonnesi 
non  pensarono  ad  altro,  se  non  che 
a  formare  de  loro  vassalli  dei  solda- 
ti. La  famiglia  Colonna,  quantunque 
sovente  fu  domata  dai  Papi,  mai 
si  riconciliò  con  essi  sinceramente, 
e  sempre  conservò  lo  spirito  di  op- 
posizione, malgrado  le  loro  minac- 
ce. I  Colonnesi  munirono  ognora 
le  loro  fortezze,  situate  in  luoghi 
eminenti  e  vantaggiosi  ,  di  sol- 
dati portanti  la  nappa  verde ,  ed 
i  governatori  di  tali  signori  po- 
co si  presero  cura  degli  abitanti  dei 
paesi  soggetti  alla  loro  giurisdizio- 
ne, bastando  avere  in  essi  uomini 
atti  al  servizio  militare.  I  Colonne- 
si  vollero  esercitare  assoluto  potere 
nelle  loro  prò vincie;  e  l'autorità  dei 
Pontefici  talora  si  limitò  a  trasmet- 
tere brevetti  di  chierico  a  tutti  gli 
uomini  onesti,  che  li  chiedevano. 
Muniti  di  questi  brevetti  erano  esen- 
ti dalla  giurisdizione  territoriale;  ciò 
però  non  era  un  passo  all'  incivili- 
mento di  quei  paesi.  Dopo  le  re- 
quisitorie di  uomini  e  cavalli,  ed 
altro,  fatte  nel  governo  francese, 
irritati  gli  abitanti  si  formarono  più 
bande  che  commisero  ogni  eccesso 
per  far  male  al  nemico  invasore 
delle  loro  terre,  e  molte  restarono 
in  questo  stato  e  divennero  brigan- 
ti ed  assalitori  di  qualunque  paci- 
fico passaggiero.  Allorquando  nel 
i8i6  i  Colonnesi,  i  Caetani ,  gli 
Orsini  ed  altri  feudatari  rinunziaro- 
no  alla  giurisdizione  feudale,  il  go- 
verno pontificio  prese  qualche  prov- 
videnza sul  morale,  per  l'istruzione 
ed  incivilimento  de' popoli,  ma  es- 
sendo, coinè  abbiamo  detto,  assai  te- 
nue in  proporzione  del  numero  dei 
luoghi  e  delle  persone,    sagacemen- 


FRO 
te  Leone  XII,  a  prevenire  la  fuhi- 
ra  riproduzione  della  malvivenza, 
moltiplicò  i  mezzi  d'istruzione  si 
morale,  che  civile  e  religiosa.  11 
francese  scultore  in  bronzo  Soyer, 
■volle  eternare  il  grande  servigio  re- 
so al  commercio  ed  alle  arti  col- 
la totale  distruzione  del  brigantag- 
eio,  incidendo  in  Roma  una  me- 
daglia,  che  immaginò  e  conio  di 
concerto  di  Guerin  direttore  del- 
l' accademia  di  Francia.  Nella  me- 
dciglia  espresse  il  ritratto  del  Papa, 
con  questa  iscrizione. 

LEO    XII    .    p    .    M. 

ITINERIBVS    .    ET    .     NEMORIBVS 

PRAEDONVM   .   INCVRSV    .  EXPEDITIS 

GALLICI    .   APPELLAE   .  ARTIS    .    CVLTORES 

AKNO    .    MDCCCXXVI 

Siccome  pel  brigantaggio  memo- 
rato il  provvido  governo  pontificio, 
oltre  di  aver  di  frequente  ricevuto 
energiche  note  diplom:itiche,  fu  a 
torto  trattato  d'indolente,  inatti- 
vo ed  inefficace,  e  malignamente 
piti  volte  attaccato  dai  fogli  esteri, 
e  da  altre  stampe  animosissime , 
mentie  i  Péipi  Pio  VII,  e  princi- 
palmente Leone  XII  fecero  ogni  sfor- 
zo per  estirparlo,  a  giusta  difesa  del 
medesimo  governo,  e  per  amore  di 
"verità  storica,  ci  sia  permesso  ripor- 
tar qui  l'elenco  delle  leggi  da  esso 
pubblicate  dal  1801  al  1827  inclu- 
sive, per  ottenerne  la  completa  estir- 
pazione; le  quali  saggie  ed  ener- 
giche disposizioni  si  vedrà  che 
meritavano  speciale  menzione ,  né 
forse  riusciranno  superflue,  essendo 
lutto  argomento  proprio  delle  pro- 
vincie  di  Marittima  e  di  Campa- 
gna, che  formavano  la  delegazione 
apostolica  di  Frosinone ,  dai  mal- 
viventi infestata  .  i.  Editto  del 
i3  giugno   1801   del  cardinal  Giu- 


FRO  265 

seppe  Doria  pro-segrefario  di  stato 
e  prefetto  della  sagra  consulta,  nel 
quale  fa  conoscere  che  le  circostan- 
ze repubblicane  avevano  fatto  cre- 
scere d'  assai  il  numero  de'  malvi- 
venti ,  come  formanti  unioni  sedi- 
ziose, e  conventicole  che  infestavano 
non  solo  le  strade,  ma  gli  abitati, 
commettendo  violenze,  concussioni, 
furti,  rapine,  Grassazioni,  omicidii, 
ed  altri  misfatti  consimili.  Le  mi- 
sure straordinarie  adottale  con  l'e- 
ditto furono  quelle  di  suonar  la 
campana  ad  armi ,  l'  accrescere  i 
premi  alla  forza,  ed  a  chi  rivelas- 
se ricettatori,  protettori,  ed  ausilia- 
tori,  e  perdono  dei  delitti  non  ca- 
pitali, a  chi  si  disunisse  fra  quin- 
dici giorni  dalle  conventicole.  2.  E- 
ditto  del  3  dicembre  18 14  del 
cardmal  Pacca  pro-segretario  di 
stalo,  che  jichiama  all'osservanza 
il  precedente  e  prescrive  più  ener- 
giche misure ,  e  specialmente  au- 
mento di  forza  nei  distaccamenti 
di  cavalleria,  dichiarazione  di  con- 
venticola nel  numero  di  quattro 
malviventi,  aumento  di  premi,  esa- 
sperazione di  pene  ,  celerità  dei 
giudizii,  col  premio  ai  processanti 
che  avessero  con  sollecitudine  dis- 
brigato le  inquisizioni.  3.  Editto 
del  12  agosto  18 15  del  cardinal 
Consalvi  segretario  di  stato ,  che 
nell'articolo  82  richiama  in  vigore 
le  disposizioni  precedenti  ;  si  duole 
che  l'energiche  misure  sino  allora 
prese  non  sieno  stale  sufficienti  ad 
estirpare  la  malvivenza;  le  misure 
adottate  furono  rigorose,  sottopo- 
nendovi anche  gli  amici  dei  Gras- 
satori ,  dichiarando  conventicola 
quella  composta  da  tre  malviventi; 
istalla  una  commissione  di  legali 
e  militari  afline  di  pronunciare  il 
giudizio  inappellabilmente,  con  op- 
portune facoltà,  indi  fu  autorizzata 


266  FRO 

procedere  all'  arresto  di  ecclesiastici 
aderenti  ai  malviventi.  4-  ^^itto 
del  cardinal  Gonsaivi  del  io  agosto 
1817  con  nuove  misure ,  organiz- 
zazione dei  cacciatori,  distribuzione 
de'  premi,  prescrizione  di  stampare 
e  pubblicar  gli  elenchi  dei  malvi- 
venti, e  confìsca  de'  loro  beni.  5.  £"- 
ditto  di  monsignor  Tiberio  Pacca 
governatore  di  Roma,  direttore  ge- 
nerale di  polizia ,  impresso  e  pub- 
blicato in  Prosinone  li  20  dicembre 
1817,  il  quale  stabilisce  alcune 
provvidenze  sul  bestiame  sparso 
per  le  montagne,  promette  premio 
ai  denunziatori  de' malviventi,  vieta 
trasmetter  loro  denari  e  viveri  per 
riscatto  delle  persone  tradotte  alla 
montagna;  prescrive  il  trasporto  al 
forte  di  s.  Leo  dei  parenti  dei  mede- 
simi malviventi,  la  chiusura  delle  ca- 
se di  campagna,  la  più  stretta  os- 
servanza della  confisca  dei  beni,  e 
promette  due  gradi  di  minorazio- 
ne di  pena  ai  contumaci,  qualora 
si  presentassero  dopo  quindici  gior- 
ni. 6.  Editto  dello  stesso  prelato 
de' 4  maggio  18 18,  che  stabilisce 
il  sistema  dei  cacciatori,  i  loro  sol- 
di ed  altro.  7.  Editto  del  cardi- 
nal Consalvi  degli  8  agosto  18 18, 
che  pubblica  una  convenzione  sta- 
bilita tra  il  governo  pontificio,  e  il 
re  delle  due  Sicilie  li  4  luglio  per 
conseguire  l'  intento  della  totale 
estirpazione  de'  malviventi  che  in- 
festavano le  confinanti  provincie  dei 
due  stati.  8.  Notificazione  di  mon- 
signor Guerrieri  tesoriere  generale 
de'  3o  ottobre  1818  per  la  pub- 
blica sicurezza  delle  strade  nella 
Marittima  e  Campagna,  ordinando 
lo  smacchiamento  in  altri  luoghi, 
oltre  quelli  ne' quali  si  era  già  ese- 
guito per  la  precedente  notificazio- 
ne de'  2 1  dicembre  1816;  e  pre- 
scrive  il    taglio    delle    macchie  per 


FRO 

la  distanza  di  cento  canne  archi- 
tettoniche da  ambedue  i  lati  della 
strada  in  molti  luoghi  delle  pro- 
vincie di  Marittima  e  Campagna. 
Per  Sonnino  poi  ordina  che  sia 
recisa  interamente,  e  in  tutta  l'e- 
stensione la  vasta  macchia  di  Mar- 
gazzano ,  chiudendo  e  riempiendo 
tutte  le  caverne  e  grotte  che  vi  si 
trovavano,  g.  Editto  del  cardinal 
Consalvi  de'  18  luglio  1819,  in 
cui  ordina  la  distruzione  di  Sonni- 
no ,  richiamandosi  l' editto  Spada 
del  1796  contro  le  comuni;  si 
adottano  misure  severissime  contro 
i  parenti  dei  malviventi,  e  i  non 
denunzianti  il  passaggio  o  stazione 
dei  malviventi  medesimi.  Si  dà  il 
comando  ad  un  solo  ufficiale  mag- 
giore; si  promette  il  perdono  e 
premio  a  que'  malviventi  che  di- 
struggessero i  loro  compagni,  e  si 
dichiara  che  non  vi  sarà  piìi  amni* 
stia.  IO.  Editto  del  cardinal  Cou- 
salvi  de' 2  agosto  1819,  che  com- 
mina la  destituzione  delle  autorità 
governative  e  militari ,  che  man- 
cassero ai  loro  doveri,  assoggettan- 
dole ad  un  giudizio  militare.  11.  E- 
ditto  del  cardinal  Cousai  vi  de'  2  3 
dicembre  1820,  da  cui  si  conosce, 
che  ridotto  il  numero  dei  malvi- 
venti da  cinquanta  otto  a  venticin- 
que, fu  data  un'amnistia,  colla  qua- 
le si  ridussero  a  dieci.  Stabilisce 
le  pene  agli  amnistiati  alla  prima 
mancanza  ;  aumenta  i  premi ,  ed 
ordina  la  distruzione  delle  case  dei 
malviventi,  il  possesso  de'  loro  be- 
ni, e  r  espatriazione  dei  paren- 
ti ;  dichiara  per  malvivente  quel- 
lo che  commesso  un  delitto  si  u- 
uisce  ad  altro  compagno  armato. 
12.  Editto  del  cardinal  Consahi 
de' 7  luglio  1821,  che  annunzia 
r  aumento  de'  malviventi,  e  volen- 
do il  governo  onuinameute  distrut- 


FRO 

to  il  briganlnggio  ,  e  ristabilita  la 
pubblica  sicurezza  nelle  due  pro- 
vincia, alle  vigenti  leggi  ne  aggiun- 
ge nuove,  e  più  forti  misure  dirette 
non  meno  all'  esterrainio  di  tali 
malvagi ,  che  ad  allontanarne  la 
riproduzione.  Questo  è  quanto  si 
operò  nel  Pontificato  di  Pio  VII; 
passiamo  ora  a  dire  ciò  che  si  fece 
in  quello  di  Leone  XII,  ch'ebbe  la 
gloria  di  estirpare  interamente  il 
brigantaggio  nelle  provincia  di  Ma- 
rittima e  Campagna. 

i3.  Edilio  del  cardinal  Pai- 
lotta  legato  a  Intere  nelle  dette 
provincia,  de'  i5  luglio  1824,  im- 
presso in  Ferentino ,  città  da  lui 
scelta  a  sua  residenza  ,  ed  a  capo- 
luogo della  legazione  ,  contro  i 
Grassatori ,  facinorosi  e  malviven- 
ti delle  medesime  provincie.  \^. 
Notificazione  di  monsignor  Giovan- 
ni Antonio  Benvenuti  de'  4  lugHo 
1824  >  con  la  quale  rese  noto 
averlo  il  Papa  spedito  nelle  pro- 
vincie di  Marittima  e  Campa- 
gna colla  qualifica  di  delegato 
straordinario  ,  e  visitatore  apo- 
stolico delle  comunità.  Con  l' i- 
stesso  editto  stabilisce  per  prima 
disposizione  ,  diretta  alla  distru- 
zione delle  bande  de'  facinorosi , 
che  i  premi  già  promessi  di  scudi 
mille,  e  di  scudi  millecinquecento  ri- 
spettivamente ai  diversi  casi  per  la 
distruzione  di  ciascuno  de'  malvi- 
venti pubblicati  negli  elenchi ,  e 
da  pubblicarsi  in  seguito ,  sareb- 
bero  ripartiti  a  metà ,  cioè  una 
parte  a  quello  o  quelli  che  l' a- 
vessero  operala  direttamente  -,  e 
r  altra  metà  a  favore  di  tutta 
la  forza  in  attività  nelle  due  pro- 
vincie. i5.  Circolare  de',i3  lu- 
glio per  l'organizzamento  de'  vo- 
lontari scelti  territoriali  e  di  ri- 
serva.    16.     Notificazione    de'  21 


FRO  267 

luglio  con  cui  si  adottarono  di- 
verse disposizioni  per  reprimere 
la  mal  vivenza ,  annunziandosi  per 
sovrano  volere  ,  che  l'immunità 
locale  o  personale  non  gioverebbe 
pei  delitti  compresi  sotto  il  tito- 
lo di  brigantaggio  ,  e  che  si  pro- 
cederebbe inappellabilmente  fino 
alla  sentenza  inclusiva ,  e  sua  to- 
tale esecuzione  nel  modo  il  più 
sommario  da  un  tribunale  specia- 
le presieduto  dallo  stesso  prelato 
delegato,  e  composto  di  Ire  asses- 
sori e  di  un  graduato  militare.  I 
due  assessori  nominati  dal  Ponte- 
fice furono  l'avvocato  Melezio  Sen- 
sini  trasferito  con  egual  qualifica  in 
Frosinone  dalla  delegazione  di  Pe- 
rugia ,  e  r  avvocato  Vincenzo  del 
Grande  in  allora  sostituto  luogote- 
nente del  tribunale  di  Campido- 
glio ,  destinato  dal  sovrano  come 
assessore  straordinario  per  la  poli- 
zia del  brigantaggio  nelle  provin- 
cie di  Marittima  e  Campagna.  Il 
terzo  assessore  era  quello  civile 
della  delegazione.  Il  graduato  mi- 
litare fu  il  colonnello  de'  carabi- 
nieri Giacinto  commendatore  Ru- 
vinetti  comandante  di  tutte  le  for- 
ze nelle  provincie  medesime.  In 
questa  occasione  si  dichiarò ,  che 
non  si  farebbe  mai  alcuna  atten- 
zione ai  memoriali  e  ricorsi  ano- 
nimi di  qualunque  genere,  e  per 
qualsivoglia  oggetto,  potendo  esse- 
re parto  della  malignità,  o  di  qual- 
che passione  o  vista  indiretta ,  e 
perciò  qualunque  rapporto  dovesse 
essere  autenticato  colla  firma  del- 
l'esponente, dovendosi  avere  piena 
fiducia  nella  riservatezza  della  rap- 
presentanza governativa ,  la  quale 
si  farebbe  sempre  un  sagro  dove- 
re di  non  compromettere  veruno  , 
e  di  valutare  e  stimare  ogni  ze- 
lante del  pubblico  bene,  e  gli  ami- 


2  68  FKO 

ci  della  verità.  A  lai  notificazione 
fecero  seguito  diverse  circolari  con- 
temporanee é  successive.  17.  Noli- 
fìcnzioiie  degli  11  settembre  1824, 
con  la  quale  si  proibì  fino  a  nuo' 
vo  ordine  nelle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  e  nel  distret- 
to di  Pontecorvo  di  andare  in  cer- 
ca dell'esca  per  le  montagne,  onde 
per  mezzo  di  tali  individui  i  mal- 
viventi non  ottenessero  il  vitto,  e 
le  notizie  sulle  mosse  della  forza. 
18.  Notificazione  de'  3  febbraio 
1825,  che  ad  ottenere  die  i  mal- 
viventi andassero  vivi  in  mano  del- 
la giustizia  piuttostochè  morti,  on- 
de loro  non  mancassero  gli  eslre- 
Pìi  soccorsi  della  religione,  a  teno- 
re delle  brame  di  Leone  XII,  fu 
stabilito  che  d' allora  in  poi  ,  per 
ogni  malvivente  che  fosse  preso 
vivo  verrebbe  sull'  istante  paga- 
to un  premio  maggiore  dell'attua- 
le, cioè  mille  duecento  scudi,  in 
luogo  di  mille,  e  per  quelli  rima- 
sti uccisi  sul  fatto  il  premio  di 
scudi  ottocento  da  ripartirsi  secon- 
do le  norme  già  in  corso.  19.  JSo- 
tificazione  del  primo  maggio,  che 
annuncia  l'arresto  delle  famiglie,  di 
ventidue  malviventi  residuati  per 
allontanarle  dalle  provincie,  la  quale 
operazione  fu  eseguita  col  più  scru- 
poloso segreto  >iel  corso  d'  una  so- 
la notte  in  diversi  paesi  fra  loro 
distanti  dell?  provincie,  dai  com- 
missari civili  e  militari  a  tal  uopo 
spediti  dalla  delegazione  sul  luogo, 
dopo  la  quale  operazione  si  pub- 
blicò tale  stampa,  onde  non  si  al- 
larmassero i  parenti  non  compresi 
nella  misura.  20.  Editto  de' 4  mag- 
gio in  data  di  Terracina,  col  qua- 
le il  delegato  straordinario  prescri- 
ve, che  le  famiglie,  colle  quali  gli 
attuali  malviventi  coabitavano  al- 
l'epoca della    loro  associazione  alle 


FRO 
conventicole,  sieiio  ti'aslatate  fuori 
delle  provincie,  liiichè  l'assassino,  o 
capo  o  membro  delle  famiglie  me- 
desime sia  in  istato  di  nuocere.  Si 
ordinano  sopra  gli  altri  parenti  di- 
verse essenziali  misine,  fra  le  qua- 
li la  confisca  de'  beni  de'  malvi- 
venti, e  manutengoli  dichiarati  con 
un  giudizio,  ma  la  clemenza  sovra- 
na fa  sperare  ai  loro  parenti  in- 
nocenti, di  riavere  i  beni  stessi,  dei 
quali  sarebbero  stati  successori.  Si 
puniscono  le  iattanze  di  darsi  alla 
malvivenza,  e  si  fissano  le  norme 
da  osservarsi  in  seguito  per  dichia- 
rare uno  malvivente.  Si  danno  in 
fine  altre  disposizioni  per  reprime- 
re e  punire  gli  aderenti  ai  malvi- 
venti. Qui  noteremo  che  a'  5  mag- 
gio 1826,  alla  presenza  dell'avvoca- 
to del  Grande  assessore  straordina- 
rio, furono  consegnati  al  capitano 
\  idacco  comandante  la  goletta  pon- 
tificia denominata  S.  Pietro,  che 
trovavasi  ancorata  nella  spiaggia  di 
Terracina^  ottantasei  individui  com- 
ponenti le  famiglie  di  ventidue  mal- 
viventi delle  due  provincie  ,  i  qua- 
li con  tutti  i  benigni  riguardi  dei 
governo  furono  trasportati  a  Gori- 
no,  e  poi  rilegati  alla  Mesola.  Da 
questo  luogo  furono  trasportati  a 
Forte-Urbano,  e  nel  forte  di  S.  Leo, 
d'onde  uscirono  nelle  vicende  po- 
litiche del  183  I.  11.  Notificazione 
de' 22  novembre  1825,  con  cui  si 
pubblica  la  cessazione  di  alcune  mi- 
stn-e  straordinarie  che  si  erano  pre- 
scritte dalla  delegazione  per  otte- 
nere la  distruzione  della  malviven- 
za, che  colla  coopeiazione  eziandio 
di  un  zelante  ecclesiastico,  cioè  di 
monsignor  Pietro  Pellegrini  ,  cui 
perciò  si  deve  gran  lode ,  cessò  to- 
talmente nello  stato  pontificio  do- 
po la  presentazione  degli  ultimi 
due  residuati   malviventi,   avvenuta 


FRO 

li  ili  ottobre  precedente.  22.  Edit- 
to de'  12  maggio  1826,  col  quale 
lo  stesso  monsignor  Benvenuti  or- 
dinò che  il  giorno  27  ottobre,  in 
cui  il  resto  de' masnadieri  (del  re- 
gno di  Napoli  )  fu  costretto  a  dar- 
si a  discrezione,  sarà  ogni  anno 
«elle  due  provincie  giorno  sagro  a 
Dio  in  rendimento  di  grazie ,  e  si 
determinano  le  opere  divote,  che 
debbono  farsi  nelle  chiese.  Si  prov- 
vede poi  con  nuove  apposite  pena- 
li al  grande  oggetto  di  non  veder 
ripullulato  il  flagello  delia  malvi- 
venza. 

La  delegazione  apostolica  di  Fre- 
sinone si  compone  di  due  distretti. 
Nel  primo  si  comprendono  i  gover- 
ni di   Prosinone,  di  Alatri  con  seg- 
gio vescovile,  di    Anagni    con    seg- 
gio  vescovile ,  di  Ceccano  ,    di   Ce- 
prano,     di    Ferentino    con     seggio 
vescovile,    di    Guarcino,    di    Mon- 
tesangiovanni,   di  Paliano,  di  Pi  per- 
no con  seggio  vescovile  unito  a  Ter- 
racina,  di  Vallecorsa,  di  Veroli  con 
seggio  vescovile,  ed  il  commissaria- 
to straordinario  di  Sonnino.  Nel  se- 
condo distretto  evvi  il  separato  go- 
verno di  Pontecorvo  con  seggio  ve- 
scovile unito  ad  Aquino,  e  rinchiu- 
so nel   regno  delle  due    Sicilie.   La 
popolazione     della     delegazione     di 
Fiosinone    ascende  a  139,979  abi- 
tanti, secondo  l' ultimo  riparto  ter- 
ritoriale, e  perciò   si    sarà  natural- 
mente   aumentata     la    popolazione. 
Governarono  la   provincia  cardina- 
li  legati,  rettori,  governatori  gene- 
rali e  delegati  apostolici.  Pier  Ma- 
ria Cermelli  nella  sua  opera.    Car- 
te corografiche  ec.  per  servire  alla 
storia  naturale    di    alcune    provin- 
cie dello  stato  pontificio,    tratta  di 
quelle  di  Marittima    e  Campagna; 
e  gli  scrittori    delle  importanti  no- 
tizie istoriche  del  Lazio,  parlarono 


FPiO  2  (il) 

pure  di  dette  provincie.  Il  frusina- 
te, dotto  letterato  e  celebre  medi- 
co, dottore  Giuseppe  de  Matlheis 
membro  del  collegio  medico-chirur- 
gico di  Roma,  e  professore  di  me- 
dicina clinica  nell'università  romana, 
ci  ha  dato  la  storia  della  sua  patria, 
con  questo  titolo:  Saggio  islorico 
dell'antichissima  citlà  di  Prosinone 
nella  Campagna  di  Roma ,  pub- 
blicata nel  i8i6  in  Roma  nella 
stamperia  de  Piomanis.  Di  questa 
istoria  noi  principalmente  ci  siamo 
giovati  per  l'articolo  Prosinone,  che 
riportiamo  appresso  i  seguenti  cen- 
ni storici  dei  nominati  luoghi  che 
dipendono  dalla  delegazione,  essen- 
do sicuri  della  medesima ,  perchè 
fu  dalla  magistratura  di  Prosino- 
ne dedicata  al  cardinal  Romualdo 
Braschi  nipote  di  Pio  VI,  ed  allora 
protettore  della  citlà,  non  che  l'aui 
ture  meritamente  ed  altamente  en- 
con.iato  da  Lorenzo  Re  pubblico 
professore  della  nominata  universi- 
tà, e  dal  sommo  archeologo  ed  ono- 
re d'Italia  nostra  l'avvocato  d.  Car- 
lo Fea,  presidente  delle  antichità  ro- 
mane del  museo  Capitolino. 

Alatki  (1  edi).  Sede  vescovile  e  ca- 
poluogo di  governo,  racchiude,  ol- 
tre i  villaggi  appodiati  di  Canala- 
ra  o  Canaloro ,  Monte  s.  Marino, 
Pignario,  Santagnese,  e  Ticchiena 
grangia  o  grancia  dell'abbazia  del 
monistero  o  certosa  de'  certosini  di 
Trisulti ,  annesso  ad  un  castello , 
che  ne'  bassi  tempi  pagava  il  tri- 
buto di  vassallaggio  agli  alatrini, 
luogo  che  fu  onorato  dal  Papa  re- 
gnante Gregorio  XVI  nel  viaggio 
da  lui  fatto  nelle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  ove  dal  p. 
d.  Benedetto  Meueguzzi,  allora  prio- 
re della  Certosa  di  Trisulti ,  ed  al 
presente  di  quella  di  Roma,  fu  rice- 
vuto al  modo  che  dicemmo  al  voi. 


270                   FKO  FRO 
XX,  pag.  igo  del  Dizionario,  redu-  nominato    s.    Domenico    di    Foìi- 
ce  dalla  visita  fatta  alla  nobilissima  gno    (l'edi).    Oltre    quanto    a    tale 
città  di  Alatri ,  della  quale  daremo  articolo    si    è    detto    del  suindicato 
altre  notizie  nelle  Addizioni  a  que-  raonistero  fondato  da  tal  santo  alle 
sto  Dizionario.  Inoltre  sotto  il  go-  falde  del  monte  Porca,  da  cui  è  di- 
verno di  A  latri,  sono  le  comuni  di  stante  la  Certosa  un  quarto  di  mi- 
Collepardo  e  di  Funione,  ambedue  glio,  ove    dimorò   dieci    anni  oltre 
nella  diocesi  di  Alatri,  de'  quali  an-  averne    consumati    tre    in    angusto 
diamo  a  parlare.  antro  formato  dalla  natura  nel  pen- 
Collepardo,  o   Collepado,  picco-  dio  dello  stesso  monte,  ove  appun- 
lo  castello,  che  sebbene  in  alto  pu-  io  Dio  gli  comandò  1'  erezione  del 
le  giace  in  bel  piano,  e  già  luogo  nionistero;    come    ancora    oltre  ciò 
molto    forte    s\    per   la  costruzione  che  nel   medesimo  articolo  si  accen- 
delle  sue  mura,  che  per  le  sue  tor-  nò  dell'  antico    castello   di    Trisulti 
ri.  Questo  castello  insieme  a  quello  e  della  Certosa,  qui  aggiungeremo 
di   Vico  fu  conceduto   in  vicaria  da  che  la  Certosa    è  un  vasto  fabbri- 
Martino  V  a  Giordano  e  Lorenzo  cato  con  magnifico  refettorio  deco- 
Colonna  sino   alla  terza   generazio-  rato  di  un  grandioso    quadro  rap- 
ne,  coir  annua    ricognizione  di   due  presentante  il   Salvatore  nel  deser- 
libbre  di  cera,  e  l'obbligo  di   rice-  to,   ed  il   miracolo    da    lui   operato 
vere  le  milizie  pontificie,  se  passas-  coi  cinque    pani    e    coi   due  pesci, 
sero  per  quei   luoghi.   Una  meravi-  non  che  di  due  ovali  coU'eftigie  de- 
glia della  natura,  di  cui  non  si  co-  gli  apostoli  s.  Simone  e  s,   Bartolo- 
nosce  altrove  l'eguale,  è  la  prodi-  meo,  al  quale  è  dedicato  il  moniste- 
giosa    grotta ,    o    antro    dove    sono      ro,  e  la  chiesa  che  dal  detto  Pon- 
bellissimi    e  sorprendenti    stallatiti,      tefice  Innocenzo  111  ai  certosini  fu 
]VeI    territorio    di    Collepardo    è  la      col    monistero    o    Certosa    edificala 
celebratissima  gran  Certosa  di  Tri-  nel    1211,    ed    abbellita    poi  colla 
sulti,  posta  in  erma  solitudine,  fra  ho-     facciata  nel  i  768.  L'altare  maggio- 
schi  e  burroni  alpestri,  fondata  da  re  ha  un  ciborio  di  egregio  lavoro, 
Innocenzo  III;  siccome  però  nell'at-     ornato  di  lapislazzuli  con  vaghi  bas- 
to della  fondazione  il  Pontefice  con-     sorilievi  di   metallo  dorato,  rappre- 
cesse    in  proprietà    della  medesima      sentanti   l'ultima  cena  del  Signore; 
Certosa  gli  avanzi  di  un  monistero      tra  le  pietre  che  decorano  l'altare 
fondato    da    s.   Domenico    da  Foli-      vi  sono  bellissimi  diaspri  ed  agate, 
gno,  abbate  benedettino,  per  ordi-     essendo  tutto  formato  di  fini  mar- 
ne   di  Dio,    e    dedicato    alla  beata     mi    con    cornici    di    giallo  e  venie 
Vergine  ed  a  s.  Bartolomeo,  in  un     antico.  Tanto  le  mura,  che  il  pa- 
coi    beni    che    al    medesimo    santo     vimento  dell'altare  sono  coperti  di 
abbate  dalla  pietà  delle  vicine  co-      marmi  diversi  disposti   con  elegan- 
niuni  di   Vico    e  Collepardo  erano     za.  Il  coro  de'  monaci  ha  ventotto 
stati  elargiti;  in  riconoscenza  di  sif-     sedili  di  noce    con  superbi    intagli, 
fatta  concessione  la   Certosa  assun-      rappresentanti  al  disopra  teste  uma- 
se,  come   si  opina,  la  denominazio-      ne  e  di   animali;  il  suo  pavimento 
He    del    monistero    de'  benedettini,      è  formato  a  scacchi  di  bel  marmo. 
IVon  deve  perciò  ritenersi   fondato-      Il  coro  de'  conversi  ha  ventidue  se- 
re di  questa  Certosa    di  Trisulti   il      dih  di  noce  intagliali  egregiamente, 


FRO 
con  diverse  teste  di  monaci,  lavoro 
di  un  certosino.  I  due  cori  sono  di- 
visi   con   trameazo    impellicciato  di 
marmi,  avente  ai  lati  due  altari  che 
guardano  il  coro  de' conversi  :  uno 
ha   per  quadro  s.  Gio.  Battista,  l'al- 
tro   s.    Michele    arcangelo .    Sopra 
r  ingiesso  si    vede   un    dipinto   che 
espiime   quando   Innocenzo  III  nel 
1208  dà   il  possesso  di  questo  luo- 
go ai    monaci  certosini    di  Casotto 
nel   Piemonte.  Due  altri  quadri  di 
buono  stile  si   vedono  lateralmente, 
e  rappresentano  uno  il  mjirtirio  dei 
certosini  in  Inghillena,   l'altro  quel- 
lo dei   Maccabei  ordinato  da  Antio- 
co. Dalla  parte   sinistra    dell'altare 
maggiore  si  entra  nella  sagrestia,  la 
cui  cappella  è  dedicata  all'Annnnzia- 
zione  della  beata  Vergine.  Da   una 
lapide  ch'è  nell'interno    del   tempio 
si     legge    come     furono     benemeriti 
del  luogo  i  Pontefici    Innocenzo   III, 
Onorio   III,  Gregorio  IX,  Innocen- 
zo IV,  Bonifacio  Vili,  Clemente  V, 
Giovanni  XXII,  Urbano  V,  Boni- 
facio IX,  Martino  V,  e  Nicolò   V; 
gi'  imperatori     F'ilippo     e     Federi- 
co II ,  ed  i  sovrani   di  Sicilia  Car- 
lo I,  Margherita,  Ladislao,  Giovan- 
na   II,   Alfonso,    Ferdinando,    Car- 
lo  111,  e  Ferdinando  II. 

Fumane  è  un  antico  castello  po- 
sto s(ipra  un'  alla  montagna  ,  cosi 
chiamato,  come  opinano  molti,  non 
pei  segnali  del  cattivo  tempo  che 
egli  dà  con  segni  ordinariamente 
infallibili,  e  consistenti  in  vedersi  la 
sua  cima  cinta  da  foltissime  nu- 
vole, per  cui  dicesi  volgarmenle  : 
Quando  Fumane  fuma  tutta  Cam- 
pagna trema j  Si  Fummo  fumai, 
tota  Campanea  tremet j  ma  bensì 
siccome  la  rocca  posta  nel  luogo 
il  più  eminente  della  campagna  , 
era  a  portata  di  scunprire  i  movi- 
menti del  nemico,  acciò  da  questo 


FRO  271 

si  difendessero  i  circostanti  popoli, 
chi    la    custodiva    soleva    accendere 
un  gran  fuoco  che  esalasse   densis- 
simo fumo  per  seguale  ;  allora  que- 
sto   ripetevano    le    altre    principali 
torri    fino    a    Roma,    servendo    in 
certo    modo    la   rocca    di  Fumone 
come     antiguardo,    e    telegrafo    di 
questa  regione.   Avvi  la   chiesa  col- 
legiata   dedicata    all' Annunziazione 
della  beata  Vergine ,    con    capitolo 
composto  della  dignità  dell'arcipre- 
te e  di  nove  canonici  ;  la  chiesa  è 
decente,  ed  alquanto  vasta,    e   Pio 
VI   l'elevò   al  grado    di    collegiata. 
Vi  sono  due  chiese,  una  dedicata  a 
s.    Gaugerico,    di    gotica    e    buona 
struttura,   l'altra  parrocchiale   sub- 
urbana,  sagra  a    s.   Michele  arcan- 
gelo, pure    di    gotico    disegno:     la 
chiesa   di  s.   Gaugerico  è  slata    re- 
staurata  ed   è  divenuta  parrocchia- 
le in  vece  dell'altra  suburbana  fuo- 
ri del  paese,  ed  incomoda.  Si  entra 
nel   paese  per  due  porte,  una  delle 
quali  è  chiamala  Porta  chiusa  epii^i 
comunemente  Portella,  cui  vi  è  an- 
nesso un   rotondo  torrione  mutilalo 
nell'estremità  ;  e  così   detta  perchè 
ivi  si   vede  un'antica    porta    mura- 
ta. 11  fabbricato    forma    il    circuito 
delle  mura  castellane,  ed    il    luogo 
si  potrebbe  rendere    inespugnabile. 
Questo  castello    è    celebre    per    es- 
servi  stati   rinchiusi,  ed    ivi    morii 
V  Antipapa  XXVII  (Fedi),  Mau- 
rizio Burdino,  che  avea    assunto  il 
nome  di   Gregorio  Vili,  e  s.  Cele- 
stino   V   {Fedi),    al    modo,    e    pei 
motivi   che  dicemmo  a  quegli  arti- 
coli, ed  il  secondo  dopo  la  sua  fa- 
migerata rinunzia  al   pontificato,  e 
dopo  aver  creato  dodici   cardinali, 
fra'  quali  Guglielmo  Longhi  o  Lon- 
go  nobile  di  Bergamo,  celebre  giu- 
reconsulto,   e    perciò    da    Bonifai  io 
Vili  incaricato  ccn  altri  alla  com- 


t?"?.  FRO 

pilazione  del  sesto  libro  delle  de- 
cretali. Siccome  la  rocca  di  Fumo- 
ne  era  stala  licuperata  alla  roma- 
na Chiesa  nel  i  i45  dal  Papa  Eu- 
genio IH,  così  n'era  castellano  o 
comandante  Marco  Tullio  Longhi 
fratello  del  cardinale,  quando  Bo- 
nifacio \  III  gli  alBdò  per  sicurez- 
za la  custodia  di  s.  Celestino  ossia 
Pietro  da  Mori'one,  che  canonizzato 
poi  da  Clemente  V,  questo  Pon- 
tefice nel  I  3  I  3  donò  in  perpetuo 
la  medesima  rocca  al  detto  Marco 
Tullio  Longhi,  il  quale  avea  fatto 
testimonianza  della  beata  morte  di 
s.  Celestino,  e  dei  miracoli  da  Dio 
operati  a  di  lui  intercessione.  Da 
una  delle  molte  lapidi  esistenti  nel- 
la cappella  eretta  presso  il  luogo 
ove  stette  rinchiuso  il  santo,  Mar- 
co è  detto  inilcs  auratus  .  .  .  Loii- 
gorufu  de  Monte  Longo,  dal  ca- 
stello di  Monte  Longo,  nella  dio- 
cesi di  Segni,  edificato  dai  cavalie- 
ri Longhi,  e  ne  fa  menzione  una 
bolla  di  s.  Leone  IX  diretta  al 
■vescovo  d' Anagni  :  il  castello  di 
Monte  Longo  fu  acquistato  dai 
coati  di  Anagni,  poi  venne  distrut- 
to, ed  ora  è  compreso  in  una  te- 
nuta. Questa  nobile  famiglia  ber- 
gamasca divenne  un  tempo  con- 
domina di  Frosinone,  fu  annove- 
rata al  patriziato  romano,  ed  ele- 
vata alla  dignità  di  marchese.  In 
quanto  alla  rocca  di  Fumone,  nel 
pontificato  di  Alessandro  VI  ven- 
ne in  potere  del  comune,  ma  in 
quello  di  Alessandro  Vili  i  mar- 
chesi Longhi  la  ricuperarono ,  re- 
staurarono ed  abbellirono  con  due 
giardini.  Avendo  i  Longhi  signo- 
reggiato anche  Fumone,  ivi  possie- 
dono un  palazzo  che  è  il  princi- 
pale edilìzio  del  paese,  e  resta  uni- 
to alla  rocca.  Nella  cappella  si  ve- 
nera il  luogo  ove  volò   al    cielo  s. 


FRO 

Celestino,  essendo  rinchiuso  nell'al- 
tare di  marmo  quello  di  legno  sul 
quale  celebrava  il  santo,  e  vi  è  un 
bassorilievo  che  lo  l'appresetita.  La 
cappella  fu  visitata  da  vari  princi- 
pi e  sovrani,  come  da  Ladislao  re 
di  Napoli  nel  i/{o6,  e  da  Carlo 
Vili  re  di  Francia  nel  149^)  ciò 
che  risulta  da  due  lapidi  ivi  esi- 
stenti. Questa  cappella  fu  nel  1647 
riedificata  da  Giovanni  Longhi  :  es- 
sa è  tenuta  con  molta  decenza,  e 
vi  si  conservano  pregevoli  reliquie. 
Diverse  lapidi  esistenti  nel  palazzo, 
rocca  e  cappella  ricordano  gli  an- 
tichi avvenimenti ,  illustrano  Fu- 
mone, e  rendono  decoro  all'illustre 
famiglia  Longhi  tuttora  signora  del 
luogo.  Il  Ricchi  nella  sua  Reggia, 
de'  volsci,  a  pag.  i35,  dice  che 
presso  Fumone  probabilmente  esi- 
stette Anlenna,  castello  volsco  de- 
bellato dai  romani. 

Anagni  [P^edi).  Sede  vescovile,  e 
capoluogo  di  governo,  racchiude  le 
comuni  di  Sgiugula ,  ed  Acuto. 
Sgurgula  giace  nella  diocesi  di  A- 
nagni  presso  il  fiume  Salto,  ed  ha 
il  territorio  in  colle  e  in  piano,  in 
saluberrima  ed  amena  posizione  a 
rimpetto  di  Anagni;  essa  diede 
particolari  segni  d'esultanza,  allor- 
ché la  presenza  del  Pontefice  Gre- 
gorio XVI  onorò  la  provincia  di 
Campagna,  e  soggiornò  in  Anagni. 
L'origine  di  Sgurgula  è  come  quel- 
la di  altri  luoghi  in  tempo  delle 
fazioni  italiche,  e  chiamossi  ne'pri- 
mi  tempi  Sculcula.  La  sua  primi- 
tiva erezione  fu  ove  è  presentemen- 
te la  rocca,  luogo  scelto  probabil- 
mente da  qualche  signore  potente, 
per  sostenervisi  co'  suoi  e  dominare 
la  sottoposta  valle.  Vuoisi  che  la  roc- 
ca fosse  un  ampio  palazzo  fortifi- 
calo, con  adiacenti  abitazioni  per 
le  milizie.   In  tempi  più    tranquilli 


FRO 

da  posto  militare,  divenne  posizio- 
ne civica,  rimasta  come  in  feudo  al 
primo  che  l'occupò,  indi  fu  sogget- 
ta ai  De  Comilibus  o  Conti,  e  Cor- 
rado Conti  n'era  signore  nel  l'j^S. 
Si  dice  che  poi  passasse  ai  Torelli, 
e  da  essi  ai  Caetani,  e  finalmente 
ai  Coloima.  Avanti  tali  epoche  vi 
fiori  un  abbazia  di  cistcrciensi,  di 
cui  resta  la  chiesa,  ma  con  un  solo 
altare,  e  poche  stanze  per  l'eremi- 
ta custode.  Si  conosce  sotto  il  ti- 
tolo della  Madonna  delle  Grazie, 
o  di  S.  l\lana  in  Viano,  venen- 
do mantenuta  la  fabbrica  a  spese 
del  seminario  d' Anagni ,  cui  pas- 
sarono in  proprietà  i  beni  posse- 
duti dai  cistcrciensi  nel  principio 
de!  secolo  XVII  per  disposizione 
del  vescovo  Seneca ,  essendo  già 
partiti  i  monaci  sino  dal  pontifi- 
cato di  Sisto  IV.  Si  pretende  che 
nel  sito  del  romitorio  di  s.  Leo- 
nardo vi  fosse  vm  monistero  di 
celestini,  e  che  se  ne  faccia  men- 
zione al  tempo  del  fondatore  del- 
l'ordine s.  Celestino  V  :  poscia  dal- 
la dipendenza  del  principal  moni- 
stero,  passò  a  quello  di  s.  Euse- 
bio di  Roma,  che  continuò  a  pos- 
sederne i  fondi  dopo  'l'abbandono 
de'  monaci,  e  poscia  passarono  ad 
altri.  L'antica  chiesa  di  s.  Nicola 
è  abbandonata.  La  chiesina  della 
Madonna  dell'  Aringo,  ha  un'anti- 
ca immagine  della  Beata  Vergine 
dipinta  al  muro,  con  altre  figure 
che  diconsi  de'  secoli  X  o  XI.  Vi 
sono  due  chiese  parrocchiali,  una 
dedicata  all'Assunzione  di  Maria  , 
l'altra  a  s.  Giovanni  Evangelista; 
la  prima  fu  edificata  nella  metà 
del  secolo  passato  dal  vescovo  Mon- 
ti, dopo  la  distruzione  della  chie- 
sa parrocchiale  di  s.  Sebastiano; 
la  seconda  prima  avea  la  struttu- 
ra semi-gotica.  Il  parroco  di  s.  Ma- 

VOL.    XXVII. 


FRO  273 

ria  ha  il  titolo  d'arciprete,  1'  altro 
di  s.  Giovanni  quello  di  abbate. 
Protettore  principale  di  Sgurgula 
è  s.  Leonardo  diacono  di  Rei  ras  , 
comprotettori  s.  Sebastiano ,  e  s. 
Antonino  martire  apameense.  Vi 
sono  scuole  elementari  d' ambo  i 
sessi.  Il  nome  di  Sgurgula  dicesi 
derivato  da  uno  sgorgo  d'acqua  lim- 
pida; il  vecchio  paese  era  cinto  di 
mura  con  porte,  rimanendo  ora 
chiuso  dal  fabbricato  aggiunto  al- 
l'intorno. Nel  luogo  detto  le  Ca- 
serane  si  vedono  ruderi  di  vasto 
edificio,  forse  del  ritiro  de'  gesuati, 
religiosi  che  soppresse  Clemente  IX. 
Due  luoghi  chiamati  l' Aringo ,  e 
Pietrarea  devono  il  loro  vocabolo 
a  quanto  andiamo  a  narrare:  il 
primo  per  il  luogo  ove  dai  con- 
giurati contro  Bonifacio  VII!  si 
stabih  la  sua  sacrilega  prigionia  ; 
ed  il  secondo  ove  pure  a  modo  di 
conciliabolo  tennero  sedule  i  me- 
desimi ribelli,  e  perciò  ben  a  ra- 
gione detto  luogo  reo  e  Pietra  rea. 
Certo  è,  che  quando  Sciarra  ed  al- 
tri Colonna,  unitisi  alle  genti  di 
Filippo  1 V  re  di  Francia  coman- 
date da  Nogaret,  non  che  a  quel- 
le del  fiorentino  Musciatto,  stabi- 
lirono entrare  clandestinamente  in 
Anagni  per  arrestare  il  Papa,  che 
nel  i3o3  vi  dimorava,  seppero  uni- 
re alle  loro  prave  intenzioni  di- 
versi signori  de'  luoghi  convicini, 
e  della  stessa  Anagni  ;  congiura  che 
fu  maturata  negli  accenii;iti  luoghi, 
come  la  tradizione  ci  riporta.  Fra 
i  capi  congiurati  figurarono  Domi- 
nos  de  Sculcula,  Raimondo  de  Su- 
pino, Tommaso  di  Morolo,  Pietro 
de  Genazzano,  Goffredo  di  Cec- 
cano,  e  diversi  d'Anagni.  Vero  è 
però,  che  nella  bolla  con  la  quale 
Benedetto  XI  nel  primo  febbraio 
i3o4  scomunicò  nominatamente 
18 


274  FRO 

Nogaret,  e  gli  altri  nominati  au- 
tori del  misfatto,  niuno  di  Sgur- 
gula  vi  è  rammentato,  laonde  si 
può  argomentare  che  niua  sgurgu- 
lano  vi  abbia  avuto  parte,  almeno 
attiva.  Sembra  poi  che  dopo  tale 
epoca Sgurgula  divenisse  signorìa  dei 
Caetani  ;  in  fatti  si  legge  che  Bene- 
detto Caetani  fosse  signore  del  luo- 
go nel  i3ig,  e  gli  successe  nel  do- 
minio Bonifacio  Caetani,  come  ri- 
levasi da  un  istrumento  del  iSyS. 
Di  lui  figlio  fu  Bonifacio  giuniore, 
che  n^cra  signore  l'anno  1 4^o  nel 
pontificato  di  Nicolò  V.  Paolo 
Caetani  figliuolo  del  precedente  fu 
pure  conte  di  Sgurgula,  e  dopo  di 
lui  né  rimase  il  possesso  a  Zeno- 
bia  Caetani,  finché  passò  in  quello 
dei  Colonnesi.  Sgurgula  ebbe  degli 
uomini  illustri  :  fu  dotto  il  cano- 
nico Francesco  Posta  protonotario 
apostolico ,  e  vicario  generale  di 
Tivoli  ed  Alatri.  Fra  i  viventi  è 
a  nominarsi  per  cognizioni  ed  eru- 
dizione d.  Domenico  Moriconi  ca- 
nonico d'Anagni. 

Acuto,  egualmente  della  diocesi 
di  Anagni,  è  situala  su  di  un  mon- 
te, ed  ha  la  chiesa  matrice  ampia 
e  maestosa  con  titolo  di  collegiata, 
dedicata  alla  Assunzione  in  cielo 
della  Beata  Vergine  ;  pel  suo  cli- 
ma fresco ,  e  per  la  signoria  che 
■vi  gode  il  vescovo  d'  Anagni  ,  nel 
proprio  palazzo  vi  soggiorna  qual- 
che mese  di  estate.  Appaitenne  a 
Loffredo  Vetulo,  a  Guidone  arci- 
prete, ed  a  Pietro  Amati  per  una 
parte  j  e  per  l'altra  al  rettore  e 
consiglieri  di  ciascuna  contrada  di 
Anagni  :  i  secondi  ne  fecero  ven- 
dita al  vescovo  di  Anagni  Asaele , 
ed  ai  canonici  deJ/a  cattedrale  nel 
iiyg.  Gli  ultimi  lo  dierono  in  en- 
fiteusi ad  Ilderico  Giudici  nobile 
anagnino  fino  a  terza  generazione; 


FRO 

ma  siccome  affettava  assoluta  si- 
gnoria e  dispotismo,  Alessandro  IV 
dichiarò  con  bolla  che  Acuto  fosse 
stabilmente  proprietà  del  capitolo 
d'Anagni,  avendo  espulso  Ildericoj 
indi  nella  divisione  della  mensa 
capitolare  fu  particolarmente  asse- 
gnato al  vescovo.  Non  esistono  più 
i  tre  vicini  castelli  di  Collalto,  di 
Monte  Porcario,  e  di  Cominacchio, 
così  detto  per  due  torrenti  che 
dappresso  si  univano,  voce  deri- 
vante dal  latino  ad  coniunes  aqiia.^  : 
il  castello  di  Cominacchio  era  sta- 
to edificato  nel  1180  a  spese  di 
Giovanni  vescovo  di  Anagni  ;  quin- 
di venne  usurpato  da  Adinolfo  e 
Niccola  Conti,  finché  fu  poi  distrut- 
to e  ridotto  a  coltivazione.  Princi- 
pale protettore  di  Acuto  è  s.  Mau- 
rizio martire,  e  gli  abitanti  sono 
concittadini  di  Anagni.  Inoltre  dal- 
la parte  di  mezzogiorno  giace  li- 
mitrofa al  territorio  della  città  d'A- 
nagni la  tenuta  di  Villa  Magna , 
per  le  cui  notizie  non  riuscirà  disca- 
ro un  breve  cenno. 

Pompeo  Magno  nella  bella  e  vasta 
pianura  di  detta  città,  sotto  il  mon- 
te ove  giace  la  terra  di  Gorga,  vi 
ebbe  una  villa  splendidissima,  come 
rilevasi  dalle  iscrizioni  antiche  ivi  ri- 
trovate in  alcune  escavazioni ,  non 
che  da  altri  monumenti.  Dicesi  che 
per  la  magnificenza  la  villa  fu  chia- 
mata Villa  Magna,  ovvero  al  dire 
di  alcuno  il  secondo  vocabolo  gli 
derivò  dal  soprannome  di  Magno 
dato  al  celebre  Pompeo,  che  dispu- 
tò l' impero  romano  a  Giulio  Ce- 
sare. A'  nostri  giorni  negli  scavi  si 
rinvennero  dei  pezzi  di  condotto 
di  piombo  con  le  parole  Optav. 
imp.  Caesar.  Da  che  se  ne  inferi- 
sce che  Ottaviano  Augusto  vi  co- 
struì i  bagni,  e  che  forse  fu  egli 
il  vero  fondatore  della  villa  stessa. 


FRO 
Su  questo  punto  è  a  vedersi  la  la- 
pide che  riporta  il  Grutero  sulla 
villa  Magna,  dove  si  dice  che  Mar- 
co Aurelio  andando  a  questa  villa, 
e  poi  salendo  sino  ad  Anagni,  fe- 
ce poi  selciare  la  strada  che  con- 
duceva alla  villa,  e  sembra  esclusa 
la  tradizione  che  Pompeo  la  fon- 
dasse. La  rovina  della  villa  a- 
vrà  avuto  luogo  nelle  fatali  in- 
cursioni barbariche ,  e  dalle  sue 
rovine  surse  una  terra  che  prese 
il  medesimo  nome  di  Pilla  Ma- 
gnaj  e  nel  primo  secolo  dell'ordi- 
ne benedettino  vide  edificarsi  un 
importante  monistero  sotto  il  me- 
desimo istituto  :  conservandosi  tut- 
tora parte  del  medesimo,  e  la  chie- 
sa. A  pag.  86  degli  ÀUi  di  s.  Ma- 
gno, si  legge  una  bolla  di  Urbano 
II,  emanata  nel  1088,  e  diretta  a 
Pietro  vescovo  d' Anagni  che  ora 
veneriamo  sugli  altari,  con  la  quale 
assegnò  al  vescovo  d' Anagni  i  se- 
guenti castelli  :  Porcianum  ,  Acu-^ 
tum  ,  Pilleum ,  Gurgam ,  Villani 
Magnam,  Sgurgolam  ,  Palli  animi , 
Vicum  Morcinum  ,  Carpinelum  , 
Pruniiim,  Monlem  Longum,  Vita- 
biniim,  Morolum,  et  Montem  de 
Gravi,  praeterea  Ircoensem  eccle- 
siam  .  .  .  Jtem  cum  Valle  Patra- 
rum.  Filettino,  Gancae,  Collatuto. 
Indi  a  pag.  j44  ^  notato,  »  Ca- 
»  strum  Gurgae  emptum  ab  ab- 
"  bate  et  monacis  monasterii  Vil- 
»>  lae  Magnae  cum  vassallis  et  ter- 
M  ris  ei  venditum  a  D.  Adenulpho 
>»  canonico  anagnino,  et  Andrea 
»>  ejus  nepote,  olim  possessum  a 
«  domno  Roffrido  Diomero  eorum 
»  patruo  de  anno  i  2  i  6,  ut  ex  lib. 
»  islr.  in  archiv.  Anagnin.  fase.  8, 
»  n.  63 1  ";  e  nel  tcm.  V,  n.  229 
trovasi  un  altro  islromento  fat- 
to coi  canonici  della  cattedrale  di 
Anagni,    in    cui  si    legge:    »   Ser- 


FRO  9.7^ 

»  vitia  quae  debeant  prestare  ho- 
M  mines  terrae  Gurgae  uti  vassalli 
»  monasterii  Villae  Magnae,  et  red- 
'»  ditus  a  quos  tenebanlur  prò  Ici- 
>»  ris  quas  retinebant  a  dicto  nio- 
»  nasterio,  et  alia  servitia.  De  au- 
>■>  no  i53r"-  Pasquale  Cairo  par- 
lando di  Anagni,  dice  a  pag.  82, 
che  Adinolfo  canonico  della  catte- 
drale, con  Andrea  suo  nipote  nei 
1236  vendè  la  metà  della  terra 
chiamala  Gorga  al  monistero  dei 
ss.  Pietro  e  Paolo,  e  conferma  che 
Loffredo  Diometro  suo  zio  la  pos- 
sedeva. L  altra  metà  spettava  a  cer- 
to Beigiemino  nel  i  i5i,  nel  quale 
anch'esso  la  vendette  al  nominato 
monistero.  Furono  signori  della  ter- 
ra di  Villa  Magna  Ildebrando,  Giu- 
seppe, Pietro  e  Lione  figli  di  Guar- 
nerio  nobile  anagnino,  the  nel  pon- 
tificato di  Benedetto  VII  del  975, 
al  menzionato  monistero  donarono 
interamente  il  castello  con  tuttociò 
che  gli  apparteneva,  conservando* 
ne  r  archivio  capitolare  d'  Anagni 
l'originale  istromento.  Al  voi.  IJ, 
pag.  33,  34,  35  del  Dizionario  di- 
cemmo come  Bonifacio  Vili  nel 
1297,  con  l'autorità  della  bolla  In- 
ter caeteras  Orbis  ecclesias,  data 
in  Orvieto  donò  alla  cattedrale 
d'  Anagni  il  monistero  e  la  tenuta 
di  Villa  Magna,  e  fra  gli  obblighi 
che  impose  al  vescovo  e  al  capito- 
lo vi  fu  quello,  che  recandosi  egli 
o  i  suoi  successori  nelle  provincie 
di  Marittima  e  Campagna,  avessero 
offerto  sette  pani  ogni  sabbato  ; 
omaggio  solito  a  farsi  dai  monaci 
benedettini  di  Villa  Magna  ai  Pon- 
tefici, allorché  passavano  per  quei 
luoghi,  ed  in  essi  risiedevano:  pre- 
scrisse ciò  Bonifacio  Vili  sotto  pe- 
na di  caducità  dei  concessi  beni 
dell'  abbazia  di  Villa  Magna.  Nel 
medesimo  articolo    abbiamo    detto 


276  FRO 

come  i  pani  furono  presentati  a 
Paolo  IH  nel  i534  in  Anagni,  ad 
Innocenzo  XII  nel  1697  a  Nettu- 
no, ed  al  regnante  Gregorio  XVI 
nei  1839  a  Terracina.  Eguale  o- 
maggio  l'odierno  vescovo  di  Ana- 
gni monsignor  Vincenzo  Annovaz- 
zi,  in  un  al  proposto  d.  Angelo 
Ambrogi,  ed  ai  canonici  d.  Luigi 
de  Cesaris,  e  d.  Niccola  Gigli,  u- 
miliarono  al  medesimo  Gregorio 
XVI  a'  2  maggio  i843,  quando 
cioè  onorò  di  sua  presenza  Anagni 
e  l'episcopio. 

Ceccano,  Ceccanum.  Città  della 
diocesi  di  Ferentino  posta  sulla  de- 
stra riva  del  fiume  Sacco,  e  capo- 
luogo d'un  governo  dal  quale  di- 
pendono le  comuni  di  Amara,  di 
Giuliano ,  di  Santo  Stefano  e  di 
Patrica.  Ceccano  fu  sempre  consi- 
derabile nella  provincia  di  Campa- 
gna, terra  antichissima  che  in  mol- 
te pergamene  si  trova  notata  colla 
qualifica  di  città,  e  tale  la  dice  Leo- 
nardo Aretino;  a  questo  grado  nel 
corrente  anno  i844  Ceccano  è  sta- 
ta elevata  dal  regnante  Pontefice 
Gregorio  XVI  :  presso  di  essa  si 
rinvennero  tracce  dell'antica  via  La- 
tina. Fu  cinta  da  forti  mura  castel- 
lane con  porte,  per  ordine  del  Papa 
s.  Silverio,  figlio  del  frusinate  Ponte- 
fice s.  Ormisda,  nell'anno  536,  appe- 
na esaltato  al  pontificato,  e  ciò  per 
favore  di  Teodato  re  de' goti,  allo- 
ra dominatore  nella  provincia,  per- 
chè dicesi  che  vi  avesse  avuto  i 
natali  s.  Silverio ,  e  nel  rione  di 
Campo-Traiano,  laonde  per  equi- 
voco vuoisi,  come  alcuni  scrissero  , 
nato  in  Troia  nella  Campania  Fe- 
lice: questo  Papa  si  dice  anche  di 
Prosinone,  siccome  oriundo  di  quel- 
la città,  tutta  volta  nel  Saggio  isto- 
rico  del  dottore  de  ]\Iattheis  sopra 
Fresinone  ,   sembra   bastantemente 


FRO 

provato  che  quel  Pontefice  sia  nato 
in  Fresinone  come  il  padre  s.  Or- 
misda. Una  contrada  del  territorio 
ceccanese,  posta  fra  Ceccano  e  Fro- 
sinone,  conserva  ancora  oggidì  que- 
sta denominazione  di  Campo-Tra- 
iano. Deve  distinguersi  Ceccano  in 
vecchio  e  nuovo  :  la  parte  più  anti- 
ca è  quella  cinta  di  mura  alla  detta 
epoca,  e  giace  sul  colle,  più  recen- 
te essendo  quello  fabbricato  nel 
piano  in  modo  elegante;  il  fiume 
Sacco  passa  in  mezzo  all'antico  e 
moderno  Ceccano.  Le  porte  urba- 
ne hanno  il  nome  di  Castello ,  s. 
Pietro,  Nuova,  s.  Sebasfiano ,  ed 
Otricello  o  piuttosto  Torricello.  Vi 
sono  tre  parrocchie ,  cioè  di  s.  Ni- 
cola, di  s.  Pietro  e  di  s.  Gio.  Bat- 
tista la  cui  chiesa  è  collegiata,  ed 
il  santo  litolare  è  patrono  della  ter- 
ra. Ebbe  Ceccano  i  suoi  partico- 
lari signori  e  conti  potenti  nell'e- 
poca feudale,  sovente  nominati  nel- 
le istoiie.  Feracissimo  è  il  suo  ter- 
ritorio ;  né  vi  mancano  famiglie  no- 
bili ed  altre  che  coltivano  i  buo- 
ni studi  5  per  cui  molti  uomini  il- 
lustri diede  alle  armi,  alle  lettere, 
ed  alla  Chiesa  ,  e  sei  cardinali  al 
senato  apostolico  :  l' ultimo  è  vi- 
vente, e  i  primi  cinque  si  dissero 
da  Ceccano  senza  distinzione  di  co- 
gnome ,  come  si  è  detto  alle  loro 
biografie.  Non  si  può  abbastanza 
esprimere  quanto  da  tutti  fu  ap- 
plaudita r  esaltazione  al  cardinala- 
to del  vivente  ceccanese,  e  quanto 
giubilasse  non  solo  la  patria,  ma 
r  intiera  provincia,  inviando  appo- 
site deputazioni  al  Papa  per  rin- 
graziarlo, e  al  cardinale  in  omag- 
gio di  venerazione  ;  ciò  che  pur  fe- 
cero altre  città  e  luoghi  della  pro- 
vincia, come  si  legge  nei  Diavi  di 
Roma.  Il  primo  cardinale  di  Cec- 
cano fu  Gregorio  di  nobilissima  fa- 


FRO 

miglia,    creato    da  Pasquale  II    del 
1 099  ;  il  secondo  fu  Giordano  del- 
la stessa  distinta   famiglia,  promos- 
so nel  1188    da  Clemente  III,  che 
per  la  sua  pietà  verso  la  Beata  Ver- 
gine,  gli    eresse  un    tempio  in  pa- 
tria; il  terzo  fu  Stefano  detto  an- 
che di  Fossanuova,  come  abbate  di 
quel  celebre  monistero,   creato  nel 
121 3  da    Innocenzo  II?,   e  camer- 
lengo di  santa  Chiesa  ;  il    quarto  fu 
Tebaldo    de'   conti    di    Terracina , 
esaltato  nel  1275  da  Gregorio  X; 
il  quinto  fu  Annibale  o  Annibaldo 
detto    anche    Gaetani ,    creato    nel 
1327  in  Avignone  da  Giovanni  XXII, 
e  da  Giovanna  I    regina  di  Napoli 
beneficato  nella  persona  del  fratel- 
lo Tommaso    con    feudi  ;    il    sesto 
è  Pasquale  Gizzi   nato    in  Ceccano 
a'  22    settembre  1787,  arcivescovo 
di  Tebe  in  partibus,  che  dopo  a- 
vere   servito    la  santa    Sede  in  di- 
verse nunziature  apostoliche,  fu  dal 
regnante  Papa  creato  cardinale  del- 
l' ordine  de'  preti  e  riserbato  in  pet- 
to a' 12   luglio    1841,  quindi  pub- 
blicato nel   concistoro   de'  22   gen- 
naio i844>  poscia  fatto  titolare  del- 
la chiesa  di  s.  Pudenziana.  Questo 
rispettabile     personaggio      pe'   suoi 
grandi     meriti  ,   sagacità    e    virtù  , 
già    ha    meritato    la    legazione    di 
Forh.   Portandosi  il  medesimo  Gre- 
gorio   XVI    nel   maggio    i843    da 
Fresinone  a   Terracina,  e  passando 
pel    territorio    di    Ceccano    a'  5  di 
detto    mese,    gli    abitanti  ad  espri- 
mere il  loro  divoto  giubilo  per  si 
lieta  circostanza,  oltre    vari  fuochi 
di    gioia    arsi  ne'  luoghi    più  emi- 
nenti del  comune,   ed  illuminazio- 
ni per  tutto  r  abitato,  incendio  di 
fuochi  artifiziali    ed    altro  per  due 
sere  consecutive  ,    l' intiera  popola- 
zione con  il  clero,  e  la  magistratu- 
ra col  priore  Francesco  Sindaci  in 


FRO  277 

un  alla  banda  civica,  si  portarono 
a  festeggiarla  sulla  via  provinciale, 
della  quale  circa  un  quarto  di  mi- 
glio era  coperta  di  fiori  e  verzure, 
e  dove  era  stato  eretto  un  arco  trion- 
fale di  bella  architettura,  dipinto  a 
chiaro-scuro  con  analoga  iscrizione. 
In    quanto    alle    quattro  comuni 
dipendenti  da  Ceccano  ,  cioè  ArnU' 
ra    situata   in   ameno   monte ,    che 
vanta  per  protettore    san  Sebastia- 
no ;     Giuliano  ,    situata    alle    falde 
d'un  monte,  rimpetto    alla    mon- 
tagna   detta    Sisserno ,    con    chiesa 
dedicata     alla    Beata    Vergine    As- 
sunta,   e    a    s.    Giuliano,    parroc- 
chia e  collegiata  con  arciprete  e  ca- 
nonici ,  essendone  protettore  s.  Bia- 
gio;   Santo- Stefano  ^    situato  sopra 
un  colle;  e  Patrica  che  sembra  o- 
riginato     dall'  antico    Patricuni ,    il 
quale    vuoisi    posto  nel   vicino  col- 
le Lamio:  Patrica  è  su  di  un  col- 
le presso  il  monte  Cacume,    il    più 
alto  di    quella  catena    di    Apenni- 
ni  chiamati   monti  Lepini  ;  esisteva 
Patrica  neil'Siy,  come  rilevasi  da 
una  donazione  fatta  dall'imperato- 
re Lodovico  I  al  Papa  s.  Pasquale  I . 
Nel   medio  evo  appartenne  alla  fa- 
miglia Conti,  che  nel  1599  la  ce- 
dette   col    titolo    di    marchesato   a 
Tarquinio  Santacroce,  il  di  cui   fi- 
glio Francesco    la  alienò  nel  1625 
al  contestabile  Filippo  Colonna,  dai 
cui   discendenti  è  ancora  posseduta 
insieme  a  Ceccano  ;    il  Colonna   in 
memoria  della  defunta  consorte  Lu- 
crezia Tomacelli,  a  distanza  di  un 
miglio  e  mezzo    eresse  un  superbo 
palazzo,  che  chiamò  Tomacella:  nel 
1727    recandosi  Benedetto  XIII  da 
Fresinone   a  Prossedi,  onorò  di  sua 
presenza    questo    palazzo ,    ricevuto 
dal  feudatario  di  Patrica  contesta- 
bile   Colonna,    il    quale    trattò    di 
nobile  rinfresco   la    famiglia  ponti» 


278  FRO 

fida.  In  Patrica  vi  sono  cine  chie- 
se ,  una  dedicata  a  s.  Pietro  con 
arciprete  e  cinque  beneficiali,  I  al- 
tra a  s.  Gio.  Battista,  ch'è  di  buon 
disegno,  con  curato  e  tre  beneficia- 
ti ,  oltre  una  subuibana  dedicata 
alla  Beata  Vei'gine  a  Pie  di  Mon- 
te con  abbate  e  cinque  beneficiati, 
ognuna  di  esse  formando  un  capi- 
tolo. Vi  sono  due  ospedali,  uno  per 
gl'infermi,  l'altro  pegli  accattoni, 
eretti  dal  benefico  arciprete  Fina- 
teri.  Al  memorato  passaggio  di 
Gregorio  XVI  pei  territorii  di  Giu- 
liano e  Patrica,  gli  abitanti  del 
primo,  che  è  un  altro  fondo  dei 
Colonna,  nel  miglior  modo  mostra- 
rono la  loro  venerazione  con  arco 
trionfale  eretto  sulla  pubblica  via, 
a'  cui  lati  si  fecero  trovare.  I  pa- 
tricani  poi  dopo  aver  per  due  sere 
solenpizzato  con  diversi  modi  il  lo- 
ro tripudio,  allo  sbocco  della  stra- 
da comunale  eressero  un  bello  e 
ragionato  arco  trionfale,  decorato 
colle  statue  dei  principi  degli  apo- 
stoli ,  e  delle  virtù  la  Speranza  e 
la  Carità  con  epigrafi,  stemma  pon- 
tifìcio,  panneggi  ed  ornati  di  da- 
maschi e  velluti  cremisi  e  di  altri 
colori  trinali  d'  oro,  oltre  due  pic- 
cole guglie.  Ivi  trovossi  la  popola- 
zione col  clero  ,  e  la  magistratura 
alla  cui  testa  era  il  priore  Nicola 
Spezza ,  e  con  dodici  fanciulli  che 
sotto  le  forme  di  angeletti,  su  pie- 
distalli gettavano  fiori  odorosi  nel- 
la via  ,  assordando  1'  aria  ,  come 
tutte  le  altre  popolazioni  della  giu- 
bilante provincia,  con  voti  ,  accla- 
mazioni e  filiali  espressioni;  venen- 
do corrisposte  dal  cuore  paterno 
del  sensibile  Pontefice,  laonde  il 
viaggio  per  la  provincia  di  Fresi- 
none riuscì  un  vero  trionfo  reli- 
gioso. 

CErRArvo    (Fedi).   Capoluogo  di 


PRO 

governo,  nella  diocesi  di  Veroli,  da 
cui  dipendono  i  comuni  di  Falva- 
terra,  Po/i,  e  Strangola  galli.  Fai- 
K'aterra  fu  già  una  delle  città  dei 
volsci,  di  antica  origine,  e  chiamata 
Fabrateria,  come  remota  n'  è  la 
distruzione,  e  da  essa  deiùvò  l' o- 
dierna  terra,  posta  in  colle  ame^ 
ni.ssimo,  abbondante  di  acque,  eoa 
fertile  terrilcrio,  e  cava  di  alaba- 
stro che  ridotto  a  pulimento  somi- 
glia air  ambra  :  di  questo  alaba- 
stro esistono  lavori  nel  palazzo  dei 
marchesi  Casali  di  Roma.  L'antica 
Fabrateria  fu  una  delle  prime  cit- 
tà volsche,  situata  lungo  il  fiume 
Irero,  propriamente  ove  imbocca  nel 
Liri,  contigua  alla  città  di  Fregelle, 
Fu  soggiogata  dai  romani  sotto  il 
dittatore  Camillo,  e  poi  fatta  co- 
lonia nell'anno  63o  di  Roma.  Fa- 
brateria si  oppose  al  passaggio  di 
Annibale,  che  perciò  fu  obbligato 
cambiar  via,  indi  i  fabraterni  si 
condussero  contro  di  lui  a  Canne. 
In  Fabrateria  furono  clamorosi  i 
giuochi  circensi,  ed  ebbe  nobili  e 
grandi  edifizi,  i  di  cui  avanzi  si 
vedono,  come  negli  scavi  si  rinven- 
gono antichità,  prove  della  sua  im- 
portanza. E  costante  tradizione  che 
licevesse  il  lume  della  fede  dall'a- 
postolo s.  Pietro,  allorché  si  recò 
in  Atina  a  consagrarne  primo  ve-» 
scovo  s.  Mai'COj  non  che  da  s.  Ma- 
ria Salorae  che  mori  in  Veroli , 
ove  si  venerano  le  sue  ceneri.  Fal- 
valerra  possiede  molte  chiese,  essen- 
do la  matrice  dedicata  a  Maria 
Vergine  assunta  in  cielo ,  con  col- 
legiata decorata  di  arciprete  e  be- 
neficiati. Vi  sono  due  abbazie,  una 
di  provvista  della  dateria  apostoli- 
ca, r  altra  dell'  abbate  di  Monte- 
Cassino,  perchè  prima  eravi  un  mo- 
nastero di  cassinensi.  Evvi  un  ri- 
tiro di  passionisti  eretto   nel   lySo 


FRO 
dal  divoto  popolo,  ed  istituito  dal 
fondatore  di  quella  esemplare  con- 
gregazione, il  ven.  p.  Paolo  della 
Croce  :  la  chiesa  già  esisteva  ed  è 
sa  già  al  martire  levita  s.  Sosio  pro- 
tettore del  paese.  In  essa  qual  san- 
tuario frequente  è  il  concorso  per 
le  grazie  che  Dio  vi  opera,  recando- 
visi  i  divoti  persino  dal  regno  di  Na- 
poli. Sotto  l'altare  maggiore  si  vene- 
ra il  corpo  di  s.  Adeodato  martire,  e 
vi  riposò  quello  di  s.  Magno  vescovo 
e  martire  che  sta  in  Anagni.  Cinque 
sono  le  principali  confraternite,  oltre 
le  sorelle  della  carità  di  s.  Vincenzo 
di  Paoli.  Nei  bassi  tempi  i  Colon- 
nesi  v'  incominciarono  a  fabbricare 
un  forte,  che  ora  si  vede  contiguo 
alla  piazza  della  Valle,  di  mirabile 
struttura,  sebbene  incompleto.  Di 
Fabratera,  o  Faivatera  nuova  e 
vecchia,  tratta  il  Ricchi  a  p.  244 
della  sua  Reggia  de'  vohci. 

Po/i  è  un  castello  antichissimo  di 
circa  tremila  abitanti,  fabbricato  su 
di  amena  collina,  di  aere  puro ,  e 
bello  orizzonte ,  con  territorio  spa- 
zioso di  fertili  campagne,  già  appar- 
tenente ai  volsci.  Dalla  parte  di 
Prosinone  ha  buona  strada  ;  trovasi 
nel  suo  territorio  del  carbon  fossi- 
le, e  delle  cave  di  eccellenti  pietre 
da  mola:  quivi  alle  falde  dell' abi- 
tato si  venera  un  fonte  di  acqua 
tuttora  perenne,  fatta  scaturire  mi- 
racolosamente da  s.  Antonino  mar- 
tire circa  il  IV  secolo,  che  sempre 
si  è  sperimentata  di  singolare  ef- 
ficacia contro  le  febbri  specialmen- 
te pertinaci.  Nella  sottoposta  valle 
sui  bordi  della  via  Latina  veggonsi 
ancora  i  ruderi  di  un  monistero 
de'  benedettini ,  appellato  s.  Ven- 
ni tto,  ed  uno  entro  il  paese  tutto 
intero  dell'  istesso  ordine ,  che  vie- 
ne distinto  col  nome  di  Rinchia- 
stroj  abitato  un  tempo  dalle  mo- 


FRO  279 

nache.  Le  notizie  delle  famiglie 
antiche  sono  sepolte  nell'  oscurità 
de'  tempi  ;  appartenevano  al  secolo 
passato  due  di  qualche  rinomanza  : 
lina  nominata  Silvestri ,  nobile  del 
sacro  romano  impero ,  i  di  cui 
elogi  biografici  in  pietra  scolpiti  si 
conservano  dalla  famiglia  Giorgi  ; 
era  l' altra  quella  de'  marchesi  de 
Carolis ,  di  cui  si  parla  in  altri 
luoghi  di  questo  articolo,  che  dette 
alla  camera  apostolica  un  chierico 
di  camera ,  ed  un  vescovo  a  Pon- 
tecorvo,  i  quali  lasciarono  monu- 
menti insigni  di  pietà  e  di  religio- 
ne. Delie  famiglie  moderne  si  di- 
stingue quella  de' Moscardini,  co- 
gnita per  monsignor  Marcantonio 
vescovo  di  Foligno ,  e  per  monsi- 
gnor Ferdinando  delegato  di  Or- 
vieto, ambedue  di  onorata  memoria. 
Al  presente  il  p.  Illuminato  da  Po- 
fi  de'  minori  francescani,  già  prefet- 
to delle  missioni  in  Egitto,  è  pro- 
curatore del  collegio  delle  missioni 
posto  nel  convento  di  s.  Pietro 
Montorio  di  R.oma.  La  prima  chie- 
sa che  il  popolo  ebbe  a  parrocchia 
fu  quella  di  s.  Antonino  alle  ra- 
dici del  colle,  dotata  dagli  Oppida- 
ni  di  copiose  lascile,  e  poscia  per 
disposizioni  della  santa  Sede  i  suoi 
beni  furono  attribuiti  alla  chiesa 
matricej  che  si  venera  sotto  il  tito- 
lo di  s.  Maria  Maggiore  assunta  in 
cielo,  fabbricata  a  spese  del  comu- 
ne, con  buona  architettura,  ed  of- 
ficiata da  competente  numero  di 
beneficiati.  Essa  è  fiancheggiata  di 
bella  piazza,  che  nelle  occorrenze 
chiudesi  con  due  rispettive  porte  : 
questa  chiesa  divide  la  cura  delle 
anime  con  due  altre  chiese  filiali, 
che  sono  s.  Andrea  apostolo,  e  s. 
Rocco,  oltre  al  convento  e  chiesa 
eretti  dai  de  Caroli";,  pei  francesca- 
ni   minori    riformati.    Nella    chiesa 


28o  FRO 

di  questo  convento  si  conservano 
le  spoglie  mortali  del  pio  ed  insi- 
gne gesuita  p.  Baldinucci,  passato 
a  miglior  vita  nell'  esercizio  delle 
apostoliche  fatiche.  Pofi  ha  quattro 
confraternite,  e  nella  protezione  del 
cardinale  Carlo  Odescalchi  è  suc- 
cesso il  cardinal  Paolo  Polidori . 
Patrono  principale  è  s.  Sebastiano 
martire,  s.  Fiocco  si  venera  come 
avvocato,  e  s.  Antonino  martire 
come  comprotettore,  la  cui  festa  si 
solennizza  con  grande  e  di  vota  pom- 
pa. E  poi  rinomata  la  processione 
del  Corpus  Domini,  che  in  questo 
luogo  si  celebra,  pel  complesso  del- 
le sue  edificanti  circostanze. 

Strangola  galli  è  un  luogo  gra- 
zioso situato  in  colle,  già  riedifica- 
to nel  pontificato  d'  Innocenzo  IV 
e  verso  l'anno  12 53,  sotto  Gio- 
vanni vescovo  di  Veroli ,  perchè 
era  stato  dato  alle  fiamme  dagli 
invasori  della  provincia  di  Campa- 
gna. E  un  sito  ferace  di  tuttociò 
che  occojie  alla  vita;  e  nelle  vici- 
nanze si  ritrovano  vasi  cinerari  di 
terra   cotta,   ed   altre  antichità. 

FERENTrao  (redi).  Sede  vescovi- 
le, e  capoluogo  di  governo,  nel 
quale  sono  racchiude  le  comuni  di 
Morolo  e  di  Supino,  forse  originate 
dall'antica  città  di  Ecetra,  delle 
quali  facemmo  cenno  al  citato  ar- 
ticolo: solo  qui  aggiungeremo,  che 
Morolo  oltre  la  collegiata  ha  tre 
chiesuole  snburbane,  una  delle  qua- 
li è  sagra  alla  Eeata  Vergine  delle 
Grazie,  e  che  ne  fu  barone  Oddo- 
ne Colonna ,  che  ivi  colla  sorella 
rSobilia  fu  imprigionato,  come  pu- 
re che  nel  12  16  se  ne  impadronì 
il  conte  di  Ceccano,  e  vi  perirono 
più  di  quattrocento  abitanti,  ed  il 
più  rimarchevole  de!  paese  rimase 
dalle  fiamme  consunto.  Di  Supino 
^o§'U"gei'emo  che  tre  sono  le    sue 


FRO 

parrocchie ,  essendo  la  matrice  quel- 
la di  s.   Pietro  con  arciprete  e  tre 
beneficiati  ;  le  altre    sono    dedicate 
una  a  s.  Maria  con  abbate  curato,  e 
sei  beneficiati;    l'altra    a  s.  Nicola 
di  Rari ,    con    curato  e    due  bene- 
ficiati: il  principale    protettore  del 
luogo  è  s.   Cataldo  vescovo  di  Ta- 
ranto.   Sulla  cima   del  monte,  alla 
cui  pendice  giace  Supino,  esiste  un 
forte  di  remota   costruzione,   costi- 
tuente ora  un'abbazia,  ed  un  bene- 
fizio sotto  il  titolo  di  s.   Giovanni, 
ma  la  chiesa  era  da  ultimo  diruta. 
Quando  in  Anagni  Bonifacio    Vili 
fu  arrestato    dai    Colonaesi ,  uniti 
a  questi  erano  i    nobili  di  Supino 
e  di  Ceccano,  segno  che  vi  erano 
in  Supino  persone  nobili  e  poten- 
ti.  Supino  die    alcuni   uomini  illu- 
stri, come  d.  Camillo  Foglietta  ab- 
bate mitrato    di    Marino,   d.    Nilo 
Alessandrini  abbate  de'  basiliani    di 
Grotta  ferrata,    ed  altri.   La     tenu- 
ta o    villaggio  di  Porciano,  egual- 
mente   nel    governo  di    Ferentino, 
è  del  capitolo.    11   Ricchi  nella  sua 
Reggia    cle\'olsci    non    solo  a  pag. 
i33  tratta  di  Ferentino   che  chiama 
pure    Fiorentino,    de'  suoi     antichi 
pregi,   e  di    alcune  sue    lapidi,  ma 
ancora  della  città  di    Ecetra  o  E- 
clielra  colonia  latina  a   p.  248.  Di 
questa  egli  dice  che  fu  annoverata 
fra   le  sette  regie  città  volsche,   ri- 
portandone le  testimonianze  di  Gla- 
riano  e  di   Dionisio.  Livio  la  pose 
ne'  confini    degli    ernici ,     equi  ,    e 
volsci,  ma  non    si  può  stabilire  il 
luogo  ove  propriamente  surse,  ben- 
ché Livio  nari'a  un  fatto  di  armi 
tra  i    romani   e  i    volsci    accaduto 
fra   Ferentino    ed    Ecetra ,    di    già 
saccheesiata    da    Fabio    Ambusto , 

co  > 

e  l'invasione  de'medesimi  volsci  da 
due  eserciti  inviati  dai  liibuni, 
l'uno  sotto  la  direzione  di    Spurio 


FRO 

Furio,  e  Marco  Orazio    alla    volta 
di   Anzio,  l'altro    sotto  il   comando 
di  Quintilio  Servilio,    e  Lucio  Ge- 
ganio  a   mano    sinistra   verso    Ece- 
tra. Tuttavolta  non    può    con  cer- 
tezza assegnarsi   il  luogo  dell'antica 
Ecetra,    diverse    essendo  le    opinio- 
ni di  Cluverio.  La  città  fu  espugna- 
ta da  Coriolano,  quando  disfece  tut- 
te le  città  convicine,  come  Longola, 
Satrico,  Sezze,  e  Polusca,  nello  stes- 
so tempo    che    i   corani  si    dierono 
a     patti,    siccome    scrive    Dionisio. 
Però    fr.    Bonaventura     Theuli,  nel 
suo   Teatro  iston'co,  in  cui  tratta  di 
molte  città  e  luoghi  de'volsci,    dice 
che  Ecetra    sia  stata   ov'è  ora  Mon- 
te Fortino.  Di  Prosinone  ne   parla 
a  pag.   36.   11   medesimo  Ricchi  nel 
Teatro   degli    uomi/iì    illustri    nelle 
armi,  lettere  e  dignità,  che  fioriro- 
no nell'antichissimo  regno  de\'olsci, 
a  pag.     128  e  seg.   tratta  di  quelli 
di  Ferentino. 

GuAEciNo,  Guarcemun.  Capoluogo 
di  governo  nella  diocesi  di  Alalri,  gia- 
ce alle  falde  di  un  monte  che  sebbene 
alquanto  umido  per  la  vicinanza 
del  fiume  Cosa,  e  per  le  sue  fontane, 
fu  già  commendato  da  Coluraella 
per  la  salubrità  delle  limpide  ac- 
que, che  dalla  rupe  zampillano.  Il 
fabbricato  degli  abitanti  costituisce  le 
mura  castellane,  essendovi  però  all'in- 
torno quattro  torrioni  di  forma  roton- 
da con  le  porte  urbane  nominate: 
del  Cardinale,  perchè  ivi  ei'a  la  casa 
del  cardinale  Tommasi  ;  di  s.  Be- 
nedetto, fuori  della  quale  eravi  u- 
na  parrocchia  a  tal  santo  dedica- 
la ;  di  s.  Nicola,  perchè  introduce 
alla  collegiata  al  medesimo  sacra  ; 
e  di  s.  Angelo,  per  egual  motivo. 
Bella  è  l'architettura  della  colle- 
giata di  s.  Nicola  vescovo  di  Mi- 
ra, con  vaga  cupola,  ed  ornamen- 
ti di  stucchi    e    dorature  :  osserva- 


FRO  281 

bile    è    il    quadro  di    s.  Elisabetta, 
ed  il  pulpito    di  noce  ben  intaglia- 
to; la  piazza  eh' è  dinanzi    è  deco- 
rata   di    pubblico  fonte.  Tra  i  fab- 
bricati di  questa  terra,  ve  ne  sono 
alcuni   di  gotica  maniera;     ed  avvi 
la  borgata  chiamata  Aringo.  Vi  so- 
no   due    ospedali,    uno  pei    poveri, 
l'altro  pei  pellegrini;  le  maestre  pie 
per  l'istruzione  delle  donzelle,  e  gli 
avanzi    del  monistero    celebre  di  s. 
Luca,    le    cui    monache    nel     1 587 
furono  trasportate  in  Alatri  dal  ve- 
scovo   Ignazio,    con    beneplacito    di 
Sisto  V  :   vi  professano  la  vita  mo- 
nastica nobilissime  religiose,  ed  eb- 
be    insigni    benefattori  ,   fra'    quali 
Paolo  III;  la  chiesa  tuttora  sussiste 
ed  è    dedicata  a  s.  Michele    arcan- 
gelo   con  parrocchia,  e  titolo  di  ab- 
bate. Tra  le  bolle  pontificie  che  o- 
uorano  Guai'cino,  nomineremo  quel- 
le di  Alessandro  III,  Lucio  IH,  ed 
Onorio   III.   Gli  abitanti  sono  assai 
divoti  a  s.  Agnello,  che  ha  culto  in 
romitorio  veramente  pittorico.  Guar- 
cino  ha  soggette  le  comuni  di  An- 
ticoli, Filettino,   Trivìgliano,   Torre, 
Ileo  e   Tre%'i. 

Anticoli  è  situato  su  salubre  colle, 
circondato  da  mura  castellane,  con 
vari  torrioni  all'intorno  quadrilateri 
e  rotondi  guasti  dal  tempo.  Fu  già 
luogo  forte,  ed  ha  una  vasta  e  bella 
chiesa  collegiata,  dedicata  a  s,  Pie- 
tro, con  arciprete  ed  otto  canonici; 
fuori  del  paese  e  in  silo  ameno  so- 
no i  cappuccini,  cosi  avvi  un'acqua 
minerale  salutifera  chiamata  Fingi, 
che  si  scarica  nel  lago  Sparagato  che 
produce  del  pesce.  Bisogna  dire  che 
anticamente  vi  fosse  acqua  eccel- 
lente, perchè  dimorando  Bonifacio 
YIII  in  Anagni,  sotto  la  cui  dio- 
cesi è  Anticoli ,  in  questo  luogo 
mandava  a  prenderne  ogni  giorno  i 
cursori  per   usarne.    Alessandro  VI 


aSa  FRO 

infeudò  Anticoli  al  cardinal  Asca- 
nio  Sforza,  ma  dipoi  nel  i5oo  glie- 
io  tolse,  per  darlo  con  gran  nume- 
ro di  terre  e  castella  poste  in  que- 
ste contrade,  ai  suoi  figli  Borgia, 
come  si  legge  nel  Ratti  che  ne  ri- 
porta la  bolla,  nel  tom.  I,  p.  383 
della  Famiglia  Sforza. 

Filellino,  borgo  situato  nella  catena 
degli  Apennini,  dove  ha  scaturigine 
il  fiume  Aniene,e  dove  si  gode  un'aria 
sana  per  la  sua  elevatezza.  La  chie- 
sa collegiata  e  parrocchiale  fu  eretta 
nel  1236  da  Gregorio  IX;  è  dedi- 
cata all'  Assunzione  di  Maria  Ver- 
ne,  ed  è  ufficiata  dall'arciprete,  e 
da  cinque  beneficiati.  E  suburbana 
la  chiesa  di  s.  Nicola  vescovo  di 
Mira,  che  dicesi  fosse  costruita  da 
s.  Benedetto,  ed  il  rettore  che  l'ha 
in  cura  gode  il  titolo  di  abbate. 
Vi  è  spedale  pei  poveri,  e  scuole 
elementari  come  in  altri  luoghi. 
Vuoisi  anzi  che  quivi  s.  Benedetto 
vi  erigesse  il  terzo  suo  monistero  : 
questo  territorio  forma  il  confine 
degli  ernici.  Filettino  vanta  la  sua 
origine  dagli  antichi  latini,  le  cui 
colonie  stazionavano  nel  suo  ter- 
ritorio, per  impedire  ai  pugliesi  di 
invadere  le  contrade  Ialine;  il  po- 
polo fu  sempre  devoto  ai  romani, 
e  diportatosi  valorosamente  nella 
guerra  seguita  presso  le  forche  Cau- 
dine, venne  con  tutta  ragione  ap- 
pellato :  Filectinus,  idest  fìdelis  la- 
liiìus.  Filettino,  come  Trevi  e  Val- 
le Pietra ,  appartenne  ai  potentissi- 
mi Caelani,  a' quali  Bonifacio  Vili 
glieli  concesse  in  investitura  agli 
II  settembre  del  1297  nella  per- 
sona di  Pietro.  11  di  lui  figlio  Bel- 
la Caetani,  profittando  dell'assen- 
za dei  Papi  residenti  in  Avignone, 
usurpò  varie  terre  di  ragione  della 
Chiesa,  laonde  i  ministri  pontificii 
s'impadronirono  di    Filettino,    e  di 


FRO 

altri  castelli.  Nicola  figlio  di  Bella 
nel  1371,  con  gente  armata  occu- 
pò Filettino,  mentre  Maria  di  Cec- 
cano  sua  madre  con  le  armi  ripre- 
se Valle  Pietra.  Restituitasi  da  Gre- 
gorio XI  la  residenza  pontificia  ia 
Roma  nel  1377,  passò  quindi  ia 
Anagni.  Quivi  avanti  di  lui  si  u- 
miliarono  Nicola,  Antonio,  e  Tuzio 
fratelli  Caetani ,  ed  il  Papa  con 
breve  de'  2  novembre  li  assolvette 
dalle  censure,  e  restituì  loro  i  tolti 
castelli.  Dipoi  nel  1420, essendo  mor- 
ti i  tre  fratelli,  passò  il  dominio  in 
Onorato  figlio  di  Antonio,  che  mo- 
rendo nel  1482  lasciò  erede  il  fi- 
glio Antonio,  con  atto  dato  in 
Filettino.  In  questa  terra  nell'  an- 
no i5i5,  e  nella  rocca,  col  con- 
senso di  Caterina  figlia  di  France- 
sco Onofri  di  Roma,  come  tutrice 
di  Antonio  ,  R^inaldo ,  e  Roberto 
Caetani ,  questi  venderono  il  caste! 
della  Torre  e  suoi  vassalli  a  Cesa- 
re Caetani  figlio  di  Antonio  col 
mero  e  misto  impero.  Indi  nel  1  534, 
per  morte  di  Cesare,  passò  il  do- 
minio di  Filettino  e  di  altri  luo- 
ghi ai  suoi  figli  Antonio,  Prospero, 
e  Mario  ;  ma  essi  vennero  oppres- 
si e  spogliati  da  Sciarra  Colonna. 
Ricuperarono  il  tolto  quando  Cle- 
mente VII  colpì  r  usurpatore  con 
sentenza  di  scomunica.  Nel  i556 
Antonio  Caetani  lasciò  a  Meozia 
Colonna  sua  moglie  il  castello  di 
Filettino.  Nel  i6o4  trovansi  succes- 
sori di  lui,  e  possessori  del  castello 
Scipione  ed  Onorato  Caetani,  e  nel 
161  I  si  leggono  ili  tal  dominio  Mu- 
zio, Cesare,  Benedetto,  e  Scipione. 
Nel  161 4  gravata  essendo  l'eredità 
Caetani,  fu  venduta  Valle-Pietra 
con  autorizzazione  di  Paolo  V,  per 
scudi  mille  quattrocento.  Nel  1670 
li  29  aprile  nel  Sommario  Anagni- 
mo  si  legge.  '♦  Possessio  capta    per 


FRO 

»  ecclesiam  Anagninara  uti  de  de- 
M  voluto  ob  lìneam  finitam  per 
»  niortem  d.  Horatii  Caetani  feuda- 
"  farli  et  ultimi  possessoris  terrae 
"  Vallis  Petrarum  sine  filiis  mascu- 
»  lis  illiasque  universi  territorii,  juris- 
"  dictionis,  et  dominii,  mero,  et  mi- 
"   xto  imperio  ". 

Trivigliano  è  una  terra  situa- 
ta sopra  di  un  monte  in  clima  sa- 
no: prima  eranvi  varie  torri,  delle 
quali  se  ne  vede  alcuna  mutila- 
ta, e  due  porte  chiudono  il  paese. 
Presso  i  vasti  suoi  prati  vi  è  un 
lago  proveniente  dallo  scolo  delle 
montagne,  ed  esso  forma  pure  al- 
tro laghetto. 

Torre  è  un  castello  come  Trivi- 
gliano della  diocesi  d^  Alatri,  situa- 
to su  monte  alpestre,  ma  di  eccel- 
lente clima.  La  chiesa  parrocchia- 
le è  dedicata  all'  Assunzione  della 
Beala  Vergine,  essendo  di  ben  in- 
tesa struttura.  I  Caetani  vi  hanno 
palazzo  baronale  assai  nobile,  con 
forti  speroni  alle  muraglia,  e  tor- 
rione :  i  quattro  vicini  lorrioncini 
prima  spettavano  a  tal  famiglia,  di 
cui  è  la   terra  con  titolo  di  contea. 

Vico  è  una  terra  situala  su  di  un 
monte  tutto  vestito  di  olivi,  la  cui 
chiesa  parrocchiale  è  insigne  colle- 
giata, con  bel  quadro  rappresentan- 
te lo  Spirito  Santo,  ma  è  dedica- 
ta a  s.  Michele  arcangelo.  È  cir- 
condata di  mura  castellane,  e  da 
ventiquattro  torri,  con  tre  porte 
ed  antiporte  di  gotico  stile,  essen- 
do le  ultime  dirute  in  gran  parte: 
questi  edifizi  sono  opere  de'  bassi 
tempi.  Avanti  la  porta  detta  a 
Monte  vi  è  una  bella  fontana,  la 
cui  sorgente  trovasi  alla  montagna 
detta  dell'Olmo;  e  a  mezzo  di  un 
condotto  lungo  circa  due  miglia, 
è  pwtata  r  acqua  nel  luogo,  il 
quale  è  abitato   da  molte  famiglie 


FRO  283 

ricche.  Nello  stesso  territorio  per 
andare  verso  Trisulti,  evvi  un  av- 
vallamento di  terreno  circolare  nel 
vivo  tufo,  nella  cui  profondità  so- 
no tanti  alberi  che  formano  quasi 
selva,  ed  ove  sono  serpi  ed  allri 
nocivi  animali.  Tale  luogo  si  chia- 
ma il  pozzo  di  Santullo  o  Jaiitul- 
lo,  e  vuoisi  che  sia  un  antico  cra- 
tere. 

Trevi,  terra  che  giace  sulla  ci- 
ma d'  un  monte  sassoso,  la  qua- 
le dicesi  sorta  dall'antichissima  cit- 
tà di  Trevi  nell'  Umbria.  I  suoi 
abitanti  vennero  detti  Irebani,  tre- 
vesi,  trevigiani  ec.  ;  Tolomeo  chia- 
mò Treba,  ubi  moiites  Trebani  ad 
ortiim  Anienis ;  e  nelle  antiche 
scritture  si  legge  Castro  de  Trebìs, 
e  Trebanos  moates.  Alle  radici  del 
monte  su  cui  è  Trevi,  vi  passa 
r  Aniene,  il  quale  nasce  due  mi- 
glia distante,  e  nel  salire  rimane 
a  destra  passandosi  due  monti  al- 
la cosi  detta  Mola  di  Trevi  :  vi  si 
respira  un'aria  ottima,  ed  è  ricca 
di  acque  perenni  ed  abbondan- 
ti. Prima  di  giungervi  per  la  pub- 
blica strada  vi  è  un  tempiet- 
to sacro  alla  Madonna  del  Ripo- 
so in  gran  venerazione,  ed  eret- 
to dai  popolani  nel  i483  per  aver- 
li la  Beata  Vergine  liberati  dal 
morbo,  dal  duca  Alfonso  di  Cala- 
bria, e  dai  suoi  soldati  cristiani 
e  turchi;  questi  erano  al  suo  ser- 
vigio in  numero  di  mille  e  cin- 
quecento ,  che  nel  pontificato  di 
Sisto  IV  depredarono  il  Lazio,  e 
bruciarono  molte  terre  e  castelli, 
scorrendo  tutta  la  Campagna  nella 
guerra  de'  fiorentini  e  veneziani , 
poscia  disfatti  da  Roberto  Malate- 
sta  con  grande  strage.  11  luogo  do- 
ve questa  successe  prese  il  nome 
di  Camponiorto,  al  presente  tenu- 
ta della  basilica    vaticana,  come  si 


284  FRO 

descrisse  nel  voi.  XII,  pag.  3i4  e 
3i5  del  Dizionario.  Unita  alla 
capi>ella  della  Madonna  del  Riposo, 
vi  è  quella  dedicata  a  s.  Sebastia- 
no, ed  eretta  nel  14^6.  La  rocca 
o  castello  di  Trevi,  fu  chiamata 
un  tempo  Civita  ;  ed  era  vasta  e 
ben  munita,  come  lo  era  Trevi 
che  avea  intorno  baluardi  e  torri. 
La  chiesa  collegiata  è  antichissi- 
ma, unita  da  Bonifacio  Vili  a 
quella  di  s.  Cosma.  Essa  fu  dedi- 
cata a  s.  Maria,  ed  è  ufficiata  da 
dodici  canonici  comprese  le  dignità 
di  abbate  detto  di  s.  Teodoro,  di 
arciprete,  di  teologo,  e  di  peniten- 
ziere, essendo  la  terra  nella  dioce- 
si di  Subiaco,  a  cui  in  ogni  tempo 
fornì  sagri  ministri.  Importante  è 
l'archivio  di  detta  chiesa,  massi- 
me pei  mss.  del  gesuita  d' Antoni 
di  Trevi,  e  riguardanti  le  memo- 
rie di  ciascun  luogo  del  Lazio,  e 
la  celebre  abbazia  sublacense.  Nel- 
la sagrestia  si  conserva  l'abito  di 
s.  Pietro  eremita  protettore  di  Tre- 
vi, mentre  sotto  l'altare  maggiore 
riposa  il  di  lui  corpo;  nel  luogo 
ove  visse  fu  eretto  un  oratorio 
con  la  sua  statua  di  marmo  scol- 
pita dal  Gramignaui,  con  un  ange- 
lo, scoltura  dell'  Algardi,  giacché 
il  santo  è  in  gran  venerazione  , 
pel  potente  suo  patrocinio  fatto 
sperimentare  ai  trebani.  Inoltre  la 
sagrestia  possiede  due  interessanti 
calici  di  gotico  disegno,  e  due  cro- 
ci capitolari  a  due  facce,  secondo 
l'uso  de' bassi  tempi.  Treba  fu  già 
colonia  e  municipio  de' romani,  e 
città  considerabile,  coi  rispettivi 
magistrati,  con  arca  o  erario;  in 
un  tempo  si  governò  a  modo  di 
repubblica,  ed  ancora  esiste  qual- 
che avanzo  o  memoria  di  sua  im- 
portanza, non  che  interessanti  lapi- 
di, e  si  rinvengono  monete  ed  og- 


FRO 

getti  antichi.  Ebbe  Trevi  l'onore 
della  sede  vescovile ,  e  la  chiesa 
di  s.  Teodoro  per  cattedrale;  di- 
cendoci Commanville  che  l'eresse 
nell'anno  i  100  il  Pontefice  Pasqua- 
le II,  e  continuò  sino  al  1260  cir- 
ca, nel  qual  tempo  da  Alessandro 
IV  fu  unita  a  quella  di  Anagni  ; 
ciò  afferma  anche  Baudrand,  tutta- 
volta  questa  sede  vuoisi  di  oiigine 
più  antica,  e  durata  per  ceutocin- 
quant'anni,  finché  per  la  tenuità 
della  mensa  vescovile  nel  io55  da 
Vittore  li  fu  unita  ad  Anagni,  loc- 
chè  confermarono  diversi  Papi,  come 
Urbano  II,  Pasquale  II,  Gregorio 
IX,  ed  Alessandro  IV.  In  fatti 
Treba  conservò  il  titolo  di  città, 
e  di  vescovato,  anche  pei  quattro 
secoli  successivi  alla  soppressione. 
All'articolo  Genazzano  (P^edi)  si 
dice  che  nei  primi  anni  del  secolo  XI 
era  feudataria  di  Trevi  Francesca, 
che  sposando  Giovanni  signore  di 
Genazzano,  a  questa  baronia  si 
congiunse  quella  di  Trevi,  le  qua- 
li poi  i  coniugi  donarono  al  mo- 
nistero  sublacense.  Nel  i2gg  Ste- 
fano e  Baldovino  de  Rossi  di  Tre- 
vi, venderono  al  cardinal  France- 
sco di  s.  Maria  in  Cosmedin,  ed  a 
Pietro  Caetani  conte  di  Caserta, 
la  quarta  parte  della  signoria  che 
godevano  in  Trevi,  Filettino,  Val- 
le Pietra,  ed  in  Colle  Alto.  Sotto 
Loffredo  figlio  di  Pietro  ebbe  luo- 
go una  divisione  tra  fratelli  sui 
paterni  dominii;  ed  alla  morte  di 
Loifredo  pervenne  la  terza  parte 
dei  beni  a  Bello  Caetani  suo  ni- 
pote, che  scelse  Filettino,  Valle 
Pietra,  e  Trivigliano.  Nella  crona- 
ca sublacense  del  monaco  treviren- 
se  p.  d.  (Cherubino  Mircio,  sono 
descritte  le  guerre  tra  gli  abbati 
sublacensi  ed  i  seniori  trebensi , 
con  gli    assedii    de' loro   castelli  di 


FRO 

Genna,  Coli' A  Ito,  e  Monte  Porcaro 
prima  detto  Preclaro,  non  che  le 
concordie  tra  i  medesimi  stabilite  nel 
iii3  fino  all'anno  1161,  con  al- 
tre memorie  della  potenza  ed  o- 
pulenza  di  Trevi,  e  la  serie  delle 
possenti  famiglie  Conti  e  Caetani 
ch'ebbero  il  dominio  di  Treba  per 
più  di  due  secoli.  Erano  diversi  i 
monisleri,  e  le  chiese  del  territo- 
rio di  Trevi;  ora  appena  se  ne 
vedono  le  rovine ,  cioè  del  moni- 
stero  di  s.  Salvatore  ad  cotnuiies 
aquas,  di  s.  Leonardo  con  chiesa 
abbaziale  e  collegiata  dedicata  a  s. 
Pietro,  di  s.  Mauro,  di  s.  Miche- 
le arcangelo,  e  dell'abbazia  di  s. 
Teodoro  de  Trebis.  A  Trevi  erano 
prima  soggetti  Vico  Moriciuo,  Colle 
Alto,  Monte  Antolino,  Monte  Porca- 
ro, Cominacchio,  Casarena,  ed  Or- 
sano  ,  tutti  castelli  distrutti.  Mol- 
ti poi  furono  gl'illustri  trebani  che 
si  distinsero  nella  pietà,  nelle  let- 
tere, nelle  dignità  ecclesiastiche,  e 
nelle  armi. 

MONTESANGIOVANNI.    CapoluOgO  di 

governo  nella  diocesi  di  Yeroli, 
chiamato  un  tempo  Castelforte ,  è 
situato  su  elevata  cima  alla  destra 
sponda  del  fiume  Liri,  che  divide 
il  napolitano  dal  pontificio  territo- 
rio ,  e  fu  già  rimarchevole  luogo 
feudale,  prima  dell'  illustre  casa 
d'Aquino,  poi  del  marchese  di  Pe- 
scara ossia  del  Vasto,  che  lo  alie- 
nò alla  santa  Sede,  unitamente  al 
castello  di  Strangolagalli.  Ne  fece 
l'acquisto  nel  iSqS  Clemente  Vili 
a  mezzo  del  suo  depositario  Giu- 
seppe Giustiniani ,  e  lo  soggettò 
alla  bolla  di  s.  Pio  V,  che  vieta  a- 
lienare  i  beni  della  romana  Chiesa. 
Nella  parte  più  elevata  sono  due 
Ioni  di  magnifica  costruzione  :  tra 
di  esse  esiste  ancora  l'antico  palaz- 
zo e  le  mura    dell'antica  fortezza, 


FRO  285 

già  fornita  di  cannoni  di  gran  ca- 
libro. La  miglior  posizione  del  pae- 
se per  le  vedute  è  la  piazza  detta 
della  Corte,  così  appellata  per  es- 
servi la  residenza  governativa,  già 
domicilio  dei  baroni  che  signoreg- 
giarono il  luogo.  A  tramontana  si 
vedono  gli  avanzi  di  due  torrioni 
quadrilateri,  e  sulla  piazza  alta  torre 
alquanto  bislunga.  Da  essa  si  pas- 
sa al  palazzo  baronale,  sul  di  cui 
ingresso  sono  ancora  le  impronte 
del  tormento  della  corda:  nella 
torre  vi  furono  sino  a  settecento 
armati  di  presidio,  quando  per  ci- 
vili discordie  gli  abitanti  venivano 
oppressi  dalla  nemica  e  vicina  ter- 
ra di  Banco.  Allorquando  Carlo 
Vili  re  di  Francia  nel  149^  con 
poderoso  esercito  pel  territorio  di 
Veroli  si  diresse  alla  conquista  dei 
regno  di  Napoli,  fermandosi  a  Ca- 
samari,  ad  evitar  qualche  affronto 
nel  passaggio  per  Monte  s.  Giovan- 
ni, inviò  agli  abitanti  per  ottener- 
lo pacificamente  tre  ambasciatori, 
che  a  lui  tornarono  col  naso  e  Te 
orecchie  recise.  Irritato  Carlo  Vili 
da  tanto  affronto,  dal  vicino  mon- 
te di  s.  Marco  fece  cannoneggiare 
il  castello ,  la  vecchia  torre  e  le 
mura  castellane  ;  per  le  cui  aper- 
ture dopo  terribile  attacco  ,  entrò 
r  esercito  francese ,  il  quale  senza: 
riguardo  ad  età ,  sesso  e  condizio- 
ne,  passò  a  fil  di  spada  tutti  gli 
sconsigliati  abitanti;  solo  scampan- 
do la  morte  quelli  che  rifugiaion- 
si  ne'  sotterranei  del  palazzo  baro- 
nale, uscendone  terminato  il  mas- 
sacna  ed  il  saccheggio.  Nel  mede- 
simo palazzo,  ora  residenza  dei  go- 
vernatori, si  vede  il  carcere  ove 
visse  un  tempo  rinchiuso  per  ordi- 
ne de'  fratelli  e  della  madre  san 
Tommaso  d'  Aquino,  alla  cui  fami- 
glia allora  apparteneva  il  paese,  sic- 


286  FRO 

come  indispettiti  dall'avere  egli  ab- 
bracciato lo  stato  religioso,  ed  ove 
egli  virtuosamente  fugò  quella  diso- 
nesta donna  che  voleva  sedurlo.  Dopo 
la  beata  sua  morte  la  prigione  fu  con- 
vertita in  elegante  cappella,  i:on  bel 
pavimento,  al  presente  pubblico  o- 
ratorio.  La  chiesa  suburbana  di  s. 
Pietro  alla  porta  di  Rendola  o  di 
s.  Rocco,  così  detta  per  esservi  in- 
contro un  piccolo  tempio  sacro  a 
tal  santo,  è  di  buona  architettura, 
ed  a  croce  greca  :  questa  chiesa  di 
s.  Pietro  appartiene  ai  certosini,  che 
vi  nominano  il  parroco.  Vi  è  pure 
la  chiesa  collegiata,  detta  di  s.  Ma- 
ria della  Valle.  Monte  s.  Giovanni 
ha  sotto  la  sua  giurisdizione  il  pic- 
colo appodiato  di  Colli;  e  soggiace 
al  suo  governo  la  comune  di  lìau- 
co,  nella  diocesi  di  Veroli.  Al  pre- 
sente Monte  s.  Giovanni  si  onora 
di  avere  per  cittadini  i  monsignori 
Carlo  e  Stefano  fratelli  Yizzardelli 
ambidue  canonici  Liberiani  per  no- 
mina del  Papa  che  l'egna,  il  quale 
in  oltre  al  primo  conferì  1'  uffìzio 
di  segretario  delle  lettere  latine  col- 
la prelatura  domestica,  poi  la  ca- 
rica di  segretario  della  congrega- 
zione degli  affari  ecclesiastici;  al  se- 
condo r  incarico  di  consigliere  pres- 
so il  delegato  apostolico  di  Porto- 
gallo ,  e  da  quella  corte  decorato 
col  titolo  ed  insegne  di  commen- 
datore degli  ordini  della  Concezio- 
ne e  di  Cristo. 

Banco  è  posto  su  alto  monte,  con 
aspetto  maestoso,  cinto  da  mura  ca- 
stellane, e  da  dieciotto  torricelle,  par- 
te di  figura  rotonda,  e  parte  quadri- 
latere. Ha  belle  e  piane  strade,  e  co- 
modo passeggio  intorno  alle  mura.  I 
templi  sono  graziosi,  mentre  la  fac- 
ciata della  chiesa  arcipretale  è  dise- 
gno del  cav.  Subleyras,  formata  a 
somiglianza  di  quella  di  s.  Maria  in 


FRO 

Aquiro  di  Roma  :  essa  è  dedicata 
a  s.  Angelo  ,  ove  si  ammira  il  di- 
pinto che  rappresenta  s.  Sebastia- 
no ,  nella  cappella  del  ss.  Sagra- 
mento,  che  vuoisi  della  scuola  di 
Tiziano.  Avvi  un  quadro  di  s.  E- 
midio  dipinto  dal  Conca.  La  piaz- 
za è  bislunga,  e  la  via  chiamata  il 
Corso,  ha  di  fronte  il  vasto  fabbri- 
cato o  palazzo  Filonardi:  dentro  il 
cortile  di  esso  è  la  chiesa  di  s.  Pie- 
tro, dove  in  luogo  sotterraneo  si 
conserva  con  molta  divozione  il 
corpo  di  s.  Pietro  Ispano,  singoiar 
protettore  della  terra.  Vi  è  il  mo- 
nistero  delle  monache  benedettine, 
il  convento  de'minori  conventuali, 
le  scuole  pubbliche ,  e  le  maestre 
pie.  Rauco  fu  patria  di  diversi  uo- 
mini illustii  ,  principalmente  dei 
marchesi  Filonardi,  famiglia  chiara 
per  pietà,  dottrina,  valore  e  digni- 
tà ecclesiastiche.  Paolo  III  nel  i536 
creò  cardinale  Ennio  Filonardi  na- 
to in  Rauco,  e  morto  in  Roma  ai 
19  dicembre  1 549 ,  *^poca  tanto 
contrastata  dagl'  istorici  ,  come  il 
luogo  di  sua  tumulazione  :  il  suo 
corpo  fu  trasferito  non  nella  chie- 
sa di  s.  Sebastiano,  come  dice  il 
Cardella,  ma  nella  chiesa  arcipre- 
tale di  Rauco  nella  cappella  di  s. 
Sebastiano ,  ove  gli  fu  eretto  un 
magnifico  deposito  di  pietra  della 
vicina  cava  detta  Sorola,  somiglian- 
te al  peperino  :  esso  consiste  in  ur- 
na semplice  ed  elegante,  su  cui  gia- 
ce sedente  la  figura  del  cardinale. 
Paolo  V  nel  161  i  creò  cardinale 
Filippo  Filonardi  nato  in  Rauco, 
e  morto  in  Roma  nel  1622,  il  cui 
cadavere,  trasportato  in  patria,  fu 
tumulato  nella  tomba  de'  suoi  an- 
tenati. Nelle  biografie  di  questi  due 
celebri  cardinali  facemmo  cenno  di 
alcuno  altro  individuo  della  fami- 
glia Filonardi;  mentre  agli  articoli 


FRO 

Ferrara  ed  Elemosiniere  del  Papa 
[Fedi)  parlammo  del  pio  e  virtuo- 
so monsignor  Filippo  Filonardi  ele- 
mosiniere di  Pio  VII  e  di  Leone 
XII,  il  quale  io  promosse  all'arci- 
vescovato di  Ferrara  ,  ove  mori  in 
benedizione. 

Palia\o  (Fedi).  Sede  di  gover- 
no, diocesi  di  Palestrina,  da  cui  di- 
pendono le  comuni  di  Piglio  e  Ser- 
rane, li  Serrone,  Serro ^  Castrimi 
Surronis,  e  Castruni  Ferronis,  pren- 
de ii  nome  dal  cliiamar  che  fece- 
ro i  Ialini  serra  quell'  isfromento 
che  noi  diciamo  sega  ;  quindi  per 
la  somiglianza  che  passa  tra  1  den- 
ti della  sega ,  e  le  punte  di  certi 
dorsi  di  monti,  fece  dare  a  questi 
ancora  il  nome  di  Serra  in  Italia, 
e  di  Sierra  in  Ispagna;  e  questa 
circostanza  die  origine  al  nome  di 
Serrone,  che  ha  il  dorso  prolun- 
galo fra  Paliano  e  Piglio  nella  di- 
rezione da  lebeccio  a  greco,  le  cui 
punte  estreme  sono  denominate, 
verso  lebeccio  s.  Maria  a  Paliano , 
e  verso  greco  Serrone.  Quest'  ulti- 
ma ha  sulla  falda  meridionale  la 
terra  dello  stesso  nome ,  di  fronte 
al  monte  Carbone  ,  tra  ii  confine 
degli  equicoli,  e  degli  ernici  al  cui 
antico  territorio  appartiene  Serro- 
ne. La  popolazione  in  parte  abita 
nel  piano  lungi  un  miglio,  nei  luo- 
go detto  la  Forma  da  un  vascone 
d'acqua  di  forma  circolare,  pubbli- 
co lavatoio,  ove  esiste  una  cura  ru- 
rale, trovandosi  ruderi  del  tempo 
de'  romani  di  sotterranei  chiamati 
volgarmente  le  grotte,  presso  una 
chiesa  dedicata  al  ss.  Cuore  di  Ge- 
sù :  ivi  sono  pure  alcuni  avanzi 
d'  un  grottone,  opera  romana  fat- 
ta ad  opus  Signinnni  pel  modo  cui 
venne  edificato  ;  e  questo  formava 
parte  di  sontuosi  bagni.  Oltre  l'ac- 
qua perenne  del  vascone,  si  trova- 


FKO  287 

no  altre  fonti,  prendendo  ii  fonta- 
nile di  s.  Quirico  nome  da  un  ro- 
mitorio a  tal  santo  dedicato.  La 
chiesa  arcipretale  è  dedicata  all'a- 
postolo s.  Pietro,  alla  quale  antica- 
mente era  unita  una  canonica,  co- 
me narra  il  Cecconi  a  p.  108.  Sul 
dorso  del  nominato  tetro  ed  alto 
monte  Carbone  ,  si  vedono  gli  a- 
vanzi  di  un  forte  di  opera  lateri- 
zia che  tiene  sottoposta  tutta  la 
terra,  presentando  la  figura  d'una 
cetra  ;  tale  rocca  venne  eretta  dai 
Colonnesi  nelle  guerre  civili.  Sul 
vertice  di  esso  monte  venne  a  s. 
Michele  arcangelo  edificato  un  tem- 
pio, con  vicino  romitorio  spettante 
alla  comunità,  custodito  da  un  e- 
remita,  e  in  divozione  presso  il  po- 
polo. Vi  è  pvu'e  la  chiesa  di  s.  Roc- 
co, eretta  dalla  pietà  de'  fedeli  in 
tempo  di  pestilenza.  Nella  cronaca 
di  Fossanuova  si  narra  come  i  ro- 
mani a'  19  aprile  ii84,  dopo  aver 
devastato  le  campagne  tusculane , 
incendiarono  Paliano  e  Serrone,  e 
poscia  se  ne  tornarono  a  Roma. 
Il  Cecconi  assegna  a  questo  disastro 
l'anno  i  i83,  come  si  legge  a  pag. 
254  della  Storia  di  Palestrina  j  ma 
il  Petrini  a  pag.  1 3o  delle  Memo- 
rie Prenestine,  sta  per  l'anno  i  i84- 
Passata  questa  catastrofe ,  Serrone 
e  Paliano  si  popolarono  di  nuovo; 
non  erano  però  sotto  un  solo  feu- 
datario ,  ma  sotto  vari  signori ,  i 
quali  si  facevano  una  guerra  sì  ac- 
canita fra  loi'O ,  che  il  Pontefice 
Gregorio  IX,  come  narra  il  Petri- 
ni a  p.  1 34,  nel  123-2  volendo  por- 
re un  termine  a  tal  disordine  fece 
occupare  Paliano ,  e  dopo  averlo 
messo  in  istato  di  buona  difesa  in- 
dusse i  magnati  e  condomini  del- 
le due  terre  suddette  a  venderglie- 
le ,  siccome  si  trae  dai  documenti 
di  tale  vendila  e  cessione:  il  Cec- 


288  FRO 

coni  aggiunge  a  p.  i6i,  che   Gre- 
gorio IX  proib\  che  tah   luoghi   si 
alienassero  dalla  santa  Sede.  Dalle 
mani  di  Gregorio  IX  Serrone  e  Fa- 
llano passarono  in  quelle  de' suoi  ni- 
poli,  cioè  ai  conti  di   Segni,  che  li 
possederono  sino  al  i38g,  nel  qua- 
le   anno    Uibnno  \I    discacciò    da 
queste    terre  lldebrandino  ed  Adi- 
nolfo  Conti,  che  nel  1378  a vea  ri- 
conosciuti   come    signori.     Però    il 
successore  Bonifacio  IX  ne  li  rimi- 
se   in    possesso ,    e  dichiarò    vicari 
per  anni  ventinove;  quindi  Giovan- 
ni XXIII    confermò    le    investiture 
di  Bonifacio  IX,  ed  inoltre  le  este- 
se   a   favore   d'  lldebrandino    e  dei 
suoi  figli  fino  alla  terza  generazio- 
ne. Assunto  però  al  pontificato  Mar- 
tino V,  ne  dispose  a  favore  di  Anto- 
nio ed  Odoaido  Colonna  suoi  nipo- 
ti, ed  i  loro  discendenti  conservano 
ancora   i    titoli    feudali    di     queste 
terre,  che    soggiacquero  a  tutte  le 
vicende  politiche  dei   Colonnesi  ,   e 
nella  guerra  sotto  Paolo  IV   Caraf- 
fa, Serrone  fu  incendialo  a'  18  di- 
cembre i556.  Presso  il  luogo  chia- 
malo   la  Forma    vi    sono  pure  gli 
avanzi   di  altre  antichità,  che  fanno 
congetturare  di  qualche  città,  o  al- 
meno di  splendida  villa.   Nel  fondo 
detto  Mora  del  fattore,  sul  confine 
col   territorio  di   Piglio,  vi   sono  ri- 
marchevoli    rovine    e    rottami     di 
marmi  scolpiti.  Il  Petrini  dice  che 
nel    iSaS    con    alcune    rendite    di 
Serrone  fu  formata  una  commen- 
da, forse    la  rettoria    di   Paliano  e 
Serrone ,    che    soleva    conferirsi    ai 
vescovi  prenestini. 

Piglio,  luogo  della  diocesi  di  Ana- 
gni  con  chiesa  collegiata  e  matrice 
viffiziata  da  nove  beneficiati  e  dall'ar- 
ciprete. \  i  ha  pure  la  chiesa  parroc- 
chiale dedicata  a  s.  Lucia  con  abba- 
te e  beneficiati.  Vi  sono  ancora  due 


FRO 

belli  conventi  de'  conventuali  e  dei 
minori  riformati:  il  primo  è  situato 
sul  monte ,  ove  dimorò  e  morì  il 
b.  Andrea  Conti  anagnino,  le  cui 
ossa  si  venerano  nella  chiesa  di 
S.Lorenzo,  speciale  protettore  del 
paese;  l'altro  è  posto  in  piano,  con 
nobile  ed  elegante  chiesa  dedicata 
a  s.  Gio.  Battista.  Allorché  nel  i65.5 
la  peste  desolò  queste  contrade ,  i 
popolani  ricorsero  alla  Madonna 
della  Rosa  che  si  venerava ,  me- 
diante un'immagine,  entro  la  sua 
cappella,  ove  poi  fu  fabbricata  dal- 
la riconoscenza  de'  fedeli  la  chie- 
sa. Antica  è  l'origine  che  vanta 
Piglio  d'Anagni,  dicendo  il  Piazza 
nella  Gerarchia  cardinalizia,  ed 
altri,  essere  stato  fabbricato  per  or- 
dine di  Quinto  Fabio,  quando  con 
Quinto  Marcello  si  recò  nel  paese 
dei  IMarsi  contro  il  capitano  car- 
taginese Annibale  ,  e  che  lo  chia- 
masse Pileum  dall'essergli  stato  por- 
tato via  da  furioso  vento  il  cap- 
pello dal  capo  ,  laccolto  da'  suoi 
soldati,  ciò  che  Q.  Fabio  prese  iu 
segno  di  felice  augurio.  Come  feu- 
do. Piglio  fu  signoreggiata  dai  Co- 
lonnesi. 

PiPERxo  i^Vecli).  Sede  vescovile 
e  capoluogo  di  governo,  nel  qua- 
le vanno  unite  le  comuni  di  Roc- 
ca^ecca,  di  Maenza,  di  Prossedi , 
coU'appodiato  Pislerzo  ,  e  di  Eoe- 
cagorga.  Il  comune  di  Roccasecca, 
diocesi  di  Pi  perno,  ossia  di  Terra- 
cina ,  è  situato  sul  dorso  di  un 
monte  di  vivo  scoglio,  di  prospetto 
alla  città  di  Piperno,  ma  in  piano 
ameno  ed  esteso,  di  forma  ovale, 
servendo  le  abitazioni  di  rama  ca- 
stellane. Vi  sono  tre  torrioni,  e  la 
chiesa  dedicata  all'  Assunzione  del- 
la Beata  Vergine;  essendo  il  pro- 
tettore della  terra  s.  Massimo  levi- 
la e  martire,  il  cui  corpo  si  vene- 


FRO 

ra  sotto  l'altare  maggiore.  La  chie- 
sa è  ben  costiutta  ,  con  regolare 
facciata,  la  (|nale  fu  eretta  per  or- 
dine del  cardinal  Camillo  Massimi. 
Appresso  vi  è  il  palazzo  baronale 
di  elegante  e  solida  architettura  , 
in  forma  di  parallelogramma.  Ol- 
tre le  scuole  elementari,  vi  sono  le 
maestre  pie  costituite  nel  1823  dal 
vescovo  Carlo  Cavalieri  Manassi. 
L' Amasene  divide  il  territorio  di 
Roccasecca,  che  è  irrigato  da  mol- 
te salubri  fonti.  Avvi  la  chiesa  sub- 
urbana  di  s.  R.afraele  arcangelo 
rovinala  dai  frequenti  fulmini,  con 
pitture  del  Domenichino  :  quelle 
dell'altare  maggiore  rappresentano 
la  Madonna  degli  Angeli  ,  con  To- 
bia e  Tobiolo,  le  nozze  di  Tobia  , 
la  Probatica  piscina,  ed  un  angelo; 
più  il  vecchio  che  al  comando  di 
Gesù  Cristo  prende  il  suo  fagotto, 
folle  grabatutn.  Roccasecca  con  ti- 
tolo di  marchesato  nel  i556  fu 
acquistato  da  Lelio  figlio  di  Luca 
de  Massimi  e  di  Virginia  Colonna, 
da  Giovanni  Caraffa  duca  di  Pa- 
liano  nipote  di  Paolo  IV,  che  due 
anni  prima  l'aveva  comprata  dal- 
la famiglia  Conti  signoia  del  pae- 
.se  :  Camillo  Massimo  patriarca  di 
Gerusalemme,  poi  cardinale,  nel 
1659  fece  ornare  la  detta  chiesa 
di  s.  Maria  degli  Angeli ,  e  di  s. 
Raffaele  con  pitture  dal  Domeni- 
chino, giù  ricordate,  e  dal  mede- 
simo nel  palazzo  baronaie  fece  rap- 
presentare la  natività  del  Salvato- 
re. Dipoi  i  marchesi  INIassimo,  ora 
principi  ,  alienarono  Roccasecca  in 
favore  della  principesca  famiglia  Ga- 
biielli  ,  coi  diritti  fendali.  Rocca- 
secca  si  vuole  che  abbia  avuto  ori- 
gine dalle  prossime  rovine  dell'antico 
Piperno,  di  cui  essa  era  la  rocca  e 
il  forte;  che  avesse  già  nome  di  Ca- 
sullo  della  Croce,    Caslniin  Crucis, 

VOL.     EXVII. 


FRO  289 

perchè  quivi  i  volsci  massime  i  pri- 
vernati  facevano  giustizia  dei  rei 
col  crocifìggerli  ;  indi  nel  suo  in- 
grandimento fosse  appellata  Terra 
floridis,  e  si  aggiunge  che  vi  fosse 
allevata  la  famosa  Camilla  ,  figlia 
del  re  volsco  Maratto  o  Metabo. 
Da  molti  storici  si  è  scritto,  che 
sotto  le  mura  di  Roccasecca  nel 
pontificato  di  Giovanni  XXII I,  ai 
19  maggio  i4'i!  Ladislao  re  di 
JN'apoli  fu  interamente  disfatto  dal 
re  Lodovico  d'Angiò  a  cui  il  Pa- 
pa avea  dichiaralo  appartenere  quel 
regno,  e  perciò  mandato  in  suo  soc- 
corso Paolo  Orsini  generale  della 
Chiesa  ,  e  Francesco  Sforza  :  altri 
famosi  capitani  pugnarono  in  quel- 
la famosa  battaglia,  e  se  l'esercito 
non  si  abbandonava  a  far  bottino, 
Ladislao  avrebbe  ancora  perduto 
il  regno.  Ma  questo  avvenimento 
non  ebbe  affatto  luogo  in  Rocca- 
secca  dello  stato  pontificio,  sibbe- 
ne  in  Roccasecca  castello  del  re- 
gno di  Napoli,  nella  provincia  di 
Terra  di  Lavoro,  nel  quale  ordi- 
nariamente suole  risiedervi  il  ve- 
scovo d'Aquino,  patria  del  dottore 
s.  Tommaso  d'Aquino  (che  altri 
dicono  nato  in  Aquino),  e  di  molti 
uomini  illustri  ;  al  presente  vi  è 
domiciliata  la  famiglia  del  vivente 
cardinal  Anton  Maria  Cagiano- de- 
Azevedo. 

Maenza  è  una  terra  sottoposta 
alla  detta  diocesi,  cinque  miglia  di- 
stante da  Piperno;  è  situata  su  di 
un  monte  dove  si  respira  un  cli- 
ma temperato,  per  essere  riparata 
dai  monti  Lepini  a  tramontana  ed 
a  levante,  con  diversi  buoni  fab- 
bricati. Vi  è  una  chiesa  collegiata 
insigne  ,  sotto  il  titolo  della  Beata 
Vergine  assunta  in  cielo,  con  ca- 
pitolo composto  di  otto  canonici  e 
due  beneficiati  obbligati  alla  quo- 
19 


ago  FRO 

tidiana  ufficiatura  :  più  allra  chie- 
sa dedicata  a  s.  Maria  della  Stella 
con  sei  beneficiati,  obbligati  nelle 
feste  ad  intervenirvi.  E  pioteltore 
del  paese  s.  Eleuterio  ;  ha  un  con- 
■vento  suburbano  de'  minori  con- 
ventuali ,  le  pubbliche  scuole  ele- 
mentari, le  maestre  pie  ed  un  ospe- 
dale per  gì'  inferrai.  Il  castello  di 
Maenza  appartenne  ai  potenti  Cae- 
tani ,  poscia  passò  ai  Borghese,  ed 
ora  è  della  secondogenilura  di  tal 
principesca  famiglia,  cioè  degli  Al- 
dobrandini  ;  ed  è  perciò  che  a  que- 
sti appartiene  l'antico  forte  di  Maen- 
za, fabbricato  ragguai  devole,  al  pre- 
sente palazzo  baronale:  esso  è  di 
figura  quadrilatera  avente  a' tre  an- 
goli tre  torrioni  che  sporgono  in 
fuori,  ed  uno  nel  centro  della  fac- 
ciata che  guarda  il  mezzodì.  Si  ve- 
dono tuttora  i  luoghi  pei  spingar- 
di  nel  torrione  più  grande  a  tra- 
montana ,  e  dove  sono  altri  vani 
che  guardano  l'ingresso  ed  i  lati 
per  difesa.  Si  ascende  al  forte  per 
un  ponte  di  materiale  ,  che  dicesi 
sostituito  al  levatoio,  e  che  ha  di- 
nanzi una  piazza  ben  difesa  da  mu- 
ra castellane.  La  singolare  solidità 
di  questo  edificio,  viene  maggior- 
mente resa  tale  dai  forti  speroni 
esterni  che  lo  cingono.  E  costan- 
te tradizione  che  in  esso  abbia 
alloggiato  s.  Tommaso  d'Aquino, 
onde  avvi  una  camera  tenuta  in 
venerazione.  Il  forte  è  precisamen- 
te collocalo  sul  vertice  del  monte 
in  cui  è  fondata  Maenza;  nell'in- 
gresso del  salone  si  legge  ;  raimun- 

DUS    CAETANUS  HANC   ARCEM    RESTITUIT 

Mcc.  I  campi  di  Maenza  sono  be- 
ne coltivati  ,  essendo  ferace  il  ter- 
ritorio. Il  popolo  maentino  festeg- 
giò a'  5  maggio  il  passaggio  che 
fece  per  la  via  Casilina  il  regnan- 
te Gregorio  XVI,  che  da  Frosiuone 


FRO 

si  recava  a  Terracina.  La  popola- 
zione si  fece  trovare  in  detta  via 
con  ogni  segno  di  letizia  e  divozio- 
ne ,  presso  il  grandioso  e  ben  or- 
dinato arco  trionfale  di  verdura  da 
essa  eretto,  decorato  dallo  stemma 
pontificio,  in  mezzo  a  due  ghirlan- 
de d'alloro,  simbolo  di  trionfo,  con 
analoga  iscrizione;  mentre  il  suo- 
no delle  campane  del  vicino  paesC;  e 
quello  della  banda  musicale  accom- 
pagnava gli  evviva  dei  maentini. 
Ivi  la  magistratura,  il  clero  seco- 
lare e  regolare  con  l' arciprete,  e 
le  principali  famiglie  di  Maenza 
ebbero  l' onore  di  baciare  i  piedi 
del  Pontefice  ,  sedente  sul  trono 
appositamente  innalzato  per  liceve- 
re  l'apostolica  benedizione,  che  il 
Papa  benignamente  comparti.  Tor- 
nati gli  abitanti  di  Maenza  al  loro 
municipio  giubilanti  per  si  piace- 
vole giornata ,  la  terminarono  con 
generale  illuminazione,  come  ave- 
vano fatto  nella  sera  precedente , 
con  fuochi  di  artifizio  e  suoni  di 
banda,  non  che  coli' accensione  di 
molti  fuochi  di  gioia  ,  che  nel  si- 
lenzio della  notte  riflettevano  dalle 
cime  di  quegli  Apennini  ,  in  mez- 
zo a  cui  siede  Maenza,  sino  al  fon- 
do delle  cupe  valli  ;  spettacolo  ve- 
ramente festivo,  a  cui  deve  aggiun- 
gersi che  i  maenlini,  quasi  custodi 
di  antica  tradizione,  onde  celebra- 
re l'avvenimento,  aggiraronsi  nella 
notte  pei  monti,  facendo  risuonare 
voci  affettuose  di  letizia ,  per  dare 
anche  in  tal  modo  al  loro  padre 
e  sovrano  un  attestato  innocente 
di  sudditanza  e  di  amoroso  attac- 
camento 5  che  un  maentino  espres- 
se con  epigrafe  che  pose  a  pie  del 
busto  rappresentante  Gregorio  XVI 
nella  sala    comunale. 

Prossedi  appartiene  alla  diocesi  di 
Ferentino,  e  si  eleva  su  bassa  collina. 


FRO 

La  chiesa  collegiata  e  parrocchiale  è 
dedicata  a  s.  Agata,  essendone  coin- 
jirotcltore  s.  Sebastiano  :  l'immagine 
della  santa  scolpita  in  legno  è  un 
antico  e  pregialo  lavoro.  x\nnesso  a 
tal  chiesa  è  in  costruzione  un  mae- 
stoso e  vasto  tempio,  degno  di  gran 
città,  con  abitazione  pel  vescovo  in 
tempo  di  visita:  il  Papa  regnante, 
e  il  cardinal  Antonio  Tosti  attua- 
le protettore  di  Prossedi  hanno 
contribuito  elargizioni  per  tal  fab- 
brica. II  paese  è  cinto  da  mura  ca- 
stellane, aventi  due  porte  e  sei  pic- 
cole torri  :  nelle  sue  vicinanze  e 
sulla  via  Urbana  nel  pontificato  di 
P>enedetto  XIV,  Livio  de  Carolis  e- 
resse  una  fontana.  Questa  antica 
regione  de'  volsci  fu  popolata  dopo 
la  distruzione  di  Piperno  vecchio 
da  alcuni  suoi  abitanti,  ed  allora 
chiamossi  Perseì,  come  accenna  lo 
statuto  locale  fallo  nel  1671.  Il  luo- 
go ha  dato  alcuni  eccellenti  pittori, 
ha  clima  eccellente,  e  fertile  terri- 
torio: avvi  scuola  elementare  e  le 
maestre  pie.  Prossedi  anticamente 
appartenne  alla  famiglia  Conti,  dal- 
la quale  nel  i544  l'acquistò  Luca 
de  Massimi  che  vi  stabilì  la  prima 
primogenitura  che  si  abbia  notizia 
in  P\oma,  con  titolo  di  marchesato, 
il  quale  dopo  essere  rimasto  circa 
due  secoli  nella  sua  discendenza,  è 
ora  posseduto  dal  principe  Gabriel- 
li, in  un  al  maestoso  palazzo  somi- 
gliante ad  una  rocca,  con  quattro 
torri  quadrate  agli  angoli.  Nel  1727 
reduce  Benedetto  XIII  da  Beneven- 
to, venerdì  -2 3  maggio  onorò  di  sua 
presenza  Prossedi,  vi  ascoltò  la  messa 
celebiata  nella  chiesa  di  s.  Agata  dal 
cappellano  segreto  monsignor  Lon- 
go,  e  fu  nel  palazzo  baronale  trattato 
magnificamente  dal  marchese  Livio 
de  Carolis,  spettando  allora  a  lui 
il   feudo   di    Pi'ossedi.    Ivi  ricevette 


FRO  291 

gli  omaggi  del  vescovo  di  Ferenti- 
no, di  monsignor  Pietro  de  Caio-  »jk 
lis  chierico  di  camera  fratello  del 
marchese,  la  presentazione  delle 
chiavi  della  terra,  e  quelli  di  ven- 
tiquattro soldati  ben  monturati  del 
feudatario.  Dopo  aver  Benedetto 
XIII  compartita  la  benedizione  al- 
l'affollato popolo,  fra  gli  evviva  pro- 
seguì il  viaggio  per  Sezze.  Il  no- 
minato Papa  Gregorio  XVI  por- 
tandosi a  Terracina,  nel  suindicato 
gioino  si  fermò  alquanto  in  Pros- 
sedi -,  festeggiato  con  bellissimo  ar- 
co trionfale  tutto  massiccio  di  bus- 
si ed  altra  verdura  tramezzata  con 
fiori,  con  iscrizioni  a  lettere  d'oro. 
Ivi  venne  il  Pontefice  condotto  a 
braccia  da  una  banda  di  giovani 
terrazzani,  cui  fu  permesso  slacca- 
re i  cavalli  del  suo  legno  :  fu  ri- 
cevuto dal  vescovo  diocesano  mon- 
signor Benedetto  Antonio  Antonuc- 
ci, dal  clero  e  dalla  magisUatuia. 
Visitò  la  chiesa  in  costruzione,  in 
quella  di  s.  Agata  ricevette  dal  ve- 
scovo la  benedizione  col  ss.  Sagra- 
mento ,  e  la  diede  colla  pontifìcia 
destra  dalla  loggia  eretta  sotto  il 
palazzo  baronale,  fra  le  di  vote  ac- 
clamazioni deir  esultante  popola- 
zione. 

P'sterzo  è  appo  dialo  di  Prossedi 
che  giace  su  arduo  monte,  avendo 
per  protettore  s.  Michele  arcange- 
lo. Fu  già  feudo  della  famiglia  Mas- 
simi,  ed  acquistato  nel  i544  col  "* 
titolo  di  baronia  da  Luca  de'  INIas- 
simi,  indi  passò  in  proprietà  della 
principesca  famiglia  Gabrielli. 

Roccagorga  è  posta  nella  diocesi 
Terracinese,  in  posizione  veramente 
deliziosa ,  su  feracissimo  colle,  con 
due  borgate,  e  convenienti  fabbrica- 
ti. Si  vuole  che  nella  distruzione  del- 
l'antico Piperno,  certa  Gorga  matro- 
na di  quella  città,  si  recasse  in  que- 


292  FRO 

sto  sito,  e  vi  fabbricasse  un  palazzo 
ed  una  rocca;   quindi   in   tempo  di 
pestilenza    dicési  che  fosse  edificato 
il  castello  nella    vetta    del    monte, 
che    fu    abbandonato    tosto    che  il 
contagio  svanì,  e  che  molta  di  quella 
popolazione  quivi  si   rifugiasse.   Ha 
vasta  piazza  disposta  con  vaga  sim- 
metria, e  forma  agonale:  essa  dalla 
parte  del  palazzo  baronale  costitui- 
sce un  semicircolo,  avente  due  ra- 
mi di  gradini ,  che  mettono  ad  un 
falso  piano  da    cui    si    giunge    do- 
po   molti    passi    ad    egual    semicir- 
colo ,    terminato    il     quale    si    sale 
al    palazzo  medesimo  per  due  rami 
laterali     ed  eguali  di   scala.  Dal  la- 
to della  collegiata    si    vede    un  re- 
cinto   ovale  per    delizia    e  comodo 
pubblico,  e  di  prospetto  all'ingres- 
so del   paese  evvi   un  fonte  di  mar- 
mo con  tazza  rotonda,  che  al  no- 
minato recinto    sovrasta.    Nel    pia- 
no della    piazza    vi  è  una  copiosa 
fontana    d'acqua    perenne,    e    dal- 
la parte  del    campanile    sta    il  la- 
vatoio. La    chiesa    collegiata  è  co- 
struita    nella     parte     più    eminen- 
te, e  di  prospetto  al  palazzo  baro- 
nale, maestoso  e  vasto,  dove   anti- 
camente era  il  tempio  parrocchiale. 
Vi   è  una   piccola   torre  quadrilate- 
ra, che  serve  di   pubblico  orologio, 
e   lo  adorna  bel   loggiato,  di  fronte 
alla  collegiata.    E    bella  la  facciata  ' 
della  chiesa  con  dignitosa  gradina- 
ta, leggendosi  in  alto:  divis  Leonar- 
do AC  ERASMO  MDccLxxv.  11  SUO  in- 
terno è  a  tre  navi,  con  tre  cappel- 
le per  parte,  con  basi  di  travertino 
ed  eleganti   stucchi.    L'altare  mag- 
giore è  adorno  di   marmi   pregevoli, 
cogli  stemmi  del  cardinal  Ginetti.  La 
sagrestia   di  forma  ottangolare,  con- 
tiene i   marmorei  busti  di  Marzio  e 
Giuseppe     marchesi     Ginetti,     Gio. 
Francesco  e  IMarzio  cardinali:   sul- 


FRO 
la  porta  oltre  Io  stemma  di  tal  fa- 
miglia  vi  sono  i   busti   di  Giovanni 
Ginetti  e  di  suo  figlio  Gio.  Paolo, 
con   iscrizióne    che    dice    avere    tal 
nobile  famiglia  eretto  il  tempio  nel 
lyoS,    e  decorato  con    canonici    e 
beneficiati.   Roccagorga  anticamente 
appartenne  come  feudo  ai   Caetani, 
poscia  ai  Ginetti  marchesi  di  Castel 
Ginetto,  dai  quali  per  eredità  pas- 
sò nei   Lancellolti ,    e    da  questi   la 
comprò  Bernardo    Orsini ,  duca  di 
Gravina  e  principe  di    Solofra.    In 
fine  fu  assegnata  nel  i8io  per  dote 
a  d.  Maria  Teresa  Orsini,  quando  si 
sposò  col  principe  Doria  Pamphily, 
la  qual    famiglia   ora    n'  è   signora. 
Recandosi    il    Papa    Gregorio  XVf 
nel  suddetto  giorno  a  Piperno,  già 
capitale  de'  volsci,  e  municipio  ro- 
mano, per  passare  a  Terracina,  gli 
abitanti  di   Roccagorga  nel  quadri- 
vio delle  strade  di   Prosinone,   Pi- 
perno  ,  Sezze  e  Roccagorga  forma- 
rono   un    piano    regolare    di  circa 
quaranta    palmi     di  diametro,    nel 
luogo  così  detto    la   Coua   romana, 
e  vi  eressero  un  obelisco  a  finto  gra- 
nito orientale,  dipinto  a    geroglifici 
tratti  da  antichi  monumenti  egizia- 
ni, e  sormontato  dalle  chiavi  dei  tri- 
regno, dalla  cui  estremità   tutta  la 
mole  era  alta  da   terra    cinquanta- 
tre palmi ,    compreso    il  piedistallo 
d'ordine  dorico    a    finto  marmo  di 
Carrara,  su  i   di  cui  specchi  circon- 
dati   da    quattro    statue   rappresen- 
tanti  le  virtù  cardinali  ,  parimente 
a    finto     marmo    chiaroscurate    di 
grandezza  sopra  la   naturale,  con  le 
loro  basi   d'ordine   toscano,  ed  ana- 
loghe iscrizioni  italiane,  latine  e  gre- 
ca,   le   prime  due  del  canonico  Gio- 
vanni Pvivoltini,   le  altre  tre  del  sa- 
cerdote  Fortunato  Cassero  maestro 
di   eloquenza   nel   seminario  di  Sez- 
ze.  11   Pupa  lodò  l'obelisco  e  l'ar- 


FUO 
tcfice  Ignazio  Niirclncci  romano  do- 
miciliato in  Roccagoiga,  che  am- 
mise al  bacio  del  piede,  insieme  al 
clero,  magistratura,  ed  altre  distin- 
te persone,  offrendoglisi  fra  gli  ev- 
viva due  sonetti.  Presso  Piperno  è 
il  celebre  monislero  €  chiesa  di 
Fossanuova  (f^edi). 

V allecorsa.  Sede  di  governo  , 
diocesi  di  Gaeta  nel  regno  di  Na- 
poli, e  borgo  attorniato  da  mon- 
tagne sempre  verdi  per  le  loro 
foltissime  selve,  di  buon  clima. 
L'  abitato  lo  circonda,  e  gli  ser- 
ve di  mura,  con  quattro  porte,  e 
diverse  torri  antiche  che  sono  di 
tratto  in  tratto  in  vari  punti:  fuo- 
li  del  paese  vi  sono  alcmie  borga- 
te. Dicemmo  già  che  fra  gli  anti- 
chi popoli  del  Lazio  i  volsci  occu- 
parono non  poca  estensione  di  ter- 
ritorio, ed  avevano  nome  di  gente 
eminentemente  bellicosa.  Vuoisi  che 
confinassero  cogli  ausonii  ,  ed  il 
monte  appellato  Chiavino  formasse 
imo  dei  limiti  della  divisione.  Se- 
guendo questa  linea,  Valle  Corsa  si 
troverebbe  allora  poco  lungi  da 
quel  monte,  e  cos'i  a  taluno  aman- 
te delle  patrie  antichità  ,  come  al 
eh.  Michele  di  Mattia,  che  si  pro- 
pone pubblicarlo  colle  stampe,  è 
sembrato  di  poter  rintracciare  a 
quale  delle  città  volsche  corrispon- 
desse la  recente  Valle  Corsa,  cioè  a 
Verrugine^  notevole  comunità  de' vol- 
sci, che  entro  teria  si  avea  tal  nome, 
poiché  si  ha  da  Catone  in  un  pas- 
so dell'opera  perduta  intitolata  Ori- 
ginum  ,  che  ci  è  slato  conservalo 
da  Nonio  lib.  11,  §  909,  e  da  Gel- 
lio  lib.  Ili,  cap.  VII,  ove  si  dice, 
Verruca  chiamarsi  i  siti  alti  ed  as[)ri. 
Verrugine,  secondo  l'encomialo  val- 
lecorsauo,  era  non  lontana  da  Ar- 
tena,  però  il  p.  Theuli  nel  Teatro 
tilorico    di    VdleUi    insigne  ciltà  e 


FRO  293 

capo  de^  i'olsci,  a  pag.  3i,  la  dice 
poco  lungi  da  Ferentino  ,  che  fu 
presa  nel  cons.  LXXXIV,  essendo 
consoli  Gneo  Cornelio  Cossio  e  Lu- 
cio Furio  Medullino;  che  restava 
però  intatta  la  rocca,  ed  i  romani 
partivano  confusi  e  senza  vittoria, 
se  un  servo  traditore  non  la  dava 
in  mano  de'  nemici  che  la  combat- 
tevano. Ora  Valle  Corsa  sorge  so- 
pra il  primo  ripiano  di  un  monte, 
che  quindi  a  più  riprese  s'innalza 
a  più  migliaia  di  piedi  sul  livello 
del  mare,  ed  è  un  punto  di  con- 
fine: Valle  Corsa  è  non  lontana  da 
s.  Lorenzo^  che  si  pretende  l'anti- 
ca Artena,  dunque  stando  a  tale 
opinione  sembra  che  Valle  Corsa 
e  Verrugine  non  abbiano  che  una 
medesima  situazione ,  narrando  il 
medesimo  Theuli  a  p.  43,  che  Ver- 
rugine, che  Tito  Livio,  Decad.  r, 
lib.  IV,  disse  Ferruginem  in  Voi- 
scis  eodeni  exercitiun  receptani ,  fu 
presa  da'  romani  e  fortificala  nel 
consolato  LX,  per  cui  i  volsci  ne 
fecero  strepito  grandissimo,  laonde 
venne  poi  loro  tolta  ;  ma  nel  con- 
solato di  Gneo  e  Lucio  mentovati, 
fu  perduta  di  nuovo.  Antonio  Ric- 
chi nella  Reggia  de'  volsci  a  p.  243, 
ci  dà  più  ampie  notizie  di  Ver- 
rucca  o  Verrugine,  che  qui  ripor- 
teremo. Variò  più  volte  il  dominio 
di  questo  forte  castello  de]  volsci, 
perchè  prima  espugnalo  dai  roma- 
ni, e  da'  medesimi  fortifica  lo  l'anno 
3io  di  Roma  nei  consolati  di  M. 
Gennuccio  Arguino,  e  di  C.  Cur- 
zio Filone,  dicendo  Livio  loco  ci- 
tato lib.  IV,  Laeti  audicre  patres 
votscos  equosque  oh  conwiunitam 
J  crrugineni  fremere.  Ma  assalito  di 
nuovo  dalle  armi  volsche,  tornaro- 
no a  reintegrarsi  di  Verrugine,  co- 
me spiega  Valerio  Massimo,  nel 
lib.   HI,  0.  2,  dicendo:   C.  Sempro- 


*«• 


294  1  l^<-> 

nio    Atraliiiu    constile     cuiii    volscis 
apud  Fermginein  paium   prospere 
(liinicanle.  Frualmente  i  romani  do- 
po aver  saccheggiato    il    luogo,    e 
depredalo    i    campi     de'  volsci    ed 
equi  nell'anno    di  Roma    332,  nel 
consolato   del    detto    Atratino  e  di 
Q.  Fabio   Vibulano,    furono  creati 
tribuni  delle  milizie  con  potestà  con- 
solare  Lucio   Furio  Medullino,    C. 
Valerio  Polito,  Gneo  Fabio  Vibu- 
lano  e  Caio    Servilio    Ala:    questi 
con  grosso  esercito  invasero  Verru- 
gine,  e  riportarono  vittoria  median- 
te strage  sanguinosa  de' popoli  vol- 
sci, come    in  due  de'  citati    luoghi 
narra    Livio.    Soggiunge    il    Ricchi 
che  oggi  di  Verrugine  non  si  tro- 
va memoria  de'  suoi  vestigi,  ne  pu- 
re il  luogo  dove  sorgesse,  e  che  so- 
lo insegna    il    Cluverio    che    slasse 
ne'  confini  degli  equi,  fra   Vellelri, 
Cori    ed   Algido,    ed  il  p.   Kircher 
dice  che  Veirugine   fosse  nei  cam- 
pi ernici ,    confinanti    con  gli  equi, 
fra  Ferentino  e   Segni ,   riposta  in 
una  montagna    vicina    ad  Antenna 
ed  Ecetra  ,    la  quale   ancora  viene 
disegnata  da  altri  storici  sopra  una 
falda  che  avea  contigui  cinque  mon- 
ti. Antonio  Nibby  nel  tom.  Ili,  p. 
472  e  seg.  AeW Analisi  de  dintorni 
di  RomUj  parla  di   f^errucaj  Ver- 
rucOi   Colle  di  ferro ^  e  dopo  avere 
con   opportune   testimonianze  spie- 
gato il  nome    per  una  città  posta 
sopra  un  colle  isolalo,  aspro  di  ac- 
cesso  e  di  ristretta  dimensione,  pas- 
sa   a  dire    come    Livio    la  credette 
situata    nella    valle    del    Telerò    o 
Treroj  opinando  da    quanto  addu- 
ce, che   un    colle  presso    Monlefor- 
tino  succeduto  ad  Artena  de' volsci, 
e  che  Segni,  eh'  era  colonia  romana 
fino  dai   tempi   di   Tarquinio  il  Su- 
perbo, o  Valmontone,  che  dice  cor- 
iispoudcie  a    Tulcriunt  ovvero  Col' 


FUO 

le  di  ferro,  conservino  le  tracce  di 
quello    di  Feiruca.  o  Verruca,   Ag- 
giunge  che  i  romani  della    colonia 
di    Segni    l'anno     3 io     munirono 
Verruca    per    frenare  i  volsci  e  gli 
equi ,    i  quali    se    ne    impadroniro- 
no nell'anno  347,    i"^'  venne    ri- 
presa   dai    romani.    Due    anni    do- 
po la  ritolsero    i    volsci    ai   romani 
che    vi    perderono   il    presidio   per 
tardanza    di    soccorso.    Ritolta    dai 
romani  Verrugine,  la    presidiarono 
di  nuovo  ;   era    in  loro    potere   nel 
36 1,  ed  era  stata  occupata  dal  tri- 
buno militare    C.  Emilio    con  una 
parte  dell'  esercito  romano,  mentre 
l'altro  tribuno  Spui'io  Postumio  si 
die  a  saccheggiare  il  territorio  ne- 
mico col  restante  delle  truppe;  que- 
ste   però    furono    colle    dagli  equi, 
e  forzate  a  guadagnare  i  colli  adia- 
centi, fra'  quali  Colle  Sacco.  Il  tri- 
buno infiammò  i  suoi  alla  vendet- 
ta, assalirono    i    nemici ,    che  però 
impedirono    le    comunicazioni    eoa 
Verrugine.  Le  grida  dei  combatten- 
ti furono  intese  dal  presidio  di  Ver- 
rugine, e  malgrado    le  rimostranze 
di  Emilio  abbandonò  la  terra  e  fug- 
gii  per    la    gola    dell'Algido  a  Tu- 
sculo.    Il    d'i    seguente  però  Postu- 
mio sconfisse  interamente  gli   equi, 
e  riacquistò   la  città;  tanto  la  guer- 
ra del  349,    che    questa  del  36 1, 
sono  narrate    da    Diodoro    nel  lib. 
XIV,  e.  VI  e  XCVIII,  che  in  un 
a   Livio  la  dicono    città    de'  volsci. 
Conchiude  il  Nibby,  che  dopo  quel- 
r  epoca   non   si   ricorda   piìi  Verru- 
gine, che  fu   probabilmente  abban- 
donata, e  che  ne'  tempi  bassi  sorse 
sulle  sue  rovine  il  castello  di  Colle 
Ferro,  proprietà  de'  conti  di  Segni, 
oggi    deserto.   Il   medesimo  scrittore 
poi  discorre  di    Artena  nel  lom.  I, 
p.   270,  e  dice  che  furono  due,  una 
fra  Cere  e  Veii    de' ceriti,    l'altra 


FRO 

nei  volsci  tra  Ferentino  ed  Ecetra, 
a  cui    dice    succeduta    la    lena    di 
Monlefortino.   Tultavolla  in   favore 
di  quelli  che  credono  Valle   Corsa 
sorga   presso  l'antica  Verrugine,  di- 
remo che  gli  avanzi  di  antichi   ac- 
quedotti, di  casse  mortuarie  di    la- 
ttrizio   materiale,  e  il  frequente  rin- 
venimento di  antiche  monete  d'ar- 
gento nei  dintorni  di   Valle  Cor^a, 
j)uò  fare  argomentare  quivi  l'esisten- 
za in  remole  epoche  di  una  ragguar- 
devole terra.   Che  questa  terra  fosse 
la   Verrugine  de'  volsci,  si  diceche 
dopo    la  sua   memorata  distruzione 
del   347    tosse  quindi   restaurata  dal 
console     Caio    Curzio    Filone,     che 
vuoisi  appartenuta  all'agro  Fabra- 
tenio  ;   che    quivi    quella    famìglia 
Curzia   ebbe  della    possidenza  ,  che 
si   estendeva    pur    anco    nei    campi 
Verruginati  ,  i   quali   stando  a   tale 
opinione    da    quel    console    presero 
poscia   la   denominazione  di    f^allis 
Curtia  ,    ossia    Valle  della  famiglia 
Curzia,  donde    provenne    quello  di 
Valle  Corsa,   la  quale  conta  più  di 
quattromila  abitanti,  ed  ha  tre  chie- 
se  parrocchiali.    La    prima  è  dedi- 
cata a   s.   Martino    vescovo  ;   è   ma- 
trice con   fonte  battesimale.  La  se- 
conda è  dedicata  a    s.  Michele    ar- 
cangelo    protettore     principale    del 
luogo ,   il   cui  quadro  è   un  bel  di- 
pinto   di  Jacopo    Zucchi.    La   terza 
è  dedicata  alla  Beata  Vergine.  Ognu- 
na di  queste  chiese  ha  un  rettore, 
e  due  canonici  :  il  rettore  di  s.  Mar- 
tino dignità  del  capitolo  ha  il  no- 
me di    arciprete,  gli   altri   due   ret- 
tori   sono    chiamati     abbati   curati. 
Questi  nove  capitolari  si  recano  uni- 
tamente nelle  rispettive  domeniche 
ad  officiare    in  una  delle    tre  par- 
rocchie ,  seguendo  un  certo  ordine 
stabilito .    Tra    le    altre    chiese    di 
Valle  Corsa  merita  menzione  quel- 


FRO  295 

la  di  s.  Antonio  abbate,    la  quale 
prima    che   si   concedesse  ai  sacer- 
doti   missionari     del     preziosissimo 
sangue  di  Gesù  Cristo ,  presentava 
nelle  sue  forme  un'  architettura  di 
stile  gotico,  non  dissimile  dagli  avan- 
zi di  altri  pochi  fabbricati  della  stes- 
sa costruzione.    Questa  chiesa  di   s, 
Antonio    appartenne    ai    monaci,  o 
canonici  regolari    viennesi ,    i  quali 
lascialo  il   locale  fu  poscia  eretto  in 
commenda,    essendone    stati  fra  gli 
altri   commendatori,  il  cardinal  Ce- 
sare Baronio,  ed  il  prelato  Orazio 
Vittorio.   Occupa  poi   una  delle  più 
belle    posizioni    di    Valle    Corsa    il 
convento  dei  religiosi  francescani  ri- 
formati ,    già    ritiro   dei  girolamini 
del  b.  Pietio  da  Pisa:  il  boschetto 
annesso  è  delizioso,  e  tra  le  piante 
primeggia   un  cipresso  singolare  per 
bellezza    ed   altezza.    L' ospedale  fu 
fallo  fabbricare    da    Filippo  II   nel 
i565,  quando  Valle  Corsa  si  tene- 
va in  deposito  dal  duca  d'Alba  nel- 
la guerra  contro  Paolo  IV.  Tra  gli 
uomini  illustri  che  fiorirono  in  que- 
sto luogo,  ci   limiteremo  a  mento- 
vare Benedetto  abbate  del  monisle- 
ro  di   Monte    Scaglioso;    Flaminia 
sorella  dell'avvocato  Muzio  Ferracci 
che  sposò  il  vedovo  Pietro  Aldobran- 
dini  fratello  di   Clemente  Vili,  per 
cui  Giulia    nipote    di  Pietro   sposò 
Antonio   Ferracci    nel  i5g3:    della 
stessa  famiglia   Ferracci  vi  fu   An- 
tonio   che  scrisse  l' insigne  trattato 
de   Cauielis,  che  nelle   edizioni  del 
secolo  XVI  si   trova   unito  a  quello 
del    Cipolla.    Molti    valiecorsani    si 
recano  in    Roma    ad  istruirsi   nelle 
scienze,  essendo  nella  università  ro- 
mana degno  professore  nel  testo  ci- 
vile l'avvocato  Pasquale  de  Rossi. 

In  tempo  de'Colonnesi,  baroni  del 
luogo.  Valle  Corsa  fu  capoluogo;  eb- 
be già  sotto  di  sé  Falvateira  e  Pi- 


296  FRO 

sterzo.  Divenuta  governo  centrale 
ebbe  per  appodiati  Castro,  s.  Lo- 
renzo e  Pisterzo ,  il  quale  fa  ora 
parte  del  governo  di  Piperno.  La- 
onde al  presente  solo  racchiude  le 
comuni  di  Caxtro  e  di  s.  Lorenzo. 

Castro,  Castrum,  nella  diocesi  di 
Veroli,  è  situato  alle  falde  di  un 
monte  dove  il  clima  è  salubre, 
scorrendo  a  mezzo  miglio  il  fiume 
Sacco  ,  antico  Clhius  de'  latini,  e 
risguardando  la  marina  Tirrena.  Si 
contano  tre  chiese  parrocchiali,  la 
maggiore  è  dedicata  a  s.  Oliva  prin- 
cipale protettrice  del  luogOj  la  se- 
conda a  s.  Maria ,  la  terza  a  s.  Ni- 
cola. Questo  castello  è  cinto  dalle 
fabbriche  degli  abitanti,  e  viene 
chiuso  da  tre  porle,  una  detta  del- 
l'Oliva, perchè  da  lei  incomincia  la 
via  che  guida  agli  oliveti  ;  la  secon- 
da della  Fontana,  per  la  fonte  pub- 
blica di  acqua  eccellente,  formata 
a  quattro  bocche,  che  proviene  daU 
la  vicina  montagna;  la  terza  di  s. 
Stefano  per  la  chiesa  suburbana 
dedicata  a  quel  protomartire.  Sul- 
la cima  del  monte  si  vedono  i  re- 
sidui d' una  vecchia  e  fortissima 
rocca  che  guardava  e  difendeva 
l'antico  Caslrinioniuni ,  che  a' pie- 
di dello  stesso  monte  giaceva,  do- 
ve si  trovano  antichità  profane  , 
come  avanzi  di  pavimenti  a  scac- 
chi, e  avanzi  di  bagni,  che  diconsi 
di  Nerone,  e  pezzi  di  marmo.  Nel 
monte  si  osservano  alcune  caverne 
comunicanti  con  altre.  Vi  è  una 
cava  di  pece,  detta  pece  di  Castro 
per  distinguerla  dalla  comune,  ed 
encomiata  dai  chimici  massime  per 
la  loiid^agine.  Tra  gli  uomini  illustri 
che  uscirono  da  questo  luogo,  va 
mentovato  l'aw.  Giuseppe  Mangia- 
to rdi  ,  morto  nel  1827,  pubblico 
professore  della   romana  università. 

San    Lorenzo     detto  per  disi  in- 


FRO 

zione  di  Campagna,  nella  dioce- 
si di  Feienlino.  Qui  scaturisce  il 
fìtune  Amaseno  in  sito  detto  le  Set- 
te fonti:  forse  l'abbondanza  di  que- 
ste acque  avendo  richiamato  per- 
sone a  stabilirvisi  ,  diede  origine 
alla  terra.  Abbondante  è  d'acqua 
perenne  ;  le  abitazioni  costituiscono 
le  mura  castellane,  sebbene  vi  sie- 
no  quattro  porte.  Vi  sono  due  chie- 
se parrocchiali,  una  sacra  a  s,  Lo^ 
renzo  levita  e  martire,  l'altra  al 
principe  degli  apostoli  s.  Pietro,  di 
bel  disegno  a  stile  gotico:  fu  già 
feudo  dei  Colonna,  che  tuttora  vi 
hanno  notabili  possedimenti,  e  pa» 
lazzo  baronale. 

Veroli  [Vedi).  Sede  vescovile  e 
capoluogo  di  governo ,  nel  quale 
sono  racchiuse  le  frazioni  e  i  vil- 
laggi di  Colli  Berardi,  Crocefisso i- 
la  Vittoria,  Madonna  degli  Ange- 
li, Pìglio,  Scifellì,  S,  Angelo,  San^ 
l'Anna,  S.  Francesco,  S.  Giuseppe, 
S.  Pietro,  e  S.  Vito.  Nella  diocesi 
di  Veroli  è  il  celebre  monistero  di 
Casamari,  del  quale  si  parlerà  al 
citato   articolo. 

Sonnino,  Sonmenuni.  Sede  del 
commissariato  straordinario,  nella 
diocesi  di  Terracina.  Questo  borgo 
è  posto  sulla  sommità  d'un  monte 
senza  mura  castellane,  alle  quali 
suppliscono  le  abitazioni  :  tuttavoU 
ta  cinque  porte  chiudono  questa 
terra,  cioè  le  porte  di  s.  Pietro , 
di  s.  Giovanni,  Tocco,  Riori  e  Por-^ 
tella.  Mancante  di  acqua  sorgiva  , 
viene  supplito  colle  cisterne  ;  però 
alla  distanza  di  circa  un  miglio  vi 
è  pubblica  fonte  d'acqua  perenne 
e  buona,  chiamata  li  Gan'illij  e 
fuori  della  porta  Riori  provvede  i 
popolani  una  cisterna,  o  conserva, 
detta  la  fontana  di  s.  Antonio  ab- 
bate, formata  dalle  acque  di  stil- 
licidio, che  provengono  dalle  moli- 


FUO 
fngìie  superiori.    Le    femmine    por 
lavar  panni   sono    costrette    recarsi 
alle  rive  dell'  Amasene,    e    ad    un 
luogo  chiamato  Bagnuolo,  che  re- 
sta nella  via  per  andare    a  Piper- 
no.  Sono  nominate  le  donne    son- 
ninesi  pel  costume  del    vestiario,  e 
per  quanto  andiamo    a  dire.    Esse 
hanno  lineamenti  assai  marcati,  vi- 
vace tinta,  e   maschile  statura,  for- 
me e  l'obustezza  :   alla  loro  fìsono- 
mia  singolare  si  aggiunge  un  vestia- 
rio originale  a   più  colori,  ripartiti 
regolarmente,  e  distinti   con  galloni 
diversi,  che  partecipa  del  costume 
greco  ;  e  dai  rozzi  calzari   che  por- 
tano vengono  dette  ciociare,  sicco- 
me altri  popoli  di   queste  contrade 
sono  chiamati  ciociari  per    calzare 
in   tal  modo,  e  i  luoghi  da  essi  abi-> 
tali   volgarmente  dicesi  in  comples- 
so  Ciociaria.    Ed    è    perciò    che  i 
CQSlumi  sì  degli   uomini    che    delle 
donne  di  Sonnino,  e  della    Ciocia- 
ria,   per    r  interesse    che    desiano , 
sono  ricercati  dai    forestieri  ,    nelle 
incisioni   colorite  che  li    rappresen- 
tano.  In   Sonnino  vi  sono  le  mae-  , 
stre  pie,  e  le  pubbliche  scuole.  Ivi 
sono  tre  parrocchie,  vale  a  dire  la 
collegiata  di  s.  Gio.  Battista,  di  an- 
tica struttura,  ed   ufliziata    dall'ar- 
ciprete   e  da  otto  canonici  ;    di    s. 
Angelo  con  l'arciprete  e  sei  bene- 
ficiati ;  e  di  s.   Pietro  con  titolo  di 
abbate  al  suo  rettore.  J\el  bel  con- 
vento   suburbano    dimorano  i  mi- 
nori conventuali  ;    e  vi  è  una    pia 
casa  di   missioni  neh'  antico    moni- 
stero  di  Canne,  già  de'  cistcrciensi, 
e  dipendente  dall'abbazia  di  Fossa- 
nuova.  La  situazione  di   Sonnino  è 
assai   favorevole    per    difendersi    da 
qualunque  invasione,  a  motivo  delle 
vicine  montagne,  essendo  ben    dif- 
ficile di  assalire  gli  abitanti  anche 
neir  interno,  quando   sieno    preve- 


Fi;0  297 

nnfi  ;  giacché  ad   altri  riesce  peno- 
so  il   salire    o  discendere  gì' interni 
viottoli  come  essi.   L'ardito  e  fieia 
carattere  degli   abitanti,    al   presen- 
te è   modeiato;  e  i    suoi    dintorni 
fuiono    grandemente     infestati    dai 
malviventi,  e  servirono  a    tiagiclie 
scene  di   barbare  aggressioni,    e  di 
meritata   rigorosa   giustizia.  Nel  lu- 
glio   rSig   Pio  Vii   ordinò    la    di- 
struzione della   terra,  e  il    trasferi- 
mento alti'ove  degli    abitanti;    ma 
dopo   la   demolizione  d'una  ventina 
di  case,  il   Pontefice  sospese    il  co- 
mando, ad   intercessione  de'  prima- 
ri    del     paese    di    onesto    pensare. 
Queste   misure    di  rigore,    unite    a 
quelle    efficaci  ed    energiche    prese 
poi   da   Leone  XII  ,    coli' opera  del 
sullodato  monsignor  Benvenuti,  del- 
la commissione  criminale  deputata, 
principalmente  colla   cooperazione,  e 
perciò  degni  della  pubblica  gratitudi- 
ne ed  estimazione,  dell'avvocato  iMe- 
lezio  Sensini  assessore  criminale  nella 
delegazione  di  tal  prelato,  dell'avvo- 
cato   Vincenzo   del   Grande  assesso- 
re straordinario    per    la    polizia    e 
brigantaggio,    e    del  colonnello  dei 
carabinieri   Giacinto  commendatore 
Pvuvinetti,  tantoa  Sonnino  che  all'in- 
tere Provincie  di  Marittima  e  Cam- 
pagna  restituirono  la    sicurezza,   la 
tranquillità  e  la  pace  per  la  com- 
pleta distruzione  de' malviventi.  An- 
ticamente   fu    chiamato    Sommino, 
secondo     il    Biondo,    per  l'elevata 
sommità  su    cui  giace;    e    sembra 
originato  dai  privernati,  allorquan- 
do i   bretoni    e  i   teutoni   atterraro- 
no diverse  città   de'  volsci,  e  l'anti- 
ca    Piperno.     Il    Ricchi    nella    sua 
Reggia    de    volsci,     a    pag.    897, 
tratta  di   Sonnino,  che  chiama   F^o- 
losca,  e  citando  il  p.   Teodoro  Val- 
le, dice  che  i    privernati    dopo     il 
mentovato  eccidio  si  divisero  in  più 


..  -^jà^,' 


293  FRO 

assemblee,  cercando    diversi   luoghi 
onde  slabdirvisi:   alcuni  edificarono 
Sonnino,    altri    Asprano ,    altri     la 
nuova  città  di   Pi  perno,  altri   Roc- 
ca Corgit,  altri  IMajenza,  altri  Pros- 
sedi  ,    altri    R.occa.secca .    Indi    col- 
l'opinione    del    Tevoli,    autore  del 
Tcalro  istorico  di   P'dlelri    insigne 
città  e  capo  de  i'oisci,    furono    al- 
zate le   mura   di   Sonnino,    coli'  os- 
satina  dell'antichissima  città  di  Vo- 
losca,  che  il  medesimo  Tevoli  chia- 
ma  prima   sede  de'  volsci.  Nel  no- 
no secolo  la  terra  appartenne  alla 
famiglia   che  dalle  signorie  del  luo- 
go si  chiamò  Sonnino,  non  più  esi- 
stente ;   poi  divenne  dei  Caetani,  in- 
di  principato  e  feudo  dei  Colonna. 
Passò    Sonnino    ai    Colonna    quan- 
do  Alfonso  d'Arragona,  espulse   le 
genti   di   Carlo   Vili     re    di    Fran- 
cia, ricuperò    il    regno    di   Napoli  , 
facendo  dono  a  Prospero    Colonna 
del  ducato  di  Fondi,  e  perciò  an- 
che di   Sonnino  eh'  era    soggetta  a 
Fondi.   Nel   pontificato  di    Clemen- 
te VII  Sonnino   molto  soffri,  come 
.scrive   il   Guazzo   nelle    sue    istorie- 
Di   antico  non  avvi   cosa    di   consi- 
derazione ;  una  sola   torre    rotonda 
esiste  alla   porta   Portella,  già  altis- 
sima, ed  ora   mutilata,  è  nel  recin- 
to del   palazzo   baronale,     già     pro- 
prietà dei  Colonnesi.  Diede  questa 
terra   i   natali   a  diversi    uomini    il- 
lustri, fra'quali  nomineremo  Pietro 
Pellegrini     vescovo    di    Fondi  ,    de 
Mai^istris     vescovo     di     Terracina  , 
Mancini    vescovo  di  Città  della  Pie- 
ve, ed   altri    prelati,  ed   alcuni    an- 
che  viventi.   Onorò   pure    la    patria 
Lelio  Pellegrini   oratore  di  Clemen- 
te  Vili;   il    p.    m.     Angelo     Patric- 
ca  de'  minori  conventuali,  caro  ad 
Urbano  Vili   che  lo     spedi    ad    I- 
spahan   al  sofi   di  Persia,  affidando- 
gli  poscia  altri   incarichi  :    fu    assai 


FRO 
dotto,  e  venne  dal  suo  ordine  im- 
piegato nei  primi  uffizi.  Tratta 
di  altri  illustri 'sonninesi  il  citato 
Ricchi  a  pag.  3c)C),  nonché  a  pag. 
3 16  del  suo  Teatro  degli  nomini 
illustri  nelle  aiini,  lettere  e  digni- 
tà, che  fiorirono  nel  regno  de'  vol- 
sci. Nella  prossimità  dell'abitato  vi 
è  una  voragine  detta  Catuaso,  me- 
ravigliosa per  la  profondità  e  sue 
aperture  ,  la  quale  ingoia  tutte  le 
acque  che  scorrono  dagli  alti  monti 
che  la  circondano,  per  cui  quivi 
si  formerebbe  un  gran  lago,  se  le 
acque  non  si  sprofondassero  nella 
medesima  voragine.  Attualmente  è 
protettore  di  Sonnino  il  cardinal 
Giacomo   Filippo  Fransoni. 

Ponte  Corvo  (Fedi).  Sede  ve- 
scovile unita  ad  Aquino,  e  di  go- 
verno, compresovi  il  villaggio  di 
Santa  Olii'a.  Ora  passiamo  a  par- 
lare di  Frosinone,  premettendo  uà 
cenno  sui   volsci. 

1  volsci  furono  una  delle  più 
distinte  popolazioni  dell'antica  Ita- 
lia per  numero  e  per  valore,  essi 
travagliarono  la  nemica  R.oma  per 
tal  modo,  che  forse  l'avrebbero  di- 
strutta nel  nascere,  se  fortunate 
combinazioni  non  l'avessero  salva- 
ta, e  se  avessero  i  volsci  conosciu- 
ta, come  l'arte  di  vincere ,  anche 
l'altra  più  difficile  di  profittare  del- 
la vittoria  e  del  tempo.  Inoltre  i 
volsci  sostennero  delle  guerre  cogli 
auruiici  che  al  di  qua  della  Cam- 
pania occupavano  i  dintorni  del 
basso  Liri,  ed  al  pari  dei  marsi  e 
dei  sanniti  furono  loro  nemici  na- 
turali a  motivo  de'  confini  :  i  vol- 
sci ebbero  lingua,  costumi,  religio- 
ne, leggi,  e  governo  particolari,  si 
distinsero  nelle  arti  e  nell'agricol- 
tura, come  nel  commercio  e  nella 
navigazione,  oltre  il  mestiere  delle 
armi,   lu  cui  furono  tanto  eccelleuli 


FRO 
e  valorosi,  die  meritarono  da  Vir- 
gilio l'epilclo  eli  fienili  nel!' anno- 
vei  arli  eh'  egli  fa  tra  le  più  famo- 
se popolazioni  tlelT  antica  Italia. 
Sebbene  i  confini  del  territorio  vol- 
sco  non  siano  indicati  con  sicurez- 
za dagli  antichi  scrittori,  tuttavolta 
da  quanto  si  conosce  pare  che  ter- 
minasse in  Prosinone,  Frasi  no,  dal- 
la parte  degli  ernici,  siccome  sem- 
bra anche  certo  che  tutto  questo 
vasto  territorio  fosse  compreso  tra 
il  mare ,  e  l' Apennino ,  e  che  i 
suoi  confini  quasi  lutti  naturali  fos- 
sero da  ponente  l'antico  Lazio^  da 
levante  la  Campania ,  col  campo 
Falerno ,  da  settentrione  i  monti 
degli  equi,  degli  ernici,  dei  marsi, 
e  di  una  parte  di  quei  del  San- 
nio,  da  mezzogiorno  il  littorale  tir- 
reno, da  Anzio  sino  a  Terracina. 
Su  tutto  questo  tratto  di  terreno, 
e  sino  sulle  prossime  isole  si  sten- 
devano i  volsci,  che  in  ogni  tem- 
po, e  in  ogni  condizione  non  per- 
dettero mai  quello  spirito  di  au- 
dace libertà,  e  intollerante  di  gio- 
go, che  fu  loro  pioprio  e  che  li 
rese  tanto  famigerati  nell'  antica 
storia  romana,  ed  ostinati  e  quasi 
quotidiani  nemici  del  nome  roma- 
no. La  palude  Pontina  era  intera- 
mente nel  territorio  volsco,  e  vol- 
sche  in  conseguenza  dovevano  es- 
sere quelle  ventitre  grosse  terre , 
ch'ella  contenne  un  tempo  nel  suo 
seno. 

Il  Liri  ne  bagnava  i  fertili  cam- 
pi senza  servirgli  di  confine  in 
tutte  le  sue  parti,  poiché  le  città 
volsche  erano  a  destra  ed  a  sini- 
stra di  esso  fiume ,  specialmente 
nella  sua  sommità  presso  l' A  pen- 
nino donde  trae  l'origine.  E  noto 
indire  che  moltissime  ed  illustri 
l'uruno  le  città  e  le  terre  che  com- 
ponevano la  generale  coufederazio- 


FRO  2()9 

ne    volsca,  tanto  dentro   terra,    ciie 
nel   littorale,  e  i  di  cui  deputati  si 
riunivano  ora   in  una,  ora  in  altra 
di     esse  città  ,    ma  ordinariamente 
in    Anzio.   Le  loro  comunità   prin- 
cipali   dentro    terra    furono    Velie- 
tri,  Cori,    Suessa-Pomezia,    Norma, 
Segni,    Sezze,  Sulmona,   Priverno, 
Coriole,   Longula,    Polusca,   Salrico, 
Verrugine,  Eccelra,    Arteria,    Fro- 
sinone,  Fregelle,  Fabrateria,  Acpii- 
no,    Interamna  sul   Liri,  Casino,  A- 
tina,   Arpino,  Sora  ec.   Tra  le   cit- 
tà   poste    sul    mare    distinguevansi 
Anzio ,    Circeio    e  Terracina    detta 
Ansure  in   lingua   volsca,  città  mol- 
to doviziose  e  potenti.  Capitale  dei 
volsci    sembra    sia    stata   in    diversi 
tempi,    ora    Velletri,    oia    Piperno, 
e  forse  anche   talvolta    qualche  al- 
tra città.    Antonio    Ricchi    di   Cori, 
nella  sua  opera  intitolata  :  La  reg- 
gia de'    volsci    ec,    Napoli     lyiB, 
tratta    dell'origine,    stalo    antico  e 
moderno    delle    città,    terre    e    ca- 
stella del  regno  de'  volsci    nel   La- 
zio ,    delle  città    de'  volsci    dedotte 
in   colonie,  delle  città  volsche  mu- 
nìcipii  de'  romani  senza    suffragio , 
delle  prefetture  romane,  ec.  Prosi- 
none    fu    dunque    una     delle     città 
volsche     più     antiche,  e     più    illu- 
stri,  venendo  giustamente    chiama- 
ta da  Cluverio  peraiiliquiini  k'oLco- 
riini    oppidurn  ;    laonde    non    pare 
che  Prosinone  appartenesse    al    vi- 
cino  popolo  ernico,  come  opinò  Si- 
gonio    ed    altri;    e    trattandosi     di 
epoca  tanto  remota  non  si  può  sta- 
bilire la   sua   origine,  come  avviene 
di   altre  città   più    illustri    d'  Italia. 
Mollissimo    Frosinone   si  distinse 
pei  liberi  e  magnanimi  sentimenti  pro- 
pri di   popolo  valoroso;   rinunziò   iu 
un   a    molle  ciltà   volsche  all'invilo 
lusingliiero  di    Tarcpiinio    il   Super- 
bo, settimo   ed    ultimo    re  di    Ro- 


3oo  FRO 

nin,  fli  cnfrnre  nella  confederazione 
latina,  e  di  partecipare  alle  famo- 
s<'  assemblee  del  bosco  Ferentino, 
t:  del  monte  Albano;  prociuò  di 
aoci'escere  i  nemici  di  Uoma,  ecci- 
l.indo  alla  ribellione  i  vicini  po- 
jioli  etnici  già  riuniti  a  quella  re- 
i)iil<blica,  e  si  procacciò  il  nome  di 
i^rtfrriera.  Dopo  che  Tarquinio  pei 
primo  mosse  guerra  ai  volsci,  que- 
gli incominciarono  ad  esercitare  il 
Joro  valore  coi  romani  per  olire 
duecento  anni,  e  giunsero  sino  a 
stringere  d'assedio  Roma,  e  minac- 
<:iarla  di  giogo  nella  sua  prima  età, 
sotto  la  condotta  del  capitano  vol- 
sco  Accio  Ttdio,  e  dell'  esule  ro- 
jiinno  C.  M  u'co  Coriolano ,  cosi 
detto  da  Coriole  città  volsca  espu- 
t;nala  precedentemente  da  lui,  per 
Af-ndicarsi  coli' ingrata  sua  patria. 
Intanto  il  prode  dittatore  roma- 
no Furio  Camillo,  nell'anno  di 
Roma  367,  dopo  aver  saccheggia- 
to e  d('vastalo  lutto  il  territorio 
de  volsci  ,  finalmente  li  sossrioaò 
dopo  cento  e  sett'  anni  di  guerra  , 
«•  con  essi  naturalmente  anche  Fro- 
.sinone;  quindi  il  paese  de'  volsci  fu 
ridotto  a  provincia  romana,  le  città 
dichiarale  municipi,  e  perciò  la- 
sciate vivere  colle  proprie  leggi  e 
costumi,  an/i  probabilmente  anno- 
verate alla  cittadinanza  romana,  con 
diritto  di  suffragio,  onore  che  altri 
protraggono  all'epoca  della  guerra 
sociale,  dopo  la  quale  e  nell'anno 
417  la  romana  cittadinanza  fu  ac- 
cordata generalmente  ai  popoli  la- 
lini,  fra'quali  allora  si  compresero 
i  volsci.  I  romani  però  ciò  accor- 
darono colla  condizione  di  non  po- 
ter commerciare,  imparentarsi  e  te- 
nere assemblee  tra  essi,  ossia  fuori 
dei  confini  di  ciascuna  loro  terra 
o  città,  per  togliei-e  così  ogni  oc- 
casione o  mezzo  di  corrispondenza, 


FRO 

che  potesse  derivarne   danno    a  Ro- 
ma. 

Poco  valutando  Frosinone,  come 
alile  città  volsche,  l'essere  dichia- 
rala municipio,  e  nel  4'7  confer- 
mata nella  cittadinanza  romana,  i 
frusinati  eccitarono  gli  ernici  confi- 
nanti a  prendere  le  armi  in  un 
con  loro  contro  Roma  ;  laonde  sot- 
to i  consoli  L.  Gennuccio,  e  Cor- 
nelio Lentulo,  nell'anno  4^f>>  Fro- 
sinone fu  espugnata  dai  romani,  e 
punita  con  diverse  pene,  fra  le  qua- 
li gii  fu  tolta  la  cittadinanza,  e 
la  condizione  di  municipio,  venen- 
do privati  gli  abitanti  di  un  terzo 
del  loro  territorio,  e  puniti  con 
la  scure  i  principali  cittadini  :  sem- 
l)ra  sicuro  che  fosse  ridotta  al- 
l'umile stato  di  prefettura  preto- 
ria ,  cioè  di  seconda  classe  ,  dal 
governarsi  per  prefetti  colle  leggi 
romane;  perdendo  così  la  preroga- 
tiva di  eleggere  da  per  se  i  magi- 
strati, ed  in  vece  obbligata  a  rice- 
vere quelli  spediti  da  Roma  dal  pre- 
tore ui'bano,  condizione  alla  quale 
soggiacque  per  qualche  tempo.  Il  per- 
chè decadde  dall'antico  suo  lustro, 
ed  i  suoi  abitanti  diminuiti  di  nu- 
mero, poco  figurarono  nella  succes- 
siva storia.  Nell'anno  662  di  Ro- 
ma i  frusinati  indispettiti  della  de- 
gradazione, per  rivendicare  i  loro 
primieri  diritti,  si  dice  che  non  i- 
steltero  quieti  nella  terribile  guer- 
ra italica  o  sociale,  e  probabilmen- 
te allearonsi  coi  vicini  popoli  mar- 
si,  sanniti  e  campani.  Alle  devasta- 
zioni ed  eccidii  cui  soggiacquero  le 
spopolate  e  squallide  città  volsche, 
in  guerre  .sì  sanguinose  ed  ostinate, 
altri  ne  cagionò  Annibale  co'suoi 
africani  ,  quando  dalla  Campania 
mosse  contro  Roma,  rovinando  cam- 
pi e  città  per  ove  passò,  e  special- 
mente quelli  di  Fregelle,  di  Fresino- 


FRO 

né,  (li  Ferentino,  e  di  Anngiii.  Si- 
lio Ilalico  ugnando  quali  gc-iili  sot- 
to le  insegne  romane  poitaionsi  al- 
l'infelice battaglia  di  Canne,  nove- 
ra Frosinone  coli' epiteto  di  guerrie- 
ra. Intanto  le  numerose  colonie  di 
soldati,  che  da  Pioma  si  spedivano 
di  quando  in  quando  in  queste  con- 
trade, distribuendosi  le  sue  terre  ai 
veterani,  non  erano  SHfficienti  a  ri- 
mediare al  male,  e  nulla  fu  piìi 
capace  di  ricoiidurle  all'antica  po- 
polazione e  splendore.  Tutta  volta 
in  mezzo  alla  comune  degradazione 
Frosinone  non  lasciò  di  farsi  distin- 
guere, come  rilevasi  da  Stiabone 
contemporaneo  di  Augusto,  che  pur 
celebra  Ferentino.  A  quell'  epoca, 
secondo  Cicerone  e  Giovenale ,  il 
suolo  era  molto  fertile  e  pingue. 
La  città  era  cinta  di  mura  con  por- 
te, palazzo,  residenza  del  prefetto  che 
vi  amministrava  la  giustizia,  ed 
aveva  l'anfiteatro.  Allorché  Augu- 
sto divise  l'Italia  in  undici  regioni, 
il  popolo  frusinate  figurava  distin- 
to nella  prima.  Poco  prima  dell'im- 
perio di  Nerva  e  di  Traiano,  o 
sotto  essi  medesimi,  fu  inviata  a 
Frosinone  la  colonia  militare,  della 
quale  fa  menzione  Frontino  e  va- 
rie iscrizioni;  in  questo  grado  di 
colonia  militare  Frosinone  si  man- 
tenne sino  alla  rovina  del  romano 
impero. 

La  religione  cristiana  fu  abbrac- 
ciata dai  frusinati  nei  primi  tempi 
della  Chiesa,  per  cui  non  tardò  la 
città  a  sollevarsi  con  onori  e  con 
preminenze,  che  gli  derivarono  dal- 
la nuova  religione.  Negli  ultimi  an- 
ni del  quinto  secolo,  o  almeno  nei 
primi  del  sesto  Frosinone  ebbe  l'o- 
nore del  seggio  vescovile,  ed  il  Co- 
leti  annotatore  dell'  Ughelli,  Italia 
■sacra  toni.  X,  p.  io4j  tratta  di  Fru- 
si/ias  episcopatus,  dicendo  che    era 


FRO  Sor 

uel    vicarialo   romano,  ossia   ininur- 
diatamente  soggetto  alla   santa  Scdf, 
e    nomina    il    vescovo   Papia,  fi  usi- 
nonciisis  episcopi,    il  quale    nt'Haniio 
'jioS    intervenne  al    concilio   ci^iehra- 
to    iu   Roma    dal    Pontefice  s.    Sim- 
maco.   Questa   sede  vescovile   [)er  W.- 
slitnonianza   di    parecchi    storici   ad- 
dotti   dal  eh.    De    IMatlheis  a   pag. 
57    e    seg.   del   suo   Sdggio    {storico 
di  Frosinone,   esistette  sino  al   prin- 
cipio dell'ottavo    secolo,   del    quale 
onore,    egli   soggimige,   non  sarebbe 
stato    mai    spoglialo    Frosinone,    se 
la  natura   de' tempi  calaujitosi   e  de- 
plorabili,   unita   a    quella   della    sua 
centrale  situazione  nel    niez/o  della 
gran    strada   Latina,   non  l'avessero 
troppo  esposto  alle   replicate   incur- 
sioni  e  devastazioni   di   gente  guer- 
riera   e    feroce,    principalmente   dei 
longobardi   del    ducato   di    Renev^Mi- 
\.o,    e  dei   greci  loro   nemici.   1    (re- 
quenti  saccheggi,  incendi   e  devasta- 
zioni, obbligarono  i  vescovi  di  Fio- 
sinone    ad    abbandonare    una    città 
tanto    esposta   sulla    via   Latina,   che 
conduceva  direttamente    a  Beneven- 
to, e  sembra  che    andassero   a  sta- 
bilire   la    loro    residenza    in    luogo 
vicino   meno  esposto,  e   piìi    sicuro, 
qual     è     la    prossima     e     montuosa 
città    di     Veroli.     Infatti    non  avvi 
memoria  di    vescovo    verulano     an- 
teriore   all'ottavo    secoloj    poiché   il 
primo     che    si    conosca     per    testi- 
monianza   dell' Ughelli,    è     Martino 
che  si   sottoscrisse    al  sinodo  roma- 
no dell'anno   743    nel  pontificato  di 
s.  Zaccaria,  e  di  cui  neppure  si  co- 
noscono successori  per  circa   un    se- 
colo.  Oltre  il  vescovo  Papia,  abbia- 
mo   il    vescovo  Innocenzo,    secondo 
monsignor     Giorgi,    nella    sua  Dis- 
sertatìo  hist.  de  cathedra  episc.  Setiae. 
Il   secolo  sesto  per  Frosinone  fu 
veramente    glorioso  nei    fasti   eccle- 


3o2  FRO 

sìfìstici,  perchè  Ki   Cliiesa  tiiiiversalp 
venerò    nella  caltedrn   apostolica    s. 
Ormistla   figlio-  di   Giusto  da  Frosi- 
ìione,  creato  Papa  a'  -ìG   luglio   ^  1 4> 
morto  a' G»  agosto  del   ')?.3.  e  sepol- 
to   nella    basilica    vaticana.   Quindi 
agli    8   giugno  del    536    fu   elevato 
al   pontificato  s.   Silveiio,    figlio   per 
i»  legittimo    matrimonio    del    Papa  s. 
-'*'    Ormisda,  che  dicesi    nato  a    Cecca- 
no    sebbene    oriundo    di    Prosinone, 
il    quale    consumato    dalla    fame    o 
trafitto    col  ferro,     mori   martire  ai 
20    giugno    del    54o    nell'  isola    di 
Ponza,    altri     dicono    Palmaria    nel 
mare  della  Liguria,  ed  ivi  restò  se- 
polto. Di  questi  due  sommi   Ponte- 
fici  frusinati,    che  si    distinsero    tra 
i    più    illustri    dei   primi    secoli    del 
cristianesimo,  il    primo  per    attività 
e    zelo,  l'altro  per  fermezza    e  per 
inlrepidità    d'animo,    ne    trattiamo 
olle  loro  biografie.  L'annalista    Ba- 
ronio  rilevando  i    grandi    meriti   di 
Papa  s.   Ormisda,  esclamò    in   lode 
anche  dei  frosinonesi  quanto  ripor- 
ta   il    De    Matlheis    a   pag.    49?  '' 
quale  con    giuste    osservazioni  pro- 
va come  nei  bassi   tempi   fosse  Pro- 
sinone compresa  nella  Campania,  e 
i   frusinati  solevano  appellarsi  natio- 
ne   Campani,  spiegando  così  il  mo- 
tivo per  cui   diversi   scrittori  disse- 
ro i   ss.   Ormisda  e  Silverio,  natio- 
ne.   Campamis.   La  degradazione  di 
Pioma  e  dell'  Italia,  incominciata  si- 
no dal   terzo  secolo  dell'era  volga- 
re,   giunse    nel    quinto    all'estremo 
suo  punto,  quando  nel  4?^  Odoa- 
cre  re  degli  eruli    pose  fine  al  ro- 
mano impero  d'occidente,    con  de- 
tronizzare Momillo  Augustolo,  e  ri- 
legarlo nella  Campagna.  Da  questa 
e  dalle  successive  barbariche   inva- 
sioni   dei    popoli    del    settentrione, 
il  Lazio  ne  soffri   a  preferenza  del- 
le   altre    contrade    d'Italia,    per  la 


FRO 
sua  vicinanza  a  Roma,  oggetto  prin- 
cipale della  feroce  avidità  degli  in- 
vasori. Ma  i  danni  e  le  angustie 
degli  abitanti  del  Lazio  si  accreb- 
bero colla  venuta  in  suo  soccorso 
dei  greci  dell'impero  orientale,  pri- 
ma sotto  la  condotta,  di  Belisario 
nel  pontificato  di  s.  Silverio,  poi 
di  quella  di  Narsete,  che  discaccian- 
do i  goti  succeduti  agli  eruli  nella 
dominazione,  non  liberarono  l'Ita- 
lia dal  miserabile  suo  stato.  E  no- 
to in  fatti  come  Belisaiio  dopo 
aver  fallo  soffrire  alla  città  di  Na- 
poli le  più  orribili  sciagure,  s'in- 
camminò preceduto  dal  terrore  ver- 
so Roma,  avendo  abbandonato  a 
sinistra  la  via  Appia  per  traversa- 
re la  Latina,  e  quindi  Prosinone 
che  era  nel  mezzo,  onde  giungere 
più  sollecitamente  in  Roma,  l  lon- 
gobardi succedettero  ai  goti  in  Ita- 
lia, sino  dal  5^^,  e  più  stabilmen- 
te se  non  più  estesamente:  non  so- 
lo le  parti  settentrionali  d'Italia, 
ma  molle  ancora  delle  meridionali 
furono  occupale  da  tali  barbari, 
che  se  le  divisero  co' greci,  languen- 
do miseramente  sotto  entrambi  le 
belle  contrade  d' Italia. 

La  Campania  romana  soffrì  dan- 
ni immensi,  anche  quando  la  tra- 
versò il  greco  imperatore  Costante 
r  anno  663  nel  condursi  a  Roma. 
Maggiori  devastazioni  i  paesi  della 
medesima  Campania  romana  pio- 
varono  nella  terribile  irruzione,  che 
Gisolfo  duca  di  Benevento  vi  fece 
l'anno  702,  prendendo  varie  città, 
ed  incendiando  molti  territori!.  Nel 
pontificato  di  s.  Gregorio  II,  Leone 
risaurico  imperatore  d'oriente,  con 
empio  editto  dichiarò  guerra  al 
culto  delle  sagre  immagini,  e  mi- 
nacciò d'imprigionare  l'ottimo  Pon- 
tefice. Indignati  gl'italiam  contro 
l'eretico  imperatore,  volevano  eleg- 


FRO 

gcrnc  altro,  e  colle  loro  armi  con- 
durlo a  Costanlinopoli;  ma   il  sag- 
gio   Papa    nella    lusinga    che    Leo- 
ne   si   ravvedesse,    la (Treno    la   riso- 
luzione.    Però     vedendo    l'augusto 
ostinato   nella  persecuzione  delle  sa- 
gre immagini,  e  de'veneralori  di    es- 
se, nell'anno  ySo  Io   scomunicò  :  al- 
lora l'Italia  si  ribellò  a  Leone,  mol- 
te città  si  eressero  in  signorie  pri- 
vate, altre  si  dierono  a'  longobardi, 
e  il    ducato  di    Roma  si    sottopose 
volontariamente    alla     sovranità    di 
s.    Gregorio    II,  che    però  sotto  di 
lui  ebbe  origine  il  dominio  tempo- 
rale   della    santa    Sede.    Il    ducato 
romano    a    quell'epoca    costituì  vasi 
di  sedici   città,  con  altre  sette  flel- 
la    Campania    romana,    cioè   Segni, 
Anagni,  Ferentino,    Alatri,   Patrico, 
Frodinone,    e    Tivoli,    chiamandosi 
ne' documenti   di    tal    tempo    Prosi- 
none, Frisìlimam,    Frisìlone,  Frasi- 
Ione,  Frisione,  Frisinone  ec.   Questo 
ducato    romano    soggiacque  alle  ir- 
ruzioni de' longobardi,  e  il    duca   di 
Benevento  non  cessò  per  lungo  tem- 
po d'inquietare  i  paesi   della   roma- 
na   Campania.    Pose    fine    a    tante 
sciagure     il    Papa     Adiiano   I,  che 
travagliato  da   Desiderio  re  de'  lon- 
gobardi, ricoise  al   potente  aiuto  di 
Carlo   Magno,  il   quale  calato   in   I- 
talia     pose    fine   nel     y-S   al     regno 
de' longobardi.   Indi  la   Campania  si 
trovò  bersaglio  di  altri  più  tremen- 
di  nemici,   quali   furono   i    saraceni, 
che  vi  fecero  delle  fiequenli   e  de- 
solanti    irruzioni,    ad    arrestare    le 
quali  i    Pontefici  non   risparmiarono 
cure  e  zelo.    Osserva  il  eh.    De  Mat- 
iheis    che   Prosinone    occupato  pri- 
ma   dai   goti,    poi    dai    greci,    indi 
sottomesso  all'ubbidienza    de' P.ipi, 
nella  quale  ha  continuato  costante- 
mente, questa  città  fu  compresa  nei 
diplomi  di  Carlo  Magno,  e  di  Lo- 


FRO  3o3 

doTÌco  I  «uo  figlio,  co' quali  resti- 
tuirono alla  Chiesa  lomana  i  do- 
minii  usurpati  e  ne  anipliarono  il 
principato;  e  che  dalle  parole  del 
diploma  di  Lodovico  I,  spedito  nel- 
l'i) 17,  usale  riguardo  a  Prosinone, 
si  deve  credere  che  la  città  fosse 
anche  a  quei  tempi  capo  di  un  e- 
steso  distretto,  poiché  si  dice,  et 
Frosinoneni  ciini  aliis  pariibus  Cain- 
paniae,  come  per  indicare  che  mol- 
ti, se  non  lutti  i  paesi  della  Cam- 
pania, parte  del  ducalo  romano, 
erano  dipendenti  da  Prosinone,  e 
che  doveano  essere  compresi  nella 
medésima  sorte  senza  bisogno  di 
nominarli   ad  vmo  ad   uno. 

Sottoposto  Prosinone  al  soave  do- 
minio della  Sede  apostolica,  a  ca- 
gione della  sua  troppo  esposta  si- 
tuazione sulla  grande  strada  Latina, 
non  potè  evitare  le  devastazioni 
delle  diverse  genti  armale  che  la 
traversavano,  e  pei  ripetuti  passaggi 
de' normanni  e  degl'impeiatori  svc- 
vi  co'  loro  eserciti  nel  suo  mezzo,  sac- 
cheggi ed  altre  calamità  non  gli  deb- 
bono essere  mancate.  Sino  dall'  XI 
secolo  si  trovano  definitivamente 
riunite  tulle  le  sue  chiese  alle  ab 
tre  dipendenti  dalla  sede  vescovile 
di  Veroli,  come  apparisce  dalla 
bolla  di  Urbano  II  ad  Alberto  ve- 
scovo di  Vcioli,  in  data  di  Albano 
1097,  con  la  quale  si  stabiliscono 
i  confini  e  l'  estensione  di  quelli 
diocesi,  e  di  più  si  confermano  e 
sanzionano  tutte  le  rendite,  tutti  i 
fondi,  e  tutte  le  chiese,  delle  qua 
li  quella  sede  era  già  in  possesso 
col  fatto.  In  questa  bolla  le  città  e 
chiese  di  Yeroli  e  Prosinone  sono 
principalmente  e  particolarmente 
nominate,  indi  tutte  quelle  degli  al- 
tri paesi  della  diocesi.  A  questa  e- 
poca  su  Prosinone  si  scaricarono 
molti  guai,  non  solo  per  parte    dei 


3o4  FRO 

nominati  normanni  ed  imperatori 
che  inquietavano  i  Pontefici,  ma 
anche  per  cpielia  dei  prepotenti  ba- 
roni romani,  con  iscorrerie,  depre- 
dazioni, ed  incendi,  come  si  legge 
nelle  cronache  Cassinese  e  di  Fossa- 
nuova,  e  nel  De  Matlheis  a  p.  yS. 
Questi  ivi  pur  narra  come  gh  stessi 
Pontefici,  per  resistere  ora  ai  nemi- 
ci esterni,  oi"a  agU  interni,  si  reca- 
rono spesso  con  gente  arnjata  in 
questi  stessi  paesi,  e  questi  armati 
vi  cagionarono,  siccome  è  solito, 
non  lievi  danni;  vi  fu  Calisto  II, 
due  volte  Onorio  II,  ed  Alessandro 
Ili.  In  mezzo  però  a  queste  vicen- 
de Fresinone  non  mancò  di  distin- 
guersi tia  i  paesi  della  Campagna 
romana.  Egli  era  il  luogo  princi- 
pale della  j)rovincia  governata  dai 
baroni  Caetani  conti  della  Campa- 
nia, come  chiaramente  rilevasi  da 
ciò  che  scrive  Costantino  Caielano 
monaco  benedettino.  Costui  ne'suoi 
commenti  alla  vita  di  Gelasio  li 
di  casa  Caetani,  tratta  da  un  mss. 
della  biblioteca  Ambrosiana  di  Pan- 
d(j|fo  Pisano,  presso  il  Muratori, /id/-. 
ìlal.  script.,  t.  III,  par. I,  somministra 
una  interessante  notìzia  sopra  Fre- 
sinone, dicendoci  che  essa  nel  seco- 
lo XI li,  ed  anche  prima,  era  capi- 
tale o  reggia  della  Campania,  e 
che  vi  risiedevano  i  duchi  Caetani 
nella  loro  qualità  di  duchi  della 
Campania  ,  dipendenti  dalla  san- 
ta Sede.  Leggo  nel  jtom.  I,  par, 
li,  pag.  1 66  del  Cardella,  Mc- 
morid  storiche  dt'  cardinali ,  che 
Pietro  Galluzzi  romano,  governò 
con  tal  senno  e  prudenza  la  pro- 
vincia di  Campagna,  che  meritò 
di  essere  creato  vescovo  cardinale 
di  Porto  da  Clemente  III  nel  i  igc. 
In  ogni  tempo  Prosinone  sembra 
essersi  distinto  tra  le  vicine  città, 
per  la  sede  ivi  siubilila  di  coloro. 


FRO 

che  nei  diversi  tempi  hanno  gover- 
nato la  provincia;  e  quando  la  san- 
ta Sede  incominciò  a  mandare  i 
cardinali  legati  in  questa  provincia, 
ordinariamente  la  loro  residenza  fu 
stabilita  in  Fresinone,  come  fece  il 
cardinal  Gi'egorio  Crescenzi  man- 
datovi in  qualità  di  legato  da  In- 
nocenzo HI  ,  il  cardinal  Giovanni 
Colonna  che  vi  fu  mandato  da  O- 
norio  III  nel  1216,  e  gli  altri  che 
lo  successero.  La  stirpe  illustre  de- 
gli svevi  avendo  in  più  modi  of- 
fesa la  santa  Sede,  ne  provocò  le 
censure;  e  nel  concilio  generale  di 
Lione  I ,  celebralo  dal  Papa  Inno- 
cenzo IV  nel  1245,  Federico  II  di 
tal  famiglia  fu  scomunicato,  depo- 
sto dall'  imperio,  e  privato  del  re- 
gno delle  due  Sicilie,  feudo  della 
Chiesa  romana.  Questo  nel  1266 
fu  dato  in  investitura  a  Carlo  I 
d'Angiò,  dal  Pontefice  Clemente  IV. 
Recandosi  Carlo  I  alla  conquista 
del  regno  invaso  da  Manfredi  fi- 
glio naturale  del  defunto  Federico 
li,  che  inoltre  poneva  a  soqquadro 
le  limitrofe  provincie  pontificie,  l'e- 
sercito di  Manfredi  capitanato  dal 
conte  Giordano  si  accampò  nelle 
vicinanze  di  Frosinone ,  da  dove 
partì  con  poderose  forze  l' angioi- 
no, e  superato  il  passo  del  pon- 
te di  Ceprano  difeso  dai  nemici, 
il  regno  fu  occupato,  e  Manfre- 
di con  un  tragico  fine  die  ter- 
mine alla  sua  vita.  Verso  questo 
tempo  ,  se  non  prima  ,  i  cittadini 
di  Frosinone  formarono  il  loro  sta- 
tuto municipale,  tuttora  esistente. 
Si  apprende  dal  Muratori ,  nella 
dissert.  XXII  delle  Antichità  italia- 
ne ,  che  r  uso  degli  statuti  o  riu- 
nioni di  ordinanze  e  di  regolamen- 
ti per  l' interna  amministrazione  e 
governo  delle  città ,  non  s' intro- 
dusse in   Italia  ,  che    dopo  la   pace 


FRO 

«li  Costanza,  stabilita  tra  lo  svevo 
imperatore  Federico  I  e  le  città 
lombarde  nel  ii83.  E  perciò  pro- 
babile che  suir  esempio  delle  città 
dell'alta  Italia,  anche  quelle  della 
bassa  Italia,  e  specialmente  le  com- 
prese negli  stati  della  Chiesa  si  for- 
massero questi  codici  municipali  , 
quali  norme  della  loro  interna  am- 
ministrazione e  polizia.  Ma  prima 
ancora  del  secolo  XIII  esisteva  in 
Frosinone  quella  classe  di  nobili  e 
distinti  cittadini,  che  soleva  allora 
indicarsi  col  nome  di  militi,  come 
risulta  dall'  islromento  di  donazio- 
ne riportato  dal  Gattola  nella  sua 
Istoria  del  monìstero  di  Monte 
Cassino,  ove  si  legge  che  tanto  il 
clero  che  l'ordine  dei  militi  di  Fro- 
sinone, a'  2  gennaio  i  1 54  donaro- 
no a  tal  monistero  la  chiesa  di  s. 
Giuliano  con  tutte  le  sue  pertinen- 
ze esistenti  nel  loro  territorio ,  e 
ciò  con  assenso  di  Leone  vescovo 
di   Verolij  e  le  facoltà  pontificie. 

Dopo  la  caduta  degli  ultimi 
principi  della  casa  di  Svevia,  i  pae- 
si della  Campania  di  Roma  non 
ebbero  a  temere  per  qualche  tem- 
po ,  che  le  ostilità  dei  prepotenti 
baroni,  che  senza  alcun  rispetto  ai 
dominii  pontificii ,  di  frequente  si 
facevano  lecito  di  commettervi  u- 
surpazioni  e  soverchierie.  Fiosino- 
ne  deve  perciò  avere  mollo  soffer- 
to sino  al  punto  di  vedersi  privo 
per  qualche  breve  spazio  di  tem- 
po della  residenza  di  alcuni  dei 
cardinali  legati  della  Campania,  dai 
quali  era  governata  questa  provin- 
cia a  nome  della  santa  Sede.  Quin- 
di per  tal  motivo  od  altri  simili, 
ora  in  una,  ora  in  altra  città  più 
o  meno  prossima  a  Frosinone ,  i 
cardinali  legati  hanno  avuto  per 
qualche  tempo  la  loro  residenza  , 
3enza  che  per  siffatte  accidentalità 
VOI.  xxvn. 


FRO  3o5 

siasi  mai  tolto  o  scemato  a  Fiosi- 
none  il  diritto  tratto  dalla  consue- 
tudine la  più  antica,  e  dalla  sua 
stessa  topografica  situazione  di  es- 
sere il  capoluogo  della  Campagna 
di  Pioma.  Perciò  quantunque  Fe- 
rentino, Anagni,  Piperno,  e  qual- 
che altra  città  della  provincia  sie- 
no  state  onorate  in  diversi  tempi 
della  residenza  di  qualcuno  dei  car- 
dinali legali  della  Sede  apostolica 
pur  non  ostante  Frosinone  non  ha 
cessato  mai  di  essere  considerato 
come  il  luogo  ordinario,  determi- 
nato dal  governo,  per  la  sede  di 
un  tribunale  generale,  e  come  ca- 
po dell'  intera  provincia.  L'  Ughel- 
li  chiamò  Frosinone,  Frusinuni  no- 
bile Campaniae  praefecti  domici- 
lium;  e  il  Guicciardini  denominò 
questa  città  residenza  principale 
della  Campagna.  Nell'assenza  dei 
Papi  da  Roma,  cioè  dall'anno  i3o5 
al  i377,  siccome  tutti  i  dominii 
della  Chiesa  provarono  gli  effetti 
della  loro  dimora  in  Avignone,  sia 
per  le  guerre  delle  fazioni,  che  per 
le  usurpazioni  dei  potenti  signori , 
!a  provincia  di  Campagna  egual- 
mente ne  risenti  le  conseguenze , 
come  le  avrà  provate  per  quelle 
prodotte  dal  lungo  e  lagrimevole 
scisma  che  incominciato  nel  iSyS, 
solo  ebbe  fine  nel  i4'7.  Ladislao 
re  di  Napoli  che  aspirava  in  quei 
torbidi  tempi  alla  signoria  dei  pos- 
sedimenti della  Chiesa,  non  meno 
che  del  resto  d' Italia,  più  volle  col 
suo  esercito  occupò  diversi  luoghi 
di  questa  provmcia  con  gravi  dan- 
ni  delle  popolazioni. 

Succeduto  a  Martino  V,  eletto  in 
detto  anno  i4i7,  il  Papa  Eugenio 
IV  nel  143  I,  rinnovaronsi  i  tumul- 
ti e  le  guerre,  massime  alla  cele- 
brazione del  concilio  di  Basilea.  Ma 
la  fortezza  d'aoimo  di  Eugenio  IV 
20 


3oG  FRO 

avendo  calmato  i  torbidi  e  le  fa- 
zioni nella  stessa  Roma,  per  ope- 
ra piiucipaltaente  <lel  cardinal  Vi- 
telleschi  generale  delle  milizie  del- 
la Chiesa,  mandi)  questi  nei  paesi 
della  Campagna  per  rivendicarli  dal- 
le usurpazioni  dei  potenti  Colounesi, 
dei  Savelli,  e  di  altra  gente  sua  ne- 
mica e  perciò  di  parte  ghibellina;  il 
prode  cardinale  ridusse  tutta  la  con- 
trada alla  piena  divozione  della 
Chiesa,  ed  avendo  avuto  nelle  ma- 
ni Antonio  Pontadera  nemico  del 
Pontefice,  lo  fece  appiccare  a  Pro- 
sinone ad  un  albero  d' olivo.  Nei 
pontificato  di  Alessandro  VI,  e  nel 
declinare  dell'anno  i494  calò  in  I- 
talia  Carlo  Vili  re  di  Francia,  con 
un  esercito  di  circa  trentamila  uo- 
mini ,  per  far  valere  i  suoi  diritti  sui 
regni  di  Napoli  e  Sicilia,  e  conqui- 
starli. Nei  primi  giorni  del  seguen- 
te anno  Carlo  Vili  parfi  da  Ro- 
ma per  effettuar  la  conquista ,  ed 
avendo  la  sua  armata  nella  provin- 
cia di  Campagna,  tenuta  la  strada 
dei  monti  dalla  parte  di  Veroli  e 
di  Montesangiovanni ,  questo  come 
abbiamo  detto  fu  manomesso ,  ed 
altri  luoghi  provarono  i  tristi  ef- 
fetti che  accompagna  i  numerosi 
eserciti  :  Fresinone ,  Ceprano ,  e  la 
parte  bassa  restarono  illesi.  Non 
così  avvenne  sotto  il  memorabile 
pontificato  del  fiorentino  Clemente 
VII  Medici ,  per  la  lega  fatta  da 
esso  contro  l' imperatore  Carlo  V. 
Le  genti  tedesche  e  spagnuole,  che 
per  servizio  di  tal  monarca  erano 
in  Napoli,  sotto  la  condotta  del  vi- 
ceré Carlo  Lanoi  o  de  Lancia,  inva- 
sero il  territorio  della  Chiesa,  traver- 
sando il  Garigliano  dalla  parte  di  Ce- 
prano; e  così  la  città  di  Prosinone 
che  avea  già  tanto  sofferto  per  si- 
mili antecedenti  cause ,  tornò  ad 
essere    il   teatro   di    aspri    e    san- 


FRO 

guinosi  combattimenti  narrati  dal 
Guicciardini  nel  lib.  i8,  inclusiva- 
mente  a  quanto  accadde  in  Prosi- 
none in  quella  funesta  occasione, 
racconto  eh' è  del  seguente  tenore. 
»  11  consiglio  (di  Renzo  da  Ce- 
ri )  approvato,  si  misero  in  Froso- 
lone  ,  residenza  principale  della 
Campagna,  lontano  da  Ferentino 
cinque  miglia,  mille  ottocento  fan- 
ti di  quelli  di  Giovanni  de' Medi- 
ci, la  pili  parte  che  avevano  preso 
il  cognome  dtlle  bande  nere  (  dal 
colore  delle  insegne  dato  alla  fan- 
teria fiorentina  dal  valoroso  capi- 
tano Giovanni  de'  Medici  )  con  A- 
lessandro  Vitello  (  di  Città  di  Ca- 
stello), Gio.  Battista  Savello  e  Pie- 
tro di  Birago  condottieri  di  caval- 
li leggieri.  Ma  in  questo  mezzo  i 
Colounesi  aveano  occultamente  in- 
dotto Napoleone  Orsino  abbate  di 
Farfa  a  pigliar  l' armi  in  terra  di 
R.oma  come  soldato  di  Cesare.  La 
qual  cosa  dissimulando  il  Pontefice, 
al  quale  n'  era  penetrata  occulta- 
mente la  notizia,  da  chi  prima  a- 
veva  ricevuti  denari ,  tiratolo  con 
arte  ad  andare  ad  incontrare  Val- 
demonte  fratello  del  duca  di  Lore- 
na, mandato  dal  re  di  Francia  per 
favorire  l'impresa  del  j-eame  di  Na- 
poli, quando  veniva  di  Francia,  lo 
fece  prendere  appresso  a  Braccia- 
no, e  metterlo  in  prigione  a  Ca- 
stel s.  Angelo.  Sollecitava  in  que- 
sto tempo  il  viceré  d'assaltare  lo 
stato  della  Chiesa ,  dal  quale  es- 
sendo stati  mandati  due  mila  fan- 
ti spagnuoli  a  dare  la  battaglia  a 
un  piccolo  castello  di  Stefano  Co- 
lonna ,  ne  furono  ributtati ,  e  per 
lo  spingersi  egli  innanzi,  gli  eccle- 
siastici lasciarono  indietro  la  deli- 
berazione fatta  di  battere  Rocca  di 
Papa;  le  genti  del  qual  luogo  a- 
vevano    occupato    Castel    Gandolfo 


FRO 
posseduto  dal  cardinale  ài  Monte 
per  essere  mal  guardato.  Finalmen- 
te il  viceré,  messi  insieme  dodici 
mila  fanti,  de' quali  degli  spagnuo- 
li  e  tedeschi  in  fuori  condotti  in 
sull'armata,  la  maggior  parte  era- 
no fanti  comandati ,  si  pose  con 
tutto  l'esercito  il  dì  22  dicembre  a 
campo  a  Frusolone,  terra  debile  e 
senza  muraglia;  ma  alla  quale  suc- 
cedono in  luogo  di  mura  le  case 
private,  e  la  grotta  stata  messa  in 
guardia  da' capitani  delia  Chiesa, 
per  non  gii  lasciar  piedi  nella  Cam- 
pagna, e  v'era  anche  vettovaglia 
per  pochi  di:  nondimeno  il  sito 
della  terra ,  eh'  è  posta  sopra  un 
monte,  dà  facoltà  a  chi  è  dentro  di 
potersi  sempre  salvare  da  una  par- 
te, avendo  qualche  poco  di  spalle, 
il  che  faceva  più  arditi  alla  di- 
fesa i  fanti  che  v'erano  dentro,  ol- 
tre all'essere  de'  migliori  fanti  ita- 
liani, che  allora  prendessero  soldo; 
né  si  potevano  anche  per  l' altez- 
za del  monte  accostar  tanto  l'arti- 
glierie de'  nemici,  i  quali  vi  aveva- 
no piantati  tre  mezzi  cannoni  e 
quattro  mezze  colubrine,  che  vi  fa- 
cessero molto  danno;  ma  delle  di- 
ligenze loro  principali  era  l'impe- 
dire quanto  potevano,  che  non  vi 
entrassero  vettovaglie.  Dall'  altro 
canto  il  Pontefice  benché  esaustis- 
simo di  denaro ,  e  più  pronto  a 
tollerare  l' indegnità  di  pregare  di 
essere  provveduto  d' altri ,  e  tale 
indegnità  di  provvedere  con  modi 
straordinari,  aumentava  quanto  po- 
teva le  genti  sue  di  fanti  pagati  e 
comandati,  ed  avea  di  nuovo  con- 
dotto Orazio  Baglione,  dimenticate 
le  ingiurie  fatte  prima  al  padre,  e 
poi  a  lui,  il  quale  come  disturba- 
tore delia  quiete  di  Perugia  aveva 
lungamente  tenuto  prigione  in  Ca- 
stel s.  Angelo.  Con  questi  aumenti 


FRO  3o7 

andava  l'esercito  del  Pontefice  ac- 
costandosi per  far  la  massa  a  Ferenti- 
no, e  daie  speranza  di  soccorso  agli 
assediati.  Fu  finita  ai  24  la  batteria 
a  FrusolonCj  ma  non  essendo  tale 
che  desse  al  vicei'è  speranza  di  vit- 
toria, non  fu  dato  l'assalto,  e  non- 
dimeno Alarcone  travagliandosi  in- 
toiiio  alle  mura  fu  ferito  d'un  ar- 
chibuso ,  e  fu  ferito  anche  Mario 
Orsino.  Era  la  principale  speranza 
del  viceré  il  sapere  essere  dentro 
poche  vettovaglie  ,  delle  quali  an- 
che pativa  l'esercito,  che  si  am- 
massava a  Ferentino  ,  perché  le 
genti  Colonnesi,  eh'  erano  in  Palia- 
no,  Montefortino  e  Rocca  di  Papa, 
che  sole  si  tenevano  per  loro,  tra- 
vagliavano assai  la  strada,  e  andan- 
do Renzo  all'esercito,  avevano  rot- 
to la  compagnia  dei  fanti  di  Cuio, 
che  gli  faceva  scorta.  Uscirono  non- 
dimeno un  giorno  trecento  fanti 
da  Frusolone ,  e  parte  dei  cavalli 
con  Alessandro  Vitello,  Gio.  Batti- 
sta Savello  e  Pietro  da  Birago  ;  ed 
approssimatisi  a  mezzo  miglio  di 
Larnara,  dov'erano  alloggiate  cin- 
que insegne  di  fanti  spagnuoli,  ne 
tirarono  due  insegne  in  una  im- 
boscata, e  li  ruppero  con  la  mor- 
te del  capitano  Peralta  con  ottan- 
ta fanti,  e  molti  prigioni  con  due 
insegne.  Attendeva  frattanto  il  vi- 
ceré a  far  mine  a  Frusolone,  e 
quelli  di  dentro  contramminavano 
tanto  sicuri  delle  forze  de' nemici, 
che  ricusarono  quattrocento  fanti 
che  i  capitani  dell'  esercito  voleva- 
no mandar  dentro  in  loro  soccor- 
so. E  nondimeno  nel  tempo  mede- 
simo non  erano  meno  calde  le  pra- 
tiche dell'accordo,  per  cui  si  fece 
tregua  1'  ultimo  di  gennaio  col  vi- 
ceré per  otto  giorni,  con  patto  che 
le  genti  della  Chiesa  non  passasse- 
ro Frusolone ,  né  lavorassero  con- 


V 


3o8  FRO 

tro  la  terra,  essendo  medesimamen- 
te   proibito  a  quelli    di    dentro    il 
fortificare,  e  mettere  dentro   vetto- 
vaglia, se  non  dì  per  dì,  e  paren- 
do Fieramosco    aver  scoperto  assai 
l'intenzione  del   Pontefice,  e  pote- 
re con  dignità  di  Cesare  scoprirgli 
la  sua,  gli  presentò  una  lunga  let- 
tera   di   mano    propria    di   Cesare, 
piena  di  buona   mente,  d'  offeite  e 
di  divozione  pel   Pontefice,  e  par- 
tito dipoi  per    significare  al  viceré 
ed  al    legato    la    sospensione  fatta , 
ed  ordinare  ch'ella  si   mettesse  ad 
esecuzione,     trovò     il  dì   medesimo 
r  esercito  che  mosso    da  Ferentino, 
camminava   alla    volta  di   Fiusolo- 
ne,  e  avendo  fatto  intendere  al  le- 
gato la  cosa,  egli   non   volendo  in- 
terrompere la  speranza  grande  che 
avevano  i  suoi   della   vittoria,   date 
a  lui   parole,    mandò  occultamente 
a  dire  alla  gente  ,  che  continuasse 
di  camminare.    Non   poteva  l'eser- 
cito arrivare  a    Frusolone,    se   non 
s'  insignoriva  di   un  passo,   a   modo 
di   un  ponte,  situato  alle  radici  del 
primo  colle  di  Frusolone,  al  quale 
erano  a  guardia    quattro    bandiere 
di  fanti    tedeschi  ;    ma    arrivata  la 
vanguardia  comandata    da  Stefano 
Colonna,  e  venuta  con  loro  alle  ma- 
ni, li   ruppe    e  mise  in  fuga,  am- 
mazzali circa    duecento   di    loro  ,  e 
presine    quattrocento    con    le   inse- 
gne,   e  così    guadagnato    il  primo 
colle,  gli  altri  si  restrinsero  in  luo- 
go più  forte,    lasciata  libera  l'en- 
trata a  Frusolone  agli  ecclesiastici, 
i  quali  essendo   già  vicina  la  notte, 
fecero  1'  alloggiamento  in  faccia  lo- 
ro, con  isperanza  grande  di  Renzo 
e  di  Vitello,  le  azioni  del  quale  in 
quest  impresa  procedevano  con  ma- 
la satisfazione  del  Pontefice,  di  a- 
vergli   a   rompere,  o  fermandosi    o 
ritirandosi,  come  si  crede  che  sea- 


FRO 
za  dubbio  sarebbe  seguito,  se  aves- 
sero o  fatto  ralloggiainento  in  sid 
colle  preso,  o  se  fossero  stati  av- 
vertiti t  desti  a  sentire  la  rilira(;i 
de'  nemici,  perchè  il  viceré  non  il 
giorao  seguente,  ma  l'altro  giorno 
due  ore  innanzi  dì,  senza  far  segno  di 
levarsi  si  partì  con  l'esercito,  abbru- 
ciata certa  munizione  che  gli  resta- 
va ,  e  lasciate  molte  palle  d'arti- 
glieria, e  ancora  che  intesa  la  par- 
tita sua ,  gli  ecclesiastici  gli  spin- 
gessero dietro  i  cavalli  leggeri,  che 
presero  delle  bagaglie  ,  e  qualche 
prigione  di  poco  conto,  non  furo- 
no a  tempo  a  fargli  danno  nota- 
bile ,  lasciò  nondimeno  addietro 
qualche  parte  di  vettovaglia,  e  si 
ritirò  a  Cesano,  e  di  quivi  a  Cep- 
perano  ". 

Da  sì  preciso  e  lungo  racconlo, 
che  Paolo  Giovio  riporta  più  con- 
ciso, si  comprende  la  bella  difesa  che 
fecero  in  quella  occasione  i  frosino- 
nesi  sostenuti  dalle  altre  genti  con- 
federate del  Papa,  e  lo  smacco  che 
ne  ridondò  al  viceré  de  Lanoia,  e 
alle  truppe  imperiali  che  comanda- 
va. Egli  difatli  fu  costretto  a  levar 
l'assedio  di  Frosiuone ,  e  a  lasciare 
in  quelle  vicinanze  quasi  tutta  la 
sua  artiglieria,  ritirandosi  precipi- 
tosamente al  di  là  del  Gaiigliano, 
ed  evacuando  così  il  territorio  pon- 
tificio per  difendere  lo  stesso  regno 
di  Napoli  invaso  dalle  truppe  del 
Papa  con  quelle  de'suoi  alleati.  Po- 
chi mesi  dopo,  però  nell'istesso  an- 
no i52  7,  i  fiorentini  sotto  la  con- 
dotta di  Orazio  Baglioni,  confede- 
rati coi  francesi  comandanti  da  Lau- 
trec,  fecero  soffrir  nuovi  guai  è  for- 
se anche  peggiori  alla  città  di  Pro- 
sinone per  conservarla  a  Clemen- 
te VII,  in  favor  del  quale  essi  com- 
battevano contro  le  truppe  dell'im- 
peratore Carlo  V.    Operato  iu  Ro- 


FRO 
ma   il    noto    lagriinevole  saccheggio 
cìair  esercito  imperiale,    una    banda 
di     questa     stessa    truppa ,    che    da 
Roma   passava  a  Napoli  per  la  par- 
te  di   Fresinone,   fu  assalita  dai   fio- 
rentini  che  l'inseguivano,  in  questa 
stessa   città  espugnata  da  essi  e  sac- 
cheggiata,    narrando    Bernardo    da 
Segni,  isterico  toscano  di   molta    ri- 
putazione: »  In  prima  arrivati  a  Fru- 
solone,  dato   l'assalto  senza   batterlo 
con   artiglieria   (perchè    ne  avevano 
sei   pezzi  soli  da   campo),  dov'erano 
cinquecento    fanti    alla    guardia,    lo 
presero  per  forza^  e  messonlo  a  sac- 
co ".  Dipoi    il    Pontefice  Giulio  111 
inviò  per  legato  a   Fresinone  il   ce- 
lebre cardinal   Gio.    Ballista   Cigada 
o   Cigala,  il  quale  fece  molli  e  no- 
bili benefizi   a  questa  città;  restau- 
rò il  palazzo  della  rocca,   vi   ristabi- 
lì   la   sede  del    tribunale,  allargò  la 
piazza,  e  pubblicò  i  mercati,  come 
lilevasi   dall'iscrizione  lapidaria   che 
nel    i553   fu  collocala    sul   portone 
della   medesima   rocca  da  Girolamo 
Federici   vescovo  di  Savona  pro-le- 
gato della   Campania.    A    tante  dis- 
grazie summentovale  non  andò  gua- 
ri  che  si  aggiunse  l'altra  forse  mag- 
giore di   tutte,  cioè  l'invasione  osti- 
le fatta  nel     i556  dalle    genti  spa- 
gnuele,  che   occupavano  il   regno  di 
Napoli   per  Filippo    II ,  nel   pontifi- 
calo    di     Paolo     IV    Caraffa.    Tali 
tiuppe  penetrarono  nei  dominii  del- 
la  Chiesa    dalla  parte  di   Ceprano, 
e  fecero  soffrire    gravissimi  danni  a 
tutti  i  paesi  della  Campagna  di  Ro- 
ma, e    specialmente  a  Fresinone,  i 
di   cui    abitanti    conservano    ancora 
per  tradizione   scolpita  nella   memo- 
ria la   rovina  che  soffrì   la  loro   pa- 
tria   a  quei    tempi.   Le    truppe  ne- 
miche   erano    comandale  dallo  spa- 
gnuolo  Ferdinando    di   Toledo  du- 
ca d'Alba,   viceré  di  Napoli,   Questi 


FRO  3o9 

cominciò  dall'invadere  colla  sua  ar- 
mata PonlecorvOj  e  quindi  Fresi- 
none con  tutte  le  vicine  città  sino 
presso  Roma,  cioè  Anagni,  Valmon- 
tone,  Cave,  Tivoli,  Marino,  Pale- 
strina,  Nettuno,  e  tutta  in  somma 
la  Campagna  di  Roma,  a  cui  fece 
soffrire  lunghe  depredazioni,  conti- 
nuali saccheggi,  e  ripetuti  incendi, 
perchè  durò  questa  desolatrice  in- 
vasione oltre   un   anno. 

Un  tal  flagello    si   fece  maggior- 
mente sentire    a   Fresinone  per  es- 
sere slato   uno    dei   primi   paesi   oc- 
cupati   da    quella    feroce  soldatesca, 
che    vi     si    stabilì  ,    fortificandolo  , 
dopo  che  fu  vilmente  abbandonato 
da   Giulio  Orsini  comandante  delle 
milizie    pontificie;    il    duca  d'Alba 
vi   si  trattenne  tre  giorni  con  tutto 
r  esercilOj     ricevendovi    gli    atti    di 
sommissione  de'paesi  vicini.  Quindi 
nel    settembre     iSSy    fu    conchiusa 
la  pace    in    Cave    [Pedi).    Ognuno 
può  figurarsi    in    quale  stato  infeli- 
ce fosse  ridotto  Fresinone  dopo  tut- 
te queste  successive  vicende,  adon- 
ta delle  cure  particolari  che  si   die 
il  pontificio  governo    per  migliora- 
re la  sua  sorte.   Paolo  IV  vi  desti- 
nò legalo  della  Campania  il  cai'di- 
nal  Vitellozzo  Vitelli,  che  giunto  a 
Fresinone,  e  presa  cognizione  dello 
stalo    e    bisogni    della     provincia  e 
città  di  Fresinone,  dopo  i  danni  la- 
grimevoli    cagionatigli    dal   duca  di 
Alba,  ottenne  che  per  sollevare   ed 
accrescere  i   suoi  cittadini  depaupe- 
rati, e  diminuiti  di  numero,  si  esen- 
tassero i   suoi   abitanti  dalle  collette 
per  diversi  anni.   Pio   IV  successore 
immediato    di   Paolo  IV,  creò  car- 
dinale Benedetto  Lomellini  genove- 
se, che  Gregorio  XIII  nel  1572  fe- 
re  vescovo  d' Anagni,  e  legato  del- 
la  provincia  di   Marittima    e  Cam- 
pagna, come  lo  chiama  il  Cardella, 


3io  FRO 

nelle  Memorie  {storiche  de  cardinali 
tom.  V,  p.  93,  an/.i  aggiunge  che 
il  vescovato  d'Anagni  gli  fosse  con- 
ferito mentre  eia  legato  della  pro- 
vincia del  Lazio  o  sia  Campagna, 
dov'  è  appunto  situata  la  città  di 
Anagni  ;  indi  il  cardinale  mori  ia 
Roma  nel  i57g.  Ad  onore  di  Fro- 
sinone  qui  rammenteremo,  che  in 
mezzo  alle  sue  peripezie,  alcune  tra 
le  sue  più  illustii  famiglie  con  suc- 
cesso coltivarono  le  lettere,  mentre 
altri  si  distinsero  nella  gerarchia  ec- 
clesiastica, Ortensio  Battisti  fu  dot- 
to e  zelante  vescovo  di  Veroli,  e 
perciò  anche  di  sua  patria,  dal  1567 
al  i5g4;  ed  Orazio  Ciceroni  pri- 
ma fu  vescovo  di  Sora,  poi  di  Fe- 
rentino nel  iDgi:  prima  di  lui  lo 
era  stato  l'altro  frosinonese  Silvio 
Calassi,  che  avea  meritato  di  esse- 
re prescelto  da  s.  Carlo  Borromeo 
a  vicario  generale  del  suo  arcive- 
scovato di  Milano.  Inoltre  France- 
sco Ciceroni,  celebre  giureconsulto, 
fu  destinato  da  Gregorio  XIII  a  go- 
vernatore di  Fano,  per  non  dire 
d'altri. 

Sembra  che  dal  pontificato  di 
Sisto  V  la  sede  del  governo  e  ca- 
poluogo della  provincia  di  Cam- 
pania o  Campagna  romana,  stabil- 
mente abbia  proseguito  senza  in- 
terruzione a  risiedere  nell'  antico 
capoluogo  di  Frosinone,  mentre  che 
talvolta  presidi  e  legati  fecero  di- 
mora nelle  vicine  città,  tra  le  qua- 
li si  nominano  Anagni  ,  Ferentino 
e  Pipeino.  Visitò  quel  gran  Papa 
varie  parti  della  provincia  ,  e  fu 
particolarmente  a  Terracina,  a  Pi- 
perno  ed  a  Sermoneta  pel  prosciu- 
gamento della  Palude  Pontina ,  e 
per  liberare  i  luoghi  infestali  dai 
malviventi.  Clemente  Vili  fece  ve- 
scovo di  Jesi  il  frosinonese  Pirro 
Imperioli  ;    indi    per    la  calma  che 


FIlO 
godette  la  provincia  di  Campagna 
e  Frosinone,  questa  illustrarono  va- 
ri concittadini  con  distinti  talenti, 
ed  impieghi  cospicui  :  tali  furono  il 
p.  Ignazio  Bompiani  gesuita,  d'una 
famiglia  oriunda  d' Ancona  ;  Gio. 
Battista  Grappelli  d' una  delle  più 
distinte  famiglie,  ec.  Alla  metà  del 
secolo  XVII,  seguendo  per  la  pro- 
vincia, e  per  Frosinone  il  passag- 
gio di  truppe  spagnuole  e  tedesche 
per  le  pretensioni  sul  vicino  regno 
di  iVapoli,  poco  gravosi  ne  riusci- 
rono gli  effetti.  JN'el  seguente  se- 
colo la  provincia,  e  la  città  di  Fro- 
sinone fu  onorata  dalla  presenza  di 
Benedetto  XIII,  reduce  dalla  sua 
antica  chiesa  di  Benevento.  E  da 
osservarsi  che  molti  Papi  negli  an- 
tichi secoli  portaronsi  o  per  affari, 
o  per  rifugio  in  Benevento,  come 
si  dice  in  quell'articolo,  e  perciò 
molti  avranno  nel  passaggio  ono- 
rato Frosinone.  Preceduto  dunque 
dalla  ss.  Eucaristia,  Benedetto  XIII 
a'  3i  maggio  giunse  in  Ceprano, 
incontrato  da  quella  magistratura 
e  clero,  ricevendo  alla  porta  dalla 
prima  la  presentazione  delle  chiavi 
in  mezzo  al  concorso  delle  circon- 
vicine popolazioni,  vedendosi  le  stra- 
de sparse  di  fiori,  e  le  finestre  or- 
nate di  drappi  diversi.  Il  marchese 
Livio  de  Carolis  si  portò  ad  incon- 
trare il  Pontefice  un  mezzo  miglio 
prima  di  giugnere  a  Frosinone,  ed 
entrando  in  questa  città  Benedetto 
XIII  vide  sulla  porta  e  sotto  il  suo 
pontificio  stemma  questo  anagrama: 
BE\EDicTus  DEciMus  TERTius,  purc  let- 
terale   TER  DECIMUS  BE.\EDICTUS  ES  TU. 

Dopo  le  ore  ventidue  arrivò  la  ss. 
Eucaristia,  portata  da  monsignor 
Piersanti  col  solito  accompagnamen- 
to, alla  chiesa  degli  agostiniani  scal- 
zi della  beata  Vergine  della  JNeve, 
lungi   un  miglio    da  Frosinone;  ed 


FRO 
alla  porta  del  convento  fu  ricevu- 
ta dal  superiore  vestito  di  piviale, 
e  dai  religiosi  con  torcie  accese. 
Riposta  nel  tabernacolo  fu  poi  con- 
sumata ,  non  volendo  il  Papa  nel 
proprio  stato  viaggiare  preceduto 
dal  ss.  Sagramento.  Poco  dopo  ar- 
rivò anch' egli  al  convento,  desti- 
nato per  suo  alloggio,  secondo  il 
suo  costume,  con  numeroso  seguilo, 
cavalleggieri  e  guardia  svizzera.  Os- 
sequiato dal  commissario  e  procu- 
ratofre  generale  dell'ordine,  e  da 
altri  superiori  ivi  recatisi,  Benedet- 
to XIII  si  trasferì  in  chiesa  a  ve- 
nerare il  ss.  Sagramento,  indi  in 
coro  a  fare  orazione,  poscia  si  ri- 
tirò nelle  sue  camere,  mentre  alla 
corte  fu  dalo  lauto  rinfresco.  Nel 
seguente  giorno  dell' Asceiisione  ,  il 
Papa  scese  in  chiesa ,  e  nel  coro 
ascoltò  la  messa  di  un  suo  cappel- 
lano segreto,  e  volle  assistere  coi 
religiosi  all'offizio  di  terza  ed  alla 
messa  solenne  che  cantò  il  commis- 
sario e  procuratore  generale,  p.  Gio. 
Giacomo  di  s.  Adalberto,  accom- 
pagnato dal  canto  gregoriano.  Da 
una  parte  dello  stesso  coro  presero 
luogo  i  prelati  della  corte,  in  roc- 
chetto e  mantelletta.  Terminata  la 
messa  cantata,  Benedetto  Xlll  vol- 
le celebrare  il  medesimo  sagrifìzio 
privatamente  all'altare  maggiore  de- 
dicato alla  beata  Vergine.  Accorse- 
ro al  convento  più  di  quindicimila 
persone,  e  siccome  non  poterono 
entrare  tutte  in  chiesa,  in  quel  gior- 
no più  volte  il  Pontefice  si  recò 
ad  un  balcone  per  impaitire  alla 
divota  e  lieta  moltitudine  l'aposto- 
lica benedizione.  Nelle  ore  pomeri- 
diane Benedetto  XIII  ritornò  in  co- 
ro coi  religiosi,  indi  uscì  in  carroz- 
za a  trottare  per  la  pianura.  Nella 
mattina  seguente  ricorrendo  la  fe- 
sta della  b.  Rita  da  Cascia  agosti- 


FRO  3ii 

niana  ,  il  Papa  discese  in  coro  ad 
orare,  fece  distribuire  buona  som- 
ma di  denaro  a*  poveri ,  dal  suo 
elemosiniere  segreto  monsignor  Al- 
bini vescovo  di  Leuca,  e  subito  do- 
po si  pose  in  viaggio  per  Prossedi, 
corteggiato  dal  majfchese  de  Caro- 
lis, che  nel  detto  convento  avrà 
trattato  splendidamente  la  famiglia 
ponttfìcia. 

Intanto  nei  primi  anni  del  se- 
colo XVIII  fiorirono  in  Fresinone 
molti  individui,  distinguendosi  il  dot- 
tissimo p.  m.  Domenico  Scifelli  ago- 
stiniano, appartenente  ad  una  delle 
primarie  famiglie  di  questa  città  ; 
Filipu'O  Colanario  famoso  medico 
a  Napoli;  Gio.  Battista  Donati  fat- 
to vescovo  di  Cervia  da  Clemente 
XIII.  Questo  Papa  alla  perniciosa 
influenza  che  nel  1764  afflisse  Pro- 
sinone, accorse  con  provvidi  ed  op- 
portuni aiuti  :  grati  i  frosinonesi  al- 
le sue  beneficenze  celebrarono  uu 
triduo  solenne  per  la  di  lui  con- 
servazione, e  dopo  la  messa  canta- 
ta ne  celebrò  le  gesta  con  orazione 
elegante  Orazio  Balserani.  Allo  spi- 
rare di  detto  secolo  giunse  quel 
periodo  di  tempo  fatale ,  che  non 
si  cancellerà  giammai  dalla  memo- 
ria degli  uomini  ,  e  che  se  recò 
danni  gravissimi  a  tutto  il  mondo, 
li  cagionò  anche  maggiori  a  Fre- 
sinone, che  ne  piange  ancora  i  mas- 
sacri, i  saccheggi  e  l' incendio  delle 
sue  case.  I  francesi  dopo  aver  pro- 
clamato repubblica  la  loro  nazione, 
volevano  che  tutto  il  resto  del  mon- 
do imitasse  il  loro  esempio,  costi- 
tuendosi in  altrettante  repubbliche, 
e  quindi  sotto  i  nomi  della  liberlà 
e  àtW  eguaglianza  tentavano  di 
adescare,  e  soggiogare  tutti  i  popo- 
li, o  almeno  di  renderli  eguali  nel- 
la dipendenza  da  essi.  I  loro  suc- 
cessi furono   rapidi  e   straordinari  ; 


3 1 2  F  R  O 

f   l'intera    Italia   non   tardò  a   sen- 
tirsi aggravare  il  collo  dal   più  pe- 
sante di   tutti  i   gioghi,  quale  si  fu 
appunto  quello  della  sedicente    ed 
t'Hìmera   libertà    e  dell'  eguaglianza, 
figlie  della   rivoluzione  francese.  La 
illusione  fatale,  che  in  sulle  prime 
avea  disgraziatamente  affascinate  le 
menti  d'altronde    sane  di  non  po- 
chi uomini  da  bene ,    disparve  na- 
turalmente bentosto;    e  molte  po- 
polazioni spinte  pili  da  impeto  e  da 
furore,  che  da  riflessione,  fecero  in- 
cautamente degli  sforzi  fuori  di  mo- 
do e  di    tempo,    ed    accrebbero  in 
tal  guisa  le  loro  sciagure.  Prosino- 
ne ,    i    di   cui    abitanti  non  hanno 
mai  smentita    la    loro  antica  repu- 
tazione armigera  e  guerriera,  e  che 
a   tanti    altri    guai    aggiungeva  an- 
che quello    di   non    esser  più  sotto 
il    regime     i-epubblicano    capoluogo 
della    provincia,    innalzò   il    primo 
lo  stendardo  dell'  insurrezione  con- 
tro la  forza  prepotente  dei  francesi 
il   dì    26  luglio    1798:    molle  altre 
città  e  terre  della  Campagna  segui- 
rono il  suo    esempio;    si    versò  del 
sangue  cittadino,  si  cagionarono  dei 
guasti  ,    si    commisero  degli   orrori, 
e  tutto    inutilmente    per    l'oggetto 
che  pareva  si   fossero  proposti.  Su- 
bito corse  la  truppa  francese  e  po- 
lacca   a    punire    con    rigore    questi 
tratti  di  coraggioso  risentimento.  Ai 
guasti   ed  ai    massacri  commessi  dai 
cittadini,   si  aggiunsero  quelli   della 
forza    armata    accorsa    per  punirli, 
e  così   Fresinone,    preso    d'assalto 
dai  francesi,  fu  abbandonato  al  sac- 
«■heggio  ed  all'incendio  a'  2   agosto 
dello  stesso  anno.   Tutti  questi  dan- 
ni  restarono  permanenti    in  questa 
città,  quantunque    i    francesi    aves- 
sero   dovuto    partirne    poco    dopo, 
chiamati  dai   rovesci  che  soffriva  la 
loro  annata     nell'alta   Italia;   rove- 


FRO 
sci   che    giunsero    al    punto    di   ri- 
chiamarli tutti    al   di   là  dei   monti 
in  casa  propria,  a  motivo  dei  noti 
avvenimenti. 

Dopo  avere  i  francesi  consumato 
l'intera  occupazione  dello  stato  ponti- 
ficio, e  detronizzato  il  Papa  Pio  VI, 
questi  a'  20  febbraio  1798  traspor- 
tarono prigioniero  in  Francia,  ove 
morì  nell'agosto  1799:  nel  mese 
di  marzo  del  successivo  anno  fu 
eletto  in  Venezia  Pio  VII,  quando 
già  i  dominii  della  Chiesa,  ad  ec- 
cezione delle  tre  legazioni,  tolti  dai 
francesi  furono  restituiti  alla  santa 
Sede,  onde  la  provincia  di  Campa- 
gna con  Fresinone  ritornarono  sot- 
to il  pacifico  governo  ecclesiastico. 
Ultimo  governatore  generale  della 
provincia  era  stato  monsignor  Gio. 
Carlo  Borromeo  di  Padova,  fatto 
da  Pio  VI  nel  1796;  Pio  VII  con- 
fermò quello  che  il  sagro  collegio 
avea  scelto  provvisoriamente  a'  2 
febbraio  1800,  cioè  monsignor  Lui- 
gi de'  principi  Lancellotti  napole- 
tano, col  titolo  di  governatore  ge- 
nerale di  ^Marittima  e  Campagna. 
Divenuto  Napoleone  Bonaparte,  già 
primo  console  della  repubblica  fran- 
cese, imperatole  di  quella  nazione, 
aspirando  alle  conquiste,  fra  queste 
vi  comprese  lo  stato  pontificio,  e  nel 
luglio  1809  fece  imprigionare  Pio 
VII  e  trasportarlo  duramente  in 
Francia.  Quindi,  come  l' Italia,  lo 
stato  della  Chiesa  fu  unito  da  Na- 
poleone all'  impero  francese,  e  Ro- 
ma dichiarata  seconda  città  di  esso, 
mentre  a  Frosinoqe  si  conservò  il 
grado  di  capoluogo  della  provin- 
cia. Nel  181 4  ripristinato  lo  stato 
d'Europa  col  detronizzamento  di 
Napoleone,  a  Pio  ^1I  furono  re- 
stituiti i  dominii  della  santa  Se- 
de, ed  allora  il  Papa  spedì  go- 
vernatore   generale    di     Marittima 


FRO 
e  Campagna  a  Prosinone,  monsi- 
gnor Fabrizio  Turiozzi  di  Tosca- 
nella ,  che  già  avea  governato  la 
provincia  sino  dai  6  agosto  1806. 
Col  moto-proprio  de' 6  luglio  18  16 
Pio  VII  classificò  i  governi  niello 
stato  pontificio,  dichiarando  Prosi- 
none colla  provincia  delegazione 
apostolica,  ed  il  prelato  governa- 
tore delegato  apostolico;  disposizio- 
ne che  insieme  a  quelle  analoghe 
di  Leone  XII,  e  del  regnante  Gre- 
gorio XVI  riportammo  all'artico- 
lo Delegazioni  apostoliche  (  Ve- 
di). Solo  qui  noteremo  che  alla 
medesima  epoca  di  Gregorio  XVI, 
erigendosi  la  legazione  di  Velle- 
Iri,  a  questa  furono  attribuiti  di- 
versi luoghi  ,  sino  allora  facenti 
parte  della  delegazione  di  Fresinone 
e  delle  provincie  di  Maiittima  e 
Campagna;  cioè  il  distretto  di  Ter- 
racina ,  i  governi  di  Valmontone, 
di  Segni  e  di  Sezze;  coi  loro  vice- 
governi, e  di  tali  luoghi  se  ne  trat- 
ta all'articolo  Fdlelri  (Fedi).  Il 
eh.  De  Mattheis  a  pag.  io5  e  seg. 
ci  dà  la  serie  dei  diversi  governa- 
tori di  questa  città  e  dell'annessa 
provincia  eh'  ebbero  residenza  in 
Prosinone,  ora  col  titolo  di  legato 
o  di  rettore,  ora  con  quello  di  de- 
legato, e  più  spesso  col  titolo  di 
preside  e  governatore  generale.  In 
questa  serie  di  nomi  illustri  ve  ne 
sono  alcuni  che  già  cardinali  go- 
vernarono la  città  e  la  provincia, 
ed  altri  che  quantunque  l'abbiano 
governata  da  prelati  si  resero  de- 
gni della  dignità  cardinalizia,  di  cui 
furono  posteriormente  fregiati,  ed 
alcuno  di  questi  giunse  sino  al 
sommo  pontificato.  La  serie  inco- 
mincia dal  i553,  essendosi  smar- 
rite le  precedenti   notizie. 

I    cardinali  che    governarono    la 
piQvincia  furono  Gregoiio  Crescenzi 


FRO  3i3 

romano,  nominato  da  Innocenzo  III; 
Giovanni  Colonna  romano,  da  Ono- 
rio III;  Giovanni  Fitelli-Vitelleschi 
di  Corneto  oriundo  di  Foligno,  di- 
chiarato da  Eugenio  IV;  Àscanio 
Parisani  di  Tolentino,  Terrestris 
fliarittiinaeque  Lalii  praefectus,  co- 
me si  legge  nella  sua  lapide  sepol- 
crale nella  chiesa  di  s.  Marcello, 
dicendoci  il  Cardella  che  lo  nomi- 
nò Paolo  III  verso  il  i542  o  do- 
po, coli' ispezione  della  città  di  Pon- 
tecorvo,  e  de'  castelli  adiacenti  spet- 
tanti ad  Ascanio  Colonna  ;  Gio. 
Battista  Cicala  o  Cigada  genovese, 
da  Giulio  III;  Fitellozzo  de'  Fitti- 
lazzi  o  Fitelli  di  Città  di  Castello, 
da  Paolo  IV  ;  Marc  Antonio  Co- 
lonna romano,  da  Sisto  V  a'4  set- 
tembre i585;  eà  Antonio  Pailotta 
piceno,  nato  in  Ferrara,  legato  a 
Intere  nel  1 824  per  nomina  di  Leone 
XII:  nella  legazione  del  cardinal  Pal- 
letta, Ferentino  divenne  capoluogo 
di  sua  legazione  nel  maggio  e  giu- 
gno di  detto  anno ,  quando  quel 
porporato  per  quaranta  giorni  ten- 
ne le  redini  delle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  ed  a'  i5  mag- 
gio emanò  da  Ferentino  l' editto 
contro  i  crassatori  ,  facinorosi  e 
malviventi  di  tali  provincie  :  il  car- 
dinale dopo  il  suo.  arrivo  in  Fe- 
rentino nominò  suo  luogotenente 
generale  1'  integerrimo  magistrato 
avvocato  Tommasi  Alessandri.  I 
prelati  governatori  generali  poi  crea- 
ti cardinali,  sono  i  seguenti  :  Do- 
menico Ginnasi  dimola,  fatto  vi- 
celegato da  Sisto  V  a'  4  febbraio 
i586  e  cardinale  nel  i6o4  da 
Clemente  Vili.  Gio.  Francesco  Ne' 
groni  genovese,  fatto  governatore 
generale  da  Alessandro  VII  nel 
1666  e  cardinale  da  Innocenzo 
XI  nel  1681.  Marcello  Durazzo 
genovese,  fatto  da  Clemente  IX  nel 


3i4  FRO 

1668,  e  cardinale  da  Innocenzo  XI 
nel    1686.   Gio.  Battista  Rubini  ve- 
neziano, fallo   da  Clemente  X    nel 
1673,    e   cardinale    da    Alessandro 
Vili    nel     i68g.    Lorenzo     Fieschi 
genovese,  fatto  da  Clemente  X  nel 
j6j^,  e  cardinale  da  Clemente  XI 
nel   1707.    Niccola     Grimaldi    ge- 
novese,  fatto  da   Innocenzo  XI  nel 
1687,  e  cardinale  da  Clemente  XI 
nel     1706.    Carlo    Firmano    Bichi 
sanese,  fatto  dal  oiedesimo  Innocen- 
zo   XI,    e    cardinale    nel    1690   da 
Alessandro  Vili.  Michelangelo  Con- 
ti romano,  fatto  da  Innocenzo  XII 
nel    1692,  e  cardinale  da  Clemen- 
te XI  nel    1706,   al  quale  successe 
nel  pontificato  col    nome    d' Inno- 
cenzo XIII.    Cosimo    Imperiali  ge- 
novese, fatto  da    Clemente  XII  nel 
1730,    e    cardinale    da    Benedetto 
XIV    nel    1753.     Carlo    Francesco 
Durini  milanese,  fatto  da  Clemen- 
te XII  nel    1782,    e    cardinale    da 
Benedetto    XIV    nel    1753.  Enrico 
Enriquez  napolitano,   fatto  da   Cle- 
mente XII   nel    1734,    e    cardinale 
da  Benedetto  XIV  nel  1753.  Pao- 
lo  Girolamo  Massei  bolognese,  fat- 
to da  Benedetto  XIV  nel    i75i,  e 
cardinale    da    Pio     VI    nel     1785. 
Raniero    Finoccìiietti  pisano,     nato 
in  Livorno,  fallo  da  Benedetto  XIV 
nel    1755,  e  cardinale  da    Pio    VI 
nel    1787.    Muzio   Gallo    esimano, 
fatto  da   Clemenle  XIII  nel    1765, 
e  cardinale  da   Pio  VI    nel     1785. 
Gio.   Battista   Bussi  de    Pretis    ro- 
mano, fatto  da   Clemente  XIII   nel 
1766,  e  cardinale  da   Pio  VI     nel 
1794.  -Antonio   Rusconi  bolognese, 
nato  in  Cento,   fallo  da  Pio  VI  nel 
1778,  e  cardinale  da   Pio  VII    nel 
I  8  1 6 .    Cesare    Nern h riii i  d '  A n co n a , 
fallo  da    Pio  VII   nei    1807,  e  car- 
dinale da    Pio  Vili   nel    1829.  Fa- 
brizio Turiozzi  di   Toscanella,    fatto 


FRO 

da  Pio  VII  nel  1808,  e  cardinale 
da  Pio  VII  nel  1823.  Giuseppe 
Ugolini  di  Macerata,  fallo  da  Pio 
VII  delegalo  apostolico  nel  >8i9, 
e  cardinale  dal  regnante  Gregorio 
XV^  nel  i838.  Gio.  Antonio  Ben- 
venuti di  Belvedere  diocesi  di  Si- 
nigaglia,  fallo  da  Leone  XII  a' 3 
luglio  1824  delegalo  straordinario 
e  visitatore  apostolico,  e  dal  me- 
desimo creato  cardinale  nel  conci- 
sloro  de'  2  ottobre  1826,  e  pub- 
blicalo in  quello  de'  i5  dicembre 
1828.  Luigi  Ciacchi  ài  Pesaro,  fat- 
to delegalo  apostolico  da  Leone 
XII  nel  1827,  e  cai'dinale  da  Gre- 
gorio XVI  nel  i838.  Giovanni  Se- 
mini di  Magliano,  fallo  da  Leone 
XII  nel  1829,  e  cardinale  da  Gre- 
gorio XVI   nel    1843. 

In  quanto  agli  uomini  illustri 
del  corrente  secolo,  oltre  il  sullo- 
dato  storico  patrio  dottore  Giusep- 
pe de  Maltheis,  nomineremo  il  let- 
terato Luigi  Angeloni,  e  il  p.  m. 
Domenico  de'  conventuali.  Molli  fu- 
rono gli  uomini  illustri  frosinone- 
si ,  specialmente  appartenenti  alle 
primarie  famiglie  Guglielmi,  Pa- 
radisi, Campagiorni,  Pesci,  de  San- 
clis  ec,  i  quali  hanno  onoralo  la 
patria  fino  a'  nostri  giorni.  Molti 
di  questi  si  possono  facilmente  rin- 
venire neir  opera  di  Antonio  Ric- 
chi intitolata  :  Teatro  degli  uomini 
illustri  nelle  armi,  lettere  e  digni- 
tà che  fiorirono  nel  regno  antichis- 
simo de'  volsci ,  Roma  1721  :  il 
Ricchi  nella  sua  Reggia  de" volsci,  a 
pag.  i3o,  tratta  di  Frosinone,  che 
pur  chiama  Frasellonej  e  de' suoi 
nomini  illustri  a  pag.  i33  del  suo 
Teatro.  In  oltre  si  può  consultare 
anche  per  le  notizie  della  provin- 
cia, Ottavio  Ligorio,  Ristretto  isCo- 
rico  dell'origine  degli  abitanti  del- 
la   Campagna    di  Roma ,    de"  suoi 


1  TxO 
re,  consoli  e  dittatori,  Roma  17  53, 
©lire  diverse  altre  edizioni ,  arric- 
chite di  copiose  notizie  dal  p.  Ni- 
colò Galeotti.  La  provincia  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  il  celebre  pae- 
se degli  ernici  e  dei  volsci,  la  pro- 
vincia di  Prosinone  e  questa  città 
nel  maggio  del  decorso  anno  i843 
furono  grandemente  onorate  e  col- 
me d'indescrivibile  gioia  la  più  sin- 
cera, per  la  benefica  presenza  del 
regnante  Pontefice  Gregorio  XVI, 
cui  tutti  gli  abitanti  d'  ogni  ordi- 
ne, sesso  ed  età  fecero  a  gara  in 
testimoniargli  ne'più  solenni  edifi- 
canti modi  religiosa  venerazione  , 
affettuoso  filiale  amore ,  e  fedele 
sudditanza.  In  ricambio  le  popola- 
zioni dal  conìun  padre  e  sovrano 
ricevettero  singolari  prove  e  testi- 
monianze di  paterna  dilezione,  gra- 
zie, favori,  onori,  e  beneficenze. 
Come  fu  festeif^iato  il  Pontefice  a 
Prosinone  lo  andiamo  brevemente 
a  riportare,  mentre  le  dimostra- 
zioni degli  altri  luoghi,  sono  nar- 
rate ai  rispettivi  articoli  di  questo 
medesimo  Dizionario,  e  in  parte 
di  sopra  indicate. 

Gregorio  XVI  con  nobile  cor- 
teggio, che  descriveremo  all'artico- 
lo Poste  Pontifìcie  {^f^edi),  prece- 
duto dal  sopraintendente  generale 
di  esse,  partì  da  E.oma  e  dal  pa- 
lazzo vaticano  il  primo  di  maggio. 
La  prima  dimostrazione  festiva  il 
Papa  la  ricevette  nella  via  Labi- 
cana  presso  la  Colonna,  ove  trovò 
un  ben  inteso  arco  di  verdura,  con 
iscrizione  celebrante  il  tripudio  in 
cui  erano  per  questo  felice  avve- 
nimento gli  ernici  ed  i  volsci.  Ivi 
Emidio  Reiiazzi,  figlio  del  cav.  Pao- 
lo romano,  siccome  nato  in  Prosi- 
none, quando  il  padre  era  segreta- 
rio generale  della  delegazione,  gli 
umiliò  un   sonetto   in   istampa,    al- 


FRO  3,5 

liisivo  al  faustissimo  accesso  del 
Papa  nella  provincia  di  Prosinone, 
al  tripudio,  alla  fedeltà  ed  all'a- 
more de'  volsci  verso  la  di  lui  sa- 
gra persona.  Proseguendo  il  viag- 
gio pei  territorii  di  Zagarolo ,  Pa- 
lestrina,  Lugnano,  Valmontone,  e 
Segni,  giunse  a  modo  di  religioso 
trionfo  in  Anagni,  avendolo  Val- 
montone  accolto  tra  le  sue  mura, 
quindi  elevata  alla  dignità  di  cit- 
tà. A.'  3  maggio  partì  da  Anagni, 
e  dopo  avere  onorato  Perentino 
con  lungo  trattenimento,  il  Papa 
si  diresse  verso  Prosinone,  giun- 
gendo dopo  il  mezzodì  al  ponte 
sul  fiume  Cosa,  che  costeggia  l'al- 
ta collina  in  cima  alla  quale  è 
costruita  la  città.  Ad  essa  rapida- 
mente ascese  per  l'ampia  via  pro- 
vinciale, che  serpeggiando  vi  con- 
duce, fiancheggiata  lateralmente  da 
spessi  candelabri  da  cui  pendevano 
festoni  di  mirto  intrecciati  con  fio- 
ri, mentre  tutti  venivano  rallegrati 
dai  rimbombi  dell'artiglieria,  dai  con- 
certi musicali  delle  bande,  dal  suo- 
no delle  campane,  e  principalmente 
dalle  voci  esultanti  dei  frosinonesi 
e  delle  popolazioni  della  provincia 
accorse  dai  vicini  paesi,  che  a  gui- 
sa di  anfiteatro  occupavano  tutta 
la  collina  e  le  alture  della  città. 
Poco  prima  della  medesima  tro- 
vossi  la  magistratura  di  Prosinone 
con  monsignor  Andrea  Pila  spole- 
tino  delegato  apostolico  ivi  residen- 
te, con  la  congregazione  governa- 
tiva, e  con  tutte  le  autorità  civili 
e  militari  di  Prosinone.  Le  chiavi 
della  città  furono  otièrte  al  Pon- 
tefice dal  gonfaloniere  cav.  Leonar- 
do Grappelli,  sotto  un  grandioso 
ed  elegante  arco  trionfale  di  ar- 
chitettura romana,  adorno  con  ot- 
to colonne,  eretto  a  spese  della 
provincia ,    e    sormontato    da    una 


% 


3i6  FIlO 

«.titilla  colossale  rappresentante  la 
Ueligione,  in  mezzo  a  due  geni  iu 
forme  di  fame ,  coli'  iscrizione  se- 
i;Liente  : 

IN     ADVEVTUM    OPT  ATISSIMUM 

MUMFICENTISSfMI     PRINCIPIS 

GREGORII    XVI    P.     O.    M. 

HERXICI    VOLSCIQUE 

AN.     MDCCCXLIII. 

Intanto  uno  stuolo  di  giovani  de- 
cenlemenle  vestiti,  appartenenti  qua- 
si tutti  alle  primarie  famiglie,  aven- 
do chiesto  ed  ottenuto  il  permesso 
di  staccare  i  cavalli  dalla  pontificia 
carrozza,  questa  tirò  a  mano  per 
l'ardua  salila  dopo  l'arco  suddetto 
sino  dentro  la  città,  ove  le  finestre 
erano  tutto  decorate  di  drappi;  e 
fermatisi  sulla  piazza  del  nuovo  pa- 
lazzo apostolico  avanti  alla  chiesa 
di  s.  Benedetto,  il  Pontefice  vi  sce- 
sce  in  mezzo  all'entusiasmo  e  giu- 
bilo univer.sale,  accolto  dal  cardinal 
Antonio  Tosti  protettole  di  Fro- 
sinone,  e  da  monsignor  Francesco 
Maria  Cipriani  vescovo  di  Veroli, 
alla  testa  del  suo  clero,  in  mezzo 
ai  quali,  preceduto  da  una  schiera 
di  fanciulli  vestiti  all'  angelica  che 
andavano  spargendo  fiori,  e  dalla  ban- 
da musicale,  il  Papa  recossi  a  pie- 
di sotto  il  baldacchino,  le  cui  aste 
erano  sostertute  dal  magistrato,  sino 
alla  chiesa  principale  di  s.  Maria 
Assunta,  la  cui  ricca  paratura  pro- 
duceva  vaghissimo  etTetto,  pei  tanti 
e  variati  colori  degli  addobbi,  veli, 
«■.arte  colorite,  stelle  dorate,  fiori  e 
pezzi  di  stolfa.  Giunto  il  Pontefice 
all'altare  maggiore  vi  trovò  deco- 
rosamente esposto  il  ss.  Sagramen- 
to,  ed  ai  lati  due  belle  statue  di 
grandezza  naturali  rappresentanti  i 
santi  Pontefici  fiosinonesi  Ormisda 
e  Siiveiio,    coi   volti  e  cor,  le  inani 


F  II  O 

di  argento  :  ricevuta  la  benedizione 
col_  ss.  Sagiamento  dal  lodato  ve- 
kcovo  diocesano,  retrocedendo  a  pie- 
di per  la  medesima  via  giunse  al 
nuovo  palazzo  pontificio,  residenza 
del  delegato.  Questo  prelato  si  tro- 
vò neir  ingresso  a  rinnovare  il  suo 
ossequio,  e  per  la  magnifica  scala 
colonnata  ascese  il  Papa  al  piano 
superiore,  e  dalla  vasta  loggia  pa- 
rata con  baldacchino,  compaifi  la 
sua  benedizione  all'  immenso  tripu- 
diante  popolo;  indi  nella  contigua 
ampia  sala  di  udienza,  decorata  con 
colonne  di  stucco,  e  damaschi  rossi, 
ascese  in  trono,  ove  avente  ai  lati 
il  cardinal  Tosti,  il  vescovo  Cipria- 
ni, e  il  delegato  Pila,  ammise  be- 
nignamente al  bacio  del  piede  la 
civica  magistratura,  la  congregazio- 
ne governativa,  ed  oltre  il  clero  le 
autorità  civili  e  militari,  e  tutte  le 
persone  distinte  della  città:  dopo 
di  che  il  Papa  passò  nel  suo  appar- 
tamento, ed  il  suo  seguito  nelle 
camere    destinate. 

Nelle  ore  pomeridiane  il  Papa 
volendo  visitare  vari  luoghi  della 
città,  fu  impedito  d'  uscire  dal  pa- 
lazzo per  la  pioggia,  che  continuan- 
do anche  nella  serata,  restò  impe- 
dito che  s' incendiasse  il  preparato 
fuoco  d'artifizio,  con  illuminazione 
a  disegno  sulla  facciata  della  chiesa 
di  s.  Benedetto  ;  non  però  la  gene- 
rale e  brillante  illuminazione  della 
città,  e  di  tutte  le  vicine  campa- 
gne, distinguendosi  le  luminarie 
poste  sulla  torre  della  chiesa  prin- 
cipale, e  sulla  cupola  della  chiesa 
di  s.  Benedetto.  Nella  medesima 
sera  il  Pontefice  ammise  all'  udien- 
za varie  persone,  e  la  deputazione 
della  città  di  Benevento  ,  quella 
della  città  di  Ponte  Corvo,  e  quelle 
dei  circonvicini  comuni,  che  a  no- 
me del  pubblico  felicitarono  il  Po»* 


FRO 

tt^ficc ,  e  rassegnarono  1'  omaggio 
ilella  loro  sncldilanza  e  veiieiazio- 
ne:  l' affabilità  paterna  con  cui  fu- 
rono accolte,  penetrò  i  deputati  del- 
la più  profonda  riconoscenza,  ed  essi 
e  i  loro  luoghi  furono  benedetti  con 
effusione  dal  Pontefice,  commosso 
per  tante  religiose  ed  affettuose  di- 
mostrazioni. Indi  la  magistratura  civi- 
ca di  Prosinone  umiliò  al  Ponte- 
fice un  astuccio  con  quattro  gran- 
di medaglie,  due  d' o'o  e  due 
d'argento,  appositamente  coniate, 
rappresentanti  da  un  lato  la  sua 
effigie  incisa  dal  celebre  cav.  Giro- 
inetli,  e  nel  rovescio  la  seguente  e- 
pigrafe  composta  a  perpetuare  la 
IHemoria  della  sua  venuta  in  Fro- 
zinone:  db  adventum  principis  opti- 
mi   VOTOBUM    COMPOTES    FRUSINATES    A. 

MDCccxLiii.  La  quale  medaglia  ven- 
ne anche  distribuita  a  tutto  il  no- 
bile corteggio  pontificio,  unitamente 
ad  un'  ode  saliìca,  del  poeta  Giam- 
battista Tagnani,  e  pubblicala  colle 
stampe  di  Ferentino,  con  questo 
titolo:  U arrivo  del  sommo  Ponte- 
fice Gregorio  XVI  a  Prosinone.  E 
qui  noteiemo  che  per  celebrare  il 
medesimo  avvenimento,  il  sotto  of- 
ficiale de' bersaglieri  Benedetto  Ren- 
zoni  dispensò  un  analogo  sonetto 
in  istampa.  Il  modo  decoioso  e  non 
perituro,  con  cui  la  città  di  Fio- 
sinone  volle  solennizzare  la  presen- 
za di  Gregorio  XVI  tia  le  sue  mu- 
ra, fu  da  questi  corrisposto  col  più 
grazioso  gradimento,  e  colle  parole 
le  più  benevoli,  con  immensa  sod- 
disfazione del  magistrato  e  di  ogni 
ordine  di  cittadini.  La  mattina  del 
giorno  4  "TifgS'O}  Jl  Pontefice  col 
suo  corteggio,  ed  accompagnamento 
di  monsignor  delegato  Pila,  si  por- 
tò a  visitare  l'antica  cospicua  città 
di  Alatri,  ove  ricevette  dimostra- 
zioni che  non  è  qui  luogo  narrare, 


FRO  3.'* 

e  che  furono  soleiuii  e  piene  di  cor- 
diale riverenza.  Le  famiglie  coloni- 
che poste  lungo  la  via  di  otto  mi- 
glia che  mette  da  Frosinone  ad 
Alatri,  fecero  a  gara  nel  festeggia- 
re il  passaggio  dell'augusto  capo 
della  Chiesa,  e   loro  sovrano. 

Nel  ritorno  a  Frosinone,  il  Pa- 
pa \isitò  Ticchiena  Grangia  di  Tri- 
sulti,  orando  nella  pubblica  chiesa, 
e  neir  interna  cappella  del  contiguo 
monastero,  quindi  proseguì  il  viag- 
gio riprendendo  la  strada  maestra 
verso  Fiosinone,  nel  cui  territorio 
passò  sotto  l'arco  trionfale  eretto- 
gli dalla  fiimiglia  de  Sanctis  frosi- 
nonese  in  \\\\  suo  possedimento 
presso  la  chiesa  della  Madonna  del- 
la IN'eve ,  e  decorato  con  iscrizione 
composta  dal  p.  d.  Marco  Morelli 
già  generale  de'  somaschi.  Questa 
iscrizione  oltre  il  celebrare  la  venu- 
ta di  Gregoiio  XVI  in  Fx'osinone, 
dice  che  Luigi  de  Sanctis  Galassi, 
figlio  di  Sebastiano,  e  convittore 
del  collegio  dementino  di  Roma 
(  in  cura  de'  pp.  Somaschi  ),  col 
permesso  del  genitore  avea  dedica- 
to queir  arco  ad  imitazione  del 
concittadino  (marchese)  Livio  de 
Carolis,  il  quale  per  celebrare  la 
venuta  di  Benedetto  XIII ,  nella 
prossima  piazza  avea  eretto  un  fon- 
te perenne.  Oltre  a  ciò  il  buon 
giovinetto  de  Sanctis,  a  meglio  ri- 
cordare alla  sua  palria  Frosinone 
il  fausto  evento,  volle  distribuire 
nello  slesso  giorno  generose  elar- 
gizioni a  povere  donzelle  orfane  di 
ambo  i  genitori  nelle  tie  parrocchie 
della  città.  Alle  ore  ig  giunse  il 
Pontefice  a  Frosinone  incontiato 
dalla  magistratura ,  e  da  tutta  la 
popolazione,  che  parimenti  voleva 
staccare  i  cavalli  dalla  sua  carrozza. 
Nelle  ore  pomeridiane  il  Papa  a 
piedi  si    recò    a    visitare    la    vicina 


^ODU JH 


3i8  FRO 

chiesa  abbaziale  di  s.  Beiiedctlo  de- 
corosamente parata,  e  il  monaslero 
delle  oblate  di  Gesù  e  Maria  del- 
le le  monachelle,  alle  quali  fece 
abbondante  elargizione,  dopo  es- 
sere stato  ricevuto  dalla  superiora 
suor  Maria  Teresa  di  s.  Pietro, 
della  romana  famiglia  Spinelli,  fon- 
datrice del  monistero;  indi  fece 
ritorno  alla  sua  residenza.  Nella  se- 
i-a  nuovamente  la  pioggia  impedì 
r  incendio  del  preparato  fuoco  di 
artifizio,  e  l' innalzamento  di  diver- 
si globi  areostatici,  il  tutto  desti- 
nato a  dimostrar  la  pubblica  esul- 
tanza :  la  stessa  pioggia  avea  im- 
pedito nel  giorno,  che  il  Pontefice 
potesse  onorare  altri  luoghi  del- 
la città.  Nella  seguente  mattina  5 
maggio,  il  Papa  dopo  aver  ester- 
nato alla  magistratura,  a  monsignor 
vescovo,  e  a  monsignor  delegato  il 
suo  pieno  gradimento,  decorò  del- 
l'ordine equestre  di  s.  Gregorio 
Magno  il  gonfaloniere  capitano  Leo- 
nardo   Grappelli  ;    lasciò    sussidiale 


FRO 

con  doti  le  zitelle  indigenti,  ed  i 
poveri  con  copiose  elemosine;  di- 
minuì di  sei  mesi  le  condanne  dei 
detenuti  nella  rocca,  e  tra  le  più 
vive  acclamazioni  dei  frosinonesi , 
che  reiterate  volte  bened'i ,  ad  ore 
undici  mosse  con  tutto  il  suo  se- 
guito alla  volta  di  Terracina  per 
la  via  di  Piperno,  una  delle  tre 
che  si  riuniscono  sul  ponte  del  fiu- 
me Cosa  sotto  Prosinone,  come  an- 
che quella  di  A  latri,  e  quella  che 
conduce  a  Roma  per  Ferentino. 
Trovandosi  su  quella  linea  di  stra- 
da provinciale  vari  paesi  a  destra 
ed  a  sinistra  della  valle  del  Sacco, 
ognuno  di  essi  procurò  di  fare  le 
migliori  dimostrazioni  possibili  di 
divoto  giubilo  per  il  passaggio  del 
supremo  Gerarca  nei  loro  territo- 
rii.  Diremo  per  ultimo,  che  lo 
stemma  della  città  di  Fresinone 
consiste  in  un  leone  rampante  in 
campo  bianco,  attraversato  da  una 
fascia,  coir  epigrafe  bellator  fru- 
smo. 


FINE    DEL    VOLUME    VIGESIMOSETTDIO. 

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BX  841  .M67  1840 

sncR 

Moroni ,  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storico- eco lesiastica 
AFK-9455  (awsk)